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Mentre il governo di occupazione del satiro perseguitato e dei suoi addetti/e alla pompetta vara la manovra rinsecchita che tartassa il popolo, scontenta i padroni e fa pure incazzare i poliziotti, gli altri paesi che stanno combattendo un po’ più seriamente la crisi globale provano a farne pagare le conseguenze prima ai furbi che ai soliti fessi, adottando misure di una certa serietà contro la piaga dell’evasione fiscale.
Non sono notizie facili da trovare sui media distratti dal lato B di Pippa; bisogna scavare un poco in rete ma alla fine le notizie si trovano. Come i tartufi.
Nel mese di agosto è stato sottoscritto in via preliminare e sarà definitivamente siglato entro settembre un accordo di pace fiscale tra  la Confederazione Elvetica e la Germania al fine di combattere l’esportazione illegale di capitali tedeschi tra monti e valli d’or e costringere gli evasori a pagarci su le relative tasse. 
E’ il cosiddetto “piano Rubik”, ideato dagli svizzeri e da loro proposto a numerosi stati europei. L’accordo è prossimo alla firma anche con la Gran Bretagna e vi sono già interessamenti concreti da parte di  Austria e Grecia.
Le banche svizzere che detengono capitali di cittadini stranieri provenienti dai paesi che sigleranno l’accordo del “piano Rubik”, chiederanno ai loro clienti la prova che già pagano le tasse nel loro paese. In caso contrario, fermo restando il mantenimento del segreto bancario, le banche si impegnano a farsi sostituti d’imposta per conto di quei paesi e ad applicare una ritenuta del 26% sui capitali, che poi sarà girato al fisco del paese di origine dei clienti.
Qualcuno potrebbe pensare che d’ora in avanti, se il piano Rubik avrà successo e sarà approvato da altri paesi, converrà esportare capitali in altri paradisi fiscali piuttosto che in Svizzera.
Gli gnomi non sono impazziti, sono stati in un certo senso costretti a concepire un accordo del genere per sopravvivere ai sempre più frequenti attacchi, anche di provenienza americana – vedi il caso UBS – al loro preziosissimo principio del segreto bancario. In cambio della salvaguardia dei loro altarini, le banche svizzere offrono una contropartita in denaro – a carico dei loro clienti – agli stati colpiti dal fenomeno dell’esportazione illegale di capitali e ottengono in cambio un’apertura agevolata all’accesso di banche e società svizzere ai mercati europei dei servizi finanziari. Do ut des, Clarice.
Dai bei propositi passiamo alla crudezza dei conti. Quanto prevede di incassare il fisco tedesco dall’accordo con la Confederazione Elvetica?  4 miliardi di euro, 1,5 dei quali verrebbe anticipato dalle banche elvetiche entro trenta giorni dalla stipula del contratto a titolo di garanzia e come segno di buona volontà. 
Mentre la Svizzera gli stana gli evasori preservandone la privacy, dal canto suo la Germania applicherà una  sorta di scudo fiscale per sanare il passato, una liberatoria con aliquote che variano dal 19% al 34%, a tener conto del patrimonio accumulato in base agli anni di detenzione dei capitali in Svizzera. 
Pagata la liberatoria, dal  1° gennaio 2013 i tedeschi con capitali in Svizzera potranno scegliere – ob torto collo – se portare i capitali allo scoperto e pagare le relative tasse in Germania o accettare la tassazione alla fonte applicata dalle banche svizzere.
Finito di parlare delle persone serie, ci tocca a questo punto parlare dei simpatici italiani. La Svizzera, che conta una clientela italiana di tutto rispetto nel settore esportazione di capitali all’estero, del valore stimato tra i 130 e i 230 miliardi di euro, aveva proposto l’accordo anche a noi cialtroni, ricevendo una mappata di picche come risposta.
Recentemente, in occasione del complicato travaglio per il parto della manovra finanziaria, il capogruppo dei Democratici in commissione Bilancio, Pier Paolo Baretta, aveva proposto un emendamento che avrebbe introdotto il piano Rubik anche in Italia, con un recupero per l’erario calcolato tra i 5 e i 9 miliardi di euro. La proposta era stata apprezzata dal Presidente della Commissione, il leghista maroniano Giancarlo Giorgetti che però non si era preso la responsabilità di presentarlo personalmente in aula, lasciando al PD l’onore e l’onere di farlo. Mossa che è stata interpretata con il timore di dispiacere a qualcuno all’interno della Lega e della coalizione di governo.
Il piano Rubik infatti, indovinate un po’, non piace a Tremonti e i motivi del suo rifiuto ad introdurlo in Italia sono considerati inspiegabili dagli esperti. Del resto questo è il governo che ha concepito quel ridicolo ed insultante 5% di liberatoria sui capitali rientrati in Italia. E’ il governo di un Presidente del Consiglio che considera legittima l’evasione fiscale e che si forgia leggi ad personam per risparmiare sulle tasse delle proprie aziende. E’ il governo infine che preferisce attingere sempre ed ogni volta alle sicure ma sempre più magre buste paghe piuttosto che toccare le vacche sacre dell’evasione come quegli imprenditori che prosperano sul lavoro nero, quei professionisti con l’allergia per la fattura, quei commercianti dallo scontrino recalcitrante, quegli artigiani con gli Hummer intestati alla nonna con la pensione sociale e tutta quella immensa e variegata platea di gente dal tenore di vita altissimo che risulta però nullatenente e che vanno, tutti assieme, a costarci circa 300 miliardi di euro all’anno. Per non parlare degli introiti della criminalità organizzata, calcolati in 135 miliardi di euro nel 2010
Solo volendolo quindi si potrebbero raggranellare molti dei soldi necessari alla manovra economica e soprattutto alla ripresa economica, scegliendo di tartassare i disonesti al posto degli onesti.
Evidentemente però, i partiti di questo centrodestra berlusconiano considerano gli evasori fiscali – nel senso il più generale possibile del termine – la punta di diamante del loro elettorato di riferimento e sono disposti a tutto pur di difenderne il comportamento truffaldino. Chissà cosa ne pensano gli elettori onesti che li hanno comunque votati? E’ questo il motivo per cui notizie come quella sul “piano Rubik” sono così difficili da sentire per televisione?

