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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“Molti americani ed europei non sanno trovare Gaza sulla mappa. Molti americani ed europei non hanno idea di chi fosse Rachel Corrie. Ad oggi, gli eventi che condussero alla sua morte sono controversi ma un fatto è certo: Rachel Corrie e i suoi simpatizzanti sono irrilevanti”. (Dal sito denigratorio rachelgolem.com)
C’è un sito abominevole, uno dei tanti mantenuti dagli estremisti sionisti ed i loro volonterosi simpatizzanti, ancora peggio del farneticante ed osceno Masada2000 dei seguaci del rabbino fascista Meir Kahane, perchè si propone, facendo l’apologia della delazione e dell’omicidio mirato, di offrirsi per tenere fermi gli attivisti per la pace in Medio Oriente mentre i soldati dell’IDF gli sparano contro.
Se i soldati non riuscissero ad individuare i “terroristi” ci penserebbero gli eroi di stoptheism.com ad indicarglieli, fornendo loro coordinate, indirizzo, codice fiscale e anche calcoli balistici per colpirli meglio.
Il sito è americano, della zona di Washington D.C. ed è vicino agli ambienti degli ebrei di origine russa, oltre a vantare alleanze con la JDL, quella che sui muri delle case palestinesi e sul muro della vergogna scrive “GAS THE ARABS” e “ARABS TO THE GAS CHAMBERS”.
L’identificazione con l’aggressore di freudiana memoria.

Parliamo di questi ignobili individui perchè, oltre agli “ebrei che odiano se stessi” rinnegati e traditori della nobile causa sionista, colpevoli di farsi impietosire dalla tragedia di Gaza o semplicemente di non essere razzisti fanatici, essi prendono di mira gli attivisti per la pace dell’International Solidarity Movement come Ewa Jasiewicz, della quale dicono:

“Ewa Jasiewicz deve essere colpita dalle forze dell’IDF visto che è a Gaza per lavorare per Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi. Ecco una foto di Ewa. Se sapete esattamente dove si trova, mandateci una mail così possiamo prenderla di mira e sbarazzarcene una volta per tutte”.

A seguire, sulla stessa pagina, c’è il nostro amico Vittorio Arrigoni, che viene identificato addirittura come il loro obiettivo numero uno: “L’IDF dovrebbe considerarlo come un operativo di Hamas e trattarlo di conseguenza.” Una vera e propria istigazione all’omicidio.
Semplice idiozia di alcuni fanatici? Un bluff? Non la metterei giù in maniera così semplicistica. Sono veramente pericolosi, come tutti coloro che sono convinti di stare dalla parte dell’unica ragione.

Qual’è la mentalità che sta dietro al desiderio di rastrellare gli amici dei nemici e passarli per le armi?

Ricordate Rachel Corrie, la ragazza schiacciata da un caterpillar guidato da un soldato israeliano ipovedente (secondo la versione ufficiale dell’IDF), che però riuscì a centrarla in pieno uccidendola, mentre si opponeva alla distruzione delle case palestinesi?
Esiste un sito, http://www.rachelgolem.com/corrie.htm, (non lo linko direttamente, come gli altri che nomino in questo post, per cui copincollate se avete voglia di liberarvi lo stomaco invece di usare le classiche due dita in gola), una sola paginetta piena di veleno, che termina con la frase che ho citato all’inizio, vero manifesto dell’ideologia della disumanizzazione dell’avversario.
Non a caso in stoptheism.com si prendono di mira i genitori di Rachel, accusati anche loro di terrorismo e additati alla pubblica gogna perchè raffigurati in una foto assieme a Yasser Arafat. Non vi sarà perdono per chi giacerà con il nemico. Tutto ciò è molto biblico, tipico di quel dio vendicativo e sterminatore, i cui dardi sono così simili alle armi che piovono in questi giorni su Gaza e che ripetono ossessivamente la superiorità del figlio legittimo su quello “bastardo”. Isacco vs. Ismaele.

