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Se è vero il detto “parla come magni”, di cosa mai si nutrirà Nichi Vendola, per uscirsene con frasi come quella che segue?

“Cambia molto se la democrazia è non soltanto la fotografia sincronica degli umori ideologico-culturali del presente ma se, in qualche maniera, ha una capacità, se possiamo dire così, di proiezione diacronica, di prospettazione che va oltre il limite generazionale, se il ‘bene comune’ lo preserva con lungimiranza, se assume la bisessuazione del linguaggio che la fonda come principio di realtà ed esodo dalla gabbia del neutro-maschile”. (“I dilemmi della speranza: un dialogo”)

Un leader che si propone come elemento di rottura con il passato dovrebbe prima di tutto evitare di parlare come gli antichi politici delle convergenze parallele. Dovrebbe farsi capire. Perfino dagli operai, se necessario.
Senza abbindolare con melodie da pifferaio magico o puntando agli intestini come i populisti miliardari ma esprimendo concetti chiari e semplici. Parole comuni, senza additivi, pesticidi e conservanti.
Vendola invece, a giudicare dalla frase di cui sopra e dalle altre riportate nella preziosa raccolta a cura di Claudio Cerasa e ripresa dal Tafanus ieri, oltre ad alcune concettine niente male che gli escono soprattutto quando è ospite di Daria Birignardi, ama deragliare con queste libere associazioni che Grillo ha liquidato brutalmente, non senza ragione, come supercazzole e che Metilparaben sarebbe in grado di riprodurre all’infinito con uno dei suoi celebri “generatori di”. In questo caso “generatore di concetti vendoliani”.
Il wannabe candidato del centrosinistra, inspiegabilmente osannato anche dalla nuova destra di FLI, parla, che delusione, come uno di quei vecchissimi intellettuali demoplutocattocomunisti di una volta; quelli che, leggendoli, ti facevano temere di essere dislessica e che parlavano così proprio per non farti capire un cazzo e finire per avere sempre ragione sulle masse. Magari mi sbaglio, ma la bisessuazione del linguaggio non ti può uscire all’improvviso una mattina così, come un foruncolo, ma necessita di un preciso atteggiamento mentale.
E non è solo il parlar forbito per stupire la platea, è anche l’utilizzo sfrenato di ovvietà quasi imbarazzanti. Quando non usa la supervendola prematurata contro i suoi interlocutori, Nichi diventa poeta per caso e narratore sublime di piccole grandi immagini indimenticabili.

“Le primarie sono come il bambino che si porta all’orecchio la conchiglia per ascoltare il rumore del mare: sono il rumore della vita”.

(Babba bia!)

“Ricordo la sensazione di infinita libertà nell’andare a cercare un orecchino adeguato alle mie tasche, un semplice cerchietto d’oro, e il dolore del buco fatto in gioielleria, lì capii quanto la bellezza nasca nel grembo del dolore”.

Se per Nichi il dolore è farsi il buco nell’orecchio, figuriamoci se avesse dovuto partorire o subire un’infibulazione faraonica. E poi lo stesso concetto lo abbiamo sentito pronunciare mille volte dalle vecchie zie: “Per esser belle bisogna soffrire”.
E che dire di una frasetta come questa:

“Vengo rimproverato, anzi mi viene mossa un’imputazione di reato. Io sono reo di porto abusivo di sogno e devo dire che tendenzialmente mi dichiaro colpevole”.

Disciamolo, questo è una spanna sopra a Moccia. Anzi, lo eclissa proprio.
La mia preferita però è questa:

“La sessuazione di un processo elettorale”.

Di fronte a certi concetti si può solo dire: “Ma comme fa?”
Insomma, per riassumere gli esiti della dissezione anatomica del candidato Vendola, lo definirei uno che parla come Aldo Moro, pensa come Federico Moccia e si crede un genio come Giovanni Allevi.
Se penso che, in altrernativa, c’è Piero Fassino che vorrebbe essere operaio sotto Marchionne, quasi quasi, se fossi un elettore di sinistra, mi sparerei.
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Di questo ultimo atto di inaudita brutalità verso una donna accaduto nella jungla milanese vorrei capire una serie di cose.
La madre dell’assassino aveva allertato le forze dell’ordine temendo che il figlio, uscito di casa in preda a raptus violento, potesse commettere una sciocchezza ma c’è anche chi, tra i testimoni, sostiene che l’aggressione alla donna sia nata da un tentativo di rapina.
Quindi, vorrei capire se è vero che questo pezzo di merda a due gambe ha aggredito la prima passante che ha incontrato per sfogare la sua rabbia per essere stato lasciato dalla fidanzata, come hanno affabulato i giornali e telegiornali.