La crisi sta minando ovunque i privilegi delle Caste e i governi seri sanno che non si possono pretendere i sacrifici dalla gente comune che lavora e stenta a campare, mentre queste gozzovigliano alla faccia loro.
Negli Stati Uniti, paese notoriamente restìo al discorso più tasse per i ricchi, il presidente Obama tenta di far capire ai Repubblicani che anche i ricchi devono cominciare a pagare di più, dopo la politica di sconti outlet per gli alti redditi inaugurata con il reaganismo. I paesi europei prendono provvedimenti seri contro l’evasione, scegliendo la serietà di chi .
Solo noi facciamo finta di non capire che, seppure i ricchi continueranno a non entrare nel Regno dei Cieli, qualche cammello, per amore o per forza, dalla cruna dell’ago bisognerà cominciare a farcelo passare.

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Però la vecchia è di pellaccia dura, non so se basteranno.

Per una volta sono d’accordo con Tremonti. Bisogna avere le mani più libere nel licenziare in questo paese. Soprattutto e, per primi, vanno licenziati il fallito ed il suo fiscalista.

Come premessa bisogna dire che il fallito ed il fiscalista di cui sopra sono solo dei volonterosi carnefici, i sonderkommando della situazione. Stanno solo eseguendo gli ordini di un’oligarchia sovranazionale con caratteristiche di associazione per delinquere di stampo mafioso e terroristico che, rifiutandosi di accettare che il capitalismo per come lo conosciamo è ormai un cadavere gonfio e puzzolente che butta fuori da tutti i buchi, assassinato da quella neoplasia maligna che si chiama neoliberismo, crede di salvare il proprio potere corrotto cancellando tutto ciò che di diritti dei lavoratori e walfare state è rimasto nei nostri paesi.

L’oligarchia scatena le sue cellule terroristiche finanziarie ed in un pomeriggio mette a ferro e fuoco un paese dopo l’altro. Poi manda lettere minatorie ai volonterosi governanti di questi paesi affinché imbraccino la mannaia e facciano pagare ai lavoratori e alle fasce più deboli della popolazione il costo dei loro vizi e della loro infinita ingordigia. Per poter ancora di più divaricare la forbice tra ricchi e poveri,  per sentirsi loro ancora più ricchi, gettando nella disperazione intere popolazioni, devono distruggere l’architettura stessa degli stati nazionali, la sicurezza di chi lavora, la vita di milioni di persone.  Ma chi era Bin Laden in confronto?
Eppure nessuno li ferma, perché i governanti delle varie nazioni, gli avventizi che occupano i posti di rappresentanza nei governi e che fanno la passerella al G8 come i pagliacci al circo, sono i loro camerieri e le loro puttane, gente che abbindola il popolo alle elezioni con il populismo più ributtante, fa promesse e poi in realtà fa solo quello per il quale è stata eletta: fare gli interessi dell’oligarchia e in subordine i propri come regalia da parte del potere superiore.

L’Italia è un caso particolare. C’è al potere un servo padrone che, invece di fare gli interessi dei superiori, ha perso tutto questo tempo ad evitare di finire in galera, impegnando il Parlamento del suo paese nella logorante legiferazione ad personam in difesa del suo flaccido e delle sue aziende. Come direbbero a Roma, si è allargato un po’ troppo. Tra l’una e l’altra delle quaranta leggi fattegli su misura, badava a dire che la crisi, ovvero la scaletta di macelleria sociale da eseguire per conto dei superiori, non esisteva e che era solo un disturbo della percezione. Non crediamo che l’abbia fatto per pura magnanimità nei nostri confronti, per risparmiarci le lacrime ed il sangue. Era semplicemente con la testa da un’altra parte, a seguire i suoi affari. In Italia e all’estero, con gli amici figli di Putin e i compagni di bunga bunga nel deserto.

Come aggravante nel caso Italia c’è da considerare il paradosso che questo signore che ci governa è uno che, nonostante un’opposizione più comprensiva di una mamma e che considera le sue aziende “patrimonio culturale del paese” (cit. D’Alema), l’utilizzo intensivo a scopo propagandistico del suo monopolio mediatico – che nessuno in questi anni ha osato infrangere (vedi alla voce opposizione); nonostante, ripeto, una quarantina di leggi ad personam tagliate su misura per sé e per le sue aziende, l’utilizzo dell’arma della corruttela e di una sorta di compulsione allo shopping di deputati e senatori, rimane un imprenditore sempre sull’orlo del fallimento, come fosse colpito da un’oscura maledizione faraonica. La sua azienda ammiraglia, Mediaset, nonostante operi in regime di quasi assenza di concorrenza, soprattutto in termini di raccolta pubblicitaria, in un anno ha fatto registrare in Borsa una perdita del – 47,14%. Ecco perché l’altro giorno il nostro in Parlamento, con la crisi che prendeva ad asciate la porta, si è messo a dare i consigli per gli acquisti: “Comprate titoli Mediaset, peffavore signo’ “.

