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“Mi era capitato in passato di avere rapporti con prostitute, come a volte agli uomini accade – specie se oberati dal dovere di essere all’altezza delle aspettative, pubbliche e private. “

“So che non è bello da sentire e non è facile da dirsi, ma una prostituta è molto rassicurante. È una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quel che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo”.
“Io non sono omosessuale. Non ne faccio un vanto, ma non lo sono. È così. Ho amato solo donne. Moltissimo, e con frequente reciprocità. Dai transessuali cercavo un sollievo legato alla loro femminilità. Il fatto che abbiano attributi maschili è irrilevante nel rapporto, almeno nel mio caso. Non importa, non c’è scambio su quel piano. È il loro comportamento, non la loro fisicità, quello che le rende desiderabili. Ma temo che ogni parola possa suonare come una giustificazione: non è quello che voglio.”
“Perché io sono il figlio di Joe Marrazzo.”
 (dall’intervista a Piero Marrazzo di Concita de Gregorio, La Repubblica, 15 agosto 2011)

Insomma, se ho capito bene, un uomo cerca una prostituta mica perché vuole fare sesso a pagamento ma perché è afflitto dall’ansia di prestazione sociale, perché vuole riposarsi, perché una transessuale è una “donna con una marcia in più” rassicurante con la quale confidarsi e perché è oppresso da una figura paterna troppo ingombrante. 
Ho visto una maglietta in una cartoleria, giorni fa. C’era scritto cosa vogliono le donne dagli uomini: una sfilza di cose, un elenco lunghissimo. Sotto, in piccolo, ciò che vogliono invece gli uomini dalle donne
“1) Dargliela; 2) Non rompere i coglioni”. 
Ecco, la psicologia potrebbe essere tutta qui. Basterebbe che gli intervistati mantenessero questa sincerità, quella delle magliette, mentre rispondono alle domande.
Vale la pena, quindi, di occuparsi ancora del colto in flagrante in Via Gradoli – Gesummaria, è dal 1978 almeno che Via Gradoli pullula di spioni – che sciorina tutto il più trito repertorio giustificazionista dell’utilizzatore finale tipo? Direi di no. Anche la nota edipica finale – che è alquanto rivelatrice del problema di fondo che affligge il nostro eroe, oserei dire il focus – è di una banalità quasi imbarazzante. 


Se ne parla, del Marrazzo, invece della solita pantera ferragostana in fuga nell’Agro Pontino, perché quel “donne all’ennesima potenza” ha fatto incazzare di brutto le donne che scrivono su blog e giornali. 
E perché, poi? Certo, dal punto di vista dell’apparenza, del corpo, le trans sono super-ultra-maxi-mega-super-funky donne ma se è vero che sono così comprensive forse è perché sono anch’esse maschi. Chi meglio di un maschio può capire le esigenze di un altro maschio? Il loro valore aggiunto non consiste nell’essere “femmine più” ma nell’essere sia maschi che femmine allo stesso tempo e nel fatto di incarnare la femmina che l’uomo vorrebbe essere. 
Una femmina ipersessuata, con tutto il buono della donna meno le paturnie premestruali e l’appiccicosità del “mi pensi, ma quanto mi pensi, ma mi ami, ma quanto mi ami, quando mi sposi?” e, cosa non da poco, l’assenza del rischio di rimanere incinta e di incastrarti con il pupo. Mi spingerei oltre e direi, perfino, senza quella fastidiosa e pretenziosa vagina, mai soddisfatta dalle loro prestazioni di maschi modello standard. 
La trans invece è una superfemmina che non dirà mai di no al sesso anale e che per giunta ti potrà fare anche un notevolissimo massaggio prostatico dalla porta posteriore salvando le apparenze.
Eh si, perché se qualcuno maliziosamente fa notare che quasi tutti gli annunci AAA dei trans sui giornali offrono non meno di 23×17 motivi per apprezzarne le doti, ci sarà un motivo o no? Qualcuno potrebbe sentirsi tutt’altro che rassicurato da tali convincenti argomenti. No problem, i Marrazzi di turno vi spiegheranno che le trans sono “donne all’ennesima potenza” e che il pistolone è irrilevante, se ne sta lì buono ad ascoltare anche lui le solfe esistenziali del cliente, così qualunque criptogay potrà salvare l’imene alla propria ipocrisia omofobica. Cosa vuoi di più dalla vita, mio caro lucano?


