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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Famosi violinisti e critici ci hanno lasciato falangi e metacarpi. E’ senz’altro il botto più pericoloso, di questi tempi. Chi tocca Allevi, muore.


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Dato che siamo sotto Natale e dobbiamo essere tutti più buoni, come direbbe il Dr. Lecter, mi dedicherò a qualche tiro di doppietta sul pianista, nella prima parte di un post bivalve dedicato alla musica.
Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

Al buontempone che osasse accusarmi di invidia dico solo che ho rimasto una cartuccia in canna.

http://www.youtube.com/v/8O9eP1ytqNU&hl=it&fs=1

***
Un anno fa su questo blog: “Scusate, ho un dietologo per cena”

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Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

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Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l’argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce “a me ‘o presepe nun me piace”.

Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.
Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi “sotto la criniera, niente” ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un’assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l’orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c’è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l’effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all’idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile “minimalista” e c’è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c’è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l’orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un’intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall’aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i “geni” attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull’Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l’esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell’abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il “pestare” è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual’è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d’Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l’interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d’attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall’emisfero destro di Dio e potrete palpare l’inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

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