Il secondo elemento che rende il caso italiano particolare è il fatto che uno abituato alla gabola ed alla via traversa non poteva che mettere al governo dell’economia italiana, cioè al governo delle entrate e delle uscite, un tributarista fiscalista, ovvero la persona meno adatta del mondo per fare gli interessi dello Stato. Il fiscalista può anche aver scritto libri e tenuto lezioni all’Università ma, per definizione, studia il modo per far pagare meno tasse ai suoi clienti e quindi sottrae per mestiere risorse allo Stato. E’ simile all’avvocato che deve far di tutto per non farti condannare, soprattutto se sei colpevole.
Il fiscalista nasconde i profitti aziendali per evitare di farti salire nello scaglione superiore di aliquota e farti pagare meno tasse, utilizza la falsa fatturazione sempre per farti rimanere sotto un certo livello. E, soprattutto, se l’Agenzia delle Entrate o la GdF ti entra da tergo sui garretti lo stesso perché i conti sono comunque sbagliati, lui non è responsabile. Al massimo cambi consulente perché fargli causa costerebbe troppo.

Vi meravigliate quindi che questi due ci abbiano condotti a questo punto?  Non sarà facile rimediare ai danni da loro prodotti ma almeno intanto lasciamo che siano vittime dei loro stessi proclami. Licenziati in tronco, senza preavviso. E di giuste cause ce n’è una marea.

“Non abbiamo messo le mani nelle tasche dei cittadini” (B., “Greatest Hits”)
I lavoratori tra i 25 e i 34 anni che andranno in pensione nel 2050, riceveranno assegni di nemmeno 1000 euro al mese, meno di ciò che guadagnano attualmente. E stiamo parlando di assoluti privilegiati, ovvero di lavoratori con contratti a lungo termine. Non viene detto cosa accadrà ai precari ma è pensabile che la pensione costoro la vedranno con il lanternino oppure in sogno.
Sentite questa. Grazie alla finanziaria del fiscalista genio, quello specializzato nel passaggio delle patate bollenti alla prossima legislatura, possibilmente di centrosinistra, chi ha investito in titoli di stato come BOT e CCT una decina di migliaia di euro, vedrà andarsene in tasse ben tre quarti del reddito da essi prodotto. Il genio ha partorito un superbollo ad hoc per i risparmi sudati ed investiti in titoli di stato di operai e pensionati:

“Un effetto legato al progressivo aumento del bollo d’imposta sul dossier titoli, che aumenterà subito da 34,2 a 120 euro per arrivare a 150 nel 2013. Con il paradosso che a rimetterci sarebbero proprio i piccoli risparmiatori, perché con l’aumentare dell’esposizione finanziaria l’impatto dell’imposta si diluisce. E così 25mila euro investiti che oggi valgono 432,3 euro netti, sono pronti a scendere a 346,5 dopo la manovra (-20%) e a 316,5 euro nel 2013 (-27%). (“La Repubblica”, 6 luglio 2011)

Stanno pensando anche, sempre applicando le loro pratiche estreme di porno economy, di portare l’aliquota delle rendite fiscali dal 12,50% al 20% ma senza distinguere tra chi specula in Borsa e ha milioni se non miliardi da investire e chi ha messo da parte con fatica il dossierino titoli da dieci o ventimila euro. Ventipercentopertutti, così non si fanno favoritismi. Il principio di proporzionalità proprio non gli entra nella zucca.
E poi tagli indiscriminati ancora ai danni dei Comuni, della Sanità e dei servizi. Questo ovviamente mentre qualcuno cercava di risparmiare con l’inganno 750 milioni di euro di multa da pagare. Pornografia estrema, appunto.
Non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani. L’ombrello ormai è out, superato. Ora si va dentro con il pugno, tutto il braccio. E meno male che la spalla funge da finecorsa.

Anche lui non disdegna.

Ci sono cose che non si reggono più, neppure con sforzi inauditi di sopportazione e il Giobbe mode on a tavoletta.
La prima in assoluto è l’individuo denominato Berlusconi con il suo voler restare aggrappato allo scoglio peggio di una cozza infetta, nonostante stiano cercando in tutti i modi di scalzarlo con il coltellino.
Da vecchia diva incapace di ammettere di approssimarsi al capolinea biologico, oltre che di avere obiettivamente sciroppato i maroni con i suoi isterismi, non ha ancora capito che c’est Fini, BigBen ha detto stop. Che non basteranno i compassionate journalists come Max Minzolini e Max Fede a recapitargli lettere farlocche di fans con le mutandine bagnate allegate e sondaggi sempre più pietosi a suon di 80% di consensi per tenerlo su. Non c’è niente di male ad avere il 36% dei voti se non se ne vuole avere più del 50.
Norma Desmond vuole il suo primo piano. E dateglielo, purchè dopo si levi dai coglioni. Possibilmente in saecula saeculorum.