Come potete vedere, noi donne non c’entriamo in questo discorso. E’ tutta una cosa loro tra maschi, quindi non dobbiamo assolutamente offenderci. 
Concita, la prossima volta portaci qualcosa di più interessante di un cliente. Che ne so, un serial killer.
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Ma quanto è stupida l’omofobia, quanto è violentemente idiota nella sua irrazionalità? In un paio di giorni due episodi di intolleranza verso le persone omosessuali hanno riempito la pagina dell’imbecillità sui giornali.
Nel primo, un presunto vero uomo apostrofa per strada Paola Concia e la sua compagna con una sequela di insulti di stampo nazista, il più carino dei quali è ” vi dovevano bruciare nei forni”. E solo perché le due donne camminavano tenendosi per mano. 
Tranquilli, non è il sesso a turbare l’aspirante addetto volontario al crematorio, ma l’affettività. C’è gente talmente disturbata emotivamente che può venire sconvolta dalla manifestazione di un normalissimo gesto d’amore.
Il giorno dopo, la notizia dell’episodio di omofobia ai danni di una parlamentare viene riportata sul “Giornale” e lì, i soliti commentatori più a destra di Hitler ci mettono del loro, dicendo che, “si, è vero, che schifo le lesbiche”. Addirittura se la prendono con la Concia perché ha giustamente reagito nei confronti dell’ominide omofobo. Come si permette, questa, di difendersi da un’aggressione incivile?

Per il secondo episodio mi scuso se dovrò nominare, nell’occasione, Carlo Giovanardi. Il sottosegretario se l’è presa con una pubblicità IKEA  che raffigura due uomini che si tengono per mano (arridaje, fidatevi, è l’affettività che li sconvolge, il volersi bene e il dimostrarselo, non il sesso). 
Lo slogan della campagna incriminata è che IKEA è aperta a tutte le famiglie, quindi anche a quelle omosessuali. Per forza, IKEA deve vendere la sua mercanzia e se ne frega se sul divano Klippan ci faranno l’amore lui e lei, lei e lei o lui e lui. O tutti assieme appassionatamente. Basta che comprino. Si chiama legge del mercato, della domanda e dell’offerta. Il consumatore non ha sesso. E’ un portafogli che cammina.
Casomai un Giovanardi così attento alla difesa della sacra istituzione familiare messa a repentaglio dai busoni che infestano i centri commerciali, potrebbe preoccuparsi che sul Klippan non venga molestato qualche bambino da un genitore, parente, amico di famiglia o prete, o vi venga semplicemente maltrattato da un genitore eterosessuale ma sociopatico.
Viene da sorridere a pensare che questi omofobi idrofobi  votano e si fanno inchiappettare politicamente da quasi vent’anni da un tizio che si è rimminchionito a furia di guardare gli spettacolini lesbo che le sue amiche fidanzatine gli organizzano tutte le sere, coinvolgendo anche presunte maggiorenni.
Sono ipocriti e incoerenti e se non lo fossero non si divertirebbero.

Due donne che si tengono per mano scatenano la voglia di riaccendere i forni ma  è noto che se due pezzi di strafighe nude con il tacco del dodici e un collare da cane al collo si slinguazzano su un palco la cosa è considerata dagli uomini cosiddetti normali cosa assai arrapante.
Ecco quindi che cominciamo a capire il perché di certe reazioni. Finché il lesbo è una rappresentazione delle fantasie maschili più trite esso è accettato e promosso in tutte le sue manifestazioni. E’ sottinteso che le due, ipersessuate e rigorosamente etero, si esibiscono solo per far piacere all’uomo e alla fine torneranno a farsi trapanare dal loro padrone assoluto. Come recita lo slogan di un pornazzo: “In mancanza di cazzo si può diventare lesbichette”. L’amore fra donne come ripiego, non come scelta.
Se invece è l’amore sessuale tra due donne a volersi affermare, magari facendo a meno dell’uomo, la reazione di chi si sente escluso è violenta e rabbiosa e può arrivare a forme estreme di punizione, come lo stupro rieducativo delle lesbiche che è piaga endemica in Sudafrica.
Non che le cose vadano meglio se sono due uomini a tenersi per mano per strada. Da un certo punto di vista la rappresentazione dell’affettività e del sesso tra uomini è ancora più osteggiata da una società maschilista di eterosessuali ad ogni costo. La violenza contro i gay è talmente diffusa che non fa più nemmeno cronaca, nemmeno gli episodi più truci.
Per giunta, al contrario degli uomini che amano il lesbo show, noi donne non ci arrapiamo a vedere due palestrati che si inchiappettano nella doccia e non ci sogneremmo mai di chiedere a due nostri amici particolarmente gnoccoloni di farlo per noi.
Non perché non li troviamo belli e seducenti ma perché se due uomini vogliono fare sesso è giusto per noi donne sentirci di troppo e non voler disturbare. Senza nemmeno illuderci di volerli redimere, con la nostra immensa presunzione.

