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Io, a questo punto, se fossi il capitano Willard della situazione, chiamerei i bombardieri e farei loro lanciare il napalm.
Napalm sui raduni dei padani, con i resti mortali di Bossi a biascicare di secessione, che invece è tradimento bello e buono. Ci vuole la NATO, una bella  importazione di democrazia che faccia passare tutte le velleità eversive a quei cialtroni. Terra bruciata e del prato di Pontida un enorme parcheggio.

Napalm sui servi che difendono disperatamente i loro bottini di argenteria rubata al padrone e sperano di raccattare ancora qualche forchetta nella fuga da palazzo. Sui lecchini e sui loro prolungati lavori di lingua telefonici per ingraziarsi un vecchio rincoglionito drogato di menzogne che favoleggia di rapporti plurimi ad un età in cui non riescono più spontaneamente neppure le seghe.
Napalm sulle pupe del gangster fasciste che odiano e disprezzano chi è affetto dall’orribile malattia dell’onestà e anche – perché mi sono proprio rotta le palle – su chi le difende solo perché donne e quindi “sorelle” e quindi “la prostituzione è colpa della società, del maschilismo, eccetera”. Sorelle un cazzo. Se dovessero spingerci dentro una camera a gas lo farebbero per una borsa di Vuitton. Mandatele a pulire i cessi delle stazioni, a sollazzare qualche decina di extracomunitari al giorno in un centro d’accoglienza, a tirar su cinquecento euro per sera a venti euro di bocca sulla statale Adriatica, da consegnare per intero a due bei papponi albanesi amanti del coltello e del bastone. Napalm sulla loro bellezza temporanea, sulla loro sfacciata impudenza di cicale stercorarie.
Napalm ovviamente sui palazzi d’inverno e d’estate, sulle seconde, terze e quarte residenze, sui mausolei troppo tristi e vuoti, sui falsi vulcani e le ville rubate alle bambine. E che lui cessi di soffrire raggiungendo una pace eterna dei sensi.

Napalm però anche sui giornali da culo che osano paragonare Pertini a Lavitola. Sulla televisione italiana, che ne rimanga solo il monoscopio e poi la neve. Sull’opposizione che cincischia e il terzo polo che vorrebbe ma non vuole – come quelle che danno il didietro per sposarsi vergini – e che se dovessero governare andrebbero avanti solo tre mesi prima di scannarsi a vicenda. Fuoco a volontà.

Si accettano ulteriori suggerimenti. Abbiamo scorte sufficienti.

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Pare sia stato il ministro Sacconi – quello con un conflitto d’interessi modello John Holmes per avere la moglie manager di Farmindustria ed essersi occupato allo stesso tempo di Sanità, farmaci, vaccini ed Agenzie del Farmaco – ad espellere il noduletto emorroidario della misura restrittiva sui riscatti di naja e anni universitari ai fini pensionistici in Manovra v. 3.0.
Vessazioni di classe, ovviamente, visto che i soldatini che non riuscivano a sgamare i 12-18 mesi di naja, prima che venisse abolita in favore di un esercito di professionisti, non erano certo i figli di papi che ricevevano la spinta giusta per farsi riformare per un’omosessualità fulminante o altre motivazioni gravi di esonero dal servizio. E chi si faceva tutta la naja fino in fondo, nonni compresi, era di solito qualcuno che magari lavorava già duramente e si vedeva privare di un anno o più di stipendio per servire il paese.

Anche gli anni universitari non contano più nulla, nonostante siano costati tanti soldi alle famiglie degli studenti e sacrifici e diottrie a chi stava chino sui libri. Che lo facciano perché ad andare in pensione in questi anni sarebbero, per età anagrafica, i cosiddetti sessantottini? Perché no? Sono sempre in guerra contro il comunismo, ricordatelo, anche quando dormono o sembra che si occupino d’altro.
Non capisco, del resto, la meraviglia per un provvedimento di penalizzazione dello studio superiore da parte di questo governo. Cosa vi aspettavate dai piduisti che vogliono togliere valore legale alla laurea, dai laureati al CEPU ed alla Scuola Radio Elettra, dal laureato alla Sorbo(lo)na e le sue laureate in igiene genitale, da chi ha affidato l’università alla Gelmini e assassinato la cultura di questo paese in maniera aggravata e continuata negli ultimi vent’anni e infine considera una scienziata come Rita Levi Montalcini una vecchia rinfanciullita?

Ogni giorno, attraverso i loro atti scellerati, possiamo farci un’idea sempre più chiara di coloro con i quali abbiamo a che fare. Partoriscono per via anale queste mirabolanti idee la notte quando il sensorio è ai livelli minimi, poi la mattina non si premurano di chiedere a chi si intende veramente di cose legali se queste loro pensate siano fattibili o meno.
Infatti pare che sia già pronta la marcia indietro sulla questione riscatto naja ed università; mica perché si siano accorti e si preoccupino della sua iniquità ma perché qualcuno paventa migliaia e migliaia di ricorsi, richieste di risarcimento e perfino class-action. Vischiamo di pagave di più di quanto avremmo visparmiato, povca puttana.

Non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani però si divertono un po’ con i pensionandi. Lo hanno ribadito, aggrottando le sopracciglia: occorrono quarant’anni effettivi di lavoro per poter andare in pensione. 
Occorrono a noi, perché loro, una volta finito il mandato parlamentare – e bastano cinque anni di contributi –  a 65 anni cominciano a percepire minimo 3000 euro al mese di vitalizio parlamentare (ma si arriva anche a +9000 euro al mese con trent’anni di contributi per i politici più anziani). Tremila euro contro una maggioranza di pensioni italiane che non raggiungono i 500 euro mensili.

