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Forse ho capito perché Gheddafi non cade. Perché è fatto come gli omini del Subbuteo.

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Guardo il filmato di Max Keiser e ne leggo la trascrizione fatta da Mentecritica e penso: è vero, questa è una guerra. Forse proprio la Terza Guerra Mondiale e non ci siamo accorti che era cominciata. Siamo entrati in sala che l’assassino aveva già colpito.
Le nazioni non le si devono più invadere con scomodi eserciti di migliaia di uomini, armi e mezzi costosissimi o atomizzare con qualche testata nucleare superstite. Basta scatenare i terroristi finanziari in giacca e cravatta, quelli che hanno studiato e si sono diplomati col massimo dei voti all’Accademia di Wall Street negli anni ottanta e si sono nutriti al biberon del neoliberismo selvaggio e del “tutto è lecito anche ciò che è vietato”, e che ora sono stati dotati delle armi più devastanti: derivati, titoli tossici e vendite allo scoperto. Altro che gas nervino. Dopo la shock economy, il financial shock.
Si sceglie il paese, gli si scatena il casino in Borsa e l’unconditional surrender arriverà subito in serata, specialmente se il paese attaccato è una repubblichetta delle banane guidata da un vecchio bauscia in fondotinta e dal suo commercialista. Persino gli spocchiosi francesi e gli uber alles, vere e proprie potenze militari tradizionali, rischiano ormai di farsi fare il sederino dagli speculatori da un giorno all’altro con questo nuovo sistema bellico. Il generale De Gaulle si rivolta nella tomba e qualcuno ricorderà che un bel personaggino come Hitler nacque proprio grazie ad una recessione mondiale ed alla madre di tutte le speculazioni economico-finanziare contro un intero paese – il trattato di Versailles.
Se questo nuovo tipo di guerra prenderà piede perché risulterà il modo più facile e meno costoso per giocare a risiko e ridisegnare la geopolitica e la macroeconomia con il minimo sforzo, potrà persino soppiantare i vecchi e cari, nel senso di costosi, bombardamenti. 
Magari ne patirà il complesso militare industriale di eisenhoweriana memoria che si vedrà regredire a carrozzone statale ormai inutile al quale destinare fondi sempre meno cospicui.  In fondo anche quella è economia reale in balìa dei capricci della finanza. Sarebbe una bella nemesi, a pensarci bene.
L’unico scopo che potranno continuare ad avere le guerre e guerricciole a livello locale, guerre con gli spari, le bombe e i morti veri, potrebbe essere quello di fungere da guerre di distrazione di massa. Si scatena una rivolta in Medio Oriente, una sommossa in un paese arabo, in Ossezia Inguscezia o dove cacchio vi pare e se ne fanno parlare i giornali; vi si arrestano i vecchi dittatori bolliti così i popoli rimangono impegnati, fanno un po’ di movimento e si appassionano ai processi in diretta, e intanto loro lavorano con i computer e spostano le loro pedine. Se tutto ciò non basta si riutilizza l’arma del terrorismo come nel 2001, si fa qualche botto qua e là e si traumatizza un popolo con una bella strage che lo colpisca negli affetti più cari. Shock and Awe, come diceva il trota dei Bush.
Del resto non si può mica pensare un domani di sconfiggere la Cina con gli eserciti e le missioni di pace.

Tra le pieghe delle notizie di ieri è sfuggito sicuramente ai più un retroscena inquietante della nostra politica estera. Secondo il ministro Bossi, suo figlio, il Trota, ha partecipato agli incontri tra B. e Hillary Clinton dove si parlava di missioni internazionali e della nostra partecipazione ad esse.  Qualcuno ha scritto che The Trout era il traduttore ufficiale dell’incontro ma sinceramente questa è talmente grossa che credo se la siano inventata gli articolisti per farci ridere.
Ad ogni modo, il commento dell’Umberto sull’ennesima vittima italiana della guerra in Afghanistan, morta ieri in un’imboscata, è stato che non bisogna più mandare i nostri soldati in missione all’estero perché: 1) costano troppo e, 2) ogni tanto muoiono.
Non vorrei che, suggestionato dalle visioni cinematografiche e da play-station del giovane virgulto, il grande stratega di Varese non stia pensando di sostituire i nostri soldati in ciccia e ossa, non potendo mandarli a morire per 800 euro al mese o precettandoli, visto che la destra ha voluto un esercito professionale, con soldatini supertecnologici e transformers che, a fronte di un investimento iniziale, almeno non hanno la sfiga di morire. Soprattutto speriamo che il motivo della presenza del Trota all’incontro non sia stato per offrire quel tipo di suggerimento a Hillary Clinton. Forse, più semplicemente, volendo sincerarsi di ciò che B. avrebbe detto agli americani, Bossi ha fatto fare al figlio un salto di specie: da trota a cimice vivente. 

