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“Time”, la rivista che elesse uomo dell’anno del 1938 Adolf Hitler e Stalin per ben due volte, nel ’39 e nel ’42, ha deciso che FarmVille è tra le 50 peggiori invenzioni dell’umanità. Addirittura!
Che sia una classifica imbecille come poche lo dimostra il fatto che mescola cose magari fastidiose ma innocue come la mollettina della suite Office di Microsoft e le orrende ciabatte Crocs a vere e proprie piaghe d’Egitto come l’Agent Orange, il DDT, i coloranti alimentari e l’amianto.

La motivazione per l’anatema nei confronti della fattoria virtuale della Zynga – definita quest’ultima addirittura “genio del male” – è perchè distoglierebbe milioni di persone dal lavoro, obbligandole a passare ore ed ore a cliccare su raccolti ed animaletti vari senza un vero scopo se non quello di portare avanti il gioco all’infinito.
Ecco in azione la grigia e deprimente etica protestante del capitalismo. Quella secondo la quale si va in paradiso solo se ce lo siamo meritati sulla Terra e se abbiamo pensato per quarant’anni solo al lavoro.

Forse quegli scassaminchia snob di “Time” hanno capito che FarmVille, aldilà di tutti i suoi difetti, è un gioco che sviluppa la cooperazione tra gli individui, li obbliga a socializzare con i vicini e ad aiutarli nella coltivazione e nell’allevamento delle bestie. Nella fattoria di Farmville, che è quanto di più simile ad un Kolchoz esista, l’utopia collettivista si realizza finalmente senza sforzi. Non c’è mai la grandine, nessun raccolto va a remengo se non per la svogliatezza del contadino e c’è perfino la possibilità che un solerte vicino ti rianimi i raccolti ormai perduti con lo spruzzetto.
Insomma FarmVille è il gioco più subdolamente comunista che sia mai stato inventato. Soprattutto ora che ha perfino introdotto le cooperative!
E’ indubbiamente un arma di distrazione di massa ed io sospetto che possa essere perfino il più formidabile esperimento psicologico su vasta scala mai realizzato, dal modo in cui si può svelare l’organizzazione mentale di chi ci gioca.

E’ un gioco stupido che dà dipendenza. Chi lo nega? Ieri che si era impallata a causa di un aggiornamento venuto male c’erano milioni di giocatori in pura scimmia, che intasavano i forum alla ricerca della soluzione per poter accedere di nuovo alla propria amata fattoria.
Però ci sono cose più gravi a questo mondo. Diciamolo, è molto peggio uscire di casa e andare in cerca di gay da pestare a sangue, torturare e dar fuoco ad un animale, ciondolare senza arte nè parte.
E’ un gioco che dà dipendenza e che ti prende la mano. Prendi questa mano, Zynga.
Si, però fateci capire: i giochi sparatutto no perchè sono violenti. Quelli agresti e che insegnano ai bambini, solo per fare un esempio, ad amare gli animali, che sviluppa un certo senso architettonico e ti fa riavvicina alla natura no perchè distolgono dal lavoro e sono stupidi.
Parliamoci chiaro. Con la vita di merda che facciamo con qualcosa bisogna pur stordirsi. La droga no, e va bene. Le sigarette, l’alcool e il gioco d’azzardo no. Almeno lasciateci FarmVille.

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Credendo di avere avuto un’idea originale, postai giorni fa una nota su Facebook dicendo che se uno si ritrovava 24×24 quadretti di fattoria coltivati tutti a Marja, era la prova che ti avevano hackerato Farmville.
Oggi ho trovato per caso questo filmatino che dimostra come quella della fattoria in stile giamaicano, con la scusa di Bob Marley, sia una fantasia piuttosto diffusa.

La mia era una battuta ma speriamo che, visto il precedente dell’orribile Mafia Wars, dove per salire di livello devi diventare un vero delinquente, qualcuno, altro che Marja, non si inventi una versione della fattoria dedicata alle sostanze stupefacenti. ‘Azz, è ora di raccogliere l’oppio e la coca, ché altrimenti mi si seccano. Invece dei vicini, una bella cinquantina di trafficanti. Invece del misero villone da sboroni, la possibilità di acquistare intere nazioni come l’Afghanistan.
Non sarebbe romantico come Farmville perchè assomiglierebbe un sacco alla Colombia. Poi magari nelle uova d’oro, invece dei teneri asinelli, potresti trovarci qualche cane antidroga.