Non bastava l’ingiustizia nei confronti di coloro che, maturando i quarant’anni di contributi, mettiamo l’anno prossimo, dovranno attendere ancora un anno e poi altri tre mesi ancora prima di andare in pensione a causa dei continui aggiustamenti della data di uscita, tra finestre, scaloni e mortacci loro.
Se non si inventeranno qualcos’altro nelle loro notti insonni di vessatori di popolo, chi ha iniziato a lavorare a 18 anni nel 1972, ad esempio, andrà in pensione solo nel 2014. A casa mia e se la matematica non sono due ghiandole seminali, sono quasi quarantadue anni di lavoro effettivo, non quaranta.

Altro che capestro.

 “24. A decorrere dall’anno  2012  con  decreto  del  Presidente  del Consiglio  dei  Ministri,  previa  deliberazione  del  Consiglio  dei Ministri, da emanare entro il 30 novembre dell’anno precedente,  sono stabilite  annualmente  le  date  in  cui  ricorrono  le   festivita’ introdotte con legge dello Stato non conseguente ad  accordi  con  la Santa Sede, nonche’ le celebrazioni nazionali  e  le  festivita’  dei Santi Patroni in modo tale che, sulla base della piu’ diffusa  prassi europea, le stesse cadano il venerdi’ precedente  ovvero  il  lunedi’ seguente  la  prima   domenica   immediatamente   successiva   ovvero coincidano con tale domenica.” (DECRETO-LEGGE 13 agosto 2011, n. 138  Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per  lo sviluppo. (11G0185))

Sulla Riviera Romagnola sono tutti incazzati come pantere tenute a digiuno una settimana a causa della ventilata ipotesi di eliminare i ponti primaverili di aprile-maggio-giugno. 
Ieri, mentre addentavo una piadina nella pausa pranzo al mare, leggevo “il Resto del Carlino”, giornale notoriamente nanofilo hasta la muerte e i toni di articolisti ed intervistati contro il provvedimento erano molto duri. Da amante tradita che giura di vendicarsi e darla al primo che incontrerà.
Si può ben capire la preoccupazione di un settore che da cent’anni campa di sole, mare e turisti in ogni bella giornata disponibile sul calendario. 
Se il tempo è clemente, quei ponti storicamente portano turisti in avanscoperta per la stagione estiva vera e propria. Se la stagione è particolarmente propizia si riesce a godersi un anticipo di spiaggia. Ne godono stabilimenti balneari, alberghi, negozi, bar, discoteche, insomma tutto l’indotto turistico che, dalle nostre parti, fattura sicuramente più delle automobiline di Marpionne. 
I ponti festivi, quindi, quei due-tre giorni di prevacanza, al di là della visione che può averne un complessato come Brunetta, ovvero come l’occasione per milioni di fannulloni normodotati di non lavorare, perché no riposarsi ed andare pure a divertirsi, sono un valore aggiunto per l’economia del paese. Difficile per altro che un’avventizia come la ministra taccododici e chioma antinebbia possa fare qualcosa, come invocavano ingenui negli articoli del “Carlino” gli albergatori e i bagnini che magari hanno pure votato Silvio e che, in poco tempo, si sono visti imbrogliare prima con la liberalizzazione del demanio e poi con la mazzata dei ponti fatti saltare dal genio pontieri che ha partorito questa pensata.
Come si evince comunque dal testo del Decreto Legge, forse non tutto è perduto. Andandolo a leggere con la difficoltà che prevedono le supercazzole prematurate con scappellamento di concordato come fosse di lunedì anzi in due o tre come fosse antani di primo maggio, il testo sembra prevedere almeno tre possibilità di spostamento delle feste del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno, da decidersi anno per anno. Si sono lasciati, come si dice, una porta aperta, anzi tre.
Il giorno festivo potrà essere fissato di venerdì o lunedì – e quindi il ponte rimane invariato, visto che il sabato generalmente non si lavora; ponte di domenica – ponte saltato del tutto, con eliminazione anche, penso, del pagamento della festività in busta paga.

Uno potrebbe chiedersi che senso abbia una tale variabilità di ipotesi, visto che i ponti se sono veramente dannosi per la produttività, dovevano essere tolti e basta.
Dovete capire la loro mentalità di levantini brianzoli. Stanno tastando il terreno. Se il “Carlino” continuerà a piangere sulle piadine invendute e gli ombrelloni chiusi, il governaccio sceglierà una delle due ipotesi che lasciano tutto come prima: festa di venerdì o di lunedì. Così Silvio dirà che è intervenuto personalmente per ascoltare le richieste degli operatori del settore e  farà come al solito la parte del salvatore della patria. Anzi il salvatore del bagnino di salvataggio. Una figura inedita persino nel paese del tutto possibile.
Due parole sono da dire anche, inevitabilmente, sulla scelta del governo piduista di toccare le uniche tre festività nazionali laiche e, cosa per loro insopportabile, antifasciste e non quelle religiose.
Qui non attendiamoci ripensamenti. Accettiamo il fatto che saremo l’unico paese che non festeggia degnamente ed ufficialmente le origini della sua democrazia. Vi immaginate un popolo francese privato del 14 luglio e quello americano del 4 luglio? Tornerebbero le ghigliottine in Place de la Concorde e le milizie del Montana assalterebbero la Casa Bianca con gli M-16 Viper. Da noi invece si può. 
Tranquilli, almeno il Ferragosto non ce lo toccano. Ci protegge la Madonna Assunta. Se non precarizzeranno o licenzieranno anche lei.
Buone Feriae Augustae!