Betty si è detta addolorata per la possibile uscita di scena in Saddam mode di Muhammar Gheddafi. Cioè, non  gliene frega niente del popolo libico oppresso, torturato ed autobombardato in difesa del quale si è mossa, con notevole ritardo, la macchina schiacciasassi imperiale. (Si, lo so anche per il petrolio libico, vabbé.)
A Betty importa ‘na sega del destino di un popolo, come del suo del resto, si dispiace solo per il beduino che viaggia in tenda con le amazzoni dal culone strippato dalla divisa e che ogni volta che viene a Roma disegna un nuovo pupazzetto sulla schiena dei governanti italiani. (Gli piace così tanto umiliarci.)

Immagino, oltre a quella di Betty, la sofferenza di un governo che è andato fino all’altro ieri oltre ogni lecita confidenza con Gheddafi, che gli ha baciato culo e mano e ora, per inderogabili impegni imperiali non sa come fare a smarcarsi e a nascondere l’evidentissimo tradimento. Per carità, niente di nuovo. E’ il solito comportamento italiano del “si sa con chi inizio la guerra ma non con chi la finisco” ma a questi livelli forse non avevamo mai osato spingerci.
La storia in questi giorni si ripete. E’ dal 1980 che i francesi si struggono di far fuori Gheddafi. Qualche malelingua sostiene che allora un certo piano di tirar giù l’aereo del re delle amazzoni fallì per colpa degli italiani che avvertirono il loro idolo del pericolo, tradendo gli alleati. L’aereo del colonnello deviò e i missili li beccò un innocente aereo di linea che viaggiava da Bologna a Palermo, mentre un MIG libico andava a schiantarsi sulla Sila. Una battaglia aerea niente male. Un mese dopo circa, una bomba scoppiò a Bologna e, sempre le malelingue di cui sopra, dicono che fu la vendetta del colonnello contro un paese appartenente a quella stessa NATO che aveva tentato di accopparlo. Ma come, nonostante gli italiani lo avessero messo in guardia? Si, i traditori non sono mai simpatici, chiunque tradiscano. E’ una storia che non è mai stata confermata ma che ha il difetto di essere maledettamente plausibile, visto il personaggio di cui si parla.
L’altro giorno un militare dell’aeronautica italiana aveva dichiarato, in un’intervista televisiva, di aver partecipato ai raid aerei sulla Libia. Oggi è stato rimosso dall’incarico. 
Il gerarca La Russa si è affrettato a rassicurare via etere il re delle amazzoni che i nostri aerei, costretti a sorvolare la Libia per colpi di quei cattivi francesi ed americani, sono comunque inoffensivi, non sparano e non sporcano. Più innocui di aeroplanini di carta. Siamo ormai all’aerofigura di merda.
E’ incredibile come stavolta stiamo aggrappati al carro del perdente, costretti a tifare per il morituro Gheddafi. Siamo ridotti così male da pensare di poter fare affari solo con il Bin Laden degli anni ’80 e non con un nuovo governo libico? Abbiamo una paura fottuta che alle imprese degli amici saltino le commesse per le autostrade libiche perchè sono quegli affari che si possono fare solo con i dittatori?  Eh, non ci sono più gli italiani brava gente di una volta. 

