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Ieri ho scritto un post su Treblinka e se lo sono filato in quattro gatti spelacchiati perfino su Facebook, dove di solito ricevo parecchio feedback positivo e negativo qualsiasi cosa io scriva, comprese le minchiate varie ed eventuali.
In fondo, che un argomento tanto importante e tragico spurgasse solo indifferenza e forse rifiuto è ciò che mi aspettavo e temevo. E’ un problema di information overload, di eccesso di informazione che provoca un colossale effetto boomerang su tutto ciò che anche solo sfiori l’argomento Olocausto. Altro che dover ricordare, non ci è proprio permesso dimenticare.

Come tragica conseguenza, la Shoah ormai non serve più, come sarebbe suo compito primario, per ragionare sul pericolo sempre vivo della deriva eliminazionista delle dittature, argomento che dovrebbe interessare ciascuno di noi perchè ciascuno di noi è potenziale vittima di un progetto di Eliminazione di Gente Scomoda ed Invisa al Regime.

Non serve più, in primo luogo, perchè è stata sfruttata in maniera ignobile da tutta la paccottiglia sionista formata da marpioni come Elie Wiesel che ogni anno si appropria della sacra memoria di milioni di vittime torturate e passate per i camini, per propagandare gli interessi di uno staterello fin troppo protetto dalle forze imperiali ma che non rappresenta affatto il mondo ebraico nel suo complesso. Si, compresi i famigerati “ebrei che odiano loro stessi” ma non solo, anche i religiosi ebrei ortodossi, ad esempio, quelli che considerano Israele uno stato troppo laico che non poteva che opprimere le popolazioni arabe indigene esendo basato sul militarismo imperialista.

Visto che la Shoah è ormai un brand di proprietà dello Stato di Israele acquisito a costo zero da milioni di defunti che non ne possono reclamare l’uso improprio, le cerimonie ufficiali non possono che essere fondate sulle solite frasi fatte à la napolitain, sull’evocazione a mezzo seduta spiritica del fantasma di Ahmadinejad che vuole distruggere Israele – tralasciando di citare l’armamentario nucleare israeliano di Dimona – e sul frusto slogan “per non dimenticare” che ormai provoca più reazioni di rigetto di un fegato incompatibile trapiantato.

Di conseguenza, la gente, invece di essere obbligata a ragionare sul pericolo di finire bruciata nel forno per una ragione qualsiasi che garbi al dittatoraccio di turno, guardando a quel trememdo precedente storico, dice “oh no, che palle, basta” e fa zapping mentale su pensieri meno impegnativi, oppure reagisce con rabbia, rifiutando l’idea della memoria della Shoah perchè a Gaza i palestinesi soffrono.

E’ sacrosanto ricordare che i palestinesi stanno soffrendo un’oppressione da apartheid stile ancient régime sudafricano e che, grazie a media sempre più compiacenti verso lo staterello viziato, nessuno si interessa ormai del loro destino, nemmeno quando è di morte. Un silenzio che spacca i timpani.
Posso dire però che mi dà un fastidio della madonna, una specie di orticaria pruriginosa da portarsi via la pelle, che il giorno della memoria dei morti dell’olocausto, totalmente incolpevoli della sofferenza palestinese, si dica in coro, a sinistra, “non celebro la giornata della memoria della Shoah perchè gli israeliani opprimono Gaza”? Lo trovo sbagliato e anche poco furbo perchè così facendo si cade dritti dritti nel trappolone sionista di ricondurre tutto ciò che è ebraismo, comprese le persecuzioni ed i poveri morti, al tornaconto sionista. E, di conseguenza, di passare per quelli che, utilizzando un demenziale ossimoro papiminkia, vengono chiamati nazicomunisti.

I nazisti duri e puri nel giorno della memoria se ne sbattono della Shoah e scrivono le loro oscenità e i loro “Jude raus” sui muri o sulle bustine di zucchero. Tanto a sinistra, impegnati come sono a farsi dare degli antisemiti dai sionisti da salotto, nessuno ricorda che è dalla merda nazifascista che nacquero le camere a gas dove finirono gli ebrei, gli omosessuali, i diversi, i menomati, i malati di mente e gli asociali. Camere a gas dove, se continuiamo a coltivare la malapianta razzista con il letame leghista prodotto da certe menti sopraffine, rischiamo di finirci tutti, non solo i neri e gli extracomunitari.