Se l’avversario è disumanizzato non sarà richiesto di rispettarlo da morto. Un volta espulso dal consorzio umano e ridotto ad una forma subumana per la quale non esiste compassione, pietas e quel meraviglioso sentimento che ci rende umani che è l’empatia, uccidere l’avversario non comporta più sensi di colpa. Tutti i totalitarismi del secolo scorso si sono fondati sulla disumanizzazione dell’avversario e la società attuale ormai ragiona negli stessi termini, almeno da quando è stata creata la guerra alla terrorismo. Per il nemico non vi è pietà neppure da morto. Le stesse frasi spietate riservate a Rachel vengono rivolte da anni ormai alla memoria di Carlo Giuliani.

Sono d’accordo che la mentalità che considera il nemico in questo modo disumanizzato sia un tratto di sociopatia, stato mentale caratterizzato dall’assoluta mancanza di rimorso per le azioni malvage compiute. Sociopatia che può benissimo estendersi a livello sociale fino a farsi tratto di gruppo e, ancor su più vasta scala, nazionale.

Fondamento della disumanizzazione dell’avversario è la pretesa di superiorità e la consapevolezza fideistica di essere dalla parte della Verità. Normalmente lo chiamiamo fanatismo o fondamentalismo e la propaganda ci ha insegnato che sono solo gli islamici a ragionare così, per cui (capito il trucco?) dobbiamo disumanizzarli e distruggerli al termine della lunga guerra al terrorismo. Il meccanismo di proiezione è anch’esso fondamentale per allontanare da sé gli ultimi frammenti di senso di colpa e sentirsi ancor più simili al Dio Sterminatore.

E’ una mentalità, dicevo, che si nutre di delazione, di denuncia, di umiliazione dell’avversario e di chi, tra la propria gente, non si sottomette all’ideologia e vi si ribella. E’ il mondo dove i nostri valgono doppio e gli altri sono irrilevanti. Tutto ciò è la quintessenza del totalitarismo.

***
Finalino con l’ineffabile Pagliara.
Ieri sera, parlando come al solito dal confine di Gaza: “I morti sono ormai 900, un terzo dei quali civili.
Voleva dire “un terzo dei quali bambini” ma eravamo in fascia protetta.

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“Molti americani ed europei non sanno trovare Gaza sulla mappa. Molti americani ed europei non hanno idea di chi fosse Rachel Corrie. Ad oggi, gli eventi che condussero alla sua morte sono controversi ma un fatto è certo: Rachel Corrie e i suoi simpatizzanti sono irrilevanti”. (Dal sito denigratorio rachelgolem.com)
C’è un sito abominevole, uno dei tanti mantenuti dagli estremisti sionisti ed i loro volonterosi simpatizzanti, ancora peggio del farneticante ed osceno Masada2000 dei seguaci del rabbino fascista Meir Kahane, perchè si propone, facendo l’apologia della delazione e dell’omicidio mirato, di offrirsi per tenere fermi gli attivisti per la pace in Medio Oriente mentre i soldati dell’IDF gli sparano contro.
Se i soldati non riuscissero ad individuare i “terroristi” ci penserebbero gli eroi di stoptheism.com ad indicarglieli, fornendo loro coordinate, indirizzo, codice fiscale e anche calcoli balistici per colpirli meglio.
Il sito è americano, della zona di Washington D.C. ed è vicino agli ambienti degli ebrei di origine russa, oltre a vantare alleanze con la JDL, quella che sui muri delle case palestinesi e sul muro della vergogna scrive “GAS THE ARABS” e “ARABS TO THE GAS CHAMBERS”.
L’identificazione con l’aggressore di freudiana memoria.

Parliamo di questi ignobili individui perchè, oltre agli “ebrei che odiano se stessi” rinnegati e traditori della nobile causa sionista, colpevoli di farsi impietosire dalla tragedia di Gaza o semplicemente di non essere razzisti fanatici, essi prendono di mira gli attivisti per la pace dell’International Solidarity Movement come Ewa Jasiewicz, della quale dicono:

“Ewa Jasiewicz deve essere colpita dalle forze dell’IDF visto che è a Gaza per lavorare per Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi. Ecco una foto di Ewa. Se sapete esattamente dove si trova, mandateci una mail così possiamo prenderla di mira e sbarazzarcene una volta per tutte”.

