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(foto in versione grande)

“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


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“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


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Si, penso che parlerò di Paul Newman ma non ora, più avanti.
Come ogni domenica, cerco sui vari giornali online spunti per un post riassuntivo della settimana e oggi mi imbatto in questo pezzo, di cui mi compiaccio di offrirvi l’incipit, vestita da Caligola e con l’occhio malvagio alla Malcolm McDowell:

Nitrisce. «Ecco, ci siamo!». Digrigna. «Forza, dai…». Il bianco dell’occhio, l’iride immobile. «Attenti, attenti…». I muscoli tesi, gli zoccoli piantati nel tappetino di gomma. «Bravo, così…». La monta di Varenne è pianificata, rapida e ricca come un Grand Prix. Tre volte la settimana. Traguardo in tre minuti. Cinquecento milioni di spermatozoi. Non sgarra, non trasgredisce, non fa cilecca. Sesso del buon borghese. E quando ha finito, secondo tradizione maschile, si gira dall’altra parte come se niente fosse.

Dite la verità, l’orgasmo dello stallone come pezzo di cronaca vi mancava. Non c’è stato il coraggio di arrivare alla descrizione del cumshot ma non importa, Rocco Varenne è instancabile e ne ha ancora di cartucce da sparare. Abbiate fede.

Non che il resto della prima pagina del Corriere online sia meglio. La pornografia dilaga. Berlusconi e Veltroni litigano e si lanciano battute come George & Mildred, ve li ricordate? Lei stuzzicava il marito per tutta la puntata rinfacciandogli di essere un pisello morto.
Mentre la stella della Palin pare al tramonto e McCain non ha il coraggio di invitarla nemmeno ai tè con le damazze per paura che faccia delle gaffes, l’autarchica Santadeché passa nella squadra di pornopolitichesse di Silvio Schicchi. Con Storace si annoiava, e non si sentiva abbastanza valorizzata. Ora potrà osare l’inosabile.
Buone notizie anche da oltre Tarvisio. Trionfa quella faccia da cazzo di Haider, il fratello nazista di Heidi e anche l’Austria è pronta a rispolverare le camice brune.

Paul, ah si, Newman. Ci arrivo.

Il bello della domenica è che c’è lo sport a distrarti. Peccato solo non potersi dormire in santa pace un Gran Premio di F1 a causa delle urla da cavallo in calore del telecronista di Sky, con quell’insopportabile accento da baùscia. Giuro, dovendo scegliere se buttare lui o quell’altro, quello che “Valentino c’è!!!”, dalla torre, sceglierei la torre e non se ne parli più. Coraggio, ancora qualche gran premio farsa poi la tortura va in letargo fino a primavera e buonanotte ai Briatori.
A proposito, che bello il gran premio by night, con i piloti che si tirano dietro i serpentoni falcia-meccanici e vanno a sbattere in curva come degli ubriachi qualsiasi. Mancava solo la coda davanti alle mignotte. Se i boss della F1 riuscissero a far passare la pista attorno alla roulette e al tavolo del poker di qualche Casino sarebbe il massimo. Sembra di stare alle corse dei cavalli in notturna e c’è lo stesso puzzo di scommesse.
Tutto questo mentre si attende con ansia il derby di Milano sperando nella sconfitta del ghinho di Mourinho. Simpatico il ragazzo, ho conosciuto rottweiler più socievoli e dotati di sense of humor di lui.

E’ morto Newman. Ma si, ci arrivo.

A proposito di attori che non ci sono più. Che grandissimo, stupendo attore e uomo era Vittorio Mezzogiorno che mi sono rivista questo pomeriggio nella “Piovra 6”.

Anche Paul ora non è più, dicevo. Ricordo il suo ultimo film, “Era mio padre” di Sam Mendes, dove era cattivo, cattivissimo, nel ruolo più crudele che si possa immaginare, quello di un padre che preferisce al figlio carnale un estraneo. Un mafioso cattivo da far spavento che faceva piangere un duro come Daniel Craig.
Un grande. Uno dei ruoli più belli della sua carriera.

Visto come va il mondo, con lo schifo che predomina e i vivi che ci tocca sopportare, non siate tristi per Paul. E’ andato in un posto migliore di questo.