(Questo post non suggerisce l’utilizzo di droghe. Anche perchè non è bello ridursi come la cocaina, costretta ormai a sniffare ogni giorno Morgan.)

Il mio problema principale, in questi giorni, tra tempeste emotive ed ormonali varie, è che mi sono fatta incastrare dal giochino di Facebook, quello dove riconosci i veri amici, quelli che ti vogliono veramente bene, perchè ti riempiono di galline e alberi di frutti esotici.

Per chi non conoscesse ancora Farmville, ci si crea un avatar e si ha a disposizione, in partenza, un lotto di terreno che bisogna coltivare.
Più si semina e più si raccoglie e, man mano che si cresce nei livelli del gioco, ci si può dedicare a coltivazioni sempre più pregiate ed aumentare l’ampiezza della piantagione. Ovviamente i raccolti portano soldi, con i quali si possono acquistare attrezzature varie; trattori Landini, autorimesse, pollai, stalle, animali, alberi e sementi ma anche una serie infinita di oggetti più o meno coerenti con l’ambiente agreste.

Una volta seminati i quadretti di terreno bisogna ricordarsi di fare il raccolto in tempo, altrimenti si secca tutto. Questo perchè ogni tipo di coltivazione ha i suoi tempi di maturazione. Le fragole, ad esempio, di solito vanno sempre a male perchè maturano troppo alla svelta. Gli animali vanno tosati, munti, le uova raccolte. Un lavoro della madonna.
Ogni Farmer, in italiano coltivatore diretto, ha la possibilità di farsi dei vicini ai quali farà la cortesia di scacciare i corvi, dare il mangime alle galline e concimare il terreno. I vicini restituiscono il favore e inoltre ci si scambiano regali, soprattutto alberi da piantare e animaletti vari.
Ci sono poi da aprire le uova misteriose che contengono altri regali, bonus vari e sorpresuole che arrivano direttamente dal Signor Farmville in persona.

E’ un gioco strano. Indubbiamente collettivista, perchè cresci se crescono gli altri. Se io do una gallina a te, tu molto probabilmente ne darai una a me e, nello scambio, ci guadagnamo tutti. No gallina, no party. Se trascuri il tuo campo e ci trovo sempre erbacce e foglie secche mi stuferò di visitarlo e non ti aiuterò più. Invece, coloro che hanno piantagioni curatissime e rigogliose scateneranno la nostra voglia di concimare e concimare ettari di terreno. L’erba del vicino…

Collettivista si, maanche un inno all’accumulazione. Farmville è la famigerata accumulazione capitalistica applicata all’agricoltura.
Visitando le Farm dei vicini ti chiedi come mai certuni ammassino tonnellate di bovini in un recinto strettissimo ed allineino gli alberi stretti stretti senza più alcun senso di realtà paesaggistica. Perchè non cedere le mucche in sovrannumero, mi chiedo, e sostituirle con altri animali o cose? No, il bello di Farmville è proprio avere cinquanta pecore in un centimetro quadrato.
Al colmo dell’ammasso, alcune Farm non sono più fattorie, ma assomigliano a quei capannoni di mercatino dell’usato dove c’è un’accozzaglia assurda di ogni tipo di mercanzia tra cui puoi trovare palloni aerostatici, tendoni da circo, pagode, elefanti, lampioni, ecc.

Non c’era bisogno di dirmelo perchè ad una strizzacervelli certe cose non sfuggono. Avevo già intuito che dal modo in cui uno si struttura la sua Farm in Farmville si può capire il carattere e la personalità del soggetto. Come quando ti dicono che dal modo in cui uno si comporta a tavola puoi capire come sarà più tardi a letto.
I precisini e le persone razionali terranno tutto separato e ben ordinato nei recinti. Vacche di qua e maiali di là. I caotici e i pazzerelloni tenderanno all’accumulazione selvaggia e senza regole. Senza steccati, letteralmente. Ci sono poi quelli che coltivano trenta ettari a vite e basta e forse hanno una passione, per Bacco.