“Il ministro ha sbagliato e farebbe bene a chiedere scusa per quelle affermazioni davvero incaute e fuori tono”. (Mons. Antonio Vacca)
“Quella ragazzina, così la definisco, che merita ogni perdono e filiale accoglimento anche nell’errore, guarda con gli occhi del corpo e non dello spirito”. (Mons. Giuseppe Agostino)

Mara Carfagna non deve chiedere scusa proprio a nessuno. Per una volta, poera nana, che si era comportata da vera Ministra delle Pari Opportunità, onore al merito, evitando di vomitare la solita omofobia d’ordinanza che, secondo i nazibaciapile in tonaca e non, dovrebbe contraddistinguere un ministro della destra reazionaria, le viene fatto notare, con squisita delicatezza da serpi in odore d’incenso, come è diventata ministro.
Cioè, per questi preti, e lasciate in pace Cristo che, se tornasse giù sarebbe il primo a prendervi a sprangate, si è puttane solo se ci si ribella all’ipocrisia di chi pratica intensamente l’omosessualità di notte, magari con mercenari ben accessoriati e di giorno tuona contro l’omosessualità. Perchè di criptogay ben criptati a prova di cura in Vaticano ce n’è una marea, lo sanno i miliziani o fanno finta di non saperlo?

Lasciate stare Mara, che forse qualcosina dai tempi dei “gay costituzionalmente sterili” l’ha imparata, che è comunque un ministro italiano e non vaticano, non impicciatevi e pensate ai pedofili vostri.

“Non ho nulla contro i gay, anzi ho molti amici omosessuali, ma quelli mi hanno provocato.” (Svastichella, agosto 2009).

Un capolavoro. Un perfetto concentrato di tutto il pensiero omofobo del vero machofascio. Il senso è: ho tanti amici gay purchè non siano troppo carini, altrimenti magari mi eccito e quindi, lo capite, sono loro a provocarmi.
Anche stasera in fondo si parla di deresponsabilizzazione e scaricabarile.

A parte tutte le motivazioni di moralità, di difesa di una cosiddetta “normalità”, la violenza omofoba e soprattutto quella apparentemente irrazionale, nasce solo dalla paura di essere a nostra volta omosessuali. Essere gay è ancora una cosa orrenda, in questa (in)cultura dominante color marrone dove, per esempio, i cantanti e gli attori di successo accettano la misera pantomima mediatica con la provvidenziale ragazza-copertura per non dover ammettere che amano altri uomini e solo pochi hanno il coraggio di “venire fuori” senza problemi.
Bisogna nascondersi perchè mostrare il proprio orientamento sessuale in pubblico è offensivo ma solo se si è omosessuali.

L’omofobia è frutto dell’inconoscenza e dell’angoscia. Grazie come sempre alla fenomenale ignoranza sessuale nella quale siamo conservati fin da piccoli, come esseri mostruosi in formalina, non ci rendiamo conto di una cosa molto semplice.
Si può essere perfettamente eterosessuali, andare regolarmente fuori di testa alla presenza di un appetitosissimo esponente del sesso opposto e ritrovarsi una sera a fare una fantasia erotica su una persona del nostro stesso sesso. Oddìo, che mi succede? Niente, non succede niente. E’ la straordinaria capacità che abbiamo di cercare sempre nuove varianti alla routine sessuale.

Per troppi, invece, scoprirsi “tendenze”, pensieri, improvvise attrazioni omosessuali è più scioccante che scoprirsi un melanoma maligno perchè pensano sia l’inizio di una malattia che li porterà inevitabilmente a cadere in un abisso di vergogna e depravazione. senza ritorno.
Come se alcuni esponenti della mitologia eterosessuale e campioni di utilizzo finale di esponenti del sesso opposto non fossero monumenti alla perversione ed alla degradazione propria e di chi si accompagna a loro.
Una volta raggiunta una ben riconoscibile identità sessuale (etero o omo) può insomma capitare qualche deviazione e se ciò capitasse non c’è alcun bisogno di andare in giro ad accoltellare le fonti della tentazione.
Per evitare tragedie irrimediabili sarebbe sufficiente insegnare alle persone a gestire senza angoscia eventuali pulsioni contrarie all’orientamento sessuale dominante. A considerarle normali espressioni della nostra sessualità, sia che si limitino al campo delle fantasie, sia che si realizzino in esperienze concrete.

