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Visto un matrimonio li hai visti tutti. Sono sempre le solite situazioni, le solite scene, più o meno uguali a tutte le latitudini e su tutti i gradini della scala sociale. Lo sposo, la sposa, i parenti, i suoceri, gli invitati, i fiori,  la predica sulla sacralità della famiglia, il ricevimento, il bouquet lanciato come la palla ovale del rugby, la mischia delle damigelle, le foto, i paggetti, la torta, il mal di piedi, la sbornia e il mal di testa finali.
Qui, trattandosi di reali, ci hanno risparmiato la seconda parte della festa, quella della sposa senza scarpe sotto il tavolo e con il diadema sulle ventitré e lo sposo con la divisa slacciata e un bel rutto liberatorio postprandiale.
Notavo stamattina, durante l’interminabile passerella degli ospiti, che la capienza di Westminster potrebbe tranquillamente raddoppiare se si abolissero i cappelli a larga tesa d’ordinanza. Guardando le fogge in cui erano acconciate tutte quelle teste più o meno coronate si capisce come un personaggio come il Cappellaio Matto non poteva che essere stato creato in Inghilterra. 
Ma non parliamo di cappelli, nemmeno della signora in giallo, come è stata ribattezzata subito da chi commentava in rete in diretta l’evento, la Nonna Betty. Qualche buontempone si è domandato se a guidare la Rolls reale ci fosse per caso Ambrogio e se la regina avesse già il languorino. Poi dicono che la pubblicità non condiziona la gente.
Gli ospiti erano tutti ordinaria amministrazione, niente di particolare, a parte Victoria Beckham che ha scambiato uno dei quattro matrimoni per un funerale e si è vestita tutta di nero con tanto di muso lungo un metro. Da oggi sarà per noi Beckhamorta.
Delusione per i papiminkia nostrani, non c’era B. Meglio così. Se fosse stato presente al matrimonio avrebbe toccato il culo a Kate e raccontato una barzelletta su Diana.
Il clou di ogni matrimonio, ovviamente, sono gli sposi. Stavolta, secondo me, hanno un po’ deluso. Lui, William, ha una faccia da bambino su una testa che sta andando inesorabilmente in piazza, con un vago effetto Benjamin Button. Vicino alla sposa la faceva sembrare molto più vecchia, Certo, se la divisa fosse stata azzurra come si conviene al Principe, sarebbe stata tutta un’altra storia. Quel rosso guardia faceva pensare a dove mai gli fosse caduto il cappello di pelliccia durante il tragitto da casa a chiesa.
La sposa. La Kate Middleclass che forse tra cent’anni sarà regina, se Betty non diventa definitivamente immortale, a me è parsa niente di che, ma proprio scialba. Una di quelle facce, avrebbe detto Oscar Wilde, che viste una volta non te le ricordi più. Una Barbie mora, troppo secca e parecchio ingessata e, ahimé, con una sorella che, dietro di lei come damigella, rubava la scena sia per l’acconciatura che per il culo parlante sotto il raso dell’abito, tra l’altro molto più bello del suo. E’ proprio il caso di dirlo. Alla sposa, la sorella-damigella gli ha fatto una Pippa.
Detto che, rivisto oggi, il vestito di Diana, la suocera buonanima, farebbe quasi ridere, con le mongolfiere al posto delle maniche e tutto l’eccesso tipico degli anni ottanta, rispetto a quello, comunque, l’abito di Kate sembrava preso al “Paradiso della Sposa”. Senza contare che, aver copiato quello di Grace Kelly, anch’essa stampatasi in auto sfilando una curva, sembra un voler sfidare un po’ troppo la sorte. Come se non fossero bastati la Bechkamorta in lutto stretto, il celebrare il matrimonio nella stessa cattedrale del funerale di mamma Diana ed Elton John che cantò, sempre in quell’occasione, la Messa da Requiem e che oggi, forse ci ha risparmiato la candela nel vento. Roba da non mollare la presa per tutta la cerimonia.
A parte il look deludente gli sposi mi sono parsi freddini. Va bene che stavolta lei non è affetta da quel meraviglioso pudore virginale di Diana che le infiammava la gota (buongustaia!) e che, fidanzati da tanto tempo ormai, faranno l’amore con il pilota automatico, ma il bacio al balcone, mioddìo, con lui che nemmeno la tocca, che strazio. Proprio il bacio di chi non si bacia più. 
Vuoi mettere Jessica e Ivano? Anche l’anello che non calza loro lo rendevano molto più interessante di ‘st’ inglesi ingessati. ‘Tacci loro!

