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Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.
Prima di tutto dal privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all’armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.

Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d’accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.
All’estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l’acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell’architetto l’acustica architettonica è un’opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l’altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione.  Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.

Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l’Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un’intera settimana all’anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.

Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro  depredazione e vilipendio.
L’ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista “Rolling Stone”, viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l’artista con l’uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l’opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d’oro alla faccia del proletariato.
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di “RS” finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente “Panorama” e  “Il Giornale” che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.

Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all’idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai “fiori rosa fiori di pesco” o al “letame da cui nascono i fiori” si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l’unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell’uno o quello dell’altro.
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: “Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore.” 
E’ stato senza dubbio l’autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare “Creuza de ma” riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e “Dolcenera” a riportarmi tutta intera la tragedia dell’alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta.  La sua musica è “priva di soul? Pazienza.

I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant’anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L’omologazione, il ruolo della televisione, “cos’è la destra, cos’è la sinistra“, sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei “poveri comunisti”, come direbbe lui.
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.

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La commissione d’inchiesta sul G8 di Genova non si farà, ne ora nè mai, perchè l’unico governo che avrebbe potuto istituirla era quello di centrosinistra e Prodi non rischierà la cadrega per questo, visto che i moderati della sua grosse koalition non la vogliono.
Ringraziamo nell’ordine: Mastella, Di Pietro e i Rosapugnettisti, questi ultimi nella parte di quelli che non c’erano e se c’erano dormivano, che hanno inciuciato lingua in bocca con il centrodestra per affossare la commissione. I fatti della Diaz, di Bolzaneto e i pestaggi indiscriminati per le strade di Genova del luglio 2001 andranno a costituire un pericoloso precedente, con la conseguenza che gli abusi potranno ripetersi in futuro, in assoluta impunità.

Sinceramente, a me non fa rabbia tanto l’on. Fini che oggi dice: “La commissione d’inchiesta sul G8 era unicamente una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra piu’ radicale”.
Bisogna capirlo, ieri era il 28 ottobre e certi manifesti in giro per Roma mettevano tanta nostalgia.
Non mi fa rabbia la destra, questa destra che rimane sempre la solita, che dopotutto ama ancora l’odore dell’olio di ricino la mattina.

A me fanno rabbia questi governanti travestiti da centrosinistra che se ne fregano delle promesse tanto sono qui solo per caso, con i partitucoli in piene prove tecniche di salto della quaglia che si mettono d’accordo sotto banco per sabotare (non mi viene altro termine) la nave sulla quale navigano loro stessi, forse perchè sotto la giacca hanno già il giubbotto di salvataggio.

Mi fa rabbia come non mai Mastella che ha il coraggio di affermare che la commissione di inchiesta sul G8 non era nel programma dell’unione (volutamente minuscolo). Per fortuna che da qualche parte avevo conservato il pdf del programma e anche il link. Andiamo a pagina 77:

La crescente domanda di sicurezza da parte della collettività, a fronte di vecchi e nuovi rischi e pericoli, richiede la messa in opera di un programma di riorganizzazione, coordinamento e modernizzazione che rafforzi il rispetto della legalità, il contrasto della criminalità. la prevenzione delle minacce terroristiche.
La politica del centrodestra al riguardo si è mostrata del tutto indifferente: a vuoti annunci si sono affiancate misure che contrastano con il rispetto della legalità, l’inerzia rispetto alla criminalità economica, un abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata, l’utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l’Unione propone, per la prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta.

I fatti di Genova di cui si parla, secondo Mastella cos’erano? La gara per il miglior pesto, il derby Sampdoria-Genoa o il sasso di Balilla?

Mi fa rabbia l’Italia dei Dolori di Di Pietro, che in questi pasticci c’entra sempre. “Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell’ordine.” No, non si voleva indagare solo sulle forze dell’ordine ma su quelle mele marce al loro interno dalle quali gli stessi tanti poliziotti onesti si sono sentiti offesi e disonorati. Per Di Pietro è normale avere una polizia al cui interno esistono elementi fortemente politicizzati che quando c’è l’occasione scendono in piazza per darle ai “rossi”? Ha ascoltato le registrazioni della poliziotta che si rallegra della morte di un manifestante? Secondo lui è normale, da paese civile?