La seconda cosa che non si regge più è Bersani quando crede di dire cose di sinistra. Per la verità bisognerebbe dire che non si regge più Bersani e basta, con tutto il cucuzzaro piddino e, temo, la sinistra in generale.
Prima delle vacanze ho visto “Draquila”. La cosa più agghiacciante del film è la parte sul PD, quando la Guzzanti fa vedere la tristissima tenda che dovrebbe essere la sede del maggiore partito di opposizione nelle aree terremotate, vuoto, disabitato, forse dichiarato inagibile come l’intera pericolante sinistra italiana.
Ecco, la più devastante immagine dello stato dell’arte dell’opposizione italiana si evince dall’opera di un’artista di sinistra ed il bello è che loro, i piddini grigi, i dirigenti, non si accorgono della loro insostenibile inutilità. La sinistra, quando si siede alle scrivanie degli uffici dirigenti, perde la capacità di vedere i propri difetti. Resta inamovibile nella sua ottusità e nelle sue antipatie.
No Grillo no, puah, che schifo. Non solo Grillo o Di Pietro, ma chiunque non risponda a certi canoni prestabiliti come il grigiore cadaverico e il rigor mortis mentale, l’attitudine all’inciuciamento con il nemico e l’eloquio politichese vecchio stile, non può essere ammesso a diventare leader dell’opposizione. Un vero leader de sinistra, mica pizza e fichi. Anzi, pizza e Nichi.
Magari si buttano su uno come Vendola che, con tutta la buona volontà, come avversario di Berlusconi non ha più chances di un Diliberto dei tempi andati, uno che al Caimano le ha cantate meglio dei tre tenori a cappella.
Sono così, hanno gli innamoramenti estivi, i piddini. Prima er Uolter, ora il Nichi. Credono che nel paese dove lo sport nazionale sta diventando, soppiantato il noiosissimo pallone, il “picchia un gay ogni giorno, lui sa perchè” e gli omofobi fanno gran carriera grazie ai dirigenti piddini, il Nichi possa soppiantare il vecchio wannabe trombatore con la pompetta. La folla è femmina, non è un bel maschione, purtroppo.
Nichi Vendola si, quindi, e Beppe Grillo no, perchè al piddino gli sta antipatico. Perchè non aveva la tessera. Basterebbe dire che nemmeno Grillo ha la stoffa di un leader e bona lé, invece ci si accalorano proprio. Di Pietro, ohibò, Grillo puah. Stomaci delicati. Poi masticano da anni D’Alema e Fassino. Hanno perfino ingoiato la Binetti con il cilicio puntuto rischiando la perforazione dell’esofago.
Leggo anche laceranti lamentazioni sul fatto che la sinistra si lasci ormai rappresentare da Fini. Ohibò, l’ex fascista. Se i discorsi che fanno i dirigenti del PD sono quelli che si sentono e soprattutto le azioni politiche sono quelle che sono, un inciucio schifoso dopo l’altro, non ci si deve meravigliare che uno poi si butti a destra.

E’ tempo di riportare qualche perla appena schiusa, uora uora, dalla preziosa conchiglia di Bersani, il segretario acclamato a condurre il PD al definitivo naufragio, un bel comandante del Titanic in alta uniforme con i pennacchi.
Il nostro, intervistato oggi, ha dichiarato che un eventuale nuovo esecutivo non potrebbe essere guidato da Berlusconi (è ovvio, Monsieur LaPalisse) e che le elezioni con questa legge elettorale (che anche loro hanno contribuito a varare!!) non sono auspicabili, e che Tremonti forse, magari, potrebbe andare bene. E’ noto che Tremonti viene da Urano e non dal partito di Berlusconi.
Andiamo avanti.

“Un grande partito come il Pd” non puo chiudersi “nella boria” ma “deve pensare all’Italia” e deve “avere disponibilità e generosità”.

Che cosa vi sia da andar fieri nel PD è un mistero. E poi, dobbiamo dedurre che finora il PD non ha pensato all’Italia? Io temo che abbia pensato soprattutto, negli ultimi dieci anni, a non danneggiare Berlusconi’.

“Qui succede l’ira di Dio e la televisione (della Rai) che fa? Va in vacanza! E allora dovremmo tagliare il canone del mese di agosto!”

Già, chi ha lasciato che la RAI finisse ingoiata nella gola profonda del berlusconismo mediasettico? Chi non ha mosso un pelo intrachiappico contro il conflitto di interessi?
La più bella però è quando Bersani dice:

“Qui non è in discussione il sistema bipolare che è nel dna degli italiani. Il bipolarismo può essere migliorato dando flessibilità e radicamento di democrazia parlamentare efficace e non populista”.

Da bravo quadro gli è scappato un vento di politichese e un accenno di supercazzola prematurata di sbiriguda con la proporzionale secca come fosse Fanfani.
Il sistema bipolare nel DNA degli italiani??? Bersani confonde il guelfoghibellinismo ed il più recente tifo da stadio con l’alternanza democratica tra parti politiche tipica dei paesi civili. Ma Cristosanto, in che mondo vive? Crede di stare a Downing Street e invece è in curva al suono di “chi non salta comunista è”.

La grande trovata per uscire dalla crisi, in definitiva, se dobbiamo affidarci al genio politico di Bersani, è accontentarsi di un Tremonti premier al posto del Caimano. Un’Italia sul viale del Tremonti, appunto.
“Ha ragione Tremonti, senza posto fisso non si campa”. Questa è la risposta che i lettori di Repubblica hanno votato in maggioranza nel sondaggio dedicato alla domanda lapalissiana* se fosse meglio il posto fisso o la precarietà.