Voi che dite, senza sprofondare dalla vergogna:

“E’ una missione fondamentale, una missione di pace, combattuta per la nostra sicurezza e per il bene del popolo afghano.” (Ministro Frattini)
“E’ una missione contro il terrorismo.” (Ministro “ForzaInter” La Russa).
“Non è una guerra”. (Piersbugiardando Casini),

brutti bugiardi complici di una cricca di guerrafondai ai quali vi siete venduti per una tanica di benzina, mandateci i vostri figli, nipoti, cognati, amici, servi, lacché, massaggiatrici e sgrullatrici, a morire in Afghanistan.
In GUERRA.

Rieccoli, i compagni di rotative che insultano chi le mani se le sporca davvero e senza pretendere nulla in cambio, tanto meno stipendi da maggiordomo inglese di lusso. Non sanno nemmeno di cosa parlano perchè se entrassero anche solo per un’ora in un ospedale di Emergency le loro narici delicate non reggerebbero l’odore metallico del sangue, il lezzo della carne bruciata che ti rimane addosso e l’odore dolciastro della morte. Quello che i medici volontari, i pirla, respirano ogni giorno.
Si potrebbe definire “invidia del cuore”, perchè chi scrive certe cose il cuore non ce l’ha sicuramente. Nemmeno quella cosa da mammolette cristiane che è la pietas.

Medico volontario. Capisco che sia un concetto difficile da capire per chi è abituato ai primari con tariffe da escort. “Dottore, ho male qui”. Una palpatina sotto l’ultima costola, 500 euro.

I medici di Emergency curano gratis dei poveracci, degli straccioni extracomunitari, non possono essere che dei terroristi.

C’è da stare tranquilli con questi. Con i compagni di rotative con i ministri degli esteri che distinguono tra italiani rapiti e italiani rapiti che però facevano politica e che quindi possono fottersi.
Sono sempre gli stessi e purtroppo si ripetono perchè al di fuori del disprezzo per il diverso da sé, ovvero per chi non è stato ammesso alla corte degli eunuchi imperiali, non conoscono altri sentimenti.

Sono quelli con il pirla sempre in bocca da riservare a chi non condivide la loro scala di valori con al primo posto il completo di lana inglese e la cravatta di Marinella regalata dal padrone. Di trentadue che lui ne aveva e non sapeva che farsene.

Sono quelli del succo di pomodoro alla Diaz. Quelli che Carlo Giuliani era un peso per i suoi famigliari e se è morto è stata per loro una liberazione. Quelli che Enzo Baldoni era un pirla (ancora, dev’essere un’ossessione) perchè faceva vacanze intelligenti in zona di guerra. Un nostro connazionale il cui corpo non è mai stato trovato, tra parentesi, perchè nessuno lo ha voluto cercare. Un altro che faceva politica, come direbbe ora Frattini.

Rettifico il titolo pasoliniano. Qui non ci sono giornalini ma solo giornalacci.

Non ho visto “Avatar” ma “The Hurt Locker” è un film bellissimo e per nulla convenzionale. Lo sceneggiatore è lo stesso Marc Boal che ha fornito il soggetto per “Nella valle di Elah”, altro film sulla guerra in Iraq interpretato da Tommy Lee Jones e Charlize Theron. Se quella era la storia di un padre alla disperata ricerca di un figlio scomparso nel gorgo della brutalità della guerra e delle sue conseguenze sull’animo umano, sulla guerra che ti rovina per sempre, “The Hurt Locker” racconta le giornate di una squadra di sminatori all’opera in un ambiente dove la bomba che ti farà esplodere può nascondersi dappertutto, nel vero senso della parola.
Nella scena più crudamente realistica e sconvolgente, il protagonista è costretto a disinnescare un ordigno nascosto all’interno del cadavere di un ragazzino che gli americani conoscevano perchè vendeva loro i DVD taroccati.