Sono indignata, anche a nome di tanti cittadini stranieri che hanno assaggiato in quei giorni una fetta di Sudamerica anni 70 in pieno continente europeo. Indignata come genovese, perchè la mia città è stata stuprata e tra un pò diranno che se l’è cercata perchè girava in minigonna.

Non ultimo, anche se apparentemente non c’entra, mi fa rabbia il gianobifrontismo di Luke Skyuòlter che se deve parlare di nazifascismo, nei giorni della Marcia su Roma e del revanscismo sempre più sfacciato della destra estrema, sente il bisogno impellente di controbilanciare con gli orrori del comunismo, come un Ferrara qualsiasi.
Non è questione di equidistanza e obiettività, è paraculismo algebrico che azzera ogni tentativo di analisi storico-politica. Quelli dell’olio di ricino si sentono in fondo giustificati. Dovevano combattere un siffatto mostro, il Comunismo, poi la mano gli è un po’ scappata, pazienza.
Il ragionamento, a ben guardare è sempre lo stesso. A Genova alcuni manifestanti hanno devastato, la polizia ha menato, 1 a 1 e palla al centro. I manganellati sentitamente ringraziano.

La commissione d’inchiesta sul G8 di Genova non si farà, ne ora nè mai, perchè l’unico governo che avrebbe potuto istituirla era quello di centrosinistra e Prodi non rischierà la cadrega per questo, visto che i moderati della sua grosse koalition non la vogliono.
Ringraziamo nell’ordine: Mastella, Di Pietro e i Rosapugnettisti, questi ultimi nella parte di quelli che non c’erano e se c’erano dormivano, che hanno inciuciato lingua in bocca con il centrodestra per affossare la commissione. I fatti della Diaz, di Bolzaneto e i pestaggi indiscriminati per le strade di Genova del luglio 2001 andranno a costituire un pericoloso precedente, con la conseguenza che gli abusi potranno ripetersi in futuro, in assoluta impunità.

Sinceramente, a me non fa rabbia tanto l’on. Fini che oggi dice: “La commissione d’inchiesta sul G8 era unicamente una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra piu’ radicale”.
Bisogna capirlo, ieri era il 28 ottobre e certi manifesti in giro per Roma mettevano tanta nostalgia.
Non mi fa rabbia la destra, questa destra che rimane sempre la solita, che dopotutto ama ancora l’odore dell’olio di ricino la mattina.

A me fanno rabbia questi governanti travestiti da centrosinistra che se ne fregano delle promesse tanto sono qui solo per caso, con i partitucoli in piene prove tecniche di salto della quaglia che si mettono d’accordo sotto banco per sabotare (non mi viene altro termine) la nave sulla quale navigano loro stessi, forse perchè sotto la giacca hanno già il giubbotto di salvataggio.

Mi fa rabbia come non mai Mastella che ha il coraggio di affermare che la commissione di inchiesta sul G8 non era nel programma dell’unione (volutamente minuscolo). Per fortuna che da qualche parte avevo conservato il pdf del programma e anche il link. Andiamo a pagina 77:

La crescente domanda di sicurezza da parte della collettività, a fronte di vecchi e nuovi rischi e pericoli, richiede la messa in opera di un programma di riorganizzazione, coordinamento e modernizzazione che rafforzi il rispetto della legalità, il contrasto della criminalità. la prevenzione delle minacce terroristiche.
La politica del centrodestra al riguardo si è mostrata del tutto indifferente: a vuoti annunci si sono affiancate misure che contrastano con il rispetto della legalità, l’inerzia rispetto alla criminalità economica, un abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata, l’utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l’Unione propone, per la prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta.

I fatti di Genova di cui si parla, secondo Mastella cos’erano? La gara per il miglior pesto, il derby Sampdoria-Genoa o il sasso di Balilla?

Mi fa rabbia l’Italia dei Dolori di Di Pietro, che in questi pasticci c’entra sempre. “Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell’ordine.” No, non si voleva indagare solo sulle forze dell’ordine ma su quelle mele marce al loro interno dalle quali gli stessi tanti poliziotti onesti si sono sentiti offesi e disonorati. Per Di Pietro è normale avere una polizia al cui interno esistono elementi fortemente politicizzati che quando c’è l’occasione scendono in piazza per darle ai “rossi”? Ha ascoltato le registrazioni della poliziotta che si rallegra della morte di un manifestante? Secondo lui è normale, da paese civile?