Il problema rappresentato da Farmville, al di là dello snobismo di chi ti deride: “Nooooo, anche tu qui???!” Ma come, non l’avrei mai detto!” e dico snobismo perchè il gioco è carino e divertente, oltre che più delicato di un Resident Evil, è che rischi di perderci delle mezze giornate. Tra concimare tutti i terreni dei vicini, fare i regali agli amici, andare a raspare nelle bacheche altrui l’animaletto smarrito da adottare o la gallinella dalle uova d’oro, ricordarsi di andare a trebbiare il grano e raccogliere i tulipani rossi prima di mezzogiorno perchè se no appassiscono, questo è un gioco che, se ti ci perdi, ci passi tranquillamente delle ore intere.

Così magari alla sera, per colmo di assurdità, se hai avuto in ufficio una giornata tranquilla da passare su Farmville per non morire di noia, ti senti pure stanca a causa della mietitura virtuale.
Speriamo l’Italia non veda la sua crescita frenata a causa di persone che invece di lavorare si trastullano con le galline.
Come arma di distrazione di massa in effetti non è niente male. Braccia rubate dall’agricoltura, appunto.

Anche se non lo ammetterebbe mai, la destra è preoccupata per le sorti della consultazione elettorale, visto che il dato per morto centrosinistra potrebbe rianimarsi nel morto vivente PD di Veltroni e che ai sondagi che li danno vincitori a valanga credono solo i sondagisti di Berlusconi. Con l’astensionismo che potrebbe salire a livelli stellari occorrono argomenti forti, che mirino diritti allo stomaco, meglio ancora un po’ più sotto, alla massa intestinale.

State allegri quindi, perché la destra, dopo notti insonni, ha trovato finalmente l’argomento attorno al quale far girare tutta la prossima campagna elettorale.

Visto che in Italia una destra moderna e laica, nonostante tutti gli sforzi peristaltici di Fini è impraticabile, aspettatevi tutto l’armamentario del peggior clericofascismo di ritorno, alla ennesima crociata contro i soliti bersagli, le donne e tutti i portatori di istanze di diritti civili, come gli omosessuali, le coppie di fatto e i malati che chiedono di poter morire in pace.
Prima le donne e i bambini, si dice, ed ecco che la rioccupazione del potere comincia dai nostri uteri.

Prima Ferrara con la moratoria contro l’aborto, ora un documento dei ginecologi di quattro università romane che invitano i colleghi a tentare comunque la rianimazione di un feto nato pretermine al limite di sopravvivenza della 23a settimana, limite che tra l’altro la legge 194 fissa per permettere l’interruzione di gravidanza.
Attenzione, lo si deve rianimare anche se la madre è contraria, e scusate se è poco.
Ricordiamo che un aborto che avvenga alla 23a settimana è sempre di tipo terapeutico, perché il feto è malformato e le sue chances di sopravvivenza sono scarse oppure perché la madre corre pericolo di vita a causa di una gravidanza problematica.
L’aborto volontario intercorre sempre nelle primissime settimane quando si parla ancora di un embrione assolutamente incapace di sopravvivere autonomamente in ambiente extrauterino.
Nonostante uno dei medici che hanno stilato il documento abbia dichiarato questa sera al TG1 che il discorso si riferiva ai nati pretermine voluti dai genitori e non ai feti abortiti, il messaggio comunque era già arrivato forte e chiaro, oltretutto nella giornata dedicata dalla Chiesa alla difesa della vita.

La propaganda funziona così. Si prende un documento ambiguo, se ne distorcono le motivazioni, si mescolano realtà e fantasia e si usa il prodotto finale come una mazza ferrata contro il vero obiettivo della campagna.
Nei casi ai quali si riferiva il documento, ai bambini nati pretermine in rischio di vita, nessuna madre sana di mente si opporrebbe ai tentativi di rianimazione del piccolo, perché la gravidanza è voluta e a volte disperatamente cercata.
Inserire la frase “anche se la madre è contraria” (perché magari non vuole infliggere inutili sofferenze al piccolo e lasciarlo morire in pace), significa allargare pretestuosamente il discorso all’aborto terapeutico che può avvenire anche al limite delle 23 settimane.
Scoprire che il feto è anencefalico, ovvero privo di cervello quindi incompatibile con la vita, può condurre i genitori a questo tipo di scelta dolorosa.
Ed ecco che a questo punto, oltre all’aborto, con questo documento si dà una mazzata anche al diritto all’eutanasia, ovviamente sempre confusa in maniera disonesta con l’eugenetica.
I classici due piccioni con una fava, e ovviamente si criminalizza ancora una volta la donna, ritraendola come colei che di fronte al pianto disperato di un povero bambino nato prematuro chiede al medico di sopprimerlo comunque. Una pura creazione propagandistica come i comunisti che mangiano i bambini ma che tanto colpisce l’immaginario collettivo.