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“Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai…” (Silvio Berlusconi, Sassari, gennaio 2009)

Finalmente scopriamo da cosa era ispirata quella frase, pronunciata in un periodo in cui la propaganda aveva in agenda una bella campagna mediatica intimidatoria a base di stupri etnici e non, ideata per fiaccare la resistenza delle donne italiane e farle tutte cedere alle voglie di ordine e regresso del ducetto brianzolo. La frase risultò insopportabilmente frivola ma ora capiamo, grazie ad un articolo del Manifesto, ripreso dal Tafanus, che lui si riferiva ad esperienze di vita quotidiana.

Nelle foto pubblicate ieri dal Manifesto si vedono appunto soldati di piantone dentro e fuori Villa Certosa.
Ecco quindi che il binomio belle ragazze-militari era ispirato al meraviglioso mondo di Silvio, quello dove i militari italiani in missione di papi, fanno la scorta alle minorenni in viaggio premio a Mirailnanolandia.
Capirete pure che, grazie al dispiegamento in Sardegna di plotoni a guardia di passerine, diventi difficile dislocare truppe sul resto del territorio a difesa delle giovani italiane.
Un mondo meraviglioso, sempre quello di Silvio, in cui le magioni in Sardegna non sono solo luogo di culto per vergini (s)vestali ma anche zone coperte da segreto di stato.

Ripeschiamo una vecchia notizia che parla appunto di un decreto fatto dal precedente governo Berlusconi il 6 maggio 2004, che poneva il segreto di stato su Villa Certosa,allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi” ma in realtà per impedire che gli occhi dei magistrati che indagavano su presunti abusi edilizi realizzati nella villa, sita in un area sottoposta a vincoli paesaggistici, vi si posassero con impropria curiosità.
E’ così che si fanno le leggi nel Berlusconistan. Se Silvio scivola su una buccia di banana si fa il decreto che proibisce le banane.
La procura di Tempio Pausania che presentò ricorso contro il decreto, definito incostituzionale, scriveva: “Il segreto di Stato non può riguardare luoghi, realizzando così una sorta di extraterritorialità per una parte del territorio nazionale e di impunità per un qualsiasi fatto di rilievo penale che si verificasse al suo interno.”
Interessante, no? Berlusconi allora, per impedire di farsi bacchettare dalla Consulta, il cui parere fu richiesto dai PM, acconsentì alle ispezioni (che non riscontrarono illeciti) ma intanto il segreto di stato rimase su quella e su tutte le residenze del premier. L’incostituzionalità è ancora in vigore.

Verrebbe da fare una considerazione. Se a Villa Certosa vige l’extraterritorialità e il premier è inoltre protetto dal Lodo Alfano contro ogni tipo di reato, perfino il cannibalismo, figuriamoci la congiunzione carnale con underage pussies, perchè tanta solerzia nel voler censurare le foto di “Zuppetta” e denunciare chiunque le pubblichi? Forse perchè non si ha paura del giudizio italiano, fin troppo accondiscendente verso i pruriti senili del nostro, ma di qualcuno che all’estero sta pensando che questo “Bearlusckyonee” si sta allargando un po’ troppo?
Proprio oggi i papiboys si domandano: “E se invece del grandangolo del fotografo vi fosse stato un fucile?”
Non vorrei che Silvio fosse caduto in una specie di sindrome complottistica da Lady D. Silvio costretto a fuggire ed inseguito dai paparazzi nel tunnel dell’Alma.

Per non correre rischi, soldati di guardia a papi ed alle passerine, quindi. Un militare per ogni bella ragazza. Ma i militari chi li paga? Lo Stato, cioè noi? Eh già, si chiama segreto di Stato, non segreto privato. Non sono bodyguards a bustapaga, legionari e contractors ad un tanto al chilo con il motto “Scorta la escort” sullo stemma. Sono proprio militari dell’Esercito. Anche i voli che teletrasportano i geni della mòsica sull’isola, sono di Stato. Per questo è giusto indignarsi giusto un pochino.

