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Una delle cose che sentivo più di frequente raccomandarmi dai miei insegnanti di pianoforte, ai tempi del Conservatorio, era di “non suonare come una signorina di buona famiglia!”, di solito seguito da qualche colorita imprecazione.
Già, avete presente, quel suonare con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c’è di peggio di una donna che suona come una signorina dell’Ottocento. E’ un po’ come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono diventata una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un’imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Nonostante il rapporto conflittuale con lo strumento, ogni tanto mi salta in mente di suonare di nuovo. Con la saggezza che ti arriva assieme all’età, penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell’ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del film “Shine”, ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E’ noto. Il Rach3 è un concerto monumentale, il brano più difficile del mondo da suonare, un’impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.

Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell’autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità del pazzo che suona con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un’equazione di quarto grado. Si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E’ proprio snasando su YouTube che ho trovato l’interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente “non per signorine”, suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E’ proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano.
Può capitare di ricevere un’illuminazione solo alle soglie della maturità.
Bene, oggi, dopo la recente riscoperta, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti “Yeux d’eau” di Maurice Ravel, “Funerailles” di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

Signore, se rinasco, voglio essere Martha Argerich.


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Una delle cose che sentivo più di frequente raccomandarmi dai miei insegnanti di pianoforte, ai tempi del Conservatorio, era di “non suonare come una signorina di buona famiglia!”, di solito seguito da qualche colorita imprecazione.
Già, avete presente, quel suonare con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c’è di peggio di una donna che suona come una signorina dell’Ottocento. E’ un po’ come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono diventata una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un’imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Nonostante il rapporto conflittuale con lo strumento, ogni tanto mi salta in mente di suonare di nuovo. Con la saggezza che ti arriva assieme all’età, penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell’ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del film “Shine”, ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E’ noto. Il Rach3 è un concerto monumentale, il brano più difficile del mondo da suonare, un’impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.

Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell’autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione bachiana è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità del pazzo che suona con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un’equazione di quarto grado. Si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E’ proprio snasando su YouTube che ho trovato l’interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente “non per signorine”, suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E’ proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano.
Può capitare di ricevere un’illuminazione solo alle soglie della maturità.
Bene, oggi, dopo la recente riscoperta, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti “Yeux d’eau” di Maurice Ravel, “Funerailles” di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

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Una delle cose che sentivo più di frequente raccomandarmi dai miei insegnanti di pianoforte, ai tempi del Conservatorio, era di “non suonare come una signorina di buona famiglia!”, di solito seguito da qualche colorita imprecazione.
Già, avete presente, quel suonare con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c’è di peggio di una donna che suona come una signorina dell’Ottocento. E’ un po’ come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono diventata una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un’imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Nonostante il rapporto conflittuale con lo strumento, ogni tanto mi salta in mente di suonare di nuovo. Con la saggezza che ti arriva assieme all’età, penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell’ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del film “Shine”, ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E’ noto. Il Rach3 è un concerto monumentale, il brano più difficile del mondo da suonare, un’impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.

Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell’autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione bachiana è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità del pazzo che suona con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un’equazione di quarto grado. Si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E’ proprio snasando su YouTube che ho trovato l’interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente “non per signorine”, suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E’ proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano.
Può capitare di ricevere un’illuminazione solo alle soglie della maturità.
Bene, oggi, dopo la recente riscoperta, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti “Yeux d’eau” di Maurice Ravel, “Funerailles” di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

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Già, avete presente, quel suonare con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c’è di peggio di una donna che suona come una signorina dell’Ottocento. E’ un po’ come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono diventata una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un’imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Nonostante il rapporto conflittuale con lo strumento, ogni tanto mi salta in mente di suonare di nuovo. Con la saggezza che ti arriva assieme all’età, penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell’ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del film “Shine”, ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E’ noto. Il Rach3 è un concerto monumentale, il brano più difficile del mondo da suonare, un’impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.

http://www.youtube.com/v/OJOEuJzsApU&hl=it&fs=1

Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell’autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione bachiana è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità del pazzo che suona con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un’equazione di quarto grado. Si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E’ proprio snasando su YouTube che ho trovato l’interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente “non per signorine”, suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E’ proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano.
Può capitare di ricevere un’illuminazione solo alle soglie della maturità.
Bene, oggi, dopo la recente riscoperta, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti “Yeux d’eau” di Maurice Ravel, “Funerailles” di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Dato che siamo sotto Natale e dobbiamo essere tutti più buoni, come direbbe il Dr. Lecter, mi dedicherò a qualche tiro di doppietta sul pianista, nella prima parte di un post bivalve dedicato alla musica.
Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

Al buontempone che osasse accusarmi di invidia dico solo che ho rimasto una cartuccia in canna.

***
Un anno fa su questo blog: “Scusate, ho un dietologo per cena”

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Dato che siamo sotto Natale e dobbiamo essere tutti più buoni, come direbbe il Dr. Lecter, mi dedicherò a qualche tiro di doppietta sul pianista, nella prima parte di un post bivalve dedicato alla musica.
Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

Al buontempone che osasse accusarmi di invidia dico solo che ho rimasto una cartuccia in canna.

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Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

Al buontempone che osasse accusarmi di invidia dico solo che ho rimasto una cartuccia in canna.

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Un anno fa su questo blog: “Scusate, ho un dietologo per cena”

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