Non è un dettaglio. E’ importante saperlo perchè, visto che questa notizia non occupa la prima pagina dei giornali ma è un trafiletto in cronaca sotto le solite puttanate politiche, i diamanti insanguinati di Naomi e le interviste al vecchio trombone Bono, se la motivazione del delitto è casuale (forse addirittura il classico futile motivo) e non stiamo assistendo a dibattiti, a prese di posizione, alla movimentazione di criminologi, psichiatri da salotto e da trifola aviotrasportati in trasmissioni ad hoc a riempire il pomeriggio, vuol dire che la situazione è più grave del previsto. Vuol dire che ammazzare in quel modo una donna, fino a spaccarsi le mani sulla sua faccia, è una cosa ritenuta ormai normale e la società sta dicendo alle donne: “non abbiamo nessuna intenzione di difendervi da questa violenza che vi minaccia.” Altro che un soldato a guardia di ogni bella ragazza, come scemenzava tempo fa il nano.

Come è possibile, sempre ammesso che sia vero che questa bestia ha massacrato in quel modo una povera ignara passante per puro caso, che questo fatto non scateni, come minimo, un’interrogazione parlamentare urgente da parte di tutte le deputate che riempiono il parlamento per merito e non. Le Carfagna, le Turco, le Mussolini, quelle che erano andate in jeans a manifestare contro lo stupro, ora che fanno? Non sentono il bisogno di cercare una soluzione ad un fenomeno che è sempre più preoccupante? Pensate, care deputate, visto che una donna non vi smuove un callo, se il bruto avesse aggredito un bambino, invece di una filippina. Immagino la Brambilla in gramaglie, se l’assassino avesse preso a pugni un cane con pedigree.

Non voglio pensare che la motivazione per la quasi indifferenza a quest’ultimo episodio di violenza inaudita sia razzista. Non sarà perchè vittima e carnefice sono, in questo caso, entrambi extracomunitari ed entrambi cristiani (particolare non da sottovalutare)? Proviamo a pensare se si fosse trattato di una donna italiana, padana d.o.p., aggredita da uno straniero, magari islamico, se ci sarebbe stato il titolo a quattro colonne, con Libero che urla “E ora friggetelo sulla sedia”?
E se l’assassino fosse stato italiano e la vittima straniera? E se il delitto si fosse consumato tra italiani?
Questo tipo di violenza è di genere, non c’entrano le nazionalità e necessiterebbe di una pronta risposta di civiltà, con leggi severe a punire i colpevoli ma per la propaganda, per il messaggio che deve giungere al popolaccio, veicolato dai megafoni di regime, è più importante forse continuare a trasmettere che: gli stranieri sono intrinsecamente violenti; le donne si possono ammazzare tranquillamente anche per futili motivi; questo era un pazzo, dopo tutto, e i pazzi sono sempre violenti.
Dobbiamo dedurne che al regime non interessa risolvere un problema di macelleria italiana, con un bollettino di guerra sempre più agghiacciante. Sembra quasi, a pensar male, che la violenza di genere sia un fenomeno auspicabile, tollerato e che il suo racconto serva magari ad intimidire le donne, a tenerle buone, come negli anni settanta quando c’erano resoconti tremendi di stupri ogni giorno sui giornali. Terrorismo mediatico a scopo intimidatorio.

Vorrei sapere infine perchè, di fronte a questa serie di orrori che vede vittime le donne, gli uomini che di solito scrivono tanto e riempiono paginate di pensieri profondissimi e pieni di razionalità non hanno niente da dire, non sentono il desiderio di distinguersi da queste bestie che appartengono al loro stesso sesso. Che ne so, un bel “ma che sta succedendo nella testa degli uomini?” Non è difficile. Noi donne riusciamo a farlo, anche se siamo cretine.
Gli uomini normali, quelli che ci stanno accanto e ci amano lo fanno, si dicono indignati di fronte a certi episodi, ma gli intellettuali stanno in coma depassée, non hanno niente da dire e la cosa è grave. Non capiscono che il silenzio può diventare complicità. Un silenzio-assenso che potrebbe anche al limite giustificare. “Eh, se è arrivato a quel punto chissà quella stronza cosa gli aveva fatto, povero cocco”.
Io credo invece vi sia ancora una responsabilità civile dell’intellettuale, un suo ruolo di guida della società, di educazione a ciò che deve essere accettato e no, altrimenti è giusto mandarlo a cogliere pomodori in Campania. A lavorare, insomma.

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