Il problema non è cosa fa un premier in casa sua. Il problema è un premier che elegge casa sua a repubblica personale coperta dall’extraterritorialità, (siamo dalle parti del Colonnello Kurtz, ormai) per poter fare i propri porci comodi in barba alla Costituzione. Se non si ha intenzione di commettere reati, perchè farlo? Per il gusto di porsi oltre la legge, perchè lui è lui e gli altri non sono un cazzo? E’ questo che rende perplessi gli stranieri, potenti e no. Altro che paparazzi.


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“Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai…” (Silvio Berlusconi, Sassari, gennaio 2009)

Finalmente scopriamo da cosa era ispirata quella frase, pronunciata in un periodo in cui la propaganda aveva in agenda una bella campagna mediatica intimidatoria a base di stupri etnici e non, ideata per fiaccare la resistenza delle donne italiane e farle tutte cedere alle voglie di ordine e regresso del ducetto brianzolo. La frase risultò insopportabilmente frivola ma ora capiamo, grazie ad un articolo del Manifesto, ripreso dal Tafanus, che lui si riferiva ad esperienze di vita quotidiana.

Nelle foto pubblicate ieri dal Manifesto si vedono appunto soldati di piantone dentro e fuori Villa Certosa.
Ecco quindi che il binomio belle ragazze-militari era ispirato al meraviglioso mondo di Silvio, quello dove i militari italiani in missione di papi, fanno la scorta alle minorenni in viaggio premio a Mirailnanolandia.
Capirete pure che, grazie al dispiegamento in Sardegna di plotoni a guardia di passerine, diventi difficile dislocare truppe sul resto del territorio a difesa delle giovani italiane.
Un mondo meraviglioso, sempre quello di Silvio, in cui le magioni in Sardegna non sono solo luogo di culto per vergini (s)vestali ma anche zone coperte da segreto di stato.

Ripeschiamo una vecchia notizia che parla appunto di un decreto fatto dal precedente governo Berlusconi il 6 maggio 2004, che poneva il segreto di stato su Villa Certosa,allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi” ma in realtà per impedire che gli occhi dei magistrati che indagavano su presunti abusi edilizi realizzati nella villa, sita in un area sottoposta a vincoli paesaggistici, vi si posassero con impropria curiosità.
E’ così che si fanno le leggi nel Berlusconistan. Se Silvio scivola su una buccia di banana si fa il decreto che proibisce le banane.
La procura di Tempio Pausania che presentò ricorso contro il decreto, definito incostituzionale, scriveva: “Il segreto di Stato non può riguardare luoghi, realizzando così una sorta di extraterritorialità per una parte del territorio nazionale e di impunità per un qualsiasi fatto di rilievo penale che si verificasse al suo interno.”
Interessante, no? Berlusconi allora, per impedire di farsi bacchettare dalla Consulta, il cui parere fu richiesto dai PM, acconsentì alle ispezioni (che non riscontrarono illeciti) ma intanto il segreto di stato rimase su quella e su tutte le residenze del premier. L’incostituzionalità è ancora in vigore.

Verrebbe da fare una considerazione. Se a Villa Certosa vige l’extraterritorialità e il premier è inoltre protetto dal Lodo Alfano contro ogni tipo di reato, perfino il cannibalismo, figuriamoci la congiunzione carnale con underage pussies, perchè tanta solerzia nel voler censurare le foto di “Zuppetta” e denunciare chiunque le pubblichi? Forse perchè non si ha paura del giudizio italiano, fin troppo accondiscendente verso i pruriti senili del nostro, ma di qualcuno che all’estero sta pensando che questo “Bearlusckyonee” si sta allargando un po’ troppo?
Proprio oggi i papiboys si domandano: “E se invece del grandangolo del fotografo vi fosse stato un fucile?”
Non vorrei che Silvio fosse caduto in una specie di sindrome complottistica da Lady D. Silvio costretto a fuggire ed inseguito dai paparazzi nel tunnel dell’Alma.