Queste donne non esistono, come dice nel bellissimo articolo “Aborto, ma dove sono le donne Erode che descrivono i cattolici?” Gennaro Carotenuto ma tant’è, fanno parte della mitologia cattolica che, dice ancora Gennaro, idolatra la madre martire che si lascia morire per mettere al mondo un orfano.

E’ questa mitologia, assieme al culto della famiglia indissolubile e fondata sulla diade uomo-donna, che ci propineranno nei mesi a venire fino alla nausea. Vedremo se dall’altra parte della barricata politica si tireranno giù i pantaloni per offrire le terga al volere clericale oppure avranno la forza di opporvisi e difenderanno i nostri diritti civili.
Ho qualche dubbio però. Qui da rianimare sono soprattutto i laici. Coraggio, che li stiamo perdendo.


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Anche se non lo ammetterebbe mai, la destra è preoccupata per le sorti della consultazione elettorale, visto che il dato per morto centrosinistra potrebbe rianimarsi nel morto vivente PD di Veltroni e che ai sondagi che li danno vincitori a valanga credono solo i sondagisti di Berlusconi. Con l’astensionismo che potrebbe salire a livelli stellari occorrono argomenti forti, che mirino diritti allo stomaco, meglio ancora un po’ più sotto, alla massa intestinale.

State allegri quindi, perché la destra, dopo notti insonni, ha trovato finalmente l’argomento attorno al quale far girare tutta la prossima campagna elettorale.

Visto che in Italia una destra moderna e laica, nonostante tutti gli sforzi peristaltici di Fini è impraticabile, aspettatevi tutto l’armamentario del peggior clericofascismo di ritorno, alla ennesima crociata contro i soliti bersagli, le donne e tutti i portatori di istanze di diritti civili, come gli omosessuali, le coppie di fatto e i malati che chiedono di poter morire in pace.
Prima le donne e i bambini, si dice, ed ecco che la rioccupazione del potere comincia dai nostri uteri.

Prima Ferrara con la moratoria contro l’aborto, ora un documento dei ginecologi di quattro università romane che invitano i colleghi a tentare comunque la rianimazione di un feto nato pretermine al limite di sopravvivenza della 23a settimana, limite che tra l’altro la legge 194 fissa per permettere l’interruzione di gravidanza.
Attenzione, lo si deve rianimare anche se la madre è contraria, e scusate se è poco.
Ricordiamo che un aborto che avvenga alla 23a settimana è sempre di tipo terapeutico, perché il feto è malformato e le sue chances di sopravvivenza sono scarse oppure perché la madre corre pericolo di vita a causa di una gravidanza problematica.
L’aborto volontario intercorre sempre nelle primissime settimane quando si parla ancora di un embrione assolutamente incapace di sopravvivere autonomamente in ambiente extrauterino.
Nonostante uno dei medici che hanno stilato il documento abbia dichiarato questa sera al TG1 che il discorso si riferiva ai nati pretermine voluti dai genitori e non ai feti abortiti, il messaggio comunque era già arrivato forte e chiaro, oltretutto nella giornata dedicata dalla Chiesa alla difesa della vita.