A seguire, sulla stessa pagina, c’è il nostro amico Vittorio Arrigoni, che viene identificato addirittura come il loro obiettivo numero uno: “L’IDF dovrebbe considerarlo come un operativo di Hamas e trattarlo di conseguenza.” Una vera e propria istigazione all’omicidio.
Semplice idiozia di alcuni fanatici? Un bluff? Non la metterei giù in maniera così semplicistica. Sono veramente pericolosi, come tutti coloro che sono convinti di stare dalla parte dell’unica ragione.

Qual’è la mentalità che sta dietro al desiderio di rastrellare gli amici dei nemici e passarli per le armi?

Ricordate Rachel Corrie, la ragazza schiacciata da un caterpillar guidato da un soldato israeliano ipovedente (secondo la versione ufficiale dell’IDF), che però riuscì a centrarla in pieno uccidendola, mentre si opponeva alla distruzione delle case palestinesi?
Esiste un sito, http://www.rachelgolem.com/corrie.htm, (non lo linko direttamente, come gli altri che nomino in questo post, per cui copincollate se avete voglia di liberarvi lo stomaco invece di usare le classiche due dita in gola), una sola paginetta piena di veleno, che termina con la frase che ho citato all’inizio, vero manifesto dell’ideologia della disumanizzazione dell’avversario.
Non a caso in stoptheism.com si prendono di mira i genitori di Rachel, accusati anche loro di terrorismo e additati alla pubblica gogna perchè raffigurati in una foto assieme a Yasser Arafat. Non vi sarà perdono per chi giacerà con il nemico. Tutto ciò è molto biblico, tipico di quel dio vendicativo e sterminatore, i cui dardi sono così simili alle armi che piovono in questi giorni su Gaza e che ripetono ossessivamente la superiorità del figlio legittimo su quello “bastardo”. Isacco vs. Ismaele.

Se l’avversario è disumanizzato non sarà richiesto di rispettarlo da morto. Un volta espulso dal consorzio umano e ridotto ad una forma subumana per la quale non esiste compassione, pietas e quel meraviglioso sentimento che ci rende umani che è l’empatia, uccidere l’avversario non comporta più sensi di colpa. Tutti i totalitarismi del secolo scorso si sono fondati sulla disumanizzazione dell’avversario e la società attuale ormai ragiona negli stessi termini, almeno da quando è stata creata la guerra alla terrorismo. Per il nemico non vi è pietà neppure da morto. Le stesse frasi spietate riservate a Rachel vengono rivolte da anni ormai alla memoria di Carlo Giuliani.

Sono d’accordo che la mentalità che considera il nemico in questo modo disumanizzato sia un tratto di sociopatia, stato mentale caratterizzato dall’assoluta mancanza di rimorso per le azioni malvage compiute. Sociopatia che può benissimo estendersi a livello sociale fino a farsi tratto di gruppo e, ancor su più vasta scala, nazionale.

Fondamento della disumanizzazione dell’avversario è la pretesa di superiorità e la consapevolezza fideistica di essere dalla parte della Verità. Normalmente lo chiamiamo fanatismo o fondamentalismo e la propaganda ci ha insegnato che sono solo gli islamici a ragionare così, per cui (capito il trucco?) dobbiamo disumanizzarli e distruggerli al termine della lunga guerra al terrorismo. Il meccanismo di proiezione è anch’esso fondamentale per allontanare da sé gli ultimi frammenti di senso di colpa e sentirsi ancor più simili al Dio Sterminatore.

E’ una mentalità, dicevo, che si nutre di delazione, di denuncia, di umiliazione dell’avversario e di chi, tra la propria gente, non si sottomette all’ideologia e vi si ribella. E’ il mondo dove i nostri valgono doppio e gli altri sono irrilevanti. Tutto ciò è la quintessenza del totalitarismo.

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Finalino con l’ineffabile Pagliara.
Ieri sera, parlando come al solito dal confine di Gaza: “I morti sono ormai 900, un terzo dei quali civili.
Voleva dire “un terzo dei quali bambini” ma eravamo in fascia protetta.

