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Prima di abbracciare e baciare Obama, che da oggi diventa il 44° presidente degli Stati Uniti, dopo aver accompagnato Giorgino alla porta senza rimpianti e aver spinto fuori la carrozzella di Dick Cheney (peccato non fossimo ad Odessa sulla scalinata), bisognerebbe chiedersi: i neocon, i guerrafondai del PNAC, si levano anch’essi dai coglioni o rimangono a sorvegliare la bottega e a far in modo che Barack cambi l’America ma non troppo, ed in ogni caso non la cambi contro i loro sporchi interessi?

Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

Auguri Obama, in culo ai portasfiga e che la Forza sia con te. E attento al lato oscuro.


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Prima di abbracciare e baciare Obama, che da oggi diventa il 44° presidente degli Stati Uniti, dopo aver accompagnato Giorgino alla porta senza rimpianti e aver spinto fuori la carrozzella di Dick Cheney (peccato non fossimo ad Odessa sulla scalinata), bisognerebbe chiedersi: i neocon, i guerrafondai del PNAC, si levano anch’essi dai coglioni o rimangono a sorvegliare la bottega e a far in modo che Barack cambi l’America ma non troppo, ed in ogni caso non la cambi contro i loro sporchi interessi?

Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

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Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

Auguri Obama, in culo ai portasfiga e che la Forza sia con te. E attento al lato oscuro.


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Càpita spesso in questi giorni di discutere con interlocutori che difendono a spada tratta le ragioni di Israele.
C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

La corrispondenza di Vittorio Arrigoni.
Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.

http://www.youtube.com/v/Ev6ojm62qwA&hl=it&fs=1

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C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

La corrispondenza di Vittorio Arrigoni.
Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.



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C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

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Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.


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“Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai”. (Antoine, 1967)

I nostri media, dall’abituale posizione a novanta gradi, si chiedono sbigottiti come sia stato possibile che un giornalista, una delle specie più miti ed arrendevoli nei confronti dei potenti, possa aver fatto un gesto tanto clamoroso nei confronti dell’Imperatore del Petrolio in persona, tirandogli addosso non un cavalletto da fotografo ma addirittura le proprie scarpe.
Capisco lo sconcerto. E’ come quando il cucciolone fino ad allora mansueto improvvisamente mozzica il bambino che gli ha tirato la coda e torto le orecchie fin da quando è nato. Tutti a gridare di abbattere la bestiaccia irriverente ed ingrata. Cosa gli è preso? Chissà cosa diavolo ci mettono in quelle crocchette per animali.

Pensano sia capitato lo stesso con Muntasser al-Saidi, sciita di 28 anni, giornalista televisivo, in passato vittima degli squadroni della morte fiancheggiatori della coalizione di liberatori dell’Iraq, rapito e torturato.
Per i lecchè della stampa occidentale, Muntasser avrebbe dovuto chiedere lui di leccare le scarpe a Bush in segno di sottomissione. Fantasia feticista che gli insetti di tutto il mondo fanno abitualmente. Invece gli si è rivoltato contro, aggredendolo e insultandolo, ma che strano fenomeno.

Certo è più facile immaginare che Brunetta si alzi domattina di venti centimetri più alto che pensare a Bruno Vespa che lancia una Tod’s addosso ad un politico, seppure dell’opposizione.
No, dev’essere l’aria malsana dell’Iraq, l’uranio impoverito, le armi chimico-batteriologiche, la Sindrome del Golfo.
Infatti hanno sottoposto il lanciatore di scarpe a perizia psichiatrica e ad esame tossicologico. Già, uno che si incazza sentendo le minchiate di Bush, sentendolo cazzeggiare su una guerra che ha provocato migliaia e migliaia di morti, può essere solo un pazzo scatenato.
Vogliono dargli sette anni di galera per aver mancato il presidente americano. Sette anni se ci fu premeditazione, solo due se si trattò di raptus.

Bush, dal canto suo, è stato bravo ad intercettare e schivare entrambe le calzature, bisogna ammetterlo. Se avesse avuto una mazza da baseball in mano avrebbe potuto perfino tentare un fuoricampo.
Povero George, irriso da un Giovan Battista Perasso qualunque. Si può proprio dire che la sua presidenza è finita in una scarpata.

Vogliate ora gradire, per tutti gli amanti delle scarpe, anche in senso feticistico, il seguente filmatino (di rara bruttezza stilistica).



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“Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai”. (Antoine, 1967)

I nostri media, dall’abituale posizione a novanta gradi, si chiedono sbigottiti come sia stato possibile che un giornalista, una delle specie più miti ed arrendevoli nei confronti dei potenti, possa aver fatto un gesto tanto clamoroso nei confronti dell’Imperatore del Petrolio in persona, tirandogli addosso non un cavalletto da fotografo ma addirittura le proprie scarpe.
Capisco lo sconcerto. E’ come quando il cucciolone fino ad allora mansueto improvvisamente mozzica il bambino che gli ha tirato la coda e torto le orecchie fin da quando è nato. Tutti a gridare di abbattere la bestiaccia irriverente ed ingrata. Cosa gli è preso? Chissà cosa diavolo ci mettono in quelle crocchette per animali.