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Si, penso che parlerò di Paul Newman ma non ora, più avanti.
Come ogni domenica, cerco sui vari giornali online spunti per un post riassuntivo della settimana e oggi mi imbatto in questo pezzo, di cui mi compiaccio di offrirvi l’incipit, vestita da Caligola e con l’occhio malvagio alla Malcolm McDowell:

Nitrisce. «Ecco, ci siamo!». Digrigna. «Forza, dai…». Il bianco dell’occhio, l’iride immobile. «Attenti, attenti…». I muscoli tesi, gli zoccoli piantati nel tappetino di gomma. «Bravo, così…». La monta di Varenne è pianificata, rapida e ricca come un Grand Prix. Tre volte la settimana. Traguardo in tre minuti. Cinquecento milioni di spermatozoi. Non sgarra, non trasgredisce, non fa cilecca. Sesso del buon borghese. E quando ha finito, secondo tradizione maschile, si gira dall’altra parte come se niente fosse.

Dite la verità, l’orgasmo dello stallone come pezzo di cronaca vi mancava. Non c’è stato il coraggio di arrivare alla descrizione del cumshot ma non importa, Rocco Varenne è instancabile e ne ha ancora di cartucce da sparare. Abbiate fede.

Non che il resto della prima pagina del Corriere online sia meglio. La pornografia dilaga. Berlusconi e Veltroni litigano e si lanciano battute come George & Mildred, ve li ricordate? Lei stuzzicava il marito per tutta la puntata rinfacciandogli di essere un pisello morto.
Mentre la stella della Palin pare al tramonto e McCain non ha il coraggio di invitarla nemmeno ai tè con le damazze per paura che faccia delle gaffes, l’autarchica Santadeché passa nella squadra di pornopolitichesse di Silvio Schicchi. Con Storace si annoiava, e non si sentiva abbastanza valorizzata. Ora potrà osare l’inosabile.
Buone notizie anche da oltre Tarvisio. Trionfa quella faccia da cazzo di Haider, il fratello nazista di Heidi e anche l’Austria è pronta a rispolverare le camice brune.

Paul, ah si, Newman. Ci arrivo.

Il bello della domenica è che c’è lo sport a distrarti. Peccato solo non potersi dormire in santa pace un Gran Premio di F1 a causa delle urla da cavallo in calore del telecronista di Sky, con quell’insopportabile accento da baùscia. Giuro, dovendo scegliere se buttare lui o quell’altro, quello che “Valentino c’è!!!”, dalla torre, sceglierei la torre e non se ne parli più. Coraggio, ancora qualche gran premio farsa poi la tortura va in letargo fino a primavera e buonanotte ai Briatori.
A proposito, che bello il gran premio by night, con i piloti che si tirano dietro i serpentoni falcia-meccanici e vanno a sbattere in curva come degli ubriachi qualsiasi. Mancava solo la coda davanti alle mignotte. Se i boss della F1 riuscissero a far passare la pista attorno alla roulette e al tavolo del poker di qualche Casino sarebbe il massimo. Sembra di stare alle corse dei cavalli in notturna e c’è lo stesso puzzo di scommesse.
Tutto questo mentre si attende con ansia il derby di Milano sperando nella sconfitta del ghinho di Mourinho. Simpatico il ragazzo, ho conosciuto rottweiler più socievoli e dotati di sense of humor di lui.

E’ morto Newman. Ma si, ci arrivo.

A proposito di attori che non ci sono più. Che grandissimo, stupendo attore e uomo era Vittorio Mezzogiorno che mi sono rivista questo pomeriggio nella “Piovra 6”.

Anche Paul ora non è più, dicevo. Ricordo il suo ultimo film, “Era mio padre” di Sam Mendes, dove era cattivo, cattivissimo, nel ruolo più crudele che si possa immaginare, quello di un padre che preferisce al figlio carnale un estraneo. Un mafioso cattivo da far spavento che faceva piangere un duro come Daniel Craig.
Un grande. Uno dei ruoli più belli della sua carriera.

Visto come va il mondo, con lo schifo che predomina e i vivi che ci tocca sopportare, non siate tristi per Paul. E’ andato in un posto migliore di questo.