Non so se sia militarismo raccontare queste ultime guerre moderne affondando il bisturi nel loro aspetto più terribile, ovvero il sadismo con il quale si studiano i modi per uccidere il nemico. Se l’esercito imperiale usa il fosforo bianco e l’uranio impoverito, la resistenza sfrutta il senso di pietà che ti ispira il corpo morto di una bambino facendotici avvicinare perchè non immagini certo che possano essere arrivati a tanto. A nascondergli nella pancia una bomba.
E’ militarismo questo? E’ esaltazione del machismo? L’unico problema è che la Bigelow non è capace di dirigere commediole ambientate nel circolo del cucito ma è dannatamente brava nel raccontare storie di maschi, in questo caso combattenti. Maschi con due palle così, tutto testosterone, è naturale. Altrimenti non starebbero lì a maneggiare timer e fili rossi e blu.
Militarismo femminile? E dove sta scritto che una donna non possa raccontare una storia di guerra dalla parte dei soldati imperiali, per giunta firmando un capolavoro?
No davvero, siamo ancora alla vecchia questione, risalente ai tempi dell’Eastwood Ispettore Callaghan, del film americano “criptofascista”? Che tristezza.
L’unica attenuante che trovo a tanta meraviglia (maschile) di fronte al trionfo della Bigelow, parandosi dietro alla questione militarismo, è che la situazione è obiettivamente straniante. Una fascinosissima signora vince con un duro film di guerra contro i tecnopuffi blu dell’ex marito che credeva di stupire anche l’Academy con effetti speciali.
Semplicemente la realtà ha vinto sull’overdose di fantasia. Non c’entra il fascismo, la femminilità, la virilità e quant’altro. E’ da secoli che le donne si occupano di problemi reali mentre gli uomini stanno a baloccarsi con i castelli in aria.

C’è anche il fatto che alcuni maschi fanno una fatica tremenda ad ammettere il talento femminile, soprattutto quando è impiegato in campi considerati maschili. Ancor più difficile è accettare che il talento femminile superi il loro di parecchie lunghezze.
Se c’era un’immagine da postare per celebrare l’8 marzo, questa non poteva essere più significativa. Una donna vince l’Oscar come miglior regista dell’anno battendo il suo ex marito, anche lui regista, sul campo. Il gesto è scherzoso, indubbiamente, ma pensate che se avesse vinto Tarantino James Cameron avrebbe provato l’impulso di strangolarlo?

Credo sia giusto che l’immagine atroce di Stefano Cucchi sul telo azzurro dell’obitorio stia perseguitando i nostri sogni e risulti sconvolgente anche per chi è abituato a guardare ogni giorno in faccia le conseguenze della morte.
Per quanto doloroso possa essere per la famiglia penso che sia stato un gesto necessario violare l’intimità di un corpo non ancora ricomposto nella sua dignità e ripulito dei segni che la vita lascia con le unghie sul viso e sul corpo dei morti quando ne viene strappata via a forza.

Non dimentichiamo che anche per Federico Aldrovandi la macchina della giustizia si mosse solo dopo che sua madre divulgò in Internet le immagini della salma del figlio, ancora vestita degli ultimi abiti di vita, gonfia ed insanguinata dalla violenza subìta.
Perchè c’è un segno inconfondibile in entrambi i corpi di Stefano e Federico ed è il marchio della morte violenta, prematura ed ingiusta.

E’ stato quindi giusto mostrarla, quella tremenda immagine, nella sua spietatezza, in questo paese di santommasi che se non ci infilano il dito, nella piaga, e lo rigirano ben bene, non credono a nulla. Come La Russa che giura e spergiura che non è successo nulla di male ancora prima di sapere come si sono svolti i fatti. Come quelli che si passano la palla come fosse una bomba a mano pronta ad esplodere: “L’avevano in consegna loro”. “No, era sotto la tutela di quegli altri”. Noi non siamo stati”, “Noialtri nemmeno.”
E allora chi ha rotto la schiena a Stefano? Come si è provocato quella lesione orbitale? A parte il livor mortis che ha certamente la sua parte nella creazione di questa maschera sconvolgente che ci riporta ai morti consunti per fame e per lager, quello è il corpo di una persona che è stata oggetto di violenza. Botte, trascuratezza, crudeltà, menefreghismo, incompetenza, leggerezza, non lo sappiamo. Per questo è fondamentale indagare e fare giustizia.