Anche agli omosessuali infatti capita la stessa cosa, di fare cioè fantasie etero. Andiamo, a noi ragazze non è mai capitato un ragazzo gay che ci facesse il filo e anche qualcosa di più? Non risulta però che avvengano così sovente accoltellamenti di donne da parte di orsi o leathers improvvisamente eccitati da un’autoreggente agganciata ad una coscia irrimediabilmente femmina. Il vero maschio normale invece si sente in diritto di eliminare la tentazione con la violenza.

In un bellissimo film di dieci anni fa, “American Beauty”, il protagonista viene ucciso in maniera apparentemente inspiegabile dal vicino di casa, un rude colonnello dei marines ossessionato più dal dubbio che il figlio sia gay che dalla certezza che sia tossicodipendente e spacciatore. In una delle scene chiave del film scopriamo come l’ossessione omofoba del marine derivi niente altro che da una propria irrisolta pulsione omosessuale. Il pensiero di essere eccitato dal vicino di casa fino a perdere ogni controllo, fargli delle avances ed esserne gentilmente ma fermamente respinto è qualcosa che non si può tollerare. Mi ecciti ed io ti uccido così ucciderò forse anche la mia debolezza, quel tratto della mia personalità che così poco si accompagna all’essere un campione di virilità: marine, machoman o fascista.


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Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia ma non aspettatevi che la cosa venga ricordata stasera al TG tra un Regina Coeli di Benedetto XVI e uno scudetto XVII della pazza Inter, come fosse una cosa importante come la giornata contro il fumo.
L’omofobia viene raccontata attraverso i suoi atti sui media ma solo quando serve per far risaltare la nostra “normalità” e la loro “”anormalità” e non viene mai chiamata con il suo nome.
Il resoconto mediatico degli atti omofobici è sempre usato come manganello metaforico contro le pretese di uguaglianza nei diritti civili delle persone omosessuali.

Avete sentito parlare dell’aggressione a mezzo spranga di due ragazze transessuali a Firenze, di recente? No, perchè probabilmente coinvolgeva “ragazzi perbene” e non si voleva turbare la tranquillità borghese delle famigliole. Inoltre, l’aggressione era rivolta all’auto delle ragazze, quindi è stata una ragazzata, come tante che accadono di notte quando i bravi ragazzi si annoiano e si va a molestare i diversi.

Avete però sentito oggi dell’aggressione mortale di due rumeni ad un pensionato napoletano.
Prima di agguantare le torce in fiamme ed avviarvi verso il campo rom, tranquillizzatevi. Il vecchio aveva avuto rapporti a pagamento con uno dei due ragazzini minorenni, quindi in questo caso il delitto successivo non è proprio un delitto, è frocicidio, quindi non costituisce reato. Non dicono chiaramente che i rumeni hanno fatto bene ad accopparlo ma il senso era quello. Chissà che non diano un paio di permessi di soggiorno in premio anche a loro.

Quindi, guai se i rumeni si azzardano a toccare le nostre donne (che noi normali preferiamo stuprare e picchiare in proprio) ma se vogliono divertirsi con qualche frocio glielo facciamo fare.
Insomma, l’omicidio, quando colpisce una persona omosessuale, è prima di tutto un atto di giustizia e di ristabilimento dell’ordine naturale delle cose, poi si vedrà.
In ogni caso, di atti di omofobia si parla sui media solo se ci scappa il morto, e il morto se l’è sempre cercata.
E’ così dai tempi di Pasolini, ammazzato per motivi politici in un’imboscata organizzata, ma per tutti “giustiziato” da un povero ragazzo che si era ribellato alle oscene richieste del vecchio maiale.

Ieri a Mosca, botte da orbi della polizia dell’amico Putin sui partecipanti al Gay Pride. Il vero maschio russo, comunista o no, non tollera lustrini e fronzoli. Gli amici li bacia sulla bocca ma non fatevi strane idee. In quel paese che il nostro premier womanizer considera uno dei più moderni, solo nel 1999 l’omosessualità ha cessato di essere considerata una malattia mentale e fino al 1993 era considerata un crimine.
Non è però che, oltre all’omofoba Russia, se in Iran e in altri paesi canaglia gli omosessuali li lapidano o li impiccano, noi possiamo considerarci migliori.
I paesi che consentono alle persone omosessuali di sposarsi e godere di semplici diritti che dovrebbero essere scontati per qualunque essere umano, come ereditare e subentrare nell’affitto dal proprio compagno, sono pochi e l’Italia non è certo messa bene, tra Dico, Pacs, ed altre leggi abortite per colpa degli abortisti cattolici di diritti civili.