Sono indignata, anche a nome di tanti cittadini stranieri che hanno assaggiato in quei giorni una fetta di Sudamerica anni 70 in pieno continente europeo. Indignata come genovese, perchè la mia città è stata stuprata e tra un pò diranno che se l’è cercata perchè girava in minigonna.

Non ultimo, anche se apparentemente non c’entra, mi fa rabbia il gianobifrontismo di Luke Skyuòlter che se deve parlare di nazifascismo, nei giorni della Marcia su Roma e del revanscismo sempre più sfacciato della destra estrema, sente il bisogno impellente di controbilanciare con gli orrori del comunismo, come un Ferrara qualsiasi.
Non è questione di equidistanza e obiettività, è paraculismo algebrico che azzera ogni tentativo di analisi storico-politica. Quelli dell’olio di ricino si sentono in fondo giustificati. Dovevano combattere un siffatto mostro, il Comunismo, poi la mano gli è un po’ scappata, pazienza.
Il ragionamento, a ben guardare è sempre lo stesso. A Genova alcuni manifestanti hanno devastato, la polizia ha menato, 1 a 1 e palla al centro. I manganellati sentitamente ringraziano.


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Facciamo un esperimento. Nominiamo Carlo Giuliani e partirà questo mantra in automatico:

“se cerco di ammazzare qualcuno con un estintore e’ logico che mi posso aspettare di tutto… ohm…
…Ormai il ragazzo non c’è più, lasciamolo riposare, ma non facciamone un eroe, solo perchè ha lanciato un estintore contro un carabiniere!… ohm…
…andava di tanto qua e là saltellando con un estintore in mano cercando di uccidere chi non la pensava come lui… ohm…
So solo che minacciava un poliziotto con un estintore in mano, il quale si e’ difeso con l’unica cosa che si e’ trovato in mano…ohm…
…magari se non tirava un estintore contro una jeep dei carabinieri sarebbe stato ancora vivo…ohm…
…Questo ragazzo voleva tirare un estintore sulla testa di un carabiniere…ohm…
…io non sono mai stato ad una manifestazione con cappello, sciarpa in viso ed estintore puntato contro i caramba o chiunque non la pensi come me…ohm…
…Di sicuro se guardate bene la foto noterete l’estintore per terra. Se non sbaglio voleva darlo in testa ad un poliziotto…ohm…
…i bravi ragazzi non vanno con un estintore in mano con l’intenzione di buttarlo addosso a un carabiniere…ohm…

Non importa che la verità su Piazza Alimonda non l’abbia scritta finora alcun tribunale, che non si sappia chi ha materialmente sparato i due colpi di pistola calibro 9 parabellum che hanno cagionato la morte di Carlo Giuliani e che quindi non vi sia certezza al di là di ogni ragionevole dubbio che proprio Mario Placanica sia l’uomo che sparò.
Non è nemmeno dimostrato che Giuliani volesse veramente usare l’estintore come arma e vi fosse intenzione da parte sua di uccidere.
L’inchiesta è stata archiviata. I brandelli che solo un processo avrebbe potuto mettere assieme per dar forma e senso compiuto alla verità li hanno forniti finora solo i testimoni e le foto.

Senza la verità stabilita da un processo può esserci solo interpretazione dei fatti e quella di Piazza Alimonda l’hanno scritta i telegiornali e i giornali sulla base di una tesi difensiva, quella di chi ha sparato, chiunque esso sia. Se non ricordo male fu l’on. Fini, la sera stessa, a parlare per primo dell’estintore.
E’ una “verità soggettiva” che comunque, come dimostra il luogo comune mantrico che ho condensato in alcuni esempi, gentilmente offerti da LiberoBlog, è ben radicato nell’opinione pubblica. Anche magari in chi meno te lo aspetti.