Devo ammettere che ascoltando la  recita del rosario delle misure della manovra lacrime & sangue, lui con un principio di apnea da stress e l’altro, il fiscalista, con il solito tono da anestesia locale – che ti stanno tagliuzzando ma non senti nulla – giuro che più che alla mattanza per il ceto medio-basso, ho pensato: “Finalmente questi governano, fanno qualcosa, hanno smesso di star lì a pettinar bambole gonfiabili”.
Magari alla fine è proprio vero che è stato lui a chiedere ai francesi, tedeschi e BCE l’imposizione della manovra, per poter dare la colpa agli altri e dire: “Mi ci hanno costretto loro, io non volevo”, come sospetta malignamente Eugenio Scalfari. E’ riuscito a farsi imporre di governare ma il prezzo che ha pagato – non di tasca sua ma con i nostri soldi – è di far commissariare l’Italia, quindi sottoporla ad una umiliazione, ed esporre il nostro paese al ricatto delle banche anche per il futuro.
Gli italiani, sbollita la rabbia di queste ore, dovranno capire una volta per tutte che questo essere in fondotinta li ha ridotti in questo stato perché non ha governato, non ha fatto un cazzo per diciassette anni. E perché? Perché aveva altro per la testa: i processi, le puttane, gli affaracci privati con Gazprom e Gheddafi, le sue aziende che perdono in Borsa, i maltolti da restituire e le beghe familiari.

La cosa paradossale è che, su suggerimento o no dei badanti europei, non lo sapremo mai, all’interno di una manovra che va a mungere sempre le solite vacche in puro stile democristiano, è stato costretto a fare qualcosa di doveroso. Si, poteva farlo meglio e c’erano mille altre cose da fare allo stesso tempo, come vedremo, ma almeno qualcosina, poco poco, c’è.

Per esempio l’abolizione di alcune province, anche se si doveva avere il coraggio di eliminarle tutte, visto che era già previsto fin dai tempi della creazione delle regioni.
La tracciabilità dei pagamenti in contanti, che era una norma già approvata dal centrosinistra da lui tolta in seguito. Ora è stato costretto a reintrodurla “per colpa della Merkel” o di Alfredo.
Il giro di vite su scontrini e ricevute. L’aumento dell’età pensionistica delle donne a 65 anni che, con un’aspettativa di vita di sei anni più degli uomini e, se vogliamo la parità, è giusta. Andava estesa anche al settore pubblico, però, non solo nel privato. Lì però bisogna capire Rocky Roberts Bossi, che ha una mogliera baby pensionata da difendere.

Cosa si sarebbe dovuto fare in più? Possiamo sbizzarrirci fino a domani mattina.
Ad esempio il taglio delle spese militari, l’abolizione dei privilegi fiscali della Chiesa, prima di tutto dell’esenzione dell’ICI per tutte le proprietà del clero; lotta vera all’evasione attraverso l’aumento della detraibilità delle spese mediche così da indurre il cittadino a richiedere sempre la fattura al medico e la possibilità di detrarre molte più spese di quanto si possa fare oggi, ovvero quasi tutto come succede all’estero.

La tassa sui redditi oltre 90.000 euro  – equivalente ad uno stipendio di 7.500 euro al mese, che è proprio un bel reddito, anche se stamattina sentivo giornalisti piangere come vitelli sgozzati al pensiero di non saper più come mettere insieme il pranzo con la cena – non risolve di certo il problema della patrimoniale, che anzi è stata introdotta di fatto per i dipendenti che vedranno il proprio TFR parcheggiato per altri due anni prima di poterne usufruire. Si tratta in alcuni casi di parecchie migliaia di euro che verranno a mancare a famiglie che magari avevano programmato, grazie a quella somma, di poter tirare il fiato per un po’.
Si trattiene il TFR forse per aver il tempo di rimettere a posto nei fondi le somme precedentemente sottratte? Non sono riuscita a ritrovare l’articolo, letto giorni fa, e la notizia è quindi tutta da verificare, ma pare che siano già stati fatti in passato dei prelievi dai fondi TFR senza consenso, in periodi di necessità di liquidi e che, a causa delle proteste, lo Stato sia stato poi costretto a rifonderli nottetempo.

Al di là delle 50.000 poltrone (poltroncine, più che altro strapuntini) tagliate a livello delle amministrazioni locali, non vi è nella manovra alcunché a svantaggio della Casta, che continuerà a banchettare con meno di cinque euro nella mensa di lusso del Senato e che non vedrà alcun decurtamento dei propri stipendi. Nessun allineamento dei trattamenti pensionistici al resto della popolazione per i parlamentari, ad esempio, che continueranno a ricevere pensioni prima dell’età anagrafica consentita, dopo appena qualche anno di servizio.
Si, è stato introdotto il divieto di cumulo delle cariche ma sono bazzecole.
Nel settore dello sviluppo, a parte un discorso fumoso su fantomatiche liberalizzazioni e privatizzazioni (e sarebbe interessante sapere quali aziende private avrebbero i soldi per acquistare le municipalizzate), non c’è nulla. Solo tasse, balzelli, scudi da pagare, cambiali e tratte.

Insomma, per concludere. I ricchi ricchi e quelli della Casta non pagano o pagano solo un piccolo pegno simbolico. Pagano i soliti, compresi molti appartenenti all’elettorato berlusconiano. Non i grandi imprenditori di riferimento, i grandi evasori e gli innominabili ma quelli della Terra di Mezzo, coloro che sono ricchi quanto basta per non potersi ancora permettere di comperarsi qualche finanziere che chiuda un occhio. Quelli che, visti dalla Terra dei dipendenti a 1000 euro al mese sono dei privilegiati e, visti dalla Luna dei megaricchi, dei poveri straccioni. Gente che è stata colpita dal furiosissimo sdegno divino* per non essere riuscita a riventare ricca come Berlusconi e che quindi deve pagare.
(* E’ ufficiale, Guzzanti senior sniffa la bomboletta di flit.)