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Quando l’ho vista ieri sera per la prima volta in TV, con quella pettinatura demodé da ommioddio, ha cominciato a ronzarmi in testa, settori memoria a lungo termine ed imprinting televisivo, una fastidiosissima mosca cavallina che mi diceva: “ma dove l’hai già vista?”
Sarah Palin (peccato che porti lo stesso cognome di uno dei geni Pythons), il governatore dell’Alaska made in Idaho scelta da patatone McCain come vicepresidente repubblicano, si nota prima di tutto per la pettinatura che arriva dieci minuti prima di lei, dicevo. Era dai tempi dei B52’s e da quando ha chiuso bottega una parrucchiera della mia città che non si vedevano “conci” simili. O meglio, c’è Amy Winehouse, certamente, ma lei è una trasgressiva. Che ci fa la cazzuta serial mom Sarah con il soppalco pilifero?

Serial mom, si, la signora ammazzatutti. A parte i discorsi da parrucchiere sul look, Sarah fa venire in mente il personaggio di John Waters, la casalinga perfetta americana che uccide la vicina perchè ha osato mettere le scarpe bianche in settembre.
Per prima cosa è membro della NRA, la National Rifle Association, l’associazione di cazzoni della quale era stato presidente il compianto Ben Hur, quelli che vorrebbero gli M16 in mano ai bambini in nome della libertà di girare armati. E anche a Sarah, oh si, a lei piacciono a canna lunga e duri, full metal jacket. Perchè si sa, queste casalinghe forcaiole in tailleur sono in fondo delle maialone, potete giurarci.

In termini di ambientalismo c’è da mettersi le mani nel toupet. Considera le tesi sul riscaldamento globale inattendibili e il medesimo non dovuto all’azione dell’uomo; è a favore dello sfruttamento a manetta dei giacimenti di gas e petroliferi in Alaska (il marito lavora per la BP) , si è rifiutata di includere gli orsi polari nelle specie da preservare, si nutre di hamburger d’alce e durante il suo mandato ha fatto una legge che permetteva di cacciare i lupi sparandogli dagli elicotteri. Immagino che adori l’odore del napalm la mattina presto.

Poi le sue idee sul senso della vita. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come fa una ad essere allo stesso tempo contro l’aborto e a favore della pena di morte e che razza di coerenza è questa. Già, la coerenza.
Alla gente piacciono tanto questo soggetti perchè rassicurano la loro schizofrenia. Difendiamo la morale ma non il plantigrado, difendiamo la morula, ogni spermatozoo è sacro ma friggiamo il negro con mucho gusto e al massimo voltaggio.

Sarah riesce a far convivere in sé l’iniezione letale con l’antiabortismo e forse saprebbe fare ancor meglio di Tipper Gore (quella che censurava i testi delle canzoni) in fatto di difesa della morale e dei costumi prendendo gli zozzoni a colpi di cotonatura.
Disclaimer: Non c’è bisogno di far notare che Tipper è moglie di un candidato democratico (Al) e Sarah repubblicana. Il bigottismo è rigorosamente bipartisan.
La morona dal reggiseno corazzato difende la famiglia. Nel suo stato ha bandito i matrimoni gay (alla faccia di quei frocioni della California) ma, per la legge della coerenza, assicura che ha un casino di amici gay. Magari proprio tra i parrucchieri.

Sarah non è che l’ultimo esempio di donne politiche di destra che vogliono passare per dure, per quelle maggiormente affette da celodurismo clitorideo. Niente di nuovo anzi, un noiosissimo revival. In fondo anche la signora Thatcher, la lady di ferro, amava cotonarsi i capelli.

Finalmente ho avuto l’illuminazione su chi mi ricordava la vicepresidenta: Mariarosa, l’antagonista pasticciona e tanticchia stronza di Olivella, la brava mogliettina del Carosello Bertolli. Sputata.

Update – Geniale il Tafanus sulla celodurista: “… una sorta di OGM ottenuto incrociando la Poli Portone con la Binetti, poi con Mara Carfagna, con Simona Ventura e con Roberto Formigoni.”

EXTRA, EXTRA! Oggi è un giorno di letizia. E’ tornato A.I.U.T.O.


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Quando l’ho vista ieri sera per la prima volta in TV, con quella pettinatura demodé da ommioddio, ha cominciato a ronzarmi in testa, settori memoria a lungo termine ed imprinting televisivo, una fastidiosissima mosca cavallina che mi diceva: “ma dove l’hai già vista?”
Sarah Palin (peccato che porti lo stesso cognome di uno dei geni Pythons), il governatore dell’Alaska made in Idaho scelta da patatone McCain come vicepresidente repubblicano, si nota prima di tutto per la pettinatura che arriva dieci minuti prima di lei, dicevo. Era dai tempi dei B52’s e da quando ha chiuso bottega una parrucchiera della mia città che non si vedevano “conci” simili. O meglio, c’è Amy Winehouse, certamente, ma lei è una trasgressiva. Che ci fa la cazzuta serial mom Sarah con il soppalco pilifero?