Aspetta un momento. Tremonti??? Ma chi, “quel” Tremonti? Il ministro delle finanze del governo a chiacchiere liberista e che vorrebbe scatenare nelle sue fantasie erotico-economiche l’ultraviolenza thatcheriana? Quello stesso governo che comprende anche il mini-Torquemada e castigamatti tascabile degli statali fannulloni, Fra Brunettolo da Venezia? Colui, il Brunettolo, che, potendolo, licenzierebbe tutti tranne lui e i suoi vecchi compagni di merende socialisti?

Si, proprio quel Tremonti lì, che studia con profitto da no-global ormai da qualche anno, ha sposato l’eresia dolciniana e la frase sul posto fisso l’ha buttata là così, a tradimento fra i tacchi della Signorina Emmo Marcegaglia, che per poco non ci sbatteva gli occhiali sullo stipite.
“No, no, non si può, è roba vecchia, macchè posto fisso”, si è giustamente risentita la Signora Confindustria che non corre certo il rischio di essere licenziata.

Berlusconi, che per paura di perdere un punto della patente di miglior premier dell’universo prometterebbe chissà che cosa e ormai un pò precario ci si sente, è scattato come un pupazzo a molla e ha detto subito: “Si, si, è vero, che schifo la precarietà, viva il posto fisso, anzi il posto a vita, l’ergastolo lavorativo.”
Salvo poi, il giorno dopo, riavutosi dal momento di smarrimento, prendere le distanze da Fra Tremontino da Sondrio, il neo-dolciniano no global, l’eretico del posto fisso, il profeta dell’ovvia conclusione che è meglio avere la certezza del domani piuttosto che vivere sul filo del rasoio.

Di questo si tratta, in fondo. Avere un contratto a tempo indeterminato, con le sue belle tutele, ti permette di fare qualche progettino per l’immediato futuro come l’acquisto della casa, il matrimonio, il togliersi qualche sfizio. Se sei ancora in età da riproduzione ti permette di figliare e mantenere la prole. Non si parla del fatto di entrare in una ditta e lavorarci quarant’anni come succedeva una volta. Cambiare lavoro, se lo si desidera, è cosa buona e giusta.
C’è un tipo di capitalismo, però, che ti costringe a campare alla giornata, senza sapere se domani lavorerai ancora o no. Un sistema che se ne frega delle tue esigenze di programmazione di vita. Ti usa, ti spreme e poi ti getta.

Chi è soggetto a questa tortura della precarietà non è certo la Signorina Emmo o Fra Brunettolo e nemmeno l’eretico Fra Tremontino. Loro fanno parte di una casta che il posto fisso non l’ha mai abbandonato. Anzi, se lo tramanda di padre in figlio, di marito in moglie. Gente abbarbicata alla sua posizione di privilegio e che non ha alcuna intenzione di dividerla con gli altri. Loro stipendiati lautamente a vita e gli altri sotto il giogo della precarietà.

Una visione molto medievale, in fondo, altro che tardocapitalistica. Il popolo che paga le decime alla nobiltà ed al clero ed il Signore che per magnanimità decide di togliere le tasse a suo puro capriccio. Oggi a te, domani a quelli laggiù. Toh, quanto sono buono e giusto.
Apro una parentesi. Per continuare con le ovvietà, sarebbe meglio tagliare le tasse ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati più che ai professionisti ed ai commercianti. Cioè privilegiare coloro che non possono materialmente evaderle, le tasse.

Rimane il dubbio sul tipo di gioco che stanno giocando Fra Tremontino l’Eretico con il suo grido “de-licenziagite!” e il suo compare Umbertino da Varese, pronto a schierare i carrocci a testuggine a difesa del ministro del PDL. Ci fanno o ci sono?
Che Iddio mi conceda la grazia di essere testimone trasparente e cronista fedele di quanto sta avvenendo in un luogo remoto a nord del continente africano, in un paese di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome.

Ed ora un po’ di sana musica medievale, Salvatore Remix.

* Mannaggia al Tafanus che mi ha bruciato l’associazione con Catalano e “Quelli della Notte”. Ci avevo pensato anch’io!
Il 20 gennaio scorso, tra una notiziola e l’altra, il conduttore del TG1 ha annunciato che, con la presentazione dell’ultimo volume della rivista ASPENIA, dedicato alla presidenza Obama, “si è inaugurata oggi la collaborazione tra il TG1 e l’Aspen Institute Italia”.

Ma va? E noi che credevamo che l’Aspen, il CFR (Council on Foreign Relations) e le altre lobbies e think tanks avessero già messo da tempo le mani su ogni media italiano, dalla RAI a Mediaset, da Telecom al Corrierone, fino ai giornaletti parrocchiali e i bollettini per i naviganti. Se non altro perchè i loro membri sono onnipresenti ogni volta che c’è da intervistare l’esperto dei massimi sistemi.
Si vede che, come le gravidanze in stato avanzato, al TG1 il pancione non riuscivano più a nasconderlo.

Cos’è l’Aspen Institute? E’ una lobby come ce ne sono tante in America, che di mestiere lobbano, ovvero fanno gli interessi di coloro che ne fanno parte, di solito coloro che contano. In fondo sono dei sindacati per ricchi e potenti, con filiali in tutto il mondo.
Dentro ci sono proprio tutti, come in un super Rotary, un Rotarone extralusso.
Il fondatore di Aspen Italia è Gianni De Michelis e l’attuale presidente è Giulio Tremonti. La direttora responsabile di Aspenia, la rivista di Aspen Italia è Lucia Annunziata, quella che deve orientare gli italiani.