A leggere i primi articoli dei suoi giornaletti di famiglia e soprattutto i commenti dei papiminkia, a parte qualche indomito passerottino nei secoli fedele, si capisce che una buona fetta del suo elettorato il bagonghi del consiglio se l’è fottuta per sempre.
Forse ha messo in conto anche il fatto di non potersi più presentare alle elezioni e allora, che muoia Angelino con tutti i filistei. Forse sta pensando veramente di doversene andare, magari su suggerimento imperiale.
Non in galera perché ha più di settant’anni e nemmeno i compagni di merende di Pacciani rimasero in galera dopo quell’età. Ma obbligarlo a prender su baldracche e burattini, le sue metastasi famigliari e mandarlo ad Antigua in esilio, con divieto assoluto di rientro pena lo sparare a vista, non ci starebbe male.

Come si è visto ieri sera, ha continuato a sbugiardare, è più forte di lui. Lo farebbe anche con un M16 puntato.
Il debito pubblico lo hanno creato i governi dal 1978 al 1992 – ma si è guardato bene dal nominare il Cinghialone, perché un po’ di riconoscenza per i vecchi amici e mentori gli è rimasta. Poi, dal 1992 ad oggi, siccome ha governato quasi sempre lui, a parte qualche parentesi prodiana e tecnica, delle responsabilità dell’aumento del debito pubblico si perdono le tracce. A seguire il suo ragionamento si sarebbe arrivati dal 1992 al 2011 direttamente, con il teletrasporto.

La presenza di Brunetta e di altri liquami di percolato ex-socialista al governo potrebbe far pensare che l’amico Craxi, in articulo mortis, possa aver affidato la sua creatura, il debito pubblico, al degno successore, facendogli promettere di averne cura e conservarlo amorevolmente. Insomma, non è stata colpa sua.
Poi ha continuato, da bravo Unto, con il cuore che grondava sangue e il solito piagnisteo. 
Non ho tradito le promesse elettorali. Non volevo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Tremonti ha abusato di me! La lettera della BCE! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Diooo!

Per una volta sono d’accordo con Tremonti. Bisogna avere le mani più libere nel licenziare in questo paese. Soprattutto e, per primi, vanno licenziati il fallito ed il suo fiscalista.

Come premessa bisogna dire che il fallito ed il fiscalista di cui sopra sono solo dei volonterosi carnefici, i sonderkommando della situazione. Stanno solo eseguendo gli ordini di un’oligarchia sovranazionale con caratteristiche di associazione per delinquere di stampo mafioso e terroristico che, rifiutandosi di accettare che il capitalismo per come lo conosciamo è ormai un cadavere gonfio e puzzolente che butta fuori da tutti i buchi, assassinato da quella neoplasia maligna che si chiama neoliberismo, crede di salvare il proprio potere corrotto cancellando tutto ciò che di diritti dei lavoratori e walfare state è rimasto nei nostri paesi.

L’oligarchia scatena le sue cellule terroristiche finanziarie ed in un pomeriggio mette a ferro e fuoco un paese dopo l’altro. Poi manda lettere minatorie ai volonterosi governanti di questi paesi affinché imbraccino la mannaia e facciano pagare ai lavoratori e alle fasce più deboli della popolazione il costo dei loro vizi e della loro infinita ingordigia. Per poter ancora di più divaricare la forbice tra ricchi e poveri,  per sentirsi loro ancora più ricchi, gettando nella disperazione intere popolazioni, devono distruggere l’architettura stessa degli stati nazionali, la sicurezza di chi lavora, la vita di milioni di persone.  Ma chi era Bin Laden in confronto?
Eppure nessuno li ferma, perché i governanti delle varie nazioni, gli avventizi che occupano i posti di rappresentanza nei governi e che fanno la passerella al G8 come i pagliacci al circo, sono i loro camerieri e le loro puttane, gente che abbindola il popolo alle elezioni con il populismo più ributtante, fa promesse e poi in realtà fa solo quello per il quale è stata eletta: fare gli interessi dell’oligarchia e in subordine i propri come regalia da parte del potere superiore.

L’Italia è un caso particolare. C’è al potere un servo padrone che, invece di fare gli interessi dei superiori, ha perso tutto questo tempo ad evitare di finire in galera, impegnando il Parlamento del suo paese nella logorante legiferazione ad personam in difesa del suo flaccido e delle sue aziende. Come direbbero a Roma, si è allargato un po’ troppo. Tra l’una e l’altra delle quaranta leggi fattegli su misura, badava a dire che la crisi, ovvero la scaletta di macelleria sociale da eseguire per conto dei superiori, non esisteva e che era solo un disturbo della percezione. Non crediamo che l’abbia fatto per pura magnanimità nei nostri confronti, per risparmiarci le lacrime ed il sangue. Era semplicemente con la testa da un’altra parte, a seguire i suoi affari. In Italia e all’estero, con gli amici figli di Putin e i compagni di bunga bunga nel deserto.