E’ strano che qualcuno si scandalizzi di queste immagini crude quando ogni giorno siamo sommersi da decine di morti ammazzati ed ammassati dentro la scatola magica televisiva. Certo quelli sono morti lontani, come nel caso delle vittime di guerra, che o non vediamo o ci giungono già inscatolate e pronte per i funerali di stato dove si deve stare attenti a non scivolare sul pavimento ricoperto di retorica.
Oppure sono morti finti, da cinema, che allo “stop!” si rialzano e ne girano un’altra. O ancora morti da cartone animato, come Wil Coyote che viene giù dal canyon e si stropiccia solo un poco la pelliccia.

La morte vera invece è questa. E’ quella che si è dipinta sulla schiena e sul volto di Stefano ma è anche l’incubo del dolore che mai più potrà essere alleviato di due genitori che si sono visti restituire un figlio in quello stato.

E’ curioso che ci si scandalizzi e si invochi il velo pietoso. E’ perchè si può mostrare tutto ma non, come dice Gilioli, “la verità”? Non vedrete nei TG, ad esempio, le immagini di questi bambini nati deformi dopo il bombardamento di Fallujah, in Iraq. Troppo impressionanti, vi direbbero. I vostri, di bambini, potrebbero impressionarsi. Quelli che rischiano di deformarsi solo per le troppe merendine.
Ipocriti. Il morto di Napoli la prima sera non ce l’hanno fatto vedere per intero. “Abbiamo deciso di non mostrare per intero… bla bla bla bla”. Poi, la sera dopo, pum pum, anche gli spari. E poi ancora una volta e un’altra ancora, perfino al rallentatore. Nel caso non avessimo capito bene. Ipocriti.

L’ostensione del corpo inanimato di Stefano Cucchi non è un gesto gratuito. Serve a denunciare l’inaccettabilità di una nostra situazione carceraria ai limiti della civiltà. Carceri dove i suicidi sono all’ordine del giorno, dove i soprusi e le violenze non possono essere accettati come un male necessario. Il carcere non può essere un inferno dove finiscono solo gli untermenschen e non certo gli squali della finanza creativa ma dev’essere un luogo dove sia possibile la redenzione per chi ha sbagliato. In ogni caso non esiste che uno entri vivo in carcere e ne esca morto.

Guardare certe immagini fa male ma è necessario fintantoché accadranno tragedie come queste. Fatevene una ragione.

E così dovremmo continuare a morire per gli interessi della Unocal e del suo burattino-presidente-supermodel, eletto con i brogli (si parla di almeno 1.500.000 voti dubbi) e talmente arrogante da dichiarare che gli osservatori europei dovrebbero farsi i cazzi propri invece di denunciare irregolarità nello scutinio dei voti, in quelle che in teoria avrebbero dovuto essere elezioni democratiche. Bellino lui, con il berrettino di astrakhan e il paltoncino d’alta sartoria.
Dovremmo continuare a morire per difendere uno strapuntino in balconata gentilmente concessoci dal Potere Petrolifero Mondiale nel paese dove la guerra sarebbe arrivata comunque, anche senza 11 settembre, perchè era già deciso da ben prima il 2001 che là si dovessero riaprire i due rubinetti principali dello sfruttamento del popolo afghano per il bene delle multinazionali, petrolio ed oppio, chiusi a tradimento dai poco malleabili talebani, vere e proprie bisce che si rivoltarono ai loro antichi ciarlatani.

La storia vera della guerra in Afghanistan è nota per chi la vuole conoscere. La democrazia non c’entra nulla, non siamo là a portare la democrazia ma a compiere una missione affidataci dai nostri superiori imperiali.
E’ una guerra di merda fatta per conquistare posizioni strategiche nello scacchiere della competizione energetica e noi facciamo le comparse, sperando di ottenere le briciole, con il rischio di morte, però.
Perchè, anche se i media ce la raccontano come una scampagnata dei soliti italiani brava ggente che vogliono tanto bene ai bambini colorati, là c’è la guerra. Si spara, si imbottiscono le auto di C4 e ci si va a far saltare addosso agli italiani che, dal loro punto di vista, non sono altro che invasori.
I militari che sono là lo sanno ma qui si fa finta di nulla, sperando che non capiti mai ciò che è capitato oggi: sei giovani uomini morti, dilaniati dall’esplosivo.
Si vive alla giornata, confidando nel solito culo italiano che ci protegge sempre. Invece no. La guerra non guarda in faccia nessuno e oggi contiamo anche noi i nostri morti.