Ieri, rispondendo ad alcuni commenti al post su Genova ho detto che Carlo Giuliani è un nervo scoperto. Voglio solo qui ribadire che mi dispiace che solo pochi riescano ad andare oltre al luogo comune e al mantra dell’estintore instillatoci goccia a goccia da sei anni direttamente nel cervello.
“Carlo non era un eroe” è una variante del mantra. Io credo sia inevitabile che per qualcuno Carlo sia un eroe. Siamo culturalmente figli di coloro che dicevano: “chi muore giovane è caro agli dei”.
Mi rendo conto che un film come “Carlo Giuliani, ragazzo” possa risultare indisponente nella sua spudorata idealizzazione della vittima ma in realtà è solo difficilmente comprensibile per chi non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire perdere un figlio.

Io vedo gente oppressa dal lutto ogni giorno. Posso dire che si può superare il dolore per la morte di chiunque: del marito, della moglie, dell’amante, della madre e del padre. Dei fratelli e delle sorelle. Dei figli no.
Sono passati diciassette anni e questo padre è lì davanti a me con lo stesso dolore fresco di allora. Per lui il tempo si è fermato nel momento che la vita ha abbandonato suo figlio.
C’è una sola cosa che risulta quasi impossibile da sopportare per chi ha il dono dell’empatia per l’umana sofferenza. Vedere una madre che ricorda e piange il figlio morto. E’ un dolore che ti si scaglia addosso, che ti acchiappa il cuore e te lo morde e non c’è alcuna professionalità da psicologa che può venirti in aiuto.
E’ per questo che trovo osceno che si dica che Heidi Giuliani ha speculato sulla morte del figlio. E’ esagerata quando idealizza suo figlio? Certo, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Sarà che per età potrei aver avuto un figlio dell’età di Carlo ma, ricordandone la morte, mi sento solo di raccogliermi in un piccolo e silenzioso momento di Pietas.

Facciamo un esperimento. Nominiamo Carlo Giuliani e partirà questo mantra in automatico:

“se cerco di ammazzare qualcuno con un estintore e’ logico che mi posso aspettare di tutto… ohm…
…Ormai il ragazzo non c’è più, lasciamolo riposare, ma non facciamone un eroe, solo perchè ha lanciato un estintore contro un carabiniere!… ohm…
…andava di tanto qua e là saltellando con un estintore in mano cercando di uccidere chi non la pensava come lui… ohm…
So solo che minacciava un poliziotto con un estintore in mano, il quale si e’ difeso con l’unica cosa che si e’ trovato in mano…ohm…
…magari se non tirava un estintore contro una jeep dei carabinieri sarebbe stato ancora vivo…ohm…
…Questo ragazzo voleva tirare un estintore sulla testa di un carabiniere…ohm…
…io non sono mai stato ad una manifestazione con cappello, sciarpa in viso ed estintore puntato contro i caramba o chiunque non la pensi come me…ohm…
…Di sicuro se guardate bene la foto noterete l’estintore per terra. Se non sbaglio voleva darlo in testa ad un poliziotto…ohm…
…i bravi ragazzi non vanno con un estintore in mano con l’intenzione di buttarlo addosso a un carabiniere…ohm…

Non importa che la verità su Piazza Alimonda non l’abbia scritta finora alcun tribunale, che non si sappia chi ha materialmente sparato i due colpi di pistola calibro 9 parabellum che hanno cagionato la morte di Carlo Giuliani e che quindi non vi sia certezza al di là di ogni ragionevole dubbio che proprio Mario Placanica sia l’uomo che sparò.
Non è nemmeno dimostrato che Giuliani volesse veramente usare l’estintore come arma e vi fosse intenzione da parte sua di uccidere.
L’inchiesta è stata archiviata. I brandelli che solo un processo avrebbe potuto mettere assieme per dar forma e senso compiuto alla verità li hanno forniti finora solo i testimoni e le foto.

Senza la verità stabilita da un processo può esserci solo interpretazione dei fatti e quella di Piazza Alimonda l’hanno scritta i telegiornali e i giornali sulla base di una tesi difensiva, quella di chi ha sparato, chiunque esso sia. Se non ricordo male fu l’on. Fini, la sera stessa, a parlare per primo dell’estintore.
E’ una “verità soggettiva” che comunque, come dimostra il luogo comune mantrico che ho condensato in alcuni esempi, gentilmente offerti da LiberoBlog, è ben radicato nell’opinione pubblica. Anche magari in chi meno te lo aspetti.