Come aggravante nel caso Italia c’è da considerare il paradosso che questo signore che ci governa è uno che, nonostante un’opposizione più comprensiva di una mamma e che considera le sue aziende “patrimonio culturale del paese” (cit. D’Alema), l’utilizzo intensivo a scopo propagandistico del suo monopolio mediatico – che nessuno in questi anni ha osato infrangere (vedi alla voce opposizione); nonostante, ripeto, una quarantina di leggi ad personam tagliate su misura per sé e per le sue aziende, l’utilizzo dell’arma della corruttela e di una sorta di compulsione allo shopping di deputati e senatori, rimane un imprenditore sempre sull’orlo del fallimento, come fosse colpito da un’oscura maledizione faraonica. La sua azienda ammiraglia, Mediaset, nonostante operi in regime di quasi assenza di concorrenza, soprattutto in termini di raccolta pubblicitaria, in un anno ha fatto registrare in Borsa una perdita del – 47,14%. Ecco perché l’altro giorno il nostro in Parlamento, con la crisi che prendeva ad asciate la porta, si è messo a dare i consigli per gli acquisti: “Comprate titoli Mediaset, peffavore signo’ “.

Il secondo elemento che rende il caso italiano particolare è il fatto che uno abituato alla gabola ed alla via traversa non poteva che mettere al governo dell’economia italiana, cioè al governo delle entrate e delle uscite, un tributarista fiscalista, ovvero la persona meno adatta del mondo per fare gli interessi dello Stato. Il fiscalista può anche aver scritto libri e tenuto lezioni all’Università ma, per definizione, studia il modo per far pagare meno tasse ai suoi clienti e quindi sottrae per mestiere risorse allo Stato. E’ simile all’avvocato che deve far di tutto per non farti condannare, soprattutto se sei colpevole.
Il fiscalista nasconde i profitti aziendali per evitare di farti salire nello scaglione superiore di aliquota e farti pagare meno tasse, utilizza la falsa fatturazione sempre per farti rimanere sotto un certo livello. E, soprattutto, se l’Agenzia delle Entrate o la GdF ti entra da tergo sui garretti lo stesso perché i conti sono comunque sbagliati, lui non è responsabile. Al massimo cambi consulente perché fargli causa costerebbe troppo.

Vi meravigliate quindi che questi due ci abbiano condotti a questo punto?  Non sarà facile rimediare ai danni da loro prodotti ma almeno intanto lasciamo che siano vittime dei loro stessi proclami. Licenziati in tronco, senza preavviso. E di giuste cause ce n’è una marea.

Come temevamo, la crisi costringe il governo ad accelerare il compimento del piano di rinascita democratica della P2.