Pensano sia capitato lo stesso con Muntasser al-Saidi, sciita di 28 anni, giornalista televisivo, in passato vittima degli squadroni della morte fiancheggiatori della coalizione di liberatori dell’Iraq, rapito e torturato.
Per i lecchè della stampa occidentale, Muntasser avrebbe dovuto chiedere lui di leccare le scarpe a Bush in segno di sottomissione. Fantasia feticista che gli insetti di tutto il mondo fanno abitualmente. Invece gli si è rivoltato contro, aggredendolo e insultandolo, ma che strano fenomeno.

Certo è più facile immaginare che Brunetta si alzi domattina di venti centimetri più alto che pensare a Bruno Vespa che lancia una Tod’s addosso ad un politico, seppure dell’opposizione.
No, dev’essere l’aria malsana dell’Iraq, l’uranio impoverito, le armi chimico-batteriologiche, la Sindrome del Golfo.
Infatti hanno sottoposto il lanciatore di scarpe a perizia psichiatrica e ad esame tossicologico. Già, uno che si incazza sentendo le minchiate di Bush, sentendolo cazzeggiare su una guerra che ha provocato migliaia e migliaia di morti, può essere solo un pazzo scatenato.
Vogliono dargli sette anni di galera per aver mancato il presidente americano. Sette anni se ci fu premeditazione, solo due se si trattò di raptus.

Bush, dal canto suo, è stato bravo ad intercettare e schivare entrambe le calzature, bisogna ammetterlo. Se avesse avuto una mazza da baseball in mano avrebbe potuto perfino tentare un fuoricampo.
Povero George, irriso da un Giovan Battista Perasso qualunque. Si può proprio dire che la sua presidenza è finita in una scarpata.

Vogliate ora gradire, per tutti gli amanti delle scarpe, anche in senso feticistico, il seguente filmatino (di rara bruttezza stilistica).


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“Qualunque cosa fai, ovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai”. (Antoine, 1967)

I nostri media, dall’abituale posizione a novanta gradi, si chiedono sbigottiti come sia stato possibile che un giornalista, una delle specie più miti ed arrendevoli nei confronti dei potenti, possa aver fatto un gesto tanto clamoroso nei confronti dell’Imperatore del Petrolio in persona, tirandogli addosso non un cavalletto da fotografo ma addirittura le proprie scarpe.
Capisco lo sconcerto. E’ come quando il cucciolone fino ad allora mansueto improvvisamente mozzica il bambino che gli ha tirato la coda e torto le orecchie fin da quando è nato. Tutti a gridare di abbattere la bestiaccia irriverente ed ingrata. Cosa gli è preso? Chissà cosa diavolo ci mettono in quelle crocchette per animali.

Pensano sia capitato lo stesso con Muntasser al-Saidi, sciita di 28 anni, giornalista televisivo, in passato vittima degli squadroni della morte fiancheggiatori della coalizione di liberatori dell’Iraq, rapito e torturato.
Per i lecchè della stampa occidentale, Muntasser avrebbe dovuto chiedere lui di leccare le scarpe a Bush in segno di sottomissione. Fantasia feticista che gli insetti di tutto il mondo fanno abitualmente. Invece gli si è rivoltato contro, aggredendolo e insultandolo, ma che strano fenomeno.

Certo è più facile immaginare che Brunetta si alzi domattina di venti centimetri più alto che pensare a Bruno Vespa che lancia una Tod’s addosso ad un politico, seppure dell’opposizione.
No, dev’essere l’aria malsana dell’Iraq, l’uranio impoverito, le armi chimico-batteriologiche, la Sindrome del Golfo.
Infatti hanno sottoposto il lanciatore di scarpe a perizia psichiatrica e ad esame tossicologico. Già, uno che si incazza sentendo le minchiate di Bush, sentendolo cazzeggiare su una guerra che ha provocato migliaia e migliaia di morti, può essere solo un pazzo scatenato.
Vogliono dargli sette anni di galera per aver mancato il presidente americano. Sette anni se ci fu premeditazione, solo due se si trattò di raptus.

Bush, dal canto suo, è stato bravo ad intercettare e schivare entrambe le calzature, bisogna ammetterlo. Se avesse avuto una mazza da baseball in mano avrebbe potuto perfino tentare un fuoricampo.
Povero George, irriso da un Giovan Battista Perasso qualunque. Si può proprio dire che la sua presidenza è finita in una scarpata.

Vogliate ora gradire, per tutti gli amanti delle scarpe, anche in senso feticistico, il seguente filmatino (di rara bruttezza stilistica).

http://www.youtube.com/v/7OU7Nezg7Ls&hl=it&fs=1

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Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po’ come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l’America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po’, per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l’aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d’estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall’altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l’altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all’11 settembre 2001.
Fu l’unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L’11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l’M16 e correre in salvo dell’America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: “Per carità, George, non toccare nulla”.
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: “Ma che pilota scarso, quello!” Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all’estero alla “non si sa per che cazzo combattiamo”, costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l’11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E’ stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell’Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall’Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell’11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all’ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l’invasione dell’Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E’ stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell’11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l’americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l’America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all’America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va’ George, e che Dio ti perdoni.

Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente questo pezzo di televisione vintage, la sigla finale di “Non Stop” del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase “si sba-rac-ca!”. Un omaggio ed un ricordo.


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