Ieri, rispondendo ad alcuni commenti al post su Genova ho detto che Carlo Giuliani è un nervo scoperto. Voglio solo qui ribadire che mi dispiace che solo pochi riescano ad andare oltre al luogo comune e al mantra dell’estintore instillatoci goccia a goccia da sei anni direttamente nel cervello.
“Carlo non era un eroe” è una variante del mantra. Io credo sia inevitabile che per qualcuno Carlo sia un eroe. Siamo culturalmente figli di coloro che dicevano: “chi muore giovane è caro agli dei”.
Mi rendo conto che un film come “Carlo Giuliani, ragazzo” possa risultare indisponente nella sua spudorata idealizzazione della vittima ma in realtà è solo difficilmente comprensibile per chi non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire perdere un figlio.

Io vedo gente oppressa dal lutto ogni giorno. Posso dire che si può superare il dolore per la morte di chiunque: del marito, della moglie, dell’amante, della madre e del padre. Dei fratelli e delle sorelle. Dei figli no.
Sono passati diciassette anni e questo padre è lì davanti a me con lo stesso dolore fresco di allora. Per lui il tempo si è fermato nel momento che la vita ha abbandonato suo figlio.
C’è una sola cosa che risulta quasi impossibile da sopportare per chi ha il dono dell’empatia per l’umana sofferenza. Vedere una madre che ricorda e piange il figlio morto. E’ un dolore che ti si scaglia addosso, che ti acchiappa il cuore e te lo morde e non c’è alcuna professionalità da psicologa che può venirti in aiuto.
E’ per questo che trovo osceno che si dica che Heidi Giuliani ha speculato sulla morte del figlio. E’ esagerata quando idealizza suo figlio? Certo, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Sarà che per età potrei aver avuto un figlio dell’età di Carlo ma, ricordandone la morte, mi sento solo di raccogliermi in un piccolo e silenzioso momento di Pietas.


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A Genova spaccarono braccia, gambe, mani che si erano alzate per difendere il volto e teste, tante teste. Troppe per qualsiasi paese civile che pure stava affrontando una guerriglia urbana come quella dei giorni del G8 del 2001. E’ una cosa che, a sei anni di distanza, ancora mi fa riflettere.

Quando si picchia sulla testa si vuole fare male. La testa è delicata, un trauma cranico può provocare gravi lesioni permanenti e perfino la morte. Basti pensare a quando un calciatore riceve un calcio o una pallonata in testa. Immediatamente viene tolto dal campo e lo si manda al più presto a fare la TAC.
Immaginate quindi una testa che riceve una serie di manganellate, per giunta con il tonfa, un manganello particolarmente micidiale, che allora, nelle tre giornate di Genova, secondo i referti medici, fu perfino utilizzato dalla parte del manico. Per fare ancora più male?

L’uomo insanguinato nella prima immagine porta una mascherina e dei guanti di lattice, deve essere un medico o un infermiere. La furia dei manganelli, lo sappiamo, si scatenò non solo contro i manifestanti ma contro i sanitari e i giornalisti al seguito delle manifestazioni, che avrebbero dovuto essere, in un paese civile, intoccabili.
Sappiamo invece che furono picchiati con maggiore lena i manifestanti più pacifici e non altrettanta cura fu impiegata nel sedare i bollenti spiriti dei famigerati Black Bloc che, se andate a riguardarvi le immagini di quei giorni, sbucano all’improvviso come gli scarafaggi, agiscono ovunque praticamente indisturbati, compiono saccheggi e devastazioni e poi spariscono di nuovo. Lo so, sono cose dette e ridette, ma vale sempre la pena ricordarle.

Parlare dei pestaggi come eccessi di singoli, in quei giorni del G8, mi pare assolutamente fuori luogo. Quando il pestaggio è sistematico c’è una regia e questa regia fa paura.

Qui non si parla più di una polizia imparziale che si schiera in una piazza per proteggere il diritto dei cittadini a manifestare democraticamente e, nel momento in cui sbucano dei provocatori, si preoccupa di ristabilire l’ordine e la sicurezza degli altri manifestanti, rendendo gli aggressori inoffensivi.
Qui si ha il sospetto che “quella” polizia che abbiamo visto a Genova fosse una polizia politica, scesa in campo a combattere contro tutti i manifestanti e coloro che in vari modi li accompagnavano e che stesse difendendo solo quel potere contro cui si stava manifestando. Si spiegano così i cori nostalgici e i festeggiamenti alla sera e gli inni a Pinochet di Bolzaneto?