Graffito sul muro della Scuola di Ceramica di Faenza
Oggi B. andrà in Parlamento a cercare di salvarsi il flaccido promettendo ai suoi compagni di merende di Confindustria di distruggere quel poco che resta dello Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ l’ultima arma inceppata che gli è rimasta. Inceppata ma capace di titillare il grilletto a Confindustria fino all’orgasmo.
Perché questi grandi capitani findus che sembrano capaci di prosperare solo con l’aiuto di Stato ottenuto con il piagnisteo del costo del lavoro e il mantra della “crescita”  – che, comincio a pensare, non sappiano neanche cosa significhi veramente perché se lo sapessero si renderebbero conto che la crescita non è un valore esponenziale, vorrebbero una sola cosa: forza lavoro a livello schiavistico. Pagare le loro amiche d’alto bordo 300 euro a boccaglio e fare i generosi con le loro passere usurate si ma pagare i lavoratori il meno possibile e possibilmente fotterli gratis. 
Guardate Marchionne, il Dottor Spocchia: non vende più una Fiat nemmeno a Torino ma è considerato un grande imprenditore perché l’ha messo nel culo al sindacato. E’ solo questo che conta, per loro. Fottere i lavoratori e scaricare su di loro la colpa della crisi, che è provocata altrove da quella mostruosità chiamata Finanza, che andrebbe abolita per tornare all’Economia pura del prodotto contro ricchezza, con le Borse rase al suolo e sostituite da parchi e laghetti con le paperette. 
Abbattere il costo del lavoro, poter licenziare a piacimento cani e porci sbandierando la crisi ad ogni minima difficoltà. Crisi che, a furia di evocarla, finisce per arrivare davvero. Soprattutto se abbiamo permesso a quattro delinquenti di agenzie di rating di decidere delle sorti di paesi interi ed agli speculatori di arricchirsi con modalità peggiori di quelle dei pirati della Tortuga, depredando la nostra ricchezza senza pietà.
Il nostro paese poi paga di più a causa di un livello mostruoso di corruzione, a causa di una classe imprenditoriale che sempre più spesso diventa grande e potente solo grazie alle tangenti che permettono di vincere gli appalti ed aggirare i controlli di sicurezza e del fisco. Il vincere facile sembra essere diventato il credo ufficiale del capitalismo italiano d’alto bordo. Quello di buono che c’è è solo nella piccola e media imprenditoria, strangolata per altro da coloro che si credono più grossi solo perché si sono comprati qualche finanziere che i controlli li riserva solo ai piccoli della concorrenza. Ai piani alti sembra che si riesca a farcela solo con i metodi della corruzione più sfrenata.
In questo senso B. è solo l’archetipo e forse la peggiore mutazione di questa nullità imprenditoriale italiana. L’unica novità che ha introdotto è stato andare al potere per farsi le leggi su misura. Ci è riuscito perché ha promesso a chi sa lui di restituire il favore e perché gli sciocchi italiani hanno creduto all’assurdità della proprietà transitiva della ricchezza. Lui tanto ricco, se lo voto divento ricco come lui. Pensate che idioti.
B. non è responsabile della crisi mondiale ma è l’unico responsabile dello stallo di questo paese, che tiene in ostaggio senza neppure preoccuparsi di mantenerlo in buona salute per poter ottenere il riscatto. E’ lui che, per non dover ammettere di essere un fallito conclamato, ha portato fascisti e razzisti al governo e tutta quella marmaglia di parassiti in Parlamento, marmaglia che si appresta ad andare in pellegrinaggio fino al 12 settembre in Terra Santa, dimenticando che laggiù il Padrone non gradisce i mercanti, avendoli già presi a bastonate una volta. Magari gli israeliani li prendessero a cannonate, scambiandoli per palestinesi.
I mercati, quello che resta di sano di loro, non possono certo fidarsi di un fallito, di uno che non è riuscito a salvare le proprie aziende nemmeno con tutto il potere possibile nelle sue mani. Non credo neppure che apprezzerebbero ancora una volta la sua proverbiale faciloneria. Coloro che gli hanno offerto aiuto e si aspettano qualcosa in cambio stanno accorgendosi di essere stati anche loro truffati. Ecco, più che dei mercati, fossi in lui e nei suoi camerieri, mi preoccuperei di questi amici degli amici e dei loro metodi di recupero crediti.
Può solo andare giusto a promettere alla Marcegaglia di fottere i sindacati, così se fallirà, potrà scaricare su di loro, ovvero sui lavoratori, la colpa della crisi. Ma sarà solo l’ennesimo gioco di prestigio, un gioco che non potrà durare a lungo in quanto, quando i cavalli si azzoppano, vanno cambiati.
E’ una gamba in cancrena che va amputata il più presto possibile, prima che il paziente muoia. Oggi è la giornata giusta. Astenersi medici pietosi, soprattutto piddini.
Cosa ci vorrebbe per guarire dal berlusconismo acuto, una volta che B. togliesse le tende, magari dopo avergli concesso quel cavolo di salvacondotto ma fuori dall’Italia, con armi, bagagli, bagasce e famiglie al seguito e che a Maronn l’accumpagn?
Non sarà facile guarire da una malattia così perniciosa ma, per l’immediata convalescenza, ho una proposta, per nulla modesta. Sembra un piano di rinascita democratica reloaded e la cosa mi inquieta tanticchia ma non m’importa.
Parliamoci chiaro. Per il nostro paese sarà indispensabile presto un governo autorevole e in grado di gestire la cosa pubblica con serietà e rigore, finalmente senza distrazioni personalistiche, a maggior ragione se ci sarà veramente il default degli Stati Uniti per colpa degli stramaledetti repubblicani, cosa che speriamo non accada, perché vorrebbe dire che tutto il mondo può aspettarsi economicamente momenti bui e sicuramente nuove guerre.
Questo governo dovrà essere, per forza di cose, di unità nazionale, senza bilancini a misurare il peso politico di ciascuna componente, apparire autorevole all’estero e dovrà avere un mandato con scadenza a sei mesi, dopodiché bisognerà indire nuove elezioni politiche per ottenerne la legittimazione democratica a proseguire nel lavoro o lasciare il campo ad un nuovo governo scelto dagli elettori. L’esecutivo potrebbe cominciare a lavorare già da settembre su alcune priorità assolute. Prima di parlare del presdelcons adatto, e capirete perché, secondo me, 2Maroni non lo è, individuiamo le priorità di questo governo.
In primo luogo, riformare la legge elettorale per tornare ad un sistema dove gli elettori possano veramente scegliere, nella massima trasparenza, da chi farsi governare ( da parlamentari eletti, non nominati) ed evitare che, ad esempio, un partitello che rappresenta solo il dieci per cento dell’elettorato e per giunta dal consenso su base regionale (quindi non omogeneo territorialmente) possa dettare legge in ambito nazionale come se avesse il 30%, per giunta sbandierando propositi eversivi e scissionisti, oltre che idioti. In soldoni, ridimensionare e tagliare la cresta alla Lega, cosa che, tra l’altro, potrebbe solo farle bene.  Una volta condotta a più miti consigli, la Lega potrà diventare un intelocutore di governo. Ora, tra ministeri farlocchi, cazzate e leader fanculeggianti, è meglio darle qualche stop and go.
E’ necessario un sistema proporzionale con una robusta soglia di sbarramento al 5%, per evitare i partitucoli da percentuali da albumina e la dispersione del consenso elettorale in mille rivoli. Senza contare che, meno partiti, vorrebbe dire un minor costo della politica.
Seconda cosa che il governo dovrebbe fare, appunto, una feroce revisione dei costi della politica. Riduzione del numero dei parlamentari, adeguamento dei loro guadagni al PIL nazionale e taglio di ogni privilegio di casta. L’abolizione delle province sarebbe un altro buon modo per provare ad ottimizzare il funzionamento e costo delle amministrazioni locali.
Grafico tratto da  la voce.info. Mostra il rapporto tra gli stipendi dei parlamentari e il PIL per i diversi paesi europei. Se per tutti gli altri paesi il rapporto è in proporzione, e quindi più il paese è ricco, più guadagnano i suoi governanti, l’Italia (rappresentata dal quadratino rosso in alto) mostra una vergognosa dicotomia tra ricchezza paese e tenore di vita della sua classe politica.
Terza priorità: soluzione definitiva del problema del conflitto di interesse. Ritorno al rispetto delle norme che impediscono, a chi detiene conflitti di interesse, di fare politica senza prima averli risolti; il divieto assoluto di candidarsi per chi detiene concessioni governative nel mondo della comunicazione, con l’abrogazione delle leggi ad personam dalla Mammì in giù che favorivano illecitamente Mediaset, e la liberalizzazione effettiva delle frequenze radiotelevisive. E, a questo proposito, affidamento della RAI ad un consiglio di amministrazione super partes formato da esperti e personalità della società civile e della cultura, con esclusione dei politici  che: elimini una rete per metterla sul mercato, elimini totalmente la pubblicità da una delle due reti rimaste e si impegni a ridefinire il ruolo della RAI come servizio pubblico che deve rispondere del suo operato ai cittadini che pagano il canone.Una TV di informazione e cultura, non ad immagine e somiglianza di Mediaset.
Quinto: un progetto di crescita economica che punti all’innovazione ed alla valorizzazione dei punti di forza dell’Italia, tra i quali ci sono senz’altro: turismo e beni culturali. Un progetto che investa, credendoci, nella ricerca e che valorizzi al massimo il nostro potenziale creativo a livello tecnologico e scientifico, individuando, nelle università, le menti più brillanti da coinvolgere nel progetto. Ovviamente le Università vanno aiutate e non demolite a picconate come è stato fatto finora.
Per quanto riguarda il ministro dell’economia, più che di un commercialista e quindi di qualcuno dotato pur sempre della mentalità del tipo “come pagare meno tasse e fottere lo Stato”, io vedrei meglio una persona abituata a ragionare ogni giorno in termini macroeconomici. Una personalità come Mario Monti, sicuramente autorevole e in grado di comprendere le nuove esigenze europee di unità e cooperazione che verranno e che saranno inevitabili, sarebbe l’ideale.
La riforma della giustizia si attua facilmente in due mosse: con il ripristino del concetto di legalità come principio imprescindibile da parte di chi governa; con il potenziamento degli organi inquirenti e giudicanti ed i loro ammodernamento. Se chi governa non è un farabutto anche la Magistratura non avrà più bisogno di interessarsi dei fatti dei politici.
Eliminati i ladri conclamati, gli inquisiti per mafia, corruzione ed ogni altro reato penale od amministrativo, per non parlare dei servi, delle baldracche, dei responsabili, dei dipendenti Fininvest e dei voltagiubba, i partiti potrebbero fare la loro parte andando a cercare quel buono che al loro interno pur sempre si nasconde per coprire qualche ruolo ministeriale ma, per diventare ministro, sarebbe preferibile essere in grado di offrire una competenza più che una tessera. 
Rimarrebbe il problema del presidente del consiglio. Credo che i tempi siano maturi per affidare questo compito ad una donna e, per rilanciare un’idea già affiorata in passato, quella donna potrebbe essere Emma Bonino. Me ne sto convincendo ogni giorno di più. Emma sarebbe anche un ottimo presidente della repubblica ma credo che prima dovremmo provarla come capo del governo. Il primo governo Bonino della terza repubblica. Non suona male. Certo è un po’ troppo laica e i pretonzoli, dovendo scegliere una signora, le preferirebbero la Rosy Bindi. La Bonino però è, come autorevolezza internazionale ed esperienza politica, sicuramente due spanne sopra la Rosy e poi il PD deve ancora mangiarne di pastasciutta prima di individuare un vero leader credibile. Che ne dite?