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«Bruciare una bandiera, di Israele come di qualsiasi altro Paese, è intollerabile, perché sta a significare la volontà di distruggere quello Stato. La volontà di distruggere lo Stato di Israele è scritta anche nello statuto di Hamas e questo lo dico a coloro che spesso in Italia sembrano dimenticarlo», ha detto il presidente di Montecitorio.
«Bruciare una bandiera non è soltanto un reato, ma un atteggiamento che merita ferma condanna, perché dà vita a politiche di tipo terroristico».

OAS_AD(‘Bottom1’);
Articolo 292 – (Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato).
Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La pena è aumentata da euro 5.000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.

Articolo 299 – (Offesa alla bandiera o ad altro emblema di uno Stato estero). – Chiunque nel territorio dello Stato vilipende, con espressioni ingiuriose, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, la bandiera ufficiale o un altro emblema di uno Stato estero, usati in conformità del diritto interno dello Stato italiano, è punito con l’ammenda da euro 100 a euro 1.000“.
(Le nuove norme sui reati d’opinione, Ddl Senato 25.1.2006)

In Italia bruciare la bandiera è reato, è vero, come recita il codice penale che ho citato, derivato dal Codice Rocco. In America invece si lotta da anni contro l’emendamento alla Costituzione che renderebbe il flag burning un reato.
Come dire che vi è differenza significativa tra paesi come l’Italia e paesi come gli Stati Uniti, in termini di libertà di espressione.

«Ci sono diversi modi per dimostrare di voler distruggere uno Stato: scriverlo nel proprio statuto, come ha fatto Hamas, o dando fuoco a una bandiera. Non credo che ci sia una differenza significativa», ha proseguito il presidente Fini.

Orcaboia, qui siamo in pieno pensiero magico. Io brucio la bandiera e, di lì a poco, le ferrovie e le autostrade del paese che odio si liquefanno, i palazzi crollano, si apre un’immensa voragine e il paese canaglia sparisce in una nuvola piroclastica con i suoi nemici che ballano allegri la lambada sulle sue rovine.
Non c’è differenza significativa, dice Fini, tra l’atto simbolico e l’atto fattuale. Pensiero e azione.
A questo punto, per eliminare un capo di stato odioso, chi glielo fa fare ai terroristi di piazzare bombe e kamikaze ben imbottiti di C4? Basterebbe una bambolina voodoo e una manciata di spilloni ben appuntiti.

Ricapitolando. Chi brucia la bandiera vuole distruggere Israele. Hamas vuole distruggere Israele. Chi brucia la bandiera è come Hamas.
Ma Hamas ha mai provato a bruciare la bandiera di Israele?


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«Bruciare una bandiera, di Israele come di qualsiasi altro Paese, è intollerabile, perché sta a significare la volontà di distruggere quello Stato. La volontà di distruggere lo Stato di Israele è scritta anche nello statuto di Hamas e questo lo dico a coloro che spesso in Italia sembrano dimenticarlo», ha detto il presidente di Montecitorio.
«Bruciare una bandiera non è soltanto un reato, ma un atteggiamento che merita ferma condanna, perché dà vita a politiche di tipo terroristico».

OAS_AD(‘Bottom1’);
Articolo 292 – (Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato).
Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La pena è aumentata da euro 5.000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.

Articolo 299 – (Offesa alla bandiera o ad altro emblema di uno Stato estero). – Chiunque nel territorio dello Stato vilipende, con espressioni ingiuriose, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, la bandiera ufficiale o un altro emblema di uno Stato estero, usati in conformità del diritto interno dello Stato italiano, è punito con l’ammenda da euro 100 a euro 1.000“.
(Le nuove norme sui reati d’opinione, Ddl Senato 25.1.2006)

In Italia bruciare la bandiera è reato, è vero, come recita il codice penale che ho citato, derivato dal Codice Rocco. In America invece si lotta da anni contro l’emendamento alla Costituzione che renderebbe il flag burning un reato.
Come dire che vi è differenza significativa tra paesi come l’Italia e paesi come gli Stati Uniti, in termini di libertà di espressione.

«Ci sono diversi modi per dimostrare di voler distruggere uno Stato: scriverlo nel proprio statuto, come ha fatto Hamas, o dando fuoco a una bandiera. Non credo che ci sia una differenza significativa», ha proseguito il presidente Fini.

