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La notizia del giorno, rilanciata dai telerotocalchi, è la confessione piena, sicuramente spontanea e dovuta all’aria salubre e vacanziera del Campo di Guantanamo di Khalid Sheikh Mohammed.
Basta fare una ricerca con Google e si scoprono cose interessanti anche se un tantino contraddittorie su questo signore, per cui il condizionale è d’obbligo.

Mohammed, prima di darsi alla macchia come terrorista di Al Qaeda con l’odio viscerale per le nostre libertà, avrebbe combattuto per la CIA in Afghanistan quando i russi dovevano avere il loro Vietnam e successivamente in Bosnia.
Rivoltatosi al ciarlatano e ricercato dai migliori agenti dell’FBI come John O’Neill, sarebbe stato infine assicurato alle cubane galere dopo la cattura in Pakistan nel 2003 ma alcuni lo ritengono morto nel 2002 nel corso di un raid, sempre condotto della CIA e dai pakistani. Un altro morto che cammina nella migliore tradizione di Al Qaeda, come Bin Laden e Al Zawahiri.

Il numero due o tre di Al Qaeda ora avrebbe confessato di aver organizzato tutto lui per l’attentato dell’11 settembre, dall’A alla Z, praticamente un tuttofare, dalla geniale pensata iniziale fino al catering, e alla faccia di Bin Laden che ormai non conta più nulla. “E io pago!”, direbbe lo sceicco del terrore.
Il portavoce della Casa Bianca ha dichiarato, restando serio: “Non commentiamo per non influenzare i lavori della commissione militare”.

Nell’autodafè davanti alla corte marziale approntata per dare uno straccio di legalità ai procedimenti contro gli incarcerati abusivi di Guantanamo, er canaro del terrorismo internazionale ha anche dichiarato di essere l’autore, nell’ordine, dei primi attentati al WTC, di quelli in Kenia, l’ideatore del piano Bojinka e di aver tagliato la testa con le proprie mani al giornalista Daniel Pearl.
Un paio di altri mesi a bordo piscina con qualche sigaro avana e bellezze locali e confesserà anche di essere l’assassino dell’Olgiata.

Ah, chi pensa che le sue rivelazioni siano state estorte sotto tortura, o che questa sia l’ennesima balla in spregio alla verità sull’11 settembre è un antiamericano e non è figlio di Maria.


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Tra pochi giorni saranno trascorsi cinque anni dalla tragedia dell’11 settembre 2001. Nei mesi precedenti a quel terribile evento ci fu una persona che si batté come un leone per evitarla ma non fu ascoltato, anzi la sorte volle che morisse anche lui assieme alle altre 2806 vittime di quel giorno. Chi non ha voluto ascoltare John O’Neill e perchè? E’ stata solo un’imperdonabile leggerezza?

La sera del 10 settembre 2001, alcuni amici stanno cenando in un ristorante chic, l’Elaine’s, nell’Upper East Side di New York. Uno di loro è John O’Neill, 49 anni, ex pezzo grosso dell’antiterrorismo FBI, dimissionario da un mese e neo responsabile della sicurezza del World Trade Center.
Succederà qualcosa… qualcosa di enorme… Ci sarà un cambio… una grossa scossa” confida preoccupato ai suoi ospiti. “Non mi piace come si stanno mettendo le cose in Afghanistan” [il giorno prima era stato assassinato il leader afgano Ahmed Shah Massoud]. Chris Isham, di ABC News, gli dice scherzando: “Adesso hai un lavoro tranquillo nel WTC, lì non metteranno bombe un’altra volta.” O’Neill risponde: “Stanno ancora pensando di finire il lavoro. Lo faranno di nuovo.”

John O’Neill era entrato nell’FBI nel 1976 e nel 1995 era approdato all’antiterrorismo, fungendo da uomo di collegamento con le altre agenzie governative come la NSC e la CIA. Esperto assoluto di terrorismo internazionale, contribuisce a far catturare Ramzi Yousef, l’uomo dietro il primo attentato al World Trade Center nel 1993.