La propaganda funziona così. Si prende un documento ambiguo, se ne distorcono le motivazioni, si mescolano realtà e fantasia e si usa il prodotto finale come una mazza ferrata contro il vero obiettivo della campagna.
Nei casi ai quali si riferiva il documento, ai bambini nati pretermine in rischio di vita, nessuna madre sana di mente si opporrebbe ai tentativi di rianimazione del piccolo, perché la gravidanza è voluta e a volte disperatamente cercata.
Inserire la frase “anche se la madre è contraria” (perché magari non vuole infliggere inutili sofferenze al piccolo e lasciarlo morire in pace), significa allargare pretestuosamente il discorso all’aborto terapeutico che può avvenire anche al limite delle 23 settimane.
Scoprire che il feto è anencefalico, ovvero privo di cervello quindi incompatibile con la vita, può condurre i genitori a questo tipo di scelta dolorosa.
Ed ecco che a questo punto, oltre all’aborto, con questo documento si dà una mazzata anche al diritto all’eutanasia, ovviamente sempre confusa in maniera disonesta con l’eugenetica.
I classici due piccioni con una fava, e ovviamente si criminalizza ancora una volta la donna, ritraendola come colei che di fronte al pianto disperato di un povero bambino nato prematuro chiede al medico di sopprimerlo comunque. Una pura creazione propagandistica come i comunisti che mangiano i bambini ma che tanto colpisce l’immaginario collettivo.

Queste donne non esistono, come dice nel bellissimo articolo “Aborto, ma dove sono le donne Erode che descrivono i cattolici?” Gennaro Carotenuto ma tant’è, fanno parte della mitologia cattolica che, dice ancora Gennaro, idolatra la madre martire che si lascia morire per mettere al mondo un orfano.

E’ questa mitologia, assieme al culto della famiglia indissolubile e fondata sulla diade uomo-donna, che ci propineranno nei mesi a venire fino alla nausea. Vedremo se dall’altra parte della barricata politica si tireranno giù i pantaloni per offrire le terga al volere clericale oppure avranno la forza di opporvisi e difenderanno i nostri diritti civili.
Ho qualche dubbio però. Qui da rianimare sono soprattutto i laici. Coraggio, che li stiamo perdendo.


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Statisti, politici, imprenditori e presidenti vengono spesso minacciati da nemici più o meno oscuri. Generalmente, più la minaccia è seria meno è possibile identificarne l’autore. Gli avvertimenti che si traducono in azione sono sempre sottili, allusivi, mai diretti.

A Dallas, il 21 novembre del 1963, apparvero nelle strade dei volantini che raffiguravano il Presidente Kennedy con sotto la scritta “Wanted for Treason” (ricercato per tradimento) ed elencate una serie di ragioni per le quali i latori del presente facevano capire che la sua visita il giorno successivo non era gradita nello stato della Stella Solitaria.
Le pallottole arrivarono sul serio il giorno dopo e non solo dal Manlicher Carcano a caricamento manuale di Lee Oswald ma il volantino non conteneva alcuna minaccia di morte concreta nè tantomeno una firma.

1974, New York. Aldo Moro è in visita negli Stati Uniti e, a quanto racconta il suo ex-segretario Guerzoni, in quell’occasione vi fu un colloquio molto apro tra lo statista italiano e il segretario di stato Henry Kissinger. Nessun esplicito “se vai con i comunisti sei un uomo morto”, intendiamoci ma quel tipo di messaggio che ti fa capire che a qualcuno di molto importante ciò che fai non è gradito. Secondo Guerzoni, a seguito del colloquio, Moro si sentì male. Qualcuno in seguito e con il senno di poi ha voluto leggere nei rimbrotti di Kissinger una minaccia diretta alla politica di apertura verso il PCI di Moro.

Mi sono tornati in mente questi due episodi a seguito dell’articolo apparso su “il Giornale”, ripreso da Swa, sulle pallottole inviate per posta ai Berlusconi Brothers.

«Queste due pallottole a salve sono il preavviso per i fratelli Berlusconi, una per Silvio e una per il fratello Paolo, responsabili delle porcate che scrivono sul Giornale e della loro politica anti-Islam».
«Alla prima occasione propizia», dice, «con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all’italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili».
«Allah è grande».

Vediamo. Non potranno fermarli perchè imprevedibili però preannunciano come avverrà il colpo. Scrivono l’indirizzo sulla busta a mano, ingenuità che neanche uno scrivano anonimo che ti informa che sei cornuto commetterebbe.
Io personalmente avrei messo “come abbiamo fatto in Pakistan”, non come “hanno fatto”.
Per fortuna hanno usato francobolli adesivi e non leccati personalmente dal capo terrorista.