Orcaboia, qui siamo in pieno pensiero magico. Io brucio la bandiera e, di lì a poco, le ferrovie e le autostrade del paese che odio si liquefanno, i palazzi crollano, si apre un’immensa voragine e il paese canaglia sparisce in una nuvola piroclastica con i suoi nemici che ballano allegri la lambada sulle sue rovine.
Non c’è differenza significativa, dice Fini, tra l’atto simbolico e l’atto fattuale. Pensiero e azione.
A questo punto, per eliminare un capo di stato odioso, chi glielo fa fare ai terroristi di piazzare bombe e kamikaze ben imbottiti di C4? Basterebbe una bambolina voodoo e una manciata di spilloni ben appuntiti.

Ricapitolando. Chi brucia la bandiera vuole distruggere Israele. Hamas vuole distruggere Israele. Chi brucia la bandiera è come Hamas.
Ma Hamas ha mai provato a bruciare la bandiera di Israele?


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In questi giorni terribili dove si ammazzano i civili sotto i bombardamenti senza avere il coraggio di interpretare la parte delle carogne, ma prendendo per il culo il mondo con una propaganda schifosamente di parte e oscena perchè fa passare le vittime per carnefici ed i carnefici per vittime, penso che il rito pagano e superstizioso di domani sera, con l’ineffabile imbecille che a mezzanotte scandirà in TV il solito “5-4-3-2-1, BUON ANNO!!” in mezzo a veline e pagliacci stipendiati da noi, mi riuscirà ancora più insopportabile.

Vi prego ditemelo se qualcuno riuscirà a divertirsi lo stesso, sapendo che, con questi precedenti, un domani sarà possibile commettere qualunque abominio e genocidio facendola franca. Basta essere dalla parte giusta e saper essere i migliori nel chiagni e fotti. Perchè noi abbiamo tanto sofferto.
Metterlo in culo al mondo, ecco la nuova suprema perversione, soprattutto quando il mondo, per paura o per stupidità, si mette pure a mugolare di piacere per compiacenza.

Ciò che comincia a disgustarmi sempre più, come sempre quando sento il tanfo inconfondibile dell’ingiustizia, sono il manicheismo ed equilibrismo di coloro che cadono nell’illusione di osservare una guerra guerreggiata da due eserciti equipollenti, per cui “non si deve parteggiare”.
Ci sono cascata anch’io, in parte, e non mi tiro indietro nell’autocritica. Anch’io nel primo post che ho dedicato a questa tragedia, l’altro giorno, ho scritto che anche gli arabi andrebbero presi a calci nel culo per le cape toste che tengono. In parte è vero, entrambi i popoli vengono dallo stesso stampo di teste dure.
Però, però, però, più passano i giorni e più sento i tamburi di latta del regime mediatico mondiale sparare cazzate ancor più micidiali del “piombo fuso” che sta annichilendo Gaza, più mi sto rendendo conto che la sproporzione tra il piombo fuso e i Qassam non può passare sotto silenzio.

Ma stiamo scherzando? Si bombarda una zona affollatissima, strapiena di civili e si ha il coraggio di fare servizi lacrimevoli sugli abitanti di Sderot ed Ashkelon, che vivono nell’ansia da anni?
Ma ____ (qui ci andrebbe qualcosa alla Germano Mosconi ma mi astengo), e i palestinesi che vivono da sessant’anni senza speranza (perchè i sionisti non molleranno MAI la terra, datevi pace, illusi uniti di tutto il mondo), cosa dovrebbero dire?

Non si capisce il conflitto mediorientale se non ci mettiamo in testa che i palestinesi sono considerati, dalla controparte israeliana sionista come MERDA, nient’altro. C’è un profondo razzismo, alla base, di quello proprio buono basato sulla differenza di sangue e sulla pseudospeciazione e non si può far finta che non vi sia.
Il razzismo però, trattato nei termovalorizzatori mediatici, misteriosamente scompare, viene riciclato, compostato e diventa pappa buona da farci mangiare fino all’ultima cucchiaiata.