Ho visto l’altro giorno il bel film di Gus Van Sant dedicato a Harvey Milk, il “sindaco di Castro Street”, attivista dei diritti civili e primo assessore gay della municipalità di San Francisco, ammazzato assieme al suo sindaco da un collega. Ho trovato interessante l’ipotesi, neanche tanto larvata, suggerita da Van Sant, che l’omicidio possa essere stato motivato dall’omosessualità repressa dell’assassino. Succede spessissimo. Chi non riesce a superare la paura (omofobia) della propria componente omosessuale si vendica sugli omosessuali uccidendoli, illudendosi con ciò di estirpare la vergogna, il peccato e soprattutto la tentazione da sé.
L’assassinio di Harvey Milk può essere considerato a tutti gli effetti un caso da manuale di omofobia. Basta leggere come andò il processo. Si cercarono tutte le possibili scusanti per l’assassino. Si tirò perfino in ballo l’abuso di junk food, di cibo spazzatura.
Nel paese che per molto meno ti frigge a 2000 volt, l‘omicidio a sangue freddo di due persone fu punito con una pena di sette anni e otto mesi di prigione.

L’orientamento sessuale di ciascuno di noi è il prodotto di una serie di variabili e casualità. Nessuno ha diritto di sentirsi superiore ad un altro solo perchè fa parte dell’orientamento ben accetto dal Potere e dalla Chiesa, perchè non vi è alcun merito nell’essere eterosessuale piuttosto che omosessuale.
L’omofobia è come il razzismo, come l’antisemitismo: un atteggiamento incivile.
Di omofobia non devono parlare solo gli omosessuali sui loro giornali, blog e volantini che non raggiungono mai la grande audience, ingozzata dalle fanfaluche dei media mainstream come un’oca all’ingrasso.
Il problema riguarda soprattutto coloro che spesso e volentieri di autodefiniscono persone normali e perbene, quelle che avrebbero l’esclusiva dei posti a sedere in metropolitana a Milano, per intenderci. I media dovrebbero parlarne dalla mattina alla sera.
Siamo noi, persone che credono nell’uguaglianza degli esseri umani a prescindere da qualunque segno di distinzione, che dobbiamo oggi parlare di omofobia, gridarne la inaccettabilità e vergognarcene.


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“Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!” (Totò – “Totò truffa”)

Un allenatore completamente cieco, sordo e muto, un Lippi dei Miracoli, oppure troppo fedele alla consegna dell’omertà ambientale-mafiosa calcistica sull’omosessualità, dice (a Klaus Davi!) che non ha mai incontrato giocatori gay in quarant’anni di carriera. Forse perchè essi non girano in tacchetti a spillo sul campo, come dice deliziandoci Galatea.
Oppure perchè, mettendo i calciatori a fare i testimonials per le mutandine di Dolce & Gabbana, gay dichiarati, nessuno penserà che siano anche loro della partita, in quel senso. Chi meglio di un gruppetto di masculi a prova di bomba per una campagna gaia che più gaia non si può? Per la serie: tecniche avanzate di mascheramento sociale.

In attesa di conoscere le preferenze politiche e sessuali di Beckham (per il quale non metterei la mano sul fuoco, nel senso che non penso sia comunista), è un tripudio di interviste ai nuovi maîtres à penser in parastinchi.
Se Totti banalmente mette in dubbio la virtù e l’onestà dell’Inter, Buffon ci rivela che ammira Fini (ma va?) maanche Bertinotti e forse sulla guerra in Palestina dice cose più di sinistra di Fassino.
Per ultimo ‘o capitano Cannavaro, bello guaglione che, sfogandosi con Alfonso Signorini, se l’è presa con “Gomorra” il film, dicendo che, signora mia, “non giova all’immagine dell’Italia”.

Sono d’accordo. Per rappresentare i problemi della Campania di oggi, secondo la moda berlusconiana dell’ottimismo della volontà, era meglio mandare agli Oscar “Un posto al sole”.
L’unica attenuante che ha Cannavaro è il fatto che “Gomorra” sarà pure lo specchio della realtà di Scampia, una denuncia della camorra eccetera ma a me è parsa una pizza tanta. Saranno stati l’obbligo dei sottotitoli e la maledetta presa diretta mania del cinema italiano che non fa capire una michia tanta dei dialoghi e l’eccessiva lunghezza ma io l’ho trovato pesante (e non per l’argomento) come i pizzoccheri della Valtellina e continuo a pensare che sia meglio il libro. Magari un giorno di questi, con un paio di Red Bull in corpo me lo rivedo e provo a ricredermi.

***
Questi qui non sono più fascisti, girano in kippah perchè sono i migliori amici diegli ebrei e di Israele, dopo aver gettato alle ortiche i vecchi numeri de “La Difesa della Razza” dove scriveva Almirante, il segretario del partito della loro gioventù.
Però quando si parla di Salò, cioè del lato peggiore del fascismo, quello demussolinizzato e più filonazista che mai, è più forte di loro e non riescono proprio a trattenerlo, il vento revanscista.
Ultimamente il meteorismo è sempre più fastidioso ed imbarazzante.