Quello che non mi convince è il kamikaze “all’italiana”, che temo brilli per inaffidabilità. Mettere sullo stesso piano di importanza Paolo e Silvio è commovente ma fuori dalla realtà, ma la cosa più inquietante è la cosa del predellino.
Con o senza. Questo si che è un messaggio misterioso e da brividi.
Mario Giordano decifra il codice e sostiene che il riferimento è proprio alla svolta di Piazza San Babila.
Non vorranno mica sabotare il predellino sul quale Berlusconi è costretto a salire per arringare la folla? Una caduta da tale altezza sarebbe fatale.

Comunque anche il direttore ha i suoi dubbi e instilla nel lettore il sospetto che i latori della minaccia siano i soliti terroristi comunisti, visto che chiamano ancora il Giornale con l’aggettivo “Nuovo”, come ai tempi delle BR. Strano che non si nominino, nell’articolo, gli anarcoinsurrezionalisti.

Io comunque, fossi l’ex Presidente del Consiglio, non mi preoccuperei fintanto che non mi arriva una roba del genere.


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Statisti, politici, imprenditori e presidenti vengono spesso minacciati da nemici più o meno oscuri. Generalmente, più la minaccia è seria meno è possibile identificarne l’autore. Gli avvertimenti che si traducono in azione sono sempre sottili, allusivi, mai diretti.

A Dallas, il 21 novembre del 1963, apparvero nelle strade dei volantini che raffiguravano il Presidente Kennedy con sotto la scritta “Wanted for Treason” (ricercato per tradimento) ed elencate una serie di ragioni per le quali i latori del presente facevano capire che la sua visita il giorno successivo non era gradita nello stato della Stella Solitaria.
Le pallottole arrivarono sul serio il giorno dopo e non solo dal Manlicher Carcano a caricamento manuale di Lee Oswald ma il volantino non conteneva alcuna minaccia di morte concreta nè tantomeno una firma.

1974, New York. Aldo Moro è in visita negli Stati Uniti e, a quanto racconta il suo ex-segretario Guerzoni, in quell’occasione vi fu un colloquio molto apro tra lo statista italiano e il segretario di stato Henry Kissinger. Nessun esplicito “se vai con i comunisti sei un uomo morto”, intendiamoci ma quel tipo di messaggio che ti fa capire che a qualcuno di molto importante ciò che fai non è gradito. Secondo Guerzoni, a seguito del colloquio, Moro si sentì male. Qualcuno in seguito e con il senno di poi ha voluto leggere nei rimbrotti di Kissinger una minaccia diretta alla politica di apertura verso il PCI di Moro.

Mi sono tornati in mente questi due episodi a seguito dell’articolo apparso su “il Giornale”, ripreso da Swa, sulle pallottole inviate per posta ai Berlusconi Brothers.

«Queste due pallottole a salve sono il preavviso per i fratelli Berlusconi, una per Silvio e una per il fratello Paolo, responsabili delle porcate che scrivono sul Giornale e della loro politica anti-Islam».
«Alla prima occasione propizia», dice, «con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all’italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili».
«Allah è grande».

Vediamo. Non potranno fermarli perchè imprevedibili però preannunciano come avverrà il colpo. Scrivono l’indirizzo sulla busta a mano, ingenuità che neanche uno scrivano anonimo che ti informa che sei cornuto commetterebbe.
Io personalmente avrei messo “come abbiamo fatto in Pakistan”, non come “hanno fatto”.
Per fortuna hanno usato francobolli adesivi e non leccati personalmente dal capo terrorista.

Quello che non mi convince è il kamikaze “all’italiana”, che temo brilli per inaffidabilità. Mettere sullo stesso piano di importanza Paolo e Silvio è commovente ma fuori dalla realtà, ma la cosa più inquietante è la cosa del predellino.
Con o senza. Questo si che è un messaggio misterioso e da brividi.
Mario Giordano decifra il codice e sostiene che il riferimento è proprio alla svolta di Piazza San Babila.
Non vorranno mica sabotare il predellino sul quale Berlusconi è costretto a salire per arringare la folla? Una caduta da tale altezza sarebbe fatale.

Comunque anche il direttore ha i suoi dubbi e instilla nel lettore il sospetto che i latori della minaccia siano i soliti terroristi comunisti, visto che chiamano ancora il Giornale con l’aggettivo “Nuovo”, come ai tempi delle BR. Strano che non si nominino, nell’articolo, gli anarcoinsurrezionalisti.