Penso che un giorno i servizietti a grandi fratelli unificati dell’inviato Pagliara, tanto per citare il più famoso dei tamburini filoisraeliani, entreranno di diritto nei manuali di propaganda.
Quanto era simpatico stasera il signore israeliano di origine italiana che, dalle macerie immaginarie di Ashkelon, ci ha informato, nell’intervista al mitico, che i palestinesi di Gaza sono degli ingrati di merda, perchè “gli abbiamo dato tutto: l’acqua (!), la luce (!), il cibo (!!) e loro ci bombardano con i missili”.
Facile far passare una minchiata del genere quando nessuno provvede ad informare i lettori ed ascoltatori di una cosa come l’EMBARGO imposto a Gaza, con il blocco di medicinali, acqua, luce e cibo e che ha provveduto ad esasperare gli animi di un popolo fin troppo paziente e votato al martirio.
Poveretto, quel signore forse è convinto veramente che i palestinesi non sappiano domani se pasteggiare a Champagne Veuve Clicquot o Dom Perignon. Come lui la pensano milioni e milioni di obnubilati dalla propaganda sionista.

Quando si dice che bisogna mettersi nei panni degli israeliani che “sono bombardati tutti i giorni dai missili” (minchiata assoluta ma proprio per questo maggiormente creduta) io ribatto che se mi tirassero giù gli ulivi, le case, mi obbligassero ad estenuanti soste ai check point tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro, trattata come un animale senz’anima, li odierei, CARO OBAMA. E forse non avrei altra scelta che affidarmi ai quattro marpioni di Hamas e ai residuati corrotti di Fatah.
Se fossi una palestinese di Gaza odierei gli israeliani. Senza alcuna paura di passare da antisemita, senza paura di offendere i fantasmi delle vittime della Shoah. Starei odiando solo i miei oppressori.
No signori, qui c’è l’esercito meglio equipaggiato del mondo (a spese dei servi americani) contro un popolo che, oltre a dei Katiuscia e Qassam che fanno ridere i polli ma per la propaganda sionista sono più micidiali delle atomiche, hanno come arma, più che altro, un odio coltivato con cura e amore in più di sessant’anni di ingiustizia subita.

Provo un’infinita pietà, e non ho alcun timore a schierarmi ancora una volta senza se e senza ma dalla parte del POPOLO PALESTINESE, dalla parte di coloro che stanno soffrendo un martirio che sarebbe insopportabile per qualunque altro popolo della terra. Forse solo i Ceceni sono altrettanto negletti dalla nostra coscienza.
Provo anche un’insopprimibile nausea per come ci stanno raccontando i fatti i media. Ormai i morti, che non vi fanno vedere e che cercano di non conteggiare, vedrete, cominceranno a resuscitare, per non far passare gli israeliani per troppo cattivi. In Palestina è già successo, molto tempo fa.

(360 : 3, ricordo le proporzioni tra vittime palestinesi ed israeliane (secondo la Questura) di questi giorni, per i lettori più distratti ed annebbiati dai fumi di oppio provenienti dallo schermo televisivo.)


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In questi giorni terribili dove si ammazzano i civili sotto i bombardamenti senza avere il coraggio di interpretare la parte delle carogne, ma prendendo per il culo il mondo con una propaganda schifosamente di parte e oscena perchè fa passare le vittime per carnefici ed i carnefici per vittime, penso che il rito pagano e superstizioso di domani sera, con l’ineffabile imbecille che a mezzanotte scandirà in TV il solito “5-4-3-2-1, BUON ANNO!!” in mezzo a veline e pagliacci stipendiati da noi, mi riuscirà ancora più insopportabile.

Vi prego ditemelo se qualcuno riuscirà a divertirsi lo stesso, sapendo che, con questi precedenti, un domani sarà possibile commettere qualunque abominio e genocidio facendola franca. Basta essere dalla parte giusta e saper essere i migliori nel chiagni e fotti. Perchè noi abbiamo tanto sofferto.
Metterlo in culo al mondo, ecco la nuova suprema perversione, soprattutto quando il mondo, per paura o per stupidità, si mette pure a mugolare di piacere per compiacenza.