Facciamo un brevissimo riepilogo della situation per cercare di capire chi comanda veramente in Italia, che qui si rischia di perdersi in un labirinto di intrallazzi.
La sensazione è che il governo del grande comunicatore sia stato dato in subappalto, visto che chi ha ufficialmente vinto la gara, ormai è evidente, non è assolutamente capace di governare perché qualsiasi cosa tocca la fa fallire neanche fosse affetto dalla maledizione di un Re Mida all’incontrario. Meglio che si dedichi quindi a trombare nel suo patetico casino domestico e a far meno danni possibili. Il gran frullo di passere notturne ad Arcore potrebbe essere un modo, ideato da premurosi amici e amici degli amici, per tenerlo abbastanza rincoglionito di giorno per permettere agli altri, i subappaltatori, di lavorare in pace, visto il disastro in corso. Un giorno magari scopriremo che quella sonnolenza perfino durante le cerimonie di beatificazione dei papi (intesi come pontefici) era dovuta anche a qualche pasticchina di clorpromazina. “Ma cosa hai messo nel caffè?”, diceva una canzoncina degli anni ’60.

Chi ha in mano il timone della baracca, quindi? Non è poi un mistero. Nel corso degli anni le logge invecchiano: P2, P3, P4 e i Gran Maestri imbiancano ma il potere, quello vero, rimane sempre nelle stesse mani. Addirittura, il faccendiere Bisignani, spacciato dalla stampa come l’eminenza grigia del momento, sarebbe un astro sorto all’ombra di Andreotti, ovvero dell’eternità fatta politica, tanto per (non) cambiare.

Per più di quarant’anni un solido potere clerico-mafio-massonico-atlantico aveva tenuto ben salde le redini del comando in Italia.
Nei primi anni novanta, sotto i colpi di Tangentopoli e delle monetine degli italiani imbufaliti dall’altissimo tasso di ladrocinio della politica, crolla la prima repubblica. Ce ne vuole subito una seconda che si fondi sull’apparenza del cambiamento ma che in realtà risponda al sacro principio del Gattopardo: “Cambiare tutto perché nulla cambi”.
La seconda repubblica sceglie come uomo immagine e frontman l’imbonitore ideale per dare l’illusione del nuovo, il megaimprenditore rampante milanese con amicizie palermitane che contano sia nel clerico, che nel mafioso e nel massonico. A posteriori si deve proprio ammettere che Silvio era l’ideale. Quel mix di volgarità ed ignoranza poi che agli italiani fa tanto sangue.
Si liquidano i vecchi garanti del patto di stabilità tra poteri palesi ed occulti, si siglano patti più o meno scellerati con i nuovi e, tolti di mezzo i più pericolosi giudici guastafeste, si chiude la prima repubblica ed inizia l’era berlusconiana, il vecchio che avanza vestito da nuovo, con Licio che benedice l’iniziativa.