Io comunque, fossi l’ex Presidente del Consiglio, non mi preoccuperei fintanto che non mi arriva una roba del genere.


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«La Margherita è un partito centrista e profondamente riformista… Noi siamo liberali, democratici, popolari, socialisti, socialdemocratici, ambientalisti e questo me lo dice la mia esperienza personale frequentando i singoli aderenti della Margherita, non esaminando necessariamente le personalita’ dei nostri vertici nazionali.»

Francesco Rutelli nasce sotto il segno dei Gemelli, caratterizzato da costante irrequietezza, in una famiglia borghese romana.
Il noto soprannome deriva da un episodio dei suoi primi difficili mesi di vita. La sorella maggiore, traumatizzata dal fatto di non aver mai ricevuto in dono il Cicciobello come le sue compagne di scuola, lo veste, lo sveste, lo pettina e gli fa ingurgitare litri d’acqua per fargli fare la pipì. Quando alla piccola peste finalmente una zia ricca regala l’agognato bamboccio, Francesco può crescere in pace e pensare al suo futuro.

Architetto mancato, forse spaventato dall’impossibilità di applicare l’ondivaghezza ai calcoli delle strutture in cemento armato, sceglie quasi naturalmente di dedicarsi alla politica.
Per motivi di tempo riassumerò solo l’ultima parte delle sue avventure in giro per i partiti dell’arco costituzionale.

Esordisce come cattolico ma poi svolta leggermente a sinistra per il Partito Radicale, dove si trattiene qualche anno e partecipa alle sue battaglie, come praticante, quindi sterza un po’ a destra per scegliere un partito dalle larghe vedute, i socialdemocratici.
Nei primi anni ‘90, svoltato ancora a sinistra con i Verdi, diventa ministro per l’Ambiente per un sol giorno, come le rose. Lasciati i Verdi, e salito momentaneamente sulle barricate di Tangentopoli, sembra momentaneamente accasarsi come sindaco di Roma ma poi partecipa al movimento dei sindaci. Non riesce a stare fermo.
Nel frattempo ha trovato la sua anima gemella, la Cicciobella Palombella, con la quale mette su famiglia.

Nel 2001 finalmente la grande occasione, è candidato premier per l’Ulivo. I suoi occhioni blu dominano i poster elettorali e bucano lo schermo televisivo. Un successo, tanto che Berlusconi stravince le elezioni.
Chiunque altro si sarebbe ritirato in cima a un monte a produrre il formaggio di malga ma Francesco no, è un moto perpetuo.
Nel 2002, come se niente fosse, ascoltando una canzone di Cocciante ha l’illuminazione, fondare un grande partito riformista, di centro ma anche di sinistra che all’occorrenza strizzi l’occhio alla destra. Insomma il partito perfetto, che chiama Margherita, in onore del suo motto da eterno indeciso “m’ama, non m’ama, m’ama…”.

Attualmente sta lavorando alla costruzione del Partito Democratico e contemporaneamente alla distruzione totale della sinistra.
A questo punto Crepet direbbe che questi sono atti mancati dell’architetto mancato in lui. Insomma, braccia rubate all’architettura.

Vi sarete accorti che ogni oggetto animato o inanimato viene prima o poi trasformato in un soffice peluche. Tutti gli animali noti a Linneo e seguaci sono stati più o meno già riprodotti.

Come ho già scritto in passato, L’IKEA è specializzata in peluches “strani”, dal pipistrello, al ragno, allo squalo. Credevo, quando ho comperato la RATTA, perfetta riproduzione di una zoccola da chiavica, di aver toccato il fondo della mia perversione per i peluches, che colleziono compulsivamente, sicuramente per compensare un istinto materno inappagato.

Questo sito però con un’alitata ossigena i capelli a Herr Ingvar Kamprad in persona e a tutte le ikee del mondo. Riuscite ad immaginare una ditta specializzata in peluches che riproducono microbi e virus? Chi non vorrebbe il morbido Yersinia Pestis o la Clamidia, o la tenera Salmonella Typhimurium da stringere nel proprio lettuccio, magari mentre stiamo lottando contro un simpatico virus influenzale?

Quando studiavo psicologia clinica mi insegnarono che se un bambino si identificava nel lupo di Cappuccetto Rosso, invece che nella bambina o nel cacciatore, c’era da preoccuparsi. E se adesso vostro figlio vi chiederà il pupazzo di Ebola qui sopra, cosa dovremmo pensare?