Nel 1996 investiga sull’attentato alle Khobar Towers di Dharan, Arabia Saudita, dove rimangono uccisi 19 soldati americani e altri 500 vengono feriti dall’esplosione. E’ a quell’epoca che John per la prima volta si accorge della reticenza dei suoi superiori, come il direttore Louis Freeh, ad investigare sulle responsabilità terroristiche dell’Arabia Saudita.

Il 7 agosto del 1998 due esplosioni scuotono le ambasciate Americane a Nairobi, Kenya e a Dar es Salaam, Tanzania, causando 224 vittime e migliaia di feriti. O’Neill non ha dubbi, solo Al Qaeda può aver realizzato un attentato così sofisticato.

Nel 1999 un banale incidente alla sua macchina e l’utilizzo di un’auto dell’FBI per portare la moglie all’ospedale lo fanno finire sotto inchiesta interna. E’ l’inizio di una lunga serie di episodi di mobbing che lo porteranno infine alle dimissioni dal Bureau.
Nel luglio del 2000, durante una conferenza in Florida, John risponde ad una chiamata al cellulare e si allontana momentaneamente dalla sala. Al suo ritorno la sua valigetta contenente importanti documenti è sparita. Nonostante questa venga ritrovata praticamente intatta poche ore dopo, l’episodio dà adito all’ennesima inchiesta disciplinare contro di lui.

Il 12 ottobre, nella Baia di Aden in Yemen l’attentato alla USS Cole provoca la morte di 17 marinai americani. O’Neill è inviato ad investigare sul posto ma l’ennesimo ostacolo alle sue indagini è rappresentato dall’ambasciatrice Barbara Bodine, la quale non sembra apprezzare la presenza sul suo territorio di centinaia di agenti dell’FBI in cerca di prove. Nel gennaio del 2001, dopo una breve licenza negli Stati Uniti, O’Neill vuole ritornare in Yemen per seguire le tracce della locale cellula di Al Qaeda, ma sorprendentemente la Bodine gli nega il visto d’entrata. Nonostante questa imperdonabile leggerezza nel sottovalutare il pericolo Al Qaeda l’ambasciatrice sarà in seguito premiata con la nomina a coordinatrice per l’Iraq centrale dell’amministrazione civile americana nel 2003.

Durante la primavera e l’estate del 2001 John O’Neill è sempre più frustrato di vedere le sue indagini cadere nel nulla, come i suoi sforzi per incastrare Al Qaeda ed i suoi più pericolosi terroristi. Privati della copertura necessaria, gli uomini di O’Neill sono costretti ad abbandonare lo Yemen in giugno nonostante siano riusciti ad arrestare il terrorista Fahad al-Quso, legato a due uomini che sarebbero divenuti celebri come pilota e copilota del volo 77 dell’American Airlines che si sarebbe schiantato contro il Pentagono.
Anche il neo direttore ad interim dell’FBI Tom Pickard non è da meno nel mettergli i bastoni tra le ruote. Un ulteriore motivo di delusione è rappresentato per John dalla scoperta dei finanziamenti della famiglia saudita a Osama Bin Laden e dalla sensazione che l’amministrazione USA non voglia inimicarsi troppo i sauditi per ragioni petrolifere. Queste rivelazioni sono inserite nel libro “Bin Laden la vérité interdite” (Bin Laden la verità proibita) di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, pubblicato alla fine del novembre 2001.

John lascia definitivamente il Bureau il 22 agosto e accetta un nuovo lavoro come capo della sicurezza del WTC . [New Yorker, 1/14/2002]
L’11 settembre è al 34° piano della Torre Nord, nel suo ufficio. Non farà in tempo a vedere confermati i suoi sospetti, a vedere i membri della famiglia Bin Laden scorrazzare liberamente per gli Stati Uniti nei giorni successivi, gli attacchi all’antrace, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la fallimentare rinuncia alla cattura di Osama. L’uomo che sapeva troppo, il figlio di un taxista di Atlanta, amante della bella vita, amico di Robert De Niro, lavoratore instancabile e segugio dal fiuto infallibile, morirà assieme alle altre 2806 vittime degli attacchi alle due torri.

Su John O’Neill sono stati realizzati: un bel documentario, “The Man Who Knew”, trasmesso anche dalla RAI nella rubrica “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli e un film intitolato “Chi ha ucciso John O’Neill” dei registi indipendenti Ty Rauber e Ryan Thurston.

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