Chiedi loro: che fate? dove andate? quanti siete? E loro rispondono sempre “è per il bene del mondo, è per mangiarvi meglio”. Si riuniscono a porte chiuse, sempre per il bene del mondo. Vogliono creare una dirigenza illuminata, lo scrivono sul loro sito.
Oplà, buoni, non dite illuminati che mi si sveglia l’Icke. Poi finisce che vuole andargli a strappare la pelle per vedere se sotto c’è il lucertolone, sapete com’è.

Hai voglia di tenere il complottista al guinzaglio ma tutti questi circoli, queste bocciofile per miliardari non saranno una specie di Massoneria a cielo aperto? Sa, a me queste consorterie stanno tutte un po’ sul cazzo, soprattutto i fratelli in grembiulino e compasso. Proprio non li reggo.
Non credo che gli Illuminati si riuniscano in qualche castello bavarese per fare sacrifici umani e trombare strafacendosi di coca qualche ragazzino, come sostengono i complottisti un po’ perversi.
In fondo gli elenchi dei soci non sono mica nascosti a Castiglion Fibocchi, si trovano online, sui vari siti dei clubs.

E’ proprio questa la cosa più pericolosa. Il fatto che ci trovi tutti, destra e sinistra, Prodi e Tremonti, la Confindustria, le multinazionali, i politici, le banche, le assicurazioni, i media, le società di comunicazione. Se tutti vogliono far parte della stessa cosa vuol dire che quella cosa serve per uno scopo comune. Niente di strano, niente complotti con gli alieni grigi per l’invasione della Terra nel 2012.
Queste lobbies vogliono una cosa sola e molto terra terra: la continuazione del loro privilegio. Vigilano affinchè il potere venga tramandato di padre in figlio all’interno della casta.
Il privilegio si mantiene meglio se nessuno rompe i coglioni con roba come uguaglianza di diritti, difesa dei diritti acquisiti e libertà di espressione.

Ecco quindi che si rende necessario spalmare ovunque e liscio come la glassa della Sachertorte il pensiero unico, che unifica Napolitano e Berlusconi, Tremonti, Dini e Prodi in un unico credo: difendere sempre e comunque gli interessi della classe dirigente.
Se la gente pensa in maniera uniforme sarà più facile farle ingoiare i rospi. A questo sono preposti i Riotta e le Annunziate con i loro telegiornali illuminati a giorno.
Hanno aspettato che salisse su Obama, così il pubblico penserà che quelli dei think tank sono tutti democratici, belli e abbronzati ma in realtà sono sempre gli stessi di prima, compresi i lucertoloni del PNAC. Ricordo benissimo che la prima intervista che fece Riotta da neodirettore del TG1, nel settembre 2006, da fratello che riceve finalmente la luce, fu con Henry Kissinger. Chissà perchè.
Per questo ed altro ancora, l’annuncio dell’altra sera è suonato, più che l’annuncio di una novità, un coming-out.

Non è complottismo, è quasi una rasoiata di Occam.


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Il 20 gennaio scorso, tra una notiziola e l’altra, il conduttore del TG1 ha annunciato che, con la presentazione dell’ultimo volume della rivista ASPENIA, dedicato alla presidenza Obama, “si è inaugurata oggi la collaborazione tra il TG1 e l’Aspen Institute Italia”.

Ma va? E noi che credevamo che l’Aspen, il CFR (Council on Foreign Relations) e le altre lobbies e think tanks avessero già messo da tempo le mani su ogni media italiano, dalla RAI a Mediaset, da Telecom al Corrierone, fino ai giornaletti parrocchiali e i bollettini per i naviganti. Se non altro perchè i loro membri sono onnipresenti ogni volta che c’è da intervistare l’esperto dei massimi sistemi.
Si vede che, come le gravidanze in stato avanzato, al TG1 il pancione non riuscivano più a nasconderlo.

Cos’è l’Aspen Institute? E’ una lobby come ce ne sono tante in America, che di mestiere lobbano, ovvero fanno gli interessi di coloro che ne fanno parte, di solito coloro che contano. In fondo sono dei sindacati per ricchi e potenti, con filiali in tutto il mondo.
Dentro ci sono proprio tutti, come in un super Rotary, un Rotarone extralusso.
Il fondatore di Aspen Italia è Gianni De Michelis e l’attuale presidente è Giulio Tremonti. La direttora responsabile di Aspenia, la rivista di Aspen Italia è Lucia Annunziata, quella che deve orientare gli italiani.

Chiedi loro: che fate? dove andate? quanti siete? E loro rispondono sempre “è per il bene del mondo, è per mangiarvi meglio”. Si riuniscono a porte chiuse, sempre per il bene del mondo. Vogliono creare una dirigenza illuminata, lo scrivono sul loro sito.
Oplà, buoni, non dite illuminati che mi si sveglia l’Icke. Poi finisce che vuole andargli a strappare la pelle per vedere se sotto c’è il lucertolone, sapete com’è.