Ricordate la frase che tante signore benpensanti sputano in automatico pensando alla morte di Carlo Giuliani? “Se fosse rimasto a casa non gli sarebbe successo”. E’ la frase che dovrebbe essere presa a simbolo della violenza di quei giorni.
Contro il potere non si scende in piazza, neppure con le mani dipinte di bianco e con i vestiti che sanno ancora dell’incenso della sacrestia. Si resta a casa a guardare la televisione e non si rompono i coglioni.
Quando fecero vedere le immagini dei pestaggi di Corso Italia al TG1 si trattava di un avvertimento. Vedi il babbo con il bimbo piccolo in braccio e la vecchia insanguinata? Vedi cosa ti potrebbe succedere se ti venisse in mente la prossima volta di scendere in piazza anche tu?

Se vogliamo attribuire una simbologia ai gesti, ecco quindi che picchiare sulla testa esprime forse la volontà di estirpare le idee malsane da quelle menti. Di combattere le idee più che le persone. Infatti si inseguono i portatori di idee fin dentro i cortili e li si massacra invece di fermare i delinquenti.

So che “quella” polizia non è “la” polizia. E’ gravissimo però che nel nostro paese nessuno abbia ancora pagato per quei pestaggi e che nessun governo, centrodestro o centrosinistro, si preoccupi di avere all’interno delle forze dell’ordine un nucleo troppo politicizzato, che al momento opportuno può esprimere “quella” polizia che abbiamo visto e assaggiato a Genova.
E che, infine, non trova per lo meno inopportuno che un sindacato di polizia, il COISP, indìca per il 20 luglio una manifestazione e dibattito in Piazza Alimonda a Genova, dal titolo “L’estintore come strumento di pace”.
Non sarà una vera provocazione, ma a me pare comunque una buona imitazione.

A Genova spaccarono braccia, gambe, mani che si erano alzate per difendere il volto e teste, tante teste. Troppe per qualsiasi paese civile che pure stava affrontando una guerriglia urbana come quella dei giorni del G8 del 2001. E’ una cosa che, a sei anni di distanza, ancora mi fa riflettere.

Quando si picchia sulla testa si vuole fare male. La testa è delicata, un trauma cranico può provocare gravi lesioni permanenti e perfino la morte. Basti pensare a quando un calciatore riceve un calcio o una pallonata in testa. Immediatamente viene tolto dal campo e lo si manda al più presto a fare la TAC.
Immaginate quindi una testa che riceve una serie di manganellate, per giunta con il tonfa, un manganello particolarmente micidiale, che allora, nelle tre giornate di Genova, secondo i referti medici, fu perfino utilizzato dalla parte del manico. Per fare ancora più male?

L’uomo insanguinato nella prima immagine porta una mascherina e dei guanti di lattice, deve essere un medico o un infermiere. La furia dei manganelli, lo sappiamo, si scatenò non solo contro i manifestanti ma contro i sanitari e i giornalisti al seguito delle manifestazioni, che avrebbero dovuto essere, in un paese civile, intoccabili.
Sappiamo invece che furono picchiati con maggiore lena i manifestanti più pacifici e non altrettanta cura fu impiegata nel sedare i bollenti spiriti dei famigerati Black Bloc che, se andate a riguardarvi le immagini di quei giorni, sbucano all’improvviso come gli scarafaggi, agiscono ovunque praticamente indisturbati, compiono saccheggi e devastazioni e poi spariscono di nuovo. Lo so, sono cose dette e ridette, ma vale sempre la pena ricordarle.

Parlare dei pestaggi come eccessi di singoli, in quei giorni del G8, mi pare assolutamente fuori luogo. Quando il pestaggio è sistematico c’è una regia e questa regia fa paura.

Qui non si parla più di una polizia imparziale che si schiera in una piazza per proteggere il diritto dei cittadini a manifestare democraticamente e, nel momento in cui sbucano dei provocatori, si preoccupa di ristabilire l’ordine e la sicurezza degli altri manifestanti, rendendo gli aggressori inoffensivi.
Qui si ha il sospetto che “quella” polizia che abbiamo visto a Genova fosse una polizia politica, scesa in campo a combattere contro tutti i manifestanti e coloro che in vari modi li accompagnavano e che stesse difendendo solo quel potere contro cui si stava manifestando. Si spiegano così i cori nostalgici e i festeggiamenti alla sera e gli inni a Pinochet di Bolzaneto?