In quello che potremmo definire il Lodo Tarallucci, un manipolo di parlamentari del PDL vuole istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di medaglia e vitalizio per tutti coloro che combatterono nell’ultima guerra, soprattutto i repubblichini. Dice che erano ragazzi, che lo fecero per idealismo. I comunisti partono sempre da un orrendo complotto per sovvertire il mondo, premeditano; i fascisti invece sono dei romantici, ça va sans dire.
Resta da spiegare come si possono conciliare l’atlantismo ed il filosionismo a braghe calate di oggi con l’antisemitismo e la “lotta contro l’invasore americano” di allora. Attendiamo fiduciosi l’illuminazione.

***

A Gaza sono state introdotte le pause-caffé tra un bombardamento e l’altro. Non escludo che prossimamente si possano interrompere le guerre con i consigli per gli acquisti.
“Ed ora facciamo una piccola pausa per la pubblicità, non andate a seppellire i vostri morti, restate con noi.”


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“Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!” (Totò – “Totò truffa”)

Un allenatore completamente cieco, sordo e muto, un Lippi dei Miracoli, oppure troppo fedele alla consegna dell’omertà ambientale-mafiosa calcistica sull’omosessualità, dice (a Klaus Davi!) che non ha mai incontrato giocatori gay in quarant’anni di carriera. Forse perchè essi non girano in tacchetti a spillo sul campo, come dice deliziandoci Galatea.
Oppure perchè, mettendo i calciatori a fare i testimonials per le mutandine di Dolce & Gabbana, gay dichiarati, nessuno penserà che siano anche loro della partita, in quel senso. Chi meglio di un gruppetto di masculi a prova di bomba per una campagna gaia che più gaia non si può? Per la serie: tecniche avanzate di mascheramento sociale.

In attesa di conoscere le preferenze politiche e sessuali di Beckham (per il quale non metterei la mano sul fuoco, nel senso che non penso sia comunista), è un tripudio di interviste ai nuovi maîtres à penser in parastinchi.
Se Totti banalmente mette in dubbio la virtù e l’onestà dell’Inter, Buffon ci rivela che ammira Fini (ma va?) maanche Bertinotti e forse sulla guerra in Palestina dice cose più di sinistra di Fassino.
Per ultimo ‘o capitano Cannavaro, bello guaglione che, sfogandosi con Alfonso Signorini, se l’è presa con “Gomorra” il film, dicendo che, signora mia, “non giova all’immagine dell’Italia”.

Sono d’accordo. Per rappresentare i problemi della Campania di oggi, secondo la moda berlusconiana dell’ottimismo della volontà, era meglio mandare agli Oscar “Un posto al sole”.
L’unica attenuante che ha Cannavaro è il fatto che “Gomorra” sarà pure lo specchio della realtà di Scampia, una denuncia della camorra eccetera ma a me è parsa una pizza tanta. Saranno stati l’obbligo dei sottotitoli e la maledetta presa diretta mania del cinema italiano che non fa capire una michia tanta dei dialoghi e l’eccessiva lunghezza ma io l’ho trovato pesante (e non per l’argomento) come i pizzoccheri della Valtellina e continuo a pensare che sia meglio il libro. Magari un giorno di questi, con un paio di Red Bull in corpo me lo rivedo e provo a ricredermi.

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Questi qui non sono più fascisti, girano in kippah perchè sono i migliori amici diegli ebrei e di Israele, dopo aver gettato alle ortiche i vecchi numeri de “La Difesa della Razza” dove scriveva Almirante, il segretario del partito della loro gioventù.
Però quando si parla di Salò, cioè del lato peggiore del fascismo, quello demussolinizzato e più filonazista che mai, è più forte di loro e non riescono proprio a trattenerlo, il vento revanscista.
Ultimamente il meteorismo è sempre più fastidioso ed imbarazzante.

In quello che potremmo definire il Lodo Tarallucci, un manipolo di parlamentari del PDL vuole istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di medaglia e vitalizio per tutti coloro che combatterono nell’ultima guerra, soprattutto i repubblichini. Dice che erano ragazzi, che lo fecero per idealismo. I comunisti partono sempre da un orrendo complotto per sovvertire il mondo, premeditano; i fascisti invece sono dei romantici, ça va sans dire.
Resta da spiegare come si possono conciliare l’atlantismo ed il filosionismo a braghe calate di oggi con l’antisemitismo e la “lotta contro l’invasore americano” di allora. Attendiamo fiduciosi l’illuminazione.