Sappiamo che la storia si ripete ma noi, invece di ricordare il problema principale, ossìa il principio di diseguaglianza teorizzato ancora oggi da troppe parti politiche, stiamo come al solito a menarci tra di noi.
Anche nella Germania nazista c’era chi spaventava i lavoratori dicendo che era colpa di quelli dell’Est che portavano loro via il lavoro. I lavoratori al giorno d’oggi votano Lega, Silvio e fasci vari e la sinistra dei politici abbozza. Non reagisce, non si incazza, non si chiede “come mai?” Maledetti incapaci.

Quando si rievoca il genocidio non c’è bisogno di indulgere ad ovvie napolitanate o a disquisizioni comparatorie sul diverso peso specifico dei cadaveri. Basta ricominciare a parlare di antifascismo, con la stessa passione di un tempo. Volete?

“[…] A Natale del 1942, Stangl ordinò la costruzione di una falsa stazione ferroviaria: un orologio con numeri dipinti ed indicante sempre le 6.00, sportelli per i biglietti, diversi tabelloni degli orari e frecce (incluse alcune indicanti le coincidenze dei treni “Per Varsavia”, “Per Wolkowice” e “Per Bialystok”) erano dipinti sulla facciata delle baracche di smistamento. Lo scopo era di tranquillizzare le vittime in arrivo, facendo loro credere di essere veramente arrivate in un campo di transito. Per rendere la zona di residenza delle SS il più possibile piacevole, furono anche costruiti uno zoo e un giardino dove bere birra”. (tratto da Treblinka, storia del campo)
Voglio ricordare Treblinka, un lager altrettanto spaventoso e forse ancor di più, se possibile, di Auschwitz per lo scopo quasi esclusivamente eliminatorio che lo contraddistingueva.

Ricordo di aver partecipato molti anni fa, in preparazione alla mia tesi, ad un convegno sulla Shoah organizzato da diverse associazioni ebraiche, nel corso del quale parlarono alcuni sopravvissuti.
La testimonianza che in assoluto mi sconvolse di più fu quella di un anziano signore polacco che, con tono pacato e quasi temendo di disturbare, ricordò ad una platea già distratta dall’imminente buffet di mezzogiorno e dalla presenza di papaveri più o meno alti di governo, istituzioni e media l’orrore assoluto di Treblinka. Un campo dove il treno ti scaricava direttamente nella fossa comune. Un colpo alla nuca e giù assieme agli altri cadaveri. Migliaia e migliaia.

Mentre le parole del signore polacco stavano imprimendomi nella memoria come un marchio indelebile l’immagine del binario che termina sull’orlo della fossa comune, dalla fila dietro, dove sedevano alcune signore impellicciate mi giunse il seguente commento, vomitato sottovoce ma con stizza: “Si, però questi polacchi sono sempre deprimenti con queste storie”.

Le damazze dell’aneddoto non sono una teratologia, rappresentano il modo di pensare comune del sistema dal quale una cellula apparentemente normale diede origine alla neoplasia nazista; il sistema della borghesia che è abituata a suddividere ogni cosa e soprattuto gli esseri umani in classi. Nemmeno appartenendo allo stesso popolo di cui si sta parlando si riesce a superare il fastidio verso il parente povero. Nemmeno la Shoah che mise assieme nello stesso forno, fianco a fianco, l’ebreo ricco e quello povero riesce a scardinare l’idea che, se le vittime sono povere, valgono meno punti-carrarmato.
I polacchi che finirono a Treblinka erano per la maggior parte poveri, i classici poveri ebrei che provenivano dagli shtetl, i villaggi dell’Est Europa la cui cultura fu quasi completamente cancellata e i cui abitanti, in fondo, nessuno avrebbe rimpianto veramente, nemmeno nella Palestina da colonizzare con immigrati di prima scelta e possibilmente danarosi.