Serial mom, si, la signora ammazzatutti. A parte i discorsi da parrucchiere sul look, Sarah fa venire in mente il personaggio di John Waters, la casalinga perfetta americana che uccide la vicina perchè ha osato mettere le scarpe bianche in settembre.
Per prima cosa è membro della NRA, la National Rifle Association, l’associazione di cazzoni della quale era stato presidente il compianto Ben Hur, quelli che vorrebbero gli M16 in mano ai bambini in nome della libertà di girare armati. E anche a Sarah, oh si, a lei piacciono a canna lunga e duri, full metal jacket. Perchè si sa, queste casalinghe forcaiole in tailleur sono in fondo delle maialone, potete giurarci.

In termini di ambientalismo c’è da mettersi le mani nel toupet. Considera le tesi sul riscaldamento globale inattendibili e il medesimo non dovuto all’azione dell’uomo; è a favore dello sfruttamento a manetta dei giacimenti di gas e petroliferi in Alaska (il marito lavora per la BP) , si è rifiutata di includere gli orsi polari nelle specie da preservare, si nutre di hamburger d’alce e durante il suo mandato ha fatto una legge che permetteva di cacciare i lupi sparandogli dagli elicotteri. Immagino che adori l’odore del napalm la mattina presto.

Poi le sue idee sul senso della vita. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come fa una ad essere allo stesso tempo contro l’aborto e a favore della pena di morte e che razza di coerenza è questa. Già, la coerenza.
Alla gente piacciono tanto questo soggetti perchè rassicurano la loro schizofrenia. Difendiamo la morale ma non il plantigrado, difendiamo la morula, ogni spermatozoo è sacro ma friggiamo il negro con mucho gusto e al massimo voltaggio.

Sarah riesce a far convivere in sé l’iniezione letale con l’antiabortismo e forse saprebbe fare ancor meglio di Tipper Gore (quella che censurava i testi delle canzoni) in fatto di difesa della morale e dei costumi prendendo gli zozzoni a colpi di cotonatura.
Disclaimer: Non c’è bisogno di far notare che Tipper è moglie di un candidato democratico (Al) e Sarah repubblicana. Il bigottismo è rigorosamente bipartisan.
La morona dal reggiseno corazzato difende la famiglia. Nel suo stato ha bandito i matrimoni gay (alla faccia di quei frocioni della California) ma, per la legge della coerenza, assicura che ha un casino di amici gay. Magari proprio tra i parrucchieri.

Sarah non è che l’ultimo esempio di donne politiche di destra che vogliono passare per dure, per quelle maggiormente affette da celodurismo clitorideo. Niente di nuovo anzi, un noiosissimo revival. In fondo anche la signora Thatcher, la lady di ferro, amava cotonarsi i capelli.

Finalmente ho avuto l’illuminazione su chi mi ricordava la vicepresidenta: Mariarosa, l’antagonista pasticciona e tanticchia stronza di Olivella, la brava mogliettina del Carosello Bertolli. Sputata.

Update – Geniale il Tafanus sulla celodurista: “… una sorta di OGM ottenuto incrociando la Poli Portone con la Binetti, poi con Mara Carfagna, con Simona Ventura e con Roberto Formigoni.”

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“Allora vedo che non ha capito. Io non sono qui per salvare Rambo da voi. Io sono qui per salvare voi da lui”. (Trautman)

Nonostante la resistenza ad oltranza di Hillary che non se ne vuole andare come gli ubriachi a tarda notte nei bar (e speriamo non sia necessario chiamare la forza pubblica), Barack Obama si avvia a diventare il candidato ufficiale per il Partito Democratico (quello originale, americano) alle presidenziali di autunno.

Diciamo la verità. L’unica cosa sicura di questo prossimo cambio di gestione alla White House è che George W. Bush si leverà dai coglioni. Sul resto c’è grande incertezza.
Un’altro fatto quasi ormai assodato è che avremo da una parte un candidato che si chiama come le patatine surgelate e dall’altra uno che ha una pericolosa assonanza con ben due nemici pubblici numero uno d’America. La prima cosa è un vantaggio, la seconda un terribile handicap.
E’ già successo che dei giornalai televisivi siano stati colpiti dal lapsus improvviso. “Obama Bin Laden….oops, scusate. Osama.” Il secondo nome di Obama è Hussein, come Saddam. Vedrete come giocherà sporco l’inconscio.