Per non correre rischi, soldati di guardia a papi ed alle passerine, quindi. Un militare per ogni bella ragazza. Ma i militari chi li paga? Lo Stato, cioè noi? Eh già, si chiama segreto di Stato, non segreto privato. Non sono bodyguards a bustapaga, legionari e contractors ad un tanto al chilo con il motto “Scorta la escort” sullo stemma. Sono proprio militari dell’Esercito. Anche i voli che teletrasportano i geni della mòsica sull’isola, sono di Stato. Per questo è giusto indignarsi giusto un pochino.

Il problema non è cosa fa un premier in casa sua. Il problema è un premier che elegge casa sua a repubblica personale coperta dall’extraterritorialità, (siamo dalle parti del Colonnello Kurtz, ormai) per poter fare i propri porci comodi in barba alla Costituzione. Se non si ha intenzione di commettere reati, perchè farlo? Per il gusto di porsi oltre la legge, perchè lui è lui e gli altri non sono un cazzo? E’ questo che rende perplessi gli stranieri, potenti e no. Altro che paparazzi.


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“Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai…” (Silvio Berlusconi, Sassari, gennaio 2009)

Finalmente scopriamo da cosa era ispirata quella frase, pronunciata in un periodo in cui la propaganda aveva in agenda una bella campagna mediatica intimidatoria a base di stupri etnici e non, ideata per fiaccare la resistenza delle donne italiane e farle tutte cedere alle voglie di ordine e regresso del ducetto brianzolo. La frase risultò insopportabilmente frivola ma ora capiamo, grazie ad un articolo del Manifesto, ripreso dal Tafanus, che lui si riferiva ad esperienze di vita quotidiana.

Nelle foto pubblicate ieri dal Manifesto si vedono appunto soldati di piantone dentro e fuori Villa Certosa.
Ecco quindi che il binomio belle ragazze-militari era ispirato al meraviglioso mondo di Silvio, quello dove i militari italiani in missione di papi, fanno la scorta alle minorenni in viaggio premio a Mirailnanolandia.
Capirete pure che, grazie al dispiegamento in Sardegna di plotoni a guardia di passerine, diventi difficile dislocare truppe sul resto del territorio a difesa delle giovani italiane.
Un mondo meraviglioso, sempre quello di Silvio, in cui le magioni in Sardegna non sono solo luogo di culto per vergini (s)vestali ma anche zone coperte da segreto di stato.

Ripeschiamo una vecchia notizia che parla appunto di un decreto fatto dal precedente governo Berlusconi il 6 maggio 2004, che poneva il segreto di stato su Villa Certosa,allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi” ma in realtà per impedire che gli occhi dei magistrati che indagavano su presunti abusi edilizi realizzati nella villa, sita in un area sottoposta a vincoli paesaggistici, vi si posassero con impropria curiosità.
E’ così che si fanno le leggi nel Berlusconistan. Se Silvio scivola su una buccia di banana si fa il decreto che proibisce le banane.
La procura di Tempio Pausania che presentò ricorso contro il decreto, definito incostituzionale, scriveva: “Il segreto di Stato non può riguardare luoghi, realizzando così una sorta di extraterritorialità per una parte del territorio nazionale e di impunità per un qualsiasi fatto di rilievo penale che si verificasse al suo interno.”
Interessante, no? Berlusconi allora, per impedire di farsi bacchettare dalla Consulta, il cui parere fu richiesto dai PM, acconsentì alle ispezioni (che non riscontrarono illeciti) ma intanto il segreto di stato rimase su quella e su tutte le residenze del premier. L’incostituzionalità è ancora in vigore.

Verrebbe da fare una considerazione. Se a Villa Certosa vige l’extraterritorialità e il premier è inoltre protetto dal Lodo Alfano contro ogni tipo di reato, perfino il cannibalismo, figuriamoci la congiunzione carnale con underage pussies, perchè tanta solerzia nel voler censurare le foto di “Zuppetta” e denunciare chiunque le pubblichi? Forse perchè non si ha paura del giudizio italiano, fin troppo accondiscendente verso i pruriti senili del nostro, ma di qualcuno che all’estero sta pensando che questo “Bearlusckyonee” si sta allargando un po’ troppo?
Proprio oggi i papiboys si domandano: “E se invece del grandangolo del fotografo vi fosse stato un fucile?”
Non vorrei che Silvio fosse caduto in una specie di sindrome complottistica da Lady D. Silvio costretto a fuggire ed inseguito dai paparazzi nel tunnel dell’Alma.