Hai voglia di tenere il complottista al guinzaglio ma tutti questi circoli, queste bocciofile per miliardari non saranno una specie di Massoneria a cielo aperto? Sa, a me queste consorterie stanno tutte un po’ sul cazzo, soprattutto i fratelli in grembiulino e compasso. Proprio non li reggo.
Non credo che gli Illuminati si riuniscano in qualche castello bavarese per fare sacrifici umani e trombare strafacendosi di coca qualche ragazzino, come sostengono i complottisti un po’ perversi.
In fondo gli elenchi dei soci non sono mica nascosti a Castiglion Fibocchi, si trovano online, sui vari siti dei clubs.

E’ proprio questa la cosa più pericolosa. Il fatto che ci trovi tutti, destra e sinistra, Prodi e Tremonti, la Confindustria, le multinazionali, i politici, le banche, le assicurazioni, i media, le società di comunicazione. Se tutti vogliono far parte della stessa cosa vuol dire che quella cosa serve per uno scopo comune. Niente di strano, niente complotti con gli alieni grigi per l’invasione della Terra nel 2012.
Queste lobbies vogliono una cosa sola e molto terra terra: la continuazione del loro privilegio. Vigilano affinchè il potere venga tramandato di padre in figlio all’interno della casta.
Il privilegio si mantiene meglio se nessuno rompe i coglioni con roba come uguaglianza di diritti, difesa dei diritti acquisiti e libertà di espressione.

Ecco quindi che si rende necessario spalmare ovunque e liscio come la glassa della Sachertorte il pensiero unico, che unifica Napolitano e Berlusconi, Tremonti, Dini e Prodi in un unico credo: difendere sempre e comunque gli interessi della classe dirigente.
Se la gente pensa in maniera uniforme sarà più facile farle ingoiare i rospi. A questo sono preposti i Riotta e le Annunziate con i loro telegiornali illuminati a giorno.
Hanno aspettato che salisse su Obama, così il pubblico penserà che quelli dei think tank sono tutti democratici, belli e abbronzati ma in realtà sono sempre gli stessi di prima, compresi i lucertoloni del PNAC. Ricordo benissimo che la prima intervista che fece Riotta da neodirettore del TG1, nel settembre 2006, da fratello che riceve finalmente la luce, fu con Henry Kissinger. Chissà perchè.
Per questo ed altro ancora, l’annuncio dell’altra sera è suonato, più che l’annuncio di una novità, un coming-out.

Non è complottismo, è quasi una rasoiata di Occam.


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Il 20 gennaio scorso, tra una notiziola e l’altra, il conduttore del TG1 ha annunciato che, con la presentazione dell’ultimo volume della rivista ASPENIA, dedicato alla presidenza Obama, “si è inaugurata oggi la collaborazione tra il TG1 e l’Aspen Institute Italia”.

Ma va? E noi che credevamo che l’Aspen, il CFR (Council on Foreign Relations) e le altre lobbies e think tanks avessero già messo da tempo le mani su ogni media italiano, dalla RAI a Mediaset, da Telecom al Corrierone, fino ai giornaletti parrocchiali e i bollettini per i naviganti. Se non altro perchè i loro membri sono onnipresenti ogni volta che c’è da intervistare l’esperto dei massimi sistemi.
Si vede che, come le gravidanze in stato avanzato, al TG1 il pancione non riuscivano più a nasconderlo.

Cos’è l’Aspen Institute? E’ una lobby come ce ne sono tante in America, che di mestiere lobbano, ovvero fanno gli interessi di coloro che ne fanno parte, di solito coloro che contano. In fondo sono dei sindacati per ricchi e potenti, con filiali in tutto il mondo.
Dentro ci sono proprio tutti, come in un super Rotary, un Rotarone extralusso.
Il fondatore di Aspen Italia è Gianni De Michelis e l’attuale presidente è Giulio Tremonti. La direttora responsabile di Aspenia, la rivista di Aspen Italia è Lucia Annunziata, quella che deve orientare gli italiani.

Chiedi loro: che fate? dove andate? quanti siete? E loro rispondono sempre “è per il bene del mondo, è per mangiarvi meglio”. Si riuniscono a porte chiuse, sempre per il bene del mondo. Vogliono creare una dirigenza illuminata, lo scrivono sul loro sito.
Oplà, buoni, non dite illuminati che mi si sveglia l’Icke. Poi finisce che vuole andargli a strappare la pelle per vedere se sotto c’è il lucertolone, sapete com’è.

Hai voglia di tenere il complottista al guinzaglio ma tutti questi circoli, queste bocciofile per miliardari non saranno una specie di Massoneria a cielo aperto? Sa, a me queste consorterie stanno tutte un po’ sul cazzo, soprattutto i fratelli in grembiulino e compasso. Proprio non li reggo.
Non credo che gli Illuminati si riuniscano in qualche castello bavarese per fare sacrifici umani e trombare strafacendosi di coca qualche ragazzino, come sostengono i complottisti un po’ perversi.
In fondo gli elenchi dei soci non sono mica nascosti a Castiglion Fibocchi, si trovano online, sui vari siti dei clubs.

E’ proprio questa la cosa più pericolosa. Il fatto che ci trovi tutti, destra e sinistra, Prodi e Tremonti, la Confindustria, le multinazionali, i politici, le banche, le assicurazioni, i media, le società di comunicazione. Se tutti vogliono far parte della stessa cosa vuol dire che quella cosa serve per uno scopo comune. Niente di strano, niente complotti con gli alieni grigi per l’invasione della Terra nel 2012.
Queste lobbies vogliono una cosa sola e molto terra terra: la continuazione del loro privilegio. Vigilano affinchè il potere venga tramandato di padre in figlio all’interno della casta.
Il privilegio si mantiene meglio se nessuno rompe i coglioni con roba come uguaglianza di diritti, difesa dei diritti acquisiti e libertà di espressione.