E’ triste dirlo ma esiste evidentemente una gerarchia anche tra i sopravvissuti dell’orrore: di serie A e serie B, da campi di prima classe e di seconda scelta, da lager facilmente trangugiabile anche dalle bocche più sofistiche perchè omogeneizzato dai media in una serie infinita di film, serie tv e libri, a quello indigeribile, che non riesci a mandar giù neanche con un bicchier d’acqua e che non hanno nemmeno il coraggio di renderti appetibile. Perchè ti deprimeresti troppo.

Nonostante si parli tanto di Shoah, ho l’impressione che la memoria di quell’abominio venga sempre più gestita in modo quasi mitologico e sempre meno aderente alla realtà che fu. Arriviamo al paradosso che Auschwitz è perfetto come paradigma dell’Olocausto perchè non è orrendo come Treblinka e nemmeno come le migliaia e migliaia di esecuzioni sommarie degli squadroni della morte Einsatzgruppen, incaricati di ripulire l’Est Europa dalle razze inferiori, ebrei, zingari e slavi. Manifestazioni dell’orrore nazista delle quali si parla molto meno, anzi per niente. Al punto che, parlando solo di Auschwitz dal quale tanti portano testimonianza , inevitabilmente salta fuori il cretino che mette in dubbio fosse poi così tremendo. Auschwitz oscura gli altri campi, come ad esempio il primo in assoluto, Dachau, inaugurato nel marzo del 1933. Un campo ancora di concentramento e non di sterminio ma già esemplificativo di ciò che sarebbe diventato il nazismo.

Io non penso si debba raccontare la Shoah per mitologie e in versione edulcorata da fascia protetta. Sono per raccontarla e ricordarla per intero, con i dettagli più crudi, comprese le camere a gas non a Zyklon B ma armate con il meno compassionevole monossido di carbonio di Treblinka da venti-trenta minuti di agonia e me ne sbatto se le damazze si deprimono. Che buttino giù il solito Tavor.

Consiglio la lettura dell’intero articolo che ho linkato alla fine della citazione per guardare bene fino in fondo all’abisso. Lo so, vengono le vertigini ma è necessario, vista la brutta aria che tira nel nostro paese.
Ne consiglierei la lettura anche ai pezzi di merda che compongono la filiera che parte dal committente e va al creativo, al grafico, allo stampatore, al distributore ed all’utilizzatore delle bustine di zucchero con la “battuta” sugli ebrei. Vorrei tanto fosse una bufala ma temo, respirando l’idiozia razzista che c’è in giro, che non lo sia.

L’insegnamento della Shoah dovrebbe essere quello che, anche se non lo crediamo, c’è sempre un treno pronto alla partenza sul binario per Treblinka. Bisognerebbe mettere una placca con una freccia indicativa in ogni stazione. Un cartello grande e tremendo. “Per Treblinka”.

Mi ha fatto molto piacere che ieri sera al TG1 finalmente sia stata presentata la Giornata della Memoria citando, oltre alla Shoah, la persecuzione degli altri gruppi caduti vittime della barbarie nazista, tra i quali: omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova, asociali, prostitute, disertori e immigrati.
Speriamo sia l’inizio del completo riconoscimento di tutte le sofferenze di quegli anni.
Per troppi anni questi compagni di viaggio in treno piombato avevano rappresentato un tabu ed erano stati rimossi dal ricordo, perchè non si era riusciti a superare l’imbarazzo di averne condiviso il destino e perchè in fondo il pregiudizio nei loro confronti non era mai morto, come dimostrano il perdurante odio per gli zingari e l’omofobia. Eppure il buio nazista della ragione si comprende solo pensando al ricco banchiere che viene bruciato nello stesso forno assieme al ladruncolo nomade.