Per non correre rischi, soldati di guardia a papi ed alle passerine, quindi. Un militare per ogni bella ragazza. Ma i militari chi li paga? Lo Stato, cioè noi? Eh già, si chiama segreto di Stato, non segreto privato. Non sono bodyguards a bustapaga, legionari e contractors ad un tanto al chilo con il motto “Scorta la escort” sullo stemma. Sono proprio militari dell’Esercito. Anche i voli che teletrasportano i geni della mòsica sull’isola, sono di Stato. Per questo è giusto indignarsi giusto un pochino.

Il problema non è cosa fa un premier in casa sua. Il problema è un premier che elegge casa sua a repubblica personale coperta dall’extraterritorialità, (siamo dalle parti del Colonnello Kurtz, ormai) per poter fare i propri porci comodi in barba alla Costituzione. Se non si ha intenzione di commettere reati, perchè farlo? Per il gusto di porsi oltre la legge, perchè lui è lui e gli altri non sono un cazzo? E’ questo che rende perplessi gli stranieri, potenti e no. Altro che paparazzi.


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Finalmente scopriamo da cosa era ispirata quella frase, pronunciata in un periodo in cui la propaganda aveva in agenda una bella campagna mediatica intimidatoria a base di stupri etnici e non, ideata per fiaccare la resistenza delle donne italiane e farle tutte cedere alle voglie di ordine e regresso del ducetto brianzolo. La frase risultò insopportabilmente frivola ma ora capiamo, grazie ad un articolo del Manifesto, ripreso dal Tafanus, che lui si riferiva ad esperienze di vita quotidiana.

Nelle foto pubblicate ieri dal Manifesto si vedono appunto soldati di piantone dentro e fuori Villa Certosa.
Ecco quindi che il binomio belle ragazze-militari era ispirato al meraviglioso mondo di Silvio, quello dove i militari italiani in missione di papi, fanno la scorta alle minorenni in viaggio premio a Mirailnanolandia.
Capirete pure che, grazie al dispiegamento in Sardegna di plotoni a guardia di passerine, diventi difficile dislocare truppe sul resto del territorio a difesa delle giovani italiane.
Un mondo meraviglioso, sempre quello di Silvio, in cui le magioni in Sardegna non sono solo luogo di culto per vergini (s)vestali ma anche zone coperte da segreto di stato.

Ripeschiamo una vecchia notizia che parla appunto di un decreto fatto dal precedente governo Berlusconi il 6 maggio 2004, che poneva il segreto di stato su Villa Certosa,allo scopo di preservare la conoscibilità dei luoghi” ma in realtà per impedire che gli occhi dei magistrati che indagavano su presunti abusi edilizi realizzati nella villa, sita in un area sottoposta a vincoli paesaggistici, vi si posassero con impropria curiosità.
E’ così che si fanno le leggi nel Berlusconistan. Se Silvio scivola su una buccia di banana si fa il decreto che proibisce le banane.
La procura di Tempio Pausania che presentò ricorso contro il decreto, definito incostituzionale, scriveva: “Il segreto di Stato non può riguardare luoghi, realizzando così una sorta di extraterritorialità per una parte del territorio nazionale e di impunità per un qualsiasi fatto di rilievo penale che si verificasse al suo interno.”
Interessante, no? Berlusconi allora, per impedire di farsi bacchettare dalla Consulta, il cui parere fu richiesto dai PM, acconsentì alle ispezioni (che non riscontrarono illeciti) ma intanto il segreto di stato rimase su quella e su tutte le residenze del premier. L’incostituzionalità è ancora in vigore.

Verrebbe da fare una considerazione. Se a Villa Certosa vige l’extraterritorialità e il premier è inoltre protetto dal Lodo Alfano contro ogni tipo di reato, perfino il cannibalismo, figuriamoci la congiunzione carnale con underage pussies, perchè tanta solerzia nel voler censurare le foto di “Zuppetta” e denunciare chiunque le pubblichi? Forse perchè non si ha paura del giudizio italiano, fin troppo accondiscendente verso i pruriti senili del nostro, ma di qualcuno che all’estero sta pensando che questo “Bearlusckyonee” si sta allargando un po’ troppo?
Proprio oggi i papiboys si domandano: “E se invece del grandangolo del fotografo vi fosse stato un fucile?”
Non vorrei che Silvio fosse caduto in una specie di sindrome complottistica da Lady D. Silvio costretto a fuggire ed inseguito dai paparazzi nel tunnel dell’Alma.