Ho letto un divertentissimo post dell’amico Cima su una sua visita all’IKEA e non posso che condividere ciò che lui ha scritto.

Credo che l’IKEA sia un non-luogo, uguale a se stesso sia che tu sia a Parigi (dove giustamente la chiamano IKEÁ, con l’accento) o a Casalecchio di Reno, come nel mio caso, e sono sicura che anche lui e i suoi bambini mappini avranno notato i nuovi peluche in vendita nel paradiso svedese del consumatore.
Io ho comperato questo, che non è un topo, è proprio una zoccola da chiavica , tanto è grosso, ma a me è piaciuto tanto. Sarò normale?

Sempre meglio però dello squalo di peluche, della piovra o del pipistrello (qual è il target: i bambini della famiglia Addams?) E la testa di cavallo Minnen, che mi ha fatto pensare alla famosa scena del Padrino?
Mi hanno fatto molta tristezza i pupazzetti dei mostriciattoli alieni, tutti invenduti e al prezzo stracciato di un misero euro. Forse è vera la teoria che l’oggetto transizionale, ovvero ciò che pomposamente per la psicanalisi è l’orsacchiotto, deve essere qualcosa di familiare, con il quale il bambino possa identificarsi. L’alieno è effettivamente un po’ forte, a parte forse per il figlio di Mulder e Scully.

Un classico argomento di satira sull’IKEA sono i nomi degli articoli, ma non vedo qual’è il problema. Se al posto di KLIPPAN o MINNEN, O KLAPPA ci fossero, mettiamo, nomi derivati dai dialetti italiani, non sarebbe lo stesso?

Ve lo immaginate? L’IKEA è diventata una grande multinazionale italiana, nel suo ristorante si mangiano spaghetti, pizze e polpette di mandolino. Gli articoli hanno nomi curiosi come CREUZA (una simpatica scaletta), BELINUN (i genovesi se lo traducano come vogliono), PIRLA (uno scaffale componibile), BALENGO (sono indecisa tra un divano e un dondolo), GUNDUN (sempre per i genovesi, tanto gli altri non capiscono e lo comprano come strofinaccio da cucina), CABBASISI, OSEO, SPACCASTROMMOLE (un martello?), FETUSO, SOCMEL (questo se lo gestiscano i bolognesi) e via discorrendo.

Una cosa che ti fanno notare e diciamolo, che ti fanno pesare all’IKEA è quanto sono bravi a contenere i prezzi. Ovunque trovi cartelli con scritto: “Lo sappiamo che portarsi il divano in spalla fino a casa è fatica, ma vuoi mettere il risparmio?” “Hai dovuto noleggiare un furgone per venire a ritirare i mobili? Vedrai che in un paio di anni ti rifai della spesa”.
Il più inquietante però è al self-service, dove c’è scritto: “Se riporti il vassoio tu possiamo risparmiare sul personale”. A me è andato il salmone all’aneto di traverso. Poi, quando mi sono alzata con il vassoio per portarlo nell’apposita rastrelliera, una giovane donzella in divisa IKEA si è precipitata e mi ha letteralmente strappato il vassoio dalle mani. E’ un simpatico gioco aziendale. Se i dipendenti riescono a intercettare più di 100 vassoi al giorno l’IKEA li tiene per altri 15 giorni a progetto.

Infine i bambini. Non capisco perché il cliente medio dell’IKEA abbia sempre con sé non meno di tre bambini, tutti da sedare con il Ritalin.
Nonostante all’ingresso vi sia un’area attrezzata apposita per parcheggiarli i genitori insistono nel trascinarseli dietro per tutto il magazzino assieme alle megaborse gialle di plastica piene di cianfrusaglie.
Oppure è un’altra trovata dell’IKEA, consegnare all’ingresso anche a chi non ha figli una bella terna di marmocchi, come accompagnatori, per non farli sentire soli.
Io credo che i genitori non si fidino di lasciarli a nuotare ed essere risucchiati e sparire tra le palline colorate del pentolone nell’entrata. Tra le leggende metropolitane sull’IKEA c’è anche quella che le polpette svedesi le facciano con i poveri resti…

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