Il candidato repubblicano McCain mantiene finora un basso profilo, tenendosi in disparte in attesa che la ex-first lady ceda e il suo giovane contendente democratico si getti nella mischia per passare finalmente al dunque.
Secondo me McCain è comunque avvantaggiato, da qualunque angolazione si guardi la faccenda.
Alle primarie repubblicane non ha dovuto combattere con altri candidati pericolosi, visto che i contendenti erano perfino troppo per i nazisti dell’Illinois.
Lui è stato da subito il più presentabile e presidenziabile: repubblicano si ma non il solito falcaccio ottuso alla Charlton Heston. Un falco dal volto umano, piuttosto.
Un vecchio si, ma ex soldato, che potrebbe rappresentare la riscossa dei reduci, in una nazione che ne conta migliaia, tornati più o meno malconci da guerre combattute non si sa perchè e per conto di chi e sempre a migliaia di chilometri da casa. In fondo sarebbe Rambo presidente. Il Rambo preso a cornate e ingratitudine che vince finalmente la sua guerra.

John è uno che si è fatto cinque anni di prigionia in Vietnam, che cazzo, mica come gli imboscati Reagan e Dubya, uno intento a stanare comunisti dei condotti per l’aria condizionata negli uffici di Hollywood e l’altro a scaldare una sedia grazie alla raccomandazione di papi.
McCain è in grado, vedrete, di convincere gli americani che si può essere ancora repubblicani nonostante le balle di Bush, la guerra fallimentare in Iraq (che lui non a caso non approva) e tutto ciò che questa amministrazione ha fatto di male.
McCain ha un altro vantaggio. Potrà scegliersi, se eletto, il vice che vuole. Non ha Laura Bush attaccata ai maroni.
E infine, si diceva, non sottovalutate le patatine, sono un messaggio subliminale importante. A tutti piacciono le patatine fritte.

Ma perchè poi sto parlando di McCain quando il post è su Obama?
Barack è giovane, bello, di una tonalità di nero giusta, accettabile anche nei saloni della borghesia WASP.
Certo, a differenza di McCain ha questa palla al piede, la signora Clinton, che si era illusa di rappresentare il nuovo dopo ben otto anni vissuti alla Casa Bianca. Se democratici, gli americani vogliono la novità. Il primo presidente nero, appunto, non la terza volta di Hillary.
Barack ha idee molto belle e nobili, per esempio le solite promesse sulla sanità pubblica per tutti e il ritorno a casa dall’Iraq.
Peccato che sulle questioni tipo pace in Medio Oriente non si discosti di una virgola dal solito armamentario dei candidati americani repubblicani o democratici purchessia: “Oh, io amo Israele, Israele ha diritto di difendersi, combatteremo per la sicurezza di Israele, manderemo aiuti ad Israele, noi siamo i migliori amici di Israele, Israele può fare di me e di noi ciò che vuole”.
Non una parola sulla Palestina, muso duro con l’Iran e sostanziale appoggio all’agenda estera neocon. Con tutto ciò gliela menano ancora con Farrakhan e le origini musulmane del babbo, poi divenuto ateo convinto.

Tra qualche mese ci caveremo la curiosità di sapere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Speriamo non si finisca al solito con il testa a testa e la mappata di voti afroamericani che sparisce nei diabolici circuiti delle macchinette della Diebold in qualche stato chiave. Florida 2000, Ohio 2004 e il prossimo? Alabama?
Un presidente afroamericano sarebbe bello, come riscatto per una parte enorme della popolazione americana e soprattutto per le facce che farebbero i KuKluxKlan del cazzo ma, provando ad immaginare la scena dell’inauguration, non so, la cosa non mi convince.

Ho paura delle patatine fritte.


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“Allora vedo che non ha capito. Io non sono qui per salvare Rambo da voi. Io sono qui per salvare voi da lui”. (Trautman)

Nonostante la resistenza ad oltranza di Hillary che non se ne vuole andare come gli ubriachi a tarda notte nei bar (e speriamo non sia necessario chiamare la forza pubblica), Barack Obama si avvia a diventare il candidato ufficiale per il Partito Democratico (quello originale, americano) alle presidenziali di autunno.