Per non correre rischi, soldati di guardia a papi ed alle passerine, quindi. Un militare per ogni bella ragazza. Ma i militari chi li paga? Lo Stato, cioè noi? Eh già, si chiama segreto di Stato, non segreto privato. Non sono bodyguards a bustapaga, legionari e contractors ad un tanto al chilo con il motto “Scorta la escort” sullo stemma. Sono proprio militari dell’Esercito. Anche i voli che teletrasportano i geni della mòsica sull’isola, sono di Stato. Per questo è giusto indignarsi giusto un pochino.

Il problema non è cosa fa un premier in casa sua. Il problema è un premier che elegge casa sua a repubblica personale coperta dall’extraterritorialità, (siamo dalle parti del Colonnello Kurtz, ormai) per poter fare i propri porci comodi in barba alla Costituzione. Se non si ha intenzione di commettere reati, perchè farlo? Per il gusto di porsi oltre la legge, perchè lui è lui e gli altri non sono un cazzo? E’ questo che rende perplessi gli stranieri, potenti e no. Altro che paparazzi.


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E’ già finita la partecipazione del principino Harry alla “Guerra dei Famosi”. Quelle linguacce degli americani si sono lasciati sfuggire la notizia che il secondogenito di Diana coscialunga era a combattere in Afghanistan “per sfuggire ai paparazzi” (parole sue) ed è scattata l’operazione “salvate il soldato Harry”. Lui aveva già fatto le sue amicizie là, che peccato.
Forse è meglio così, le guerre dei nostri tempi sono fatte per i poveracci, non sono adatte per i figli di sangue blu. Passò il tempo di Re Artù e Riccardo Cuor di Leone.
Oggi la più pregiata carne da macello è quella nera o ispanica, comunque proletaria.
Carnaccia dura che si fa ammazzare senza tante storie e che se ha la disgrazia di sopravvivere conciata per le feste in qualche ospedale per reduci, forse troverà qualche giornalista che dedicherà alla sua tragedia una manciata di foto scioccanti e un articolo da pubblicare su un rotocalco. Tra una star del cinema che entra in riabilitazione e un presidente puttaniere che va in vacanza tra le Alpi e le piramidi che comunque gli ruberanno la scena.

Torna a casa Harry, va, che è meglio. Un altro funerale con la nonna Liz che con l’espressione da poker saluta con la manina ed Elton John che canta in cattedrale non l’avremmo proprio retto.


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E’ già finita la partecipazione del principino Harry alla “Guerra dei Famosi”. Quelle linguacce degli americani si sono lasciati sfuggire la notizia che il secondogenito di Diana coscialunga era a combattere in Afghanistan “per sfuggire ai paparazzi” (parole sue) ed è scattata l’operazione “salvate il soldato Harry”. Lui aveva già fatto le sue amicizie là, che peccato.
Forse è meglio così, le guerre dei nostri tempi sono fatte per i poveracci, non sono adatte per i figli di sangue blu. Passò il tempo di Re Artù e Riccardo Cuor di Leone.
Oggi la più pregiata carne da macello è quella nera o ispanica, comunque proletaria.
Carnaccia dura che si fa ammazzare senza tante storie e che se ha la disgrazia di sopravvivere conciata per le feste in qualche ospedale per reduci, forse troverà qualche giornalista che dedicherà alla sua tragedia una manciata di foto scioccanti e un articolo da pubblicare su un rotocalco. Tra una star del cinema che entra in riabilitazione e un presidente puttaniere che va in vacanza tra le Alpi e le piramidi che comunque gli ruberanno la scena.

Torna a casa Harry, va, che è meglio. Un altro funerale con la nonna Liz che con l’espressione da poker saluta con la manina ed Elton John che canta in cattedrale non l’avremmo proprio retto.


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DIGLI DI SMETTERE DI BACIARMI!