***

A Gaza sono state introdotte le pause-caffé tra un bombardamento e l’altro. Non escludo che prossimamente si possano interrompere le guerre con i consigli per gli acquisti.
“Ed ora facciamo una piccola pausa per la pubblicità, non andate a seppellire i vostri morti, restate con noi.”


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E’ vero, il nostro è un paese magico ma proprio nel senso della magia, della prestidigitazione, dell’illusione. La grandezza del prestigio è che mentre tu guardi attento il mago muovere le mani, lui ti inganna e il coniglio salta fuori da dove meno te l’aspetti. Oppure scompare, oplà, sparito. Con il pubblico che si spella le mani ad applaudire.

In questo paese scompaiono le manifestazioni. Basta che il ministro del lavoro dica in TV: “è stata un fallimento, non c’è andato nessuno” e lo sciopero generale, puf! sparito. Le istanze di migliaia di persone scese in piazza in un pomeriggio di pioggia finiscono dentro una cassapanca a doppio fondo. Meraviglia!
Un gran merito ce l’hanno senza dubbio i compari del mago, coloro che gli tengono bordone e fingono di essere imparziali, comprese quelle graziose assistenti che leggono le notizie sbattendo le ciglia e che, grazie alle generose scollature, contribuiscono alla riuscita del prestigio, distraendo chi vorrebbe smascherarlo.

Uno dei prestigi più soprendenti del nostro paese è quello di far scomparire il pudore e la vergogna. Il presdelcons insulta impunemente un avversario politico ed i suoi elettori e simpatizzanti, definendo “un’abiezione morale” votare per Antonio Di Pietro. Ed io che credevo che abiezione volesse significare il vivere nel vizio, nella perversione e nella disonestà. Per esempio vivere in funzione dell’arricchimento, vivere nell’inganno e nell’ipocrisia. Ebbene, siamo talmente distratti dal grande prestigio del fiume Tevere che, puf! la vergogna sparisce sotto i colpi della bacchetta del mago e non si sa se mai riapparirà, un giorno.

In questo paese anche la sacralità della famiglia è un immenso gioco di prestigio, uno dei più facili da realizzare. Non occorre essere David Copperfield o Houdini, basta avere tanti soldi e molta faccia tosta. Se per i comuni mortali a volte la Chiesa parla con preoccupazione di famiglia allargata, in quest’ultimo caso partorito dalla cronaca rosa (in tutti i sensi) parlerei di famiglia allagata, anche in omaggio alle piene di questi giorni.
Prestigio è avere, al matrimonio della figlia del mago, la moglie 1 e la moglie 2, i figli di primo e secondo letto, le fidanzate di copertura, i conviventi, gli ex di lei e di lui, gli amanti, i figli nati in stato di concubinaggio (una volta li avrebbero definiti bastardi, ohibò che orrore!) senza che nemmeno un chierichetto abbia qualcosa da ridire. Una grande tracimazione di acqua benedetta e amen.
Eh si, quelli che con un bel matrimonio passa tutto, anche la gaiezza. Per i gay il matrimonio del resto non è che un falso problema. Basta sposare una donna.


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E’ vero, il nostro è un paese magico ma proprio nel senso della magia, della prestidigitazione, dell’illusione. La grandezza del prestigio è che mentre tu guardi attento il mago muovere le mani, lui ti inganna e il coniglio salta fuori da dove meno te l’aspetti. Oppure scompare, oplà, sparito. Con il pubblico che si spella le mani ad applaudire.

In questo paese scompaiono le manifestazioni. Basta che il ministro del lavoro dica in TV: “è stata un fallimento, non c’è andato nessuno” e lo sciopero generale, puf! sparito. Le istanze di migliaia di persone scese in piazza in un pomeriggio di pioggia finiscono dentro una cassapanca a doppio fondo. Meraviglia!
Un gran merito ce l’hanno senza dubbio i compari del mago, coloro che gli tengono bordone e fingono di essere imparziali, comprese quelle graziose assistenti che leggono le notizie sbattendo le ciglia e che, grazie alle generose scollature, contribuiscono alla riuscita del prestigio, distraendo chi vorrebbe smascherarlo.

Uno dei prestigi più soprendenti del nostro paese è quello di far scomparire il pudore e la vergogna. Il presdelcons insulta impunemente un avversario politico ed i suoi elettori e simpatizzanti, definendo “un’abiezione morale” votare per Antonio Di Pietro. Ed io che credevo che abiezione volesse significare il vivere nel vizio, nella perversione e nella disonestà. Per esempio vivere in funzione dell’arricchimento, vivere nell’inganno e nell’ipocrisia. Ebbene, siamo talmente distratti dal grande prestigio del fiume Tevere che, puf! la vergogna sparisce sotto i colpi della bacchetta del mago e non si sa se mai riapparirà, un giorno.