Ricordate la frase che tante signore benpensanti sputano in automatico pensando alla morte di Carlo Giuliani? “Se fosse rimasto a casa non gli sarebbe successo”. E’ la frase che dovrebbe essere presa a simbolo della violenza di quei giorni.
Contro il potere non si scende in piazza, neppure con le mani dipinte di bianco e con i vestiti che sanno ancora dell’incenso della sacrestia. Si resta a casa a guardare la televisione e non si rompono i coglioni.
Quando fecero vedere le immagini dei pestaggi di Corso Italia al TG1 si trattava di un avvertimento. Vedi il babbo con il bimbo piccolo in braccio e la vecchia insanguinata? Vedi cosa ti potrebbe succedere se ti venisse in mente la prossima volta di scendere in piazza anche tu?

Se vogliamo attribuire una simbologia ai gesti, ecco quindi che picchiare sulla testa esprime forse la volontà di estirpare le idee malsane da quelle menti. Di combattere le idee più che le persone. Infatti si inseguono i portatori di idee fin dentro i cortili e li si massacra invece di fermare i delinquenti.

So che “quella” polizia non è “la” polizia. E’ gravissimo però che nel nostro paese nessuno abbia ancora pagato per quei pestaggi e che nessun governo, centrodestro o centrosinistro, si preoccupi di avere all’interno delle forze dell’ordine un nucleo troppo politicizzato, che al momento opportuno può esprimere “quella” polizia che abbiamo visto e assaggiato a Genova.
E che, infine, non trova per lo meno inopportuno che un sindacato di polizia, il COISP, indìca per il 20 luglio una manifestazione e dibattito in Piazza Alimonda a Genova, dal titolo “L’estintore come strumento di pace”.
Non sarà una vera provocazione, ma a me pare comunque una buona imitazione.

Leggi anche “20 luglio 2001” su Mentecritica.


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Negli anni del glorioso governo Berlusconi il Sismi raccoglieva dossier sui magistrati e fabbricava fanfaluche per screditarne le inchieste che riguardavano tra gli altri, guarda un po’, Berlusconi.
Berlusconi dice che lui non c’era e se c’era dormiva. Infatti Montanelli sosteneva che lui fosse uno dei pochi uomini in grado di mentire anche nel sonno.

Il governo di centrosinistra promette come al solito una commissione d’inchiesta sulle ennesime deviazioni dei servizi, tanto prometterne una in più o in meno non costa nulla e si fa sempre bella figura.
Il diessino Brutti credeva tra l’altro che la funzione dei servizi segreti fosse quella di difendere l’integrità dello stato e tutelare la Costituzione, non di tradirla. (Beata ingenuità!)

La marescialla del G8 telefona a Nicola suo e mentre se lo intorta sulla hotline del 113 inneggia alla morte di Carlo Giuliani augurandosi un bilancio ben più consistente per i disordini:”… speriamo che muoiano tutti…”.
La suggeriremo per il ruolo di kapo.

Ormai in questo paese non si respira più. Ho bisogno di una boccata d’aria buona, scendo un attimo nella porcilaia.

P.S. Mi scuso con i maiali per l’accostamento.

Negli anni del glorioso governo Berlusconi il Sismi raccoglieva dossier sui magistrati e fabbricava fanfaluche per screditarne le inchieste che riguardavano tra gli altri, guarda un po’, Berlusconi.
Berlusconi dice che lui non c’era e se c’era dormiva. Infatti Montanelli sosteneva che lui fosse uno dei pochi uomini in grado di mentire anche nel sonno.

Il governo di centrosinistra promette come al solito una commissione d’inchiesta sulle ennesime deviazioni dei servizi, tanto prometterne una in più o in meno non costa nulla e si fa sempre bella figura.
Il diessino Brutti credeva tra l’altro che la funzione dei servizi segreti fosse quella di difendere l’integrità dello stato e tutelare la Costituzione, non di tradirla. (Beata ingenuità!)