B. è come la serva, serve. Serve perché  ha le televisioni, l’unica sua salvezza ed assicurazione sulla vita, visto che come imprenditore ha sempre bisogno della legge o leggina ad hoc e ad personam per non fare fallimento. Citofonare Craxi per conferma. Le televisioni servono a creare consenso, sono fondamentali strumenti di propaganda. Ufficialmente per B. e la sua presunta bravura nel governare, in realtà per mantenere il potere nelle mani dei manovratori occulti.
A questo punto è inevitabile rigirare il coltello nella piaga e ricordare come i collaborazionisti dell’opposizione giurarono, fin dal primo momento, di non toccargliele e gioverebbe chieder loro in cambio di quale innominabile contropartita.

Secondo le ultime inchieste giudiziarie su quella evoluzione della P2 che è la P4, oltre a scoprire che ci sono forti indizi dell’esistenza del contratto di subappalto del governo, come ad esempio la carta intestata di Palazzo Chigi nell’ufficio di Bisignani, si ha l’impressione che qualcuno voglia liquidare la serva perché divenuta ingestibile e troppo pretenziosa, visto che pensa solo a sé stessa ed ai suoi affari privati.

Molte cose sono cambiate infatti dai primi anni novanta. Il frontman non ha perso il vizio di mandare a puttane (non è una battuta) tutto ciò che gli passa per le mani, solo che qui non si sta parlando di un’azienda come la Fininvest ma di un intero paese e ci sono molti, tra i suoi amici imprenditori, che cominciano a preoccuparsi per le proprie terga. Il tizio, per giunta, sta invecchiando a rotta di collo come un vampiro che ha preso la luce del giorno e come comunicatore innesca solo l’effetto boomerang di far cambiare canale alla gente. Le televisioni, quindi, cominciano a non contare più un cazzo ed ecco Veltroni che ammette, chissà perché solo ora, che è stato un errore non togliergliele a suo tempo.

Una cricca di predoni al seguito del B. sta spadroneggiando in un paese che ha i conti sull’orlo della bancarotta. Il popolo, della libertà o meno, si sta sempre di più incazzando e sentendo imbrogliato dal venditore di aspirapolvere. All’estero ci considerano un circo itinerante di buffoni e fenomeni da baraccone. Il governo A, quello di facciata, è in ostaggio dei deliri di due vecchi cadaveri ambulanti, il vampiro e il vampirla. Tra un vaneggiamento e l’altro, il ragioniere tenta disperatamente di far quadrare i conti ma intanto è evidente  che cerchi disperatamente nuove alleanze per salvare il salvabile.

Andare avanti così è impensabile anche se l’uscita dal tunnel non si vede ancora, in questo incubo italiano. Non è facile liquidare la serva B. perché gli è stato concesso troppo potere e vuole l’impunità a tutti i costi, a costo di distruggere un paese intero e il suo sistema giudiziario e per giunta ha portato al governo e concesso loro un potere eccessivo ai barbari della Lega, portatori di altrettanto nefaste richieste di distruzione dello Stato.
Se fossi il nostro, viste le schiere dei nemici che aumentano di numero ogni giorno che passa, accetterei il dorato esilio in un paese che non ammette estradizione, come gli suggerì senza scherzare tempo fa il sindaco di Napoli De Magistris, ma dubito che lo farà.
Se la situazione continuerà a peggiorare, tra un ministro che dice A e quell’altro che gli risponde B e la barca che intanto va a fondo, con le leggi ad personam nascoste dentro le manovre finanziarie, i poteri che finora si erano sentiti rappresentati e al sicuro da B., ovvero i subappaltatori, potrebbero decidere di cambiare il cavallo in corsa. Con le buone o con le cattive. Temo sempre di più con le cattive. Sempre che i subappaltatori, invece di ripristinare un’andreottiana continuità con il passato non siano interessati a far fallire l’Italia in combutta con gli speculatori internazionali. In quel caso, che Dio ci protegga e stramaledica B.

“Qua crolla tutto.” (Daniela Santanché)


Io Brunetta lo capisco. Appena ha visto la stangona che è salita sul palco si è sentito male. Ma non per l’inevitabile effetto “articolo il”, perché ha capito che non era una ragazza irriverente curiosa di scoprire se è vero ciò che si dice attorno ai nani ma una con degli argomenti e con delle domande da porre ad uno che per lavoro dovrebbe stare ad ascoltare chi lo paga.
Per giunta, quanto ha sentito la parola “precari” ha avuto la tipica reazione di fuga ed è scappato come lo scarafaggio quando metti mano al flit in polvere. 
E’ stato troppo, in una sola volta, ricordargli quanto è piccolo in tutti i sensi ma soprattutto quanto sta diventando precario, per non dire pericolante, il suo posto di ministro
Per questa compagnia di giro di buffoni, con in testa il capocomico, è quasi pronto il biglietto Roma – Antigua, solo andata, e sono disperati, perché il popolo comincia ad armarsi di fiaccole e forconi e a guardare male il Palazzo. Meglio che si affrettino al terminal, prima che comincino a cigolare le ghigliottine.
Il video merita un posto in cineteca accanto alla famosa invettiva di Paolo Pillitteri contro i tassisti dell’epoca di Tangentopoli. Sempre reparto socialisti. A futura imperitura memoria.

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