Si è detto: ma allora che dovremmo dire delle popolazioni bombardate delle quali non frega niente a nessuno e i cui morti nessuno più conta. Giustissimo. Il problema non sono i civili e i soldati, entrambi vittime della porca guerra, il problema è la rappresentazione fasulla e fraudolenta che si fa della guerra nei nostri paesi, per coprirne le vere motivazioni. E’ un problema di comunicazione e propaganda, con i giornalisti che reggono il sacco macchiandosi di complicità con i mandanti delle guerre d’interesse.
Perchè ci meravigliamo che ci abbiano sparato addosso e che ci abbiano uccisi?
Perchè il potere, attraverso i contabubbole dei telegiornali, ci avevano raccontato una storia totalmente diversa e i conti non ci tornano. Nemmeno quelli che dovrebbero misurare l’orrore della perdita di migliaia di vite umane.

Detto che troverò vomitevole qualsiasi condanna e manifestazione di cordoglio da parte di chi non ha impedito ma anzi ha avallato questa guerra e continua a difenderne le ragioni, mandando la gente a morire e ad uccidere, da Napolitano a Berlusconi; che, come al solito, troverò insopportabile la retorica dei “nostri ragazzi”, ci sono cose che non vorrei sentire stasera.

Per esempio che non ce ne frega nulla di quelli che sono morti perchè muoiono anche gli operai di lavoro.

Ebbene, quelli che sono morti, non essendo fantaccini coscritti ma professionisti stipendiati delle Forze Armate, sono da considerarsi morti sul lavoro a tutti gli effetti, meritevoli del rispetto che si deve a dei lavoratori. Non vorrei sentire che sono fascisti e roba del genere.
Non vorrei sentire che vengono pagati profumatamente per andare a Kabul e quindi cazzi loro.
Lo stipendio più alto, quello di un generale, è di 7000 euro e rotti al mese netti. Infinitamente meno di un qualsiasi calciatore trombaveline che al massimo rischia il legamento crociato e non la pelle. Per non parlare dei 13.000 euro al mese che guadagnerà Renzino Bossi come “consulente” all’Expo di Milano o gli stipendi dei parlamentari. Quelli sono i veri scandali.

Non voglio sentire gli opportunismi di chi fino a ieri era a favore della guerra e stasera no perchè ci sono le mamme che piangono. Mi riferisco ai leaders politici. Se la perdita di sei nostri soldati è veramente insostenibile si prenda la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan per evitare ulteriori disgrazie. Altrimenti si taccia. Se non per rispetto, almeno per pudore.

P.S. Detto tutto questo, trovo incomprensibile la disdetta della manifestazione di sabato a favore della libertà di stampa. E’ proprio a causa della mancanza di obiettività informativa che i popoli accettano passivamente che si combattano le guerre nelle quali vanno a morire anche i loro figli.
Andavano piuttosto sospesi il campionato di serie A o la Champions League, non una manifestazione in difesa della libertà. Ma si, figùrati…


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Ci vuole leggerezza, ha detto. Leggerezza, come quella delle mongolfiere o semplicemente dei palloni gonfiati, che quando li sgonfi vanno via scorreggiando a destra e a sinistra.
Credeva, come al solito, di sdrammatizzare, ma il fatto è che associare la leggerezza allo stupro, come lui ha fatto, proprio non va, non funziona. Non si sdrammatizza lo stupro, come non si sdrammatizzano i campi di sterminio. Se si prova a farlo si sentono i ferodi stridere, i corni steccare e i gessetti urlare sulle lavagne.
Si accappona la pelle e la mente inizia a vagare cercando una risposta a tanta inconsistenza di pensiero, a tanto orror vacui, a tanta odiosa superficialità, senza riuscire a trovarli. Perchè la stupidità è infinita, il suo valore è prossimo alla enne.