Il nazismo è stato per troppo tempo idealizzato come un’ideologia nobile nel suo genere, volonterosa nel riscattare il popolo tedesco.
La realtà è che fu un movimento igienico, ossessionato dalla purezza, dal bianco che più bianco non si può e dalla sporcizia come una massaia psicotica, che vede scarafaggi e topi ovunque e decide che solo il fuoco purificatore può rendere la sua casa linda. Infatti la massaia impazzita alla fine non trovò di meglio che bruciare la casa, direttamente.
Questa visione terra terra, questa riduzione alla meschinità del nazismo, rende bene il suo vero intimo significato.
Hitler era psicotico molto probabilmente ma riuscì a dominare la Germania solo perchè si sintonizzò sulle frequenze di una mentalità collettiva negativa, depressa, paranoide e maniaco-ossessiva il cui scopo ultimo divenne ripulire, eliminare i rifiuti della società.
L’unico problema era non tanto stabilire chi doveva essere eliminato ma chi doveva essere risparmiato. A guardar bene ne rimanevano ben pochi.

Era la risposta patologica ad una logica borghese che sarebbe errato considerare un’anomalia limitata agli anni trenta in Germania.
Oggi non partono più i treni per Treblinka ma nel retrobottega di una certa mentalità fondante la nostra cultura e società, il disgusto per il diverso, chiunque egli sia, è come un reattore nucleare fuso che non è mai stato spento, che ancora brucia e brucerà forse in eterno.

Voglio riproporre di seguito, visto anche che Kilombo invita a ricordare l’olocausto omosessuale, un pezzo che scrissi nel 2006 e che voglio dedicare soprattutto a quei self-hating gays di destra dal “frocio” sempre pronto.

C’è un bellissimo documentario sull’olocausto omosessuale, “Paragraph 175“, premiato come miglior documentario al Festival di Berlino 2000 e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di un documentario sull’omosessualità nel cinema americano, dal titolo “Lo schermo velato”.

Il paragrafo 175 era un articolo della legge tedesca, risalente al 1871, che prevedeva l’arresto e la perdita dei diritti civili per i gay.
Durante la repubblica di Weimar negli anni ’20, nonostante la legge repressiva, soprattutto a Berlino vi era una grande tolleranza verso la diversità e gli omosessuali di entrambi i sessi potevano esprimersi molto più liberamente di quanto fosse mai stato loro concesso in Germania.

Con l’avvento del nazismo, non solo il paragrafo 175 fu applicato ancora più duramente ma iniziarono le retate e le deportazioni di omosessuali verso i campi di concentramento, come Dachau e Mauthausen.
Per le lesbiche l’atteggiamento era in apparenza più tollerante, ma in realtà il non rispettare il dettato di fare figli a dozzine per il Fuehrer poteva essere sufficiente per inviarle nel lager, dove venivano marchiate con il triangolo nero destinato anche alle prostitute o alle donne che usavano contraccettivi, ai Rom e ai vagabondi, mentre il triangolo rosa era per i gay .
Si calcola che tra il 1933 e il 1945 circa 100.000 gay furono arrestati in Germania e di questi 10-15.000 furono deportati nei lager.
Non crediate che fosse necessario essere sorpresi in flagrante con qualcuno. Bastava il sospetto, il “si dice”, il chiacchiericcio dei vicini su quel signore “un po’ così”, magari il desiderio di vendetta o la delazione di un debitore per finire all’inferno.
Nella atroce scala gerarchica dei lager i gay erano considerati appena un gradino sopra le bestie. Umiliati, torturati e sottoposti a violenze sessuali dagli aguzzini e dai kapò, erano i più deboli e per loro il tasso di sopravvivenza non superava il 40%. Dopo la guerra risultarono soltanto 4000 sopravvissuti.

Epstein e Friedman in “Paragraph 175” hanno raccolto le testimonianze di cinque protagonisti di quel terribile periodo storico, i pochi che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era loro accaduto.
Perché bisogna raccontare tutta la storia e dire che, caduto il Nazismo e liberati i prigionieri dei lager, gli omosessuali furono considerati ancora dei criminali a causa del paragrafo 175, e che la legge rimase in vigore fino al 1969 e definitivamente abolita solo nel 1994, dopo la riunificazione tedesca. Nessuno parlò del loro dramma a Norimberga, non fu riconosciuto il loro status di ex-deportati e addirittura gli anni trascorsi nei lager venivano dedotti dalle loro pensioni.