Ciò che comincia a disgustarmi sempre più, come sempre quando sento il tanfo inconfondibile dell’ingiustizia, sono il manicheismo ed equilibrismo di coloro che cadono nell’illusione di osservare una guerra guerreggiata da due eserciti equipollenti, per cui “non si deve parteggiare”.
Ci sono cascata anch’io, in parte, e non mi tiro indietro nell’autocritica. Anch’io nel primo post che ho dedicato a questa tragedia, l’altro giorno, ho scritto che anche gli arabi andrebbero presi a calci nel culo per le cape toste che tengono. In parte è vero, entrambi i popoli vengono dallo stesso stampo di teste dure.
Però, però, però, più passano i giorni e più sento i tamburi di latta del regime mediatico mondiale sparare cazzate ancor più micidiali del “piombo fuso” che sta annichilendo Gaza, più mi sto rendendo conto che la sproporzione tra il piombo fuso e i Qassam non può passare sotto silenzio.

Ma stiamo scherzando? Si bombarda una zona affollatissima, strapiena di civili e si ha il coraggio di fare servizi lacrimevoli sugli abitanti di Sderot ed Ashkelon, che vivono nell’ansia da anni?
Ma ____ (qui ci andrebbe qualcosa alla Germano Mosconi ma mi astengo), e i palestinesi che vivono da sessant’anni senza speranza (perchè i sionisti non molleranno MAI la terra, datevi pace, illusi uniti di tutto il mondo), cosa dovrebbero dire?

Non si capisce il conflitto mediorientale se non ci mettiamo in testa che i palestinesi sono considerati, dalla controparte israeliana sionista come MERDA, nient’altro. C’è un profondo razzismo, alla base, di quello proprio buono basato sulla differenza di sangue e sulla pseudospeciazione e non si può far finta che non vi sia.
Il razzismo però, trattato nei termovalorizzatori mediatici, misteriosamente scompare, viene riciclato, compostato e diventa pappa buona da farci mangiare fino all’ultima cucchiaiata.

Penso che un giorno i servizietti a grandi fratelli unificati dell’inviato Pagliara, tanto per citare il più famoso dei tamburini filoisraeliani, entreranno di diritto nei manuali di propaganda.
Quanto era simpatico stasera il signore israeliano di origine italiana che, dalle macerie immaginarie di Ashkelon, ci ha informato, nell’intervista al mitico, che i palestinesi di Gaza sono degli ingrati di merda, perchè “gli abbiamo dato tutto: l’acqua (!), la luce (!), il cibo (!!) e loro ci bombardano con i missili”.
Facile far passare una minchiata del genere quando nessuno provvede ad informare i lettori ed ascoltatori di una cosa come l’EMBARGO imposto a Gaza, con il blocco di medicinali, acqua, luce e cibo e che ha provveduto ad esasperare gli animi di un popolo fin troppo paziente e votato al martirio.
Poveretto, quel signore forse è convinto veramente che i palestinesi non sappiano domani se pasteggiare a Champagne Veuve Clicquot o Dom Perignon. Come lui la pensano milioni e milioni di obnubilati dalla propaganda sionista.

Quando si dice che bisogna mettersi nei panni degli israeliani che “sono bombardati tutti i giorni dai missili” (minchiata assoluta ma proprio per questo maggiormente creduta) io ribatto che se mi tirassero giù gli ulivi, le case, mi obbligassero ad estenuanti soste ai check point tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro, trattata come un animale senz’anima, li odierei, CARO OBAMA. E forse non avrei altra scelta che affidarmi ai quattro marpioni di Hamas e ai residuati corrotti di Fatah.
Se fossi una palestinese di Gaza odierei gli israeliani. Senza alcuna paura di passare da antisemita, senza paura di offendere i fantasmi delle vittime della Shoah. Starei odiando solo i miei oppressori.
No signori, qui c’è l’esercito meglio equipaggiato del mondo (a spese dei servi americani) contro un popolo che, oltre a dei Katiuscia e Qassam che fanno ridere i polli ma per la propaganda sionista sono più micidiali delle atomiche, hanno come arma, più che altro, un odio coltivato con cura e amore in più di sessant’anni di ingiustizia subita.