A parte la forma mentis da vecchio satiro del signore in oggetto, è anche purtroppo un problema di genere.
Forse gli uomini non vengono stuprati abbastanza (e non lo dico augurandomelo, per carità) o non sono dei mostri di empatia, ma a volte hai la sensazione che proprio non si rendano conto veramente, fino in fondo, di ciò che quella violenza rappresenta per una donna, soprattutto se si parla di uno stupro di gruppo.
Quattro, cinque o più sconosciuti che compiono su di te l’atto più intimo possibile, anche se è l’ultima cosa che vorresti fare in quel momento o hai le tue cose o stai male o sei troppo piccola e non capisci nemmeno cosa ti sta succedendo. Ti portano via l’anima ridendo, lasciandoti ferite nella mente che non guariranno mai più mentre loro diranno: “che ho fatto, dopo tutto?”

Io credo che lo stupro di gruppo sia un modo per esorcizzare sulle donne per vendetta l’angoscia più grande del maschio, l’impotenza. Far provare ad un altro essere cosa significa non riuscire a muoversi, a difendersi, ad evitare che ti venga fatto del male è un atto simbolico che viene dagli abissi più cupi dell’inconscio e che nasce dalla paura.
Non so spiegarmi altrimenti come gli uomini abbiano un atteggiamento fin troppo tollerante nei confronti del fenomeno, magari chiamandolo gang bang per renderlo più appetibile o facendolo diventare “arte” in opere di ingegno. “Arancia meccanica” è un capolavoro ma solo un uomo poteva pensare di raffigurare in maniera tanto subdolamente attraente lo stupro di gruppo.

Non tutti gli uomini stuprano, ci sono anche i soldatini che si tirano indietro inorriditi, ma purtroppo nel plotone sono una minoranza.
Già, è una cosa, la violenza di gruppo, che i soldati, nelle guerre, fanno abitualmente quando conquistano finalmente il nemico. Come premio viene loro concesso di accanirsi sulle donne, tutte quelle che trovano e non c’è giovane, vecchia, brutta, storpia o bambina che tenga, caro padrone. A Nanchino, nel 1937, le truppe giapponesi d’invasione stuprarono in pochi giorni tra le 20.000 e le 80.000 donne. Senza controllare prima se i requisiti 90-60-90 venissero rispettati e se qualcuna avesse passato gli esami da velina.

Più che la solita ossessione delle belle donne, perchè lui crede di essere galante, a me ha fatto venire i brividi proprio l’associazione stupro-soldati fatta dal vecchio satiro.
Lascia stare Nanchino, che è roba per gli storici ma gli stupri etnici della Bosnia non sono poi così lontani nel ricordo.
Che a difendere le donne debbano esser proprio coloro che potenzialmente sono i più assidui stupratori collettivi, date le favorevoli circostanze, e perfino sotto il casco blu dell’ONU in missione di pace, suona come una ancor peggiore derisione. Oppure una volgarissima fantasia da pornaccio di quart’ordine.

Non è possibile che un argomento che fa star male qualunque donna solo a pensarvi ed io sto male adesso a scriverne, diventi argomento per frizzi e lazzi da parte di un vecchio comico fallito.
I miliardari non vengono stuprati abbastanza, per questo non capiscono. Mio caro padrone, domani ti stupro.

Ricordo quando vidi lo spettacolo di Franca Rame, atroce come solo le cose rivissute per catarsi sanno essere. Stetti male, un male fisico, una presa allo stomaco e un dolore profondo, seguito dalla rabbia per la successiva scoperta della valenza politica che risultò avere avuto quell’aggressione. Addirittura pianificata, secondo i riscontri delle indagini, da settori delle forze dell’ordine colluse con l’estremismo fascista. Un ennesimo stupro di guerra, fatto per fiaccare ed umiliare il “nemico”.

Di fronte a drammi che devastano le donne, non parliamo mai più di leggerezza, di battute e di umorismo, non è proprio il caso. La prossima volta, Berlusconi, si contenga. O parli solo dopo essere stato stuprato.


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