Ecco perché anche i protagonisti del film dichiarano di non aver parlato, di essersi tenuti tutta quella sofferenza dentro.
Fa malissimo vedere, alla fine del film, un vecchio di novant’anni piangere per un dolore che, nato sessant’anni fa, brucia ancora con la stessa intensità di allora.
E fa male anche considerare che l’ipocrisia, il senso di superiorità di chi “non ha vizi” e non si rende conto che essere eterosessuali non è un merito ma è una condizione che ci troviamo addosso per caso sono ancora tra noi in questo nuovo millennio.

Bisogna parlare di queste mostruosità, farle nostre, condividerle, non lasciarle ricordare solo agli amici omosessuali un giorno all’anno con una coroncina di fiori portata al monumento in ricordo delle vittime. E’ una cosa che ci riguarda tutti perché nessuno deve sentirsi al riparo dalla barbarie dell’intolleranza.
La società che partorì il nazismo ha un ventre fertile. Hitler fu solo il suo figlio più deforme.


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Mi ha fatto molto piacere che ieri sera al TG1 finalmente sia stata presentata la Giornata della Memoria citando, oltre alla Shoah, la persecuzione degli altri gruppi caduti vittime della barbarie nazista, tra i quali: omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova, asociali, prostitute, disertori e immigrati.
Speriamo sia l’inizio del completo riconoscimento di tutte le sofferenze di quegli anni.
Per troppi anni questi compagni di viaggio in treno piombato avevano rappresentato un tabu ed erano stati rimossi dal ricordo, perchè non si era riusciti a superare l’imbarazzo di averne condiviso il destino e perchè in fondo il pregiudizio nei loro confronti non era mai morto, come dimostrano il perdurante odio per gli zingari e l’omofobia. Eppure il buio nazista della ragione si comprende solo pensando al ricco banchiere che viene bruciato nello stesso forno assieme al ladruncolo nomade.

Il nazismo è stato per troppo tempo idealizzato come un’ideologia nobile nel suo genere, volonterosa nel riscattare il popolo tedesco.
La realtà è che fu un movimento igienico, ossessionato dalla purezza, dal bianco che più bianco non si può e dalla sporcizia come una massaia psicotica, che vede scarafaggi e topi ovunque e decide che solo il fuoco purificatore può rendere la sua casa linda. Infatti la massaia impazzita alla fine non trovò di meglio che bruciare la casa, direttamente.
Questa visione terra terra, questa riduzione alla meschinità del nazismo, rende bene il suo vero intimo significato.
Hitler era psicotico molto probabilmente ma riuscì a dominare la Germania solo perchè si sintonizzò sulle frequenze di una mentalità collettiva negativa, depressa, paranoide e maniaco-ossessiva il cui scopo ultimo divenne ripulire, eliminare i rifiuti della società.
L’unico problema era non tanto stabilire chi doveva essere eliminato ma chi doveva essere risparmiato. A guardar bene ne rimanevano ben pochi.

Era la risposta patologica ad una logica borghese che sarebbe errato considerare un’anomalia limitata agli anni trenta in Germania.
Oggi non partono più i treni per Treblinka ma nel retrobottega di una certa mentalità fondante la nostra cultura e società, il disgusto per il diverso, chiunque egli sia, è come un reattore nucleare fuso che non è mai stato spento, che ancora brucia e brucerà forse in eterno.

Voglio riproporre di seguito, visto anche che Kilombo invita a ricordare l’olocausto omosessuale, un pezzo che scrissi nel 2006 e che voglio dedicare soprattutto a quei self-hating gays di destra dal “frocio” sempre pronto.

C’è un bellissimo documentario sull’olocausto omosessuale, “Paragraph 175“, premiato come miglior documentario al Festival di Berlino 2000 e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di un documentario sull’omosessualità nel cinema americano, dal titolo “Lo schermo velato”.