In questo paese anche la sacralità della famiglia è un immenso gioco di prestigio, uno dei più facili da realizzare. Non occorre essere David Copperfield o Houdini, basta avere tanti soldi e molta faccia tosta. Se per i comuni mortali a volte la Chiesa parla con preoccupazione di famiglia allargata, in quest’ultimo caso partorito dalla cronaca rosa (in tutti i sensi) parlerei di famiglia allagata, anche in omaggio alle piene di questi giorni.
Prestigio è avere, al matrimonio della figlia del mago, la moglie 1 e la moglie 2, i figli di primo e secondo letto, le fidanzate di copertura, i conviventi, gli ex di lei e di lui, gli amanti, i figli nati in stato di concubinaggio (una volta li avrebbero definiti bastardi, ohibò che orrore!) senza che nemmeno un chierichetto abbia qualcosa da ridire. Una grande tracimazione di acqua benedetta e amen.
Eh si, quelli che con un bel matrimonio passa tutto, anche la gaiezza. Per i gay il matrimonio del resto non è che un falso problema. Basta sposare una donna.


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Eh no, adesso come risarcimento vogliamo “Querelle de Brest”, il capolavoro maledetto di Fassbinder, su Raiuno in prima serata e in versione uncut, con Brad Davis in tutto il suo splendore. Con Fabrizio del Noce versione Alex De Large, legato alla sedia e con i divaricatori alle palpebre, obbligato ad assistere a tutto, compresa la sodomizzazione di Querelle. Così imparano, i bacchettoni della Rai.
Io mi rifiuto da anni di vedere film in TV tranciati con la motosega ma immagino cosa potranno aver capito gli spettatori che lo vedevano per la prima volta del film “Brokeback Mountain” evirato delle scene che fanno capire la vera natura del rapporto tra i due protagonisti.
Io vidi il film l’anno scorso e non mi entusiasmò più di tanto. Più avanti spiego perchè.
Sostituendomi al servizio pubblico, visto che la RAI ha tagliato i fondamentali, ricapitolo la trama per gli ignoranti (in senso buono, che ignorano), aggiungendo la descrizione delle scene tagliate.

Due rudi cowboy si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi, complici la natura e la bellezza dei due, che succede? (scena tagliata: Ennis va al sodo con Jack, e lo fa suo piuttosto sbrigativamente. La scena è doverosamente brutale, visto che non stiamo guardando Candy Candy, ma non si vede assolutamente niente al di sotto del busto.)

Ennis è uno di quelli che, dopo essersi abbuffati, si fanno venire la nausea al momento del conto. E’ evidente che l’altro, Jack Twist, quello innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all’amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai. Che abbia studiato dai preti?
Tornato all’ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti. (Chissà se hanno tagliato anche la scena dove il maritino rigira la mogliettina alla maniera delle pecorine di montagna?)

Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. (Questa è una delle scene più belle del film, che mi dicono avere tagliato di netto. Un bacio appassionato e molto realistico tra Heath e Jake.) Tagliando il bacio non si sarà capito il perchè della faccia della moglie, immagino. Sarà diventato un momento surreale alla Buñuel.

Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent’anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack però è sempre rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro, ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall’altro tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell’ipocrisia del “toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca”. Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.

Come da manuale hollywoodiano, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, le lacrime da coccodrillo e la camicia dell’amato che diventa la reliquia dell’amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro. Un momentino trash, se vogliamo.

Il film a suo tempo mi ha deluso, come dicevo, perchè è piuttosto lento, noiosetto e scontato, con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli. E poi soprattutto perchè in fondo fa il gioco di chi vuole colpevolizzare l’omosessualità.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo “Thelma e Louise,” con Ennis e Jack che lasciano le rispettive stronzissime mogli con un “hasta la vista baby” e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città, trombando beati come ricci. Con un finale dove, passando dalla Spagna, si sposano e invecchiano felici finchè uno non muore nelle braccia dell’altro.

Ora pensate. Hanno preso un film che non premia la gaiezza ma la rende scelta tragica come sempre e dove chi ama muore e se ne sono fatti spavento. Hanno temuto che qualche vero maschio italico potesse deviare dalla retta vita della gnocca e potesse bagnarsi in sogno pensando a Heath e Jake. Hanno chiamato Facciadicuoio e lo hanno fatto divertire con la motosega. Come sempre si considera più accettabile la violenza della censura della forza rivoluzionaria del sesso.


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