Ecco quindi che si rende necessario spalmare ovunque e liscio come la glassa della Sachertorte il pensiero unico, che unifica Napolitano e Berlusconi, Tremonti, Dini e Prodi in un unico credo: difendere sempre e comunque gli interessi della classe dirigente.
Se la gente pensa in maniera uniforme sarà più facile farle ingoiare i rospi. A questo sono preposti i Riotta e le Annunziate con i loro telegiornali illuminati a giorno.
Hanno aspettato che salisse su Obama, così il pubblico penserà che quelli dei think tank sono tutti democratici, belli e abbronzati ma in realtà sono sempre gli stessi di prima, compresi i lucertoloni del PNAC. Ricordo benissimo che la prima intervista che fece Riotta da neodirettore del TG1, nel settembre 2006, da fratello che riceve finalmente la luce, fu con Henry Kissinger. Chissà perchè.
Per questo ed altro ancora, l’annuncio dell’altra sera è suonato, più che l’annuncio di una novità, un coming-out.

Non è complottismo, è quasi una rasoiata di Occam.


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“Non è un intervento caritatevole, i bisognosi esistono e vanno considerati”. (Giulio Tremonti)

Ho un dubbio. Ho paura che anche stavolta, con la meravigliosa iniziativa della Social Card, varata dal nostro amato governo, sentiremo un pizzicorino inequivocabile dalle parti del fondoschiena.

In una precedente versione del governo Berlusconi, non ricordo se la 2.0 o la 3.0, tra le promesse elettorali da marinaio vi fu quella di aumentare le pensioni minime a 500 euro mensili.
Fu detto proprio così generalizzando. Molti ci cascarono e credettero che a tutti, automaticamente, sarebbe arrivato a casa l’aumento. Da come aveva detto Berlusconi doveva essere così.
Invece i pensionati scoprirono, una volta informatisi al patronato, che 1) la cosa non era automatica ma bisognava presentare la relativa domanda; 2) non tutti i pensionati al minimo ne avevano diritto ma solo coloro che non superavano i 7.069,27 euro annui di reddito e avevano più di settant’anni. Attenzione, se il pensionato richiedente conviveva con il coniuge, il reddito era da considerarsi cumulativo e non doveva superare gli 11.943,88 euro. Se uno dei due avesse anche avuto diritto all’aumento, cumulando reddito con il coniuge avrebbe potuto superare facilmente il limite del reddito familiare complessivo.
Non solo, ma per presentare domanda di aumento era necessario compilare la dichiarazione ISEE che normalmente ti chiede se possiedi immobili, quanti soldi hai in banca tra conto corrente e titoli, quanto percepisci di reddito da lavoro o da pensione e quanti peli hai nelle orecchie (mi sono contenuta).

E’ per queste clausole scritte in piccolo sul contratto con gli italiani che, di 4.000.000 di pensionati con meno di 500 euro al mese, solo 1.800.000 alla fine hanno ottenuto il famoso aumento.
Per ironia della sorte, chi ha veramente aumentato le pensioni e senza considerare il reddito da abitazione e cumulativo ma solo quello individuale è stato il governo Prodi nel 2007, il tanto vituperato dai berlusconidi. E’ parimenti stato il governo Prodi a firmare il decreto per l’apertura delle discariche che hanno permesso poi al nano di far bella figura ripulendo il centro di Napoli, ma lasciamo perdere.

Tornando a questa Social Card, come ci spiegano i giornali, essa consisterà in una tessera tipo bancomat o mastercard ma non a credito illimitato come quella della signora Beckham, eh si, ciccia!, ma ricaricata con ben quaranta euro al mese.
Ricordate quando dicevo che i cento euro che alla zia ricca servono solo per la messa in piega a noi dovrebbero bastare un mese? E’ la stessa mentalità. Sono poveri? Diamogli una miseria, se no che poveri sono? Tanto loro si accontentano di poco. Una tazza di latte tiepido e una brioscina.

Quaranta euro al mese. Nemmeno il buon gusto di darne 51,65 che, psicologicamente, sarebbero state le vecchie centomila lire.
Si, però avrai anche lo sconto del 5% in alcuni supermercati. La tessera è anonima, non è umiliante, si schermiscono i genialoidi che l’hanno inventata ma immagino che dovrai esibirla alla cassa per ottenere lo sconto. Quindi?
Anche per la Pover Card è necessaria la dichiarazione ISEE che, si badi bene, è il classico strumento di un Fisco che fa le pulci ai poveri invece di farle ai ricchi. Vuoi risparmiare il canone Telecom? Presenta l’ISEE, ovvero il certificato di povertà. Questa volta, invece del certificato o della tessera annonaria ci danno una finta carta di credito, che però alla cassa ti farà sentire quasi come la signora Beckham che fa acquisti in Montenapo.

Come noi da bambini che mettevamo la molletta con la carta da gioco tra i raggi della bicicletta per far finta di avere la moto.

Ah, una preghiera: potrebbero Berlusconi e gli esponenti del suo governo non usare le parole bisognosi e meno fortunati ma chiamarli più correttamente poveri? No, perchè ci dà sui nervi, grazie.


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