Il paragrafo 175 era un articolo della legge tedesca, risalente al 1871, che prevedeva l’arresto e la perdita dei diritti civili per i gay.
Durante la repubblica di Weimar negli anni ’20, nonostante la legge repressiva, soprattutto a Berlino vi era una grande tolleranza verso la diversità e gli omosessuali di entrambi i sessi potevano esprimersi molto più liberamente di quanto fosse mai stato loro concesso in Germania.

Con l’avvento del nazismo, non solo il paragrafo 175 fu applicato ancora più duramente ma iniziarono le retate e le deportazioni di omosessuali verso i campi di concentramento, come Dachau e Mauthausen.
Per le lesbiche l’atteggiamento era in apparenza più tollerante, ma in realtà il non rispettare il dettato di fare figli a dozzine per il Fuehrer poteva essere sufficiente per inviarle nel lager, dove venivano marchiate con il triangolo nero destinato anche alle prostitute o alle donne che usavano contraccettivi, ai Rom e ai vagabondi, mentre il triangolo rosa era per i gay .
Si calcola che tra il 1933 e il 1945 circa 100.000 gay furono arrestati in Germania e di questi 10-15.000 furono deportati nei lager.
Non crediate che fosse necessario essere sorpresi in flagrante con qualcuno. Bastava il sospetto, il “si dice”, il chiacchiericcio dei vicini su quel signore “un po’ così”, magari il desiderio di vendetta o la delazione di un debitore per finire all’inferno.
Nella atroce scala gerarchica dei lager i gay erano considerati appena un gradino sopra le bestie. Umiliati, torturati e sottoposti a violenze sessuali dagli aguzzini e dai kapò, erano i più deboli e per loro il tasso di sopravvivenza non superava il 40%. Dopo la guerra risultarono soltanto 4000 sopravvissuti.

Epstein e Friedman in “Paragraph 175” hanno raccolto le testimonianze di cinque protagonisti di quel terribile periodo storico, i pochi che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era loro accaduto.
Perché bisogna raccontare tutta la storia e dire che, caduto il Nazismo e liberati i prigionieri dei lager, gli omosessuali furono considerati ancora dei criminali a causa del paragrafo 175, e che la legge rimase in vigore fino al 1969 e definitivamente abolita solo nel 1994, dopo la riunificazione tedesca. Nessuno parlò del loro dramma a Norimberga, non fu riconosciuto il loro status di ex-deportati e addirittura gli anni trascorsi nei lager venivano dedotti dalle loro pensioni.

Ecco perché anche i protagonisti del film dichiarano di non aver parlato, di essersi tenuti tutta quella sofferenza dentro.
Fa malissimo vedere, alla fine del film, un vecchio di novant’anni piangere per un dolore che, nato sessant’anni fa, brucia ancora con la stessa intensità di allora.
E fa male anche considerare che l’ipocrisia, il senso di superiorità di chi “non ha vizi” e non si rende conto che essere eterosessuali non è un merito ma è una condizione che ci troviamo addosso per caso sono ancora tra noi in questo nuovo millennio.

Bisogna parlare di queste mostruosità, farle nostre, condividerle, non lasciarle ricordare solo agli amici omosessuali un giorno all’anno con una coroncina di fiori portata al monumento in ricordo delle vittime. E’ una cosa che ci riguarda tutti perché nessuno deve sentirsi al riparo dalla barbarie dell’intolleranza.
La società che partorì il nazismo ha un ventre fertile. Hitler fu solo il suo figlio più deforme.


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A corollario del post precedente e al fine di farvi provare l’ebbrezza di una deroga momentanea al pensiero dominante degli editorialisti da ricorrenza, vi propongo alcuni articoli che offrono una diversa e per alcuni versi scandalosa opinione sulla equivalenza antisemitismo=antisionismo:

“Memoria. Ciò che la legge non può” di Moni Ovadia, “La società aperta e i suoi nemici” di Gilad Atzmon, “Nazistificazione” di Israel Shahak , Intervista a Israel Shamir, Intervista a Norman Finkelstein, e un articolo da Carmilla sulla legge Mastella.