Diciamo la verità. L’unica cosa sicura di questo prossimo cambio di gestione alla White House è che George W. Bush si leverà dai coglioni. Sul resto c’è grande incertezza.
Un’altro fatto quasi ormai assodato è che avremo da una parte un candidato che si chiama come le patatine surgelate e dall’altra uno che ha una pericolosa assonanza con ben due nemici pubblici numero uno d’America. La prima cosa è un vantaggio, la seconda un terribile handicap.
E’ già successo che dei giornalai televisivi siano stati colpiti dal lapsus improvviso. “Obama Bin Laden….oops, scusate. Osama.” Il secondo nome di Obama è Hussein, come Saddam. Vedrete come giocherà sporco l’inconscio.

Il candidato repubblicano McCain mantiene finora un basso profilo, tenendosi in disparte in attesa che la ex-first lady ceda e il suo giovane contendente democratico si getti nella mischia per passare finalmente al dunque.
Secondo me McCain è comunque avvantaggiato, da qualunque angolazione si guardi la faccenda.
Alle primarie repubblicane non ha dovuto combattere con altri candidati pericolosi, visto che i contendenti erano perfino troppo per i nazisti dell’Illinois.
Lui è stato da subito il più presentabile e presidenziabile: repubblicano si ma non il solito falcaccio ottuso alla Charlton Heston. Un falco dal volto umano, piuttosto.
Un vecchio si, ma ex soldato, che potrebbe rappresentare la riscossa dei reduci, in una nazione che ne conta migliaia, tornati più o meno malconci da guerre combattute non si sa perchè e per conto di chi e sempre a migliaia di chilometri da casa. In fondo sarebbe Rambo presidente. Il Rambo preso a cornate e ingratitudine che vince finalmente la sua guerra.

John è uno che si è fatto cinque anni di prigionia in Vietnam, che cazzo, mica come gli imboscati Reagan e Dubya, uno intento a stanare comunisti dei condotti per l’aria condizionata negli uffici di Hollywood e l’altro a scaldare una sedia grazie alla raccomandazione di papi.
McCain è in grado, vedrete, di convincere gli americani che si può essere ancora repubblicani nonostante le balle di Bush, la guerra fallimentare in Iraq (che lui non a caso non approva) e tutto ciò che questa amministrazione ha fatto di male.
McCain ha un altro vantaggio. Potrà scegliersi, se eletto, il vice che vuole. Non ha Laura Bush attaccata ai maroni.
E infine, si diceva, non sottovalutate le patatine, sono un messaggio subliminale importante. A tutti piacciono le patatine fritte.

Ma perchè poi sto parlando di McCain quando il post è su Obama?
Barack è giovane, bello, di una tonalità di nero giusta, accettabile anche nei saloni della borghesia WASP.
Certo, a differenza di McCain ha questa palla al piede, la signora Clinton, che si era illusa di rappresentare il nuovo dopo ben otto anni vissuti alla Casa Bianca. Se democratici, gli americani vogliono la novità. Il primo presidente nero, appunto, non la terza volta di Hillary.
Barack ha idee molto belle e nobili, per esempio le solite promesse sulla sanità pubblica per tutti e il ritorno a casa dall’Iraq.
Peccato che sulle questioni tipo pace in Medio Oriente non si discosti di una virgola dal solito armamentario dei candidati americani repubblicani o democratici purchessia: “Oh, io amo Israele, Israele ha diritto di difendersi, combatteremo per la sicurezza di Israele, manderemo aiuti ad Israele, noi siamo i migliori amici di Israele, Israele può fare di me e di noi ciò che vuole”.
Non una parola sulla Palestina, muso duro con l’Iran e sostanziale appoggio all’agenda estera neocon. Con tutto ciò gliela menano ancora con Farrakhan e le origini musulmane del babbo, poi divenuto ateo convinto.

Tra qualche mese ci caveremo la curiosità di sapere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Speriamo non si finisca al solito con il testa a testa e la mappata di voti afroamericani che sparisce nei diabolici circuiti delle macchinette della Diebold in qualche stato chiave. Florida 2000, Ohio 2004 e il prossimo? Alabama?
Un presidente afroamericano sarebbe bello, come riscatto per una parte enorme della popolazione americana e soprattutto per le facce che farebbero i KuKluxKlan del cazzo ma, provando ad immaginare la scena dell’inauguration, non so, la cosa non mi convince.

Ho paura delle patatine fritte.


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