La marescialla del G8 telefona a Nicola suo e mentre se lo intorta sulla hotline del 113 inneggia alla morte di Carlo Giuliani augurandosi un bilancio ben più consistente per i disordini:”… speriamo che muoiano tutti…”.
La suggeriremo per il ruolo di kapo.

Ormai in questo paese non si respira più. Ho bisogno di una boccata d’aria buona, scendo un attimo nella porcilaia.

P.S. Mi scuso con i maiali per l’accostamento.


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“Chissà perché quando si pensa al morto, persino a destra, si pensa a un manifestante colpito da un poliziotto. (…) Possibile che non si voglia credere che, annidata nella pancia accogliente del movimento anti-g8, ci sono coloro che cercano pervicacemente di innescare la violenza rivoluzionaria? (…) Qualcuno ha letto i documenti delle BR? Noi si. Da un anno sappiamo che pescano lì, vogliono accendere il fuoco nel popolo di Seattle.” (Renato Farina, Libero, 17 luglio 2001)

“Loro dicono di sognare un altro mondo,un mondo diverso e per questo si accingono a marciare contro la “zona rossa” di Genova: vogliono salvare il mondo dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla povertà e creare un futuro tutto nuovo. Non si può, semplicemente non si può. L’importante è capire che il mondo uscito dal xx secolo non desidera essere salvato.”(Giuliano Ferrara, il Foglio, 20 luglio 2001)

“Se avessi più coraggio scriverei: oggi sarà il giorno del morto. Solo un miracolo può scongiurare questo evento. Ma tutto porta lì. (…) Da qualsiasi parte si sia schierati e per qualsiasi motivo ci si sia infilati in quell’imbuto bellissimo e desolato che è questa città prosciugata dalla vita, ridotta a set televisivo e cinematografico, dove però non ci sono controfigure e il sangue non sarà succo di pomodoro”. (Renato Farina, Libero 20 luglio 2001)

“Quanto accaduto ieri (e sta accadendo) era stato ampiamente previsto, da tutti meno che dal governo, illuso di poter controllare la piazza. Ma la piazza non la controlla nessuno senza ricorrere alle armi (…) è indubbio che i dimostranti hanno cercato lo scontro con le forze dell’ordine (…) Loro hanno provocato gli incidenti, incluso quello nel quale è morto il giovane(…) Sparare per legittima difesa nello svolgimento del servizio non solo è lecito, ma lodevole. Propongo una medaglia.”(Vittorio Feltri, Libero 21 luglio 2001)

“Un popolo autenticamente pacifico, rispettoso del prossimo e desideroso di aiutare i poveri del mondo non frequenta (…) una banda imbufalita e inarrestabile di delinquenti. Non va nei luoghi che saranno sicuro teatro di bestialità e spietatezza.” (Vittorio Feltri, Libero 22 luglio)

“Ben vengano le irruzioni, anche pesanti, da parte della polizia. Mi auguro che in futuro tali irruzioni possano essere compiute anche nei centri sociali e in tutte le sedi che raccolgono questa feccia del mondo”. (La Padania, 24 luglio)


(La gestione della manifestazione) “Servirà da esempio ai futuri vertici”; (il blitz della scuola Diaz) “Era una semplice operazione di identificazione di alcune persone che si è trasformata in un’azione di ordine pubblico perché gli agenti sono stati attaccati”; Nessun errore dunque, nessun abuso, al massimo, concede De Gennaro, “eccessi da parte di singoli” che un’indagine della Polizia servirà ad accertare “se saranno verificati”.
(La colpa degli incidenti?) “di un migliaio di violenti, dai Black Bloc agli anarchici insurrezionalisti, a coloro che hanno cercato lo scontro con le forze di polizia”. (La morte di Carlo Giuliani) “Le immagini rendono l’idea di un’aggressione violenta e di una condizione di assoluto pericolo per il carabiniere”.
(TG5 intervista a Gianni De Gennaro, capo della polizia, 25 luglio 2001)

“Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana”.
“Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze”. “Non ho detto la verità per senso di appartenenza”.
(Testimonianza giurata di Michelangelo Fournier, vicequestore aggiunto nei giorni del G8, al processo ai poliziotti accusati di violenze e maltrattamenti nella scuola Diaz nel luglio del 2001. Rainews24, 13 giugno 2007).


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