Per i temi trattati e le idee espresse se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto, vaccinato, immune alle lusinghe del pensiero unico, ai moniti Napolitani e Ratzingeriani contro il relativismo, agli insulti degli informatori corretti e ahimè ancora devoto alla democrazia e alla cara e vecchia libertà di parola. Astenersi deboli di cuore e di fegato.

Si può essere d’accordo o meno con le idee espresse da questi intellettuali ma come mai nessuno si sente più pronto a morire per difendere il loro diritto di parlare? Già, meglio ritirarsi a coltivare il proprio orticello e in culo a Voltaire.

PS. Mi rendo conto che, nel mondo degli imbecilli, se qualcuno nomina gli intellettuali di cui sopra c’è bisogno di specificare che nessuno di loro è antisemita o negazionista. Anche per il semplice fatto che sono per la massima parte ebrei. Ma cosa volete, sono puntualizzazioni necessarie, visto che la madre dei fascisti è sempre incinta.

Non è facile parlare di Giornata della Memoria perché il turbinio di sciocchezze, i rigurgiti di ignoranza e le manifestazioni di bieco machiavellismo sono tali in questi giorni che danno la nausea.

Siamo tutti attorno ad un tavolo e si gioca sporco, si bluffa, si gioca al rialzo, con un cinismo spaventoso. Non fiches, ma milioni di morti buttati sul tavolo verde di una politica che fa sempre più schifo. Politica che all’occorrenza prende la Storia, la trascina in un angolo e la violenta.
I miei morti valgono il doppio dei tuoi, non ti azzardare a confonderli. Se condanniamo il nazismo allora si condanni anche il comunismo e si neghi il valore della Resistenza. Anzi delle Resistenze. Oggi non si deve criticare il presidente ex comunista perché fa il nostro gioco, ha detto che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo. Per premio, non gli hanno ricordato per l’ennesima volta di condannare i crimini comunisti.

Dovremmo mettere in galera i negazionisti, bruciare i loro libri e spargervi sopra il sale. I negazionisti sono ricercatori talmente seri che vanno a grattare un muretto dopo sessant’anni ad Auschwitz, dove è stato quasi tutto distrutto e siccome non trovano tracce di veleno nel fazzolettino deducono che nessuno è stato gasato, da nessuna parte. Basterebbe ignorarli e invece li facciamo diventare dei martiri e perfino degli illustri scienziati.

Se chiedessimo ad una persona qualsiasi che ha visto le migliaia di fotografie scattate dai liberatori dei lager nazisti, i grovigli di corpi umani che ti impediscono di dire quello è ebreo, quello zingaro, quello omosessuale, quello dissidente politico, se gli facessimo vedere le fosse riempite dalle ruspe con una marmellata umana di ossa e pelle senza più alcuna umanità e dicessimo loro che esiste chi nega questa realtà quale sarebbe la sua risposta? Direbbe che sono matti. Appunto. Se qualcuno cade nel tranello di credergli fategli vedere quelle foto, quei filmati, portateli sul posto.

Al tavolo da gioco c’è chi gioca pesante con le nostre libertà perché è accecato dal tornaconto politico. Cosa vuol dire che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo? Vuol dire che non si potrà più parlare. Che non ci si vuole far amare ma solo temere.
Se chiedessimo a quei poveri corpi nudi senza più dignità cosa ne pensano del cinismo di chi si appropria di loro, della loro sofferenza, che pretende di parlare in loro nome per una specie di contratto in esclusiva, di chi li conta e li riconta perché il loro numero deve essere più grande di tutti di altri genocidi, di chi in nome loro ritiene di poter fare qualsiasi cosa, anche non dover più rispondere di nulla a nessuno, cosa ci risponderebbero?

Se chiedessimo a chi ha sofferto in maniera indicibile se il mondo ha imparato qualcosa dalla loro sofferenza quale sarebbe la risposta? Se anche uno solo di quei milioni di poveri morti potesse ancora parlare ci chiederebbe un’unica cosa: di fare silenzio.

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