Provo un’infinita pietà, e non ho alcun timore a schierarmi ancora una volta senza se e senza ma dalla parte del POPOLO PALESTINESE, dalla parte di coloro che stanno soffrendo un martirio che sarebbe insopportabile per qualunque altro popolo della terra. Forse solo i Ceceni sono altrettanto negletti dalla nostra coscienza.
Provo anche un’insopprimibile nausea per come ci stanno raccontando i fatti i media. Ormai i morti, che non vi fanno vedere e che cercano di non conteggiare, vedrete, cominceranno a resuscitare, per non far passare gli israeliani per troppo cattivi. In Palestina è già successo, molto tempo fa.

(360 : 3, ricordo le proporzioni tra vittime palestinesi ed israeliane (secondo la Questura) di questi giorni, per i lettori più distratti ed annebbiati dai fumi di oppio provenienti dallo schermo televisivo.)


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E’ arrivata la neve, giusto per complicarci la vita. Perchè la neve è bella solo in montagna in vacanza, quando l’unico pensiero è come far sera. In città è una scocciatura, se non hai cinque anni e un babbo che ti costruisce il pupazzo di neve con la bella carotona al posto del naso.
E’ anche un rischio perchè, pur con la trazione integrale, in curva la macchina ti accenna il giro di valzer.

La neve dovrebbe di solito portare allegria ma sarà che, quest’anno e in questi giorni, non c’è proprio niente da ridere, quel manto bianco ti fa solo strano ed un vago senso di inquietudine.

Almeno non ho ascoltato i TG, oggi. Mi sono risparmiata sicuramente un mucchio di propaganda indigesta su Gaza ed il massacro in atto, come quella inscatolata ogni sera, con tanto di botulino, dal Pagliara.
I morti, per la cronaca, sarebbero già 400 (secondo Hamas, quindi sono cifre sovrastimate, insinuano viperescamente i media). Anche per i morti palestinesi vale la Legge della Questura. Come se poi 280 morti fossero una sciocchezza, una statistica.

Definirei, per usare un eufemismo, irritante il modo in cui i giornalisti mainstream e i blogger filoisraeliani stanno presentando il raid. E’ tutta colpa di Hamas, povera Israele bersagliata dai missili e i bambini israeliani traumatizzati dagli stessi. Quelli palestinesi che ci muoiono per i missili non contano un cazzo. Insomma, come al solito, se la sono cercata.
Lo so perchè gli facciamo tanta rabbia, noi che stiamo qui a scrivere su Gaza e la Palestina facendoci andare il pandoro di traverso e incupendoci di sconcerto per tanta brutalità. Non si fanno una ragione che ci scandalizziamo ancora per 400 straccioni palestinesi. La pietà è come l’erbaccia, si fa fatica ad estirparla. Sono anni che usano diserbanti mentali per sradicare la pietà dalle nostre menti e cazzo, con certi irriducibili non funzionano.

Tra le vittime solo un paio di bambini, dicevano ieri. Colpiti solo i terroristi di Hamas. Certo l’orario scelto non è stato felice, scusate se vi abbiamo colto proprio mentre eravate al lavoro o a scuola, alle 11,30.

Falsi e bugiardi. Sono stati colpiti dei poveri poliziotti di quartiere e delle reclute e, in un posto affollato come Gaza, dire che sono stati colpiti solo un paio di donne bambini è ridicolo. Almeno altrettanto quanto il dire che con ottanta missili made in Iran si sono colpiti solo un israeliano (che vale mille punti, però) e due bambine palestinesi.

Il Papa, d’oro e d’ermellino vestito, ha implorato che si fermino. Bel gesto, inutile come sempre, come le preghiere, ma intanto la pratica è sbrigata.
Inutile sperare in un tardivo ravvedimento e in un rinculo di pietà. Mi è bastato ascoltare ieri sera l’inquisito Olmert, a fianco della iena 007 Livni e dell’imbroglione Barack (quello che voleva dare la terra ai palestinesi mantenendo il controllo sui rubinetti degli acquedotti, ecco perchè Arafat non firmò l’accordo di pace, altro che testardaggine da arabo), tutti insieme a dire che “i palestinesi non sono il nostro nemico”. Meno male. Pensate se lo fossero.
Davvero non c’è speranza.

Sarà per questo che la neve che è caduta oggi, in questo inverno bianco e opprimente, sembra più far parte di un inverno nucleare che di un White Christmas.

***
Un anno fa su questo blog: “Ombre pakistane”.

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