Psicodramma Grottesco – ATTO UNICO

LE PERSONE DEL DRAMMA:
Madre Teresa
Povero malato di cancro terminale

La scena:
Una stanza spoglia tranne pochi miseri giacigli a terra, ma pulita, a Calcutta.
Poche comparse, uomini e bambini, distesi sulla nuda terra o sui giacigli, chi immobile, chi contorcendosi e lamentandosi.
Entra MADRE TERESA e prende la mano del POVERO MALATO, che rantola in preda ad atroci sofferenze

MADRE TERESA (in piedi, guardando il pubblico): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando.

POVERO MALATO: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi!

Fine del dramma

Tratto dal libro pluricensurato di Christopher Hitchens “La Posizione della Missionaria (1997).

Nel decimo anniversario della morte della prima “instant blessed” della storia della Chiesa, mentre Monsignor Romero sta ancora aspettando uno straccio di beatificazione dopo venticinque anni nonostante il martirio sull’altare, non si trova un misero secondo miracolo che porterebbe Madre Teresa alla promozione nella serie A dei santi ed è un guaio, perchè uno solo non basta.

Morta quasi all’unisono con la sua grande amica e santerellina Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta, della quale oggi si rievocano solo i tormenti e i dubbi di credente, secondo alcuni non fu affatto una santa, o quanto meno, se raccolse milioni di dollari in offerte non li impiegò per migliorare le condizioni dei disgraziati che aveva in carico, visto che essi continuavano a cercare di non affogare nell’onda lunga di merda nella quale vivevano.
Questo mentre lei girava il mondo, rimaneva affascinata e affascinava a sua volta i potenti. Andava d’accordissimo con i grandi reazionari come la Thatcher e Reagan ma non le faceva schifo nemmeno frequentare veri e propri dittatori fascisti come quel grassone di Duvalier jr., aka Baby Doc di Haiti che ben ci ha raccontato il film “The Agronomist”, o il feroce Menghistu in Etiopia, per citare solo alcune delle “relazioni pericolose” della beata.

Il libro di Hitchens è il più forte atto d’accusa contro questa missionaria e un getto di vetriolo in faccia all’ipocrisia della Chiesa.

Dal sito della casa editrice Minimum Fax e dalla recensione di Radio Radicale del libro ivi presente:

“La Posizione della Missionaria descrive e documenta i seguenti fatti:
1) Madre Teresa ha accettato somme miliardarie dai tanti ingenuoni e marpioni, di ogni paese, che pensavano così di alleviare le pene dei più miseri e anche i propri sensi di colpa per la provenienza illecita del denaro. Non ha mai restituito un soldo delle somme donatele da truffatori condannati;
2) Non ha mai voluto usare questi soldi per migliorare le condizioni di vita dei degenti nei suoi centri, ha sempre professato infatti un disprezzo per le cose materiali, che però pagavano i poveracci in termini di disagio. Non ha neanche mai voluto investire i soldi per creare efficienti strutture ospedaliere e per acquistare moderni strumenti di diagnosi o cura;
3) Conseguentemente la suora e i suoi centri accoglienza non hanno mai curato nessuno. Per Madre Teresa di Calcutta la sofferenza (altrui) era un dono divino e pertanto riteneva di dover assistere, più che combattere, il trapasso dei suoi sventurati ospiti. Uomini, donne e bambini sono stati lasciati nell’incuria, (ma lei se li è curati i suoi malanni, ed in cliniche di lusso!)e segretamente battezzati in punto di morte;
4) Direi che è scontato menzionare il suo rifiuto bigotto della modernità, la sua assoluta contrarietà ad aborto, (storico l’appello alle donne violentate di Bosnia a tenere i figli della violenza subita). Ma anche qui con possibili eccezioni “pro domo sua”: Condanna del divorzio, ma approvazione espressa di quello del’”amica” Diana; contraccezione come sacrilegio, ma sodalizio con l’Indira Gandhi delle sterilizzazioni forzate delle donne indiane”.

Padre Pio almeno fece costruire un ospedale a San Giovanni Rotondo, lei invece preferiva tenere i suoi lebbrosi accatastati per terra perchè la sofferenza era un dono di Dio. Cosa ne facesse allora dei miliardi raccolti è un mistero che mi piacerebbe scoprire, assieme al senso che può avere una santità del genere: preservare la povertà come un valore invece di battersi per eliminare la peggiore piaga che affligge l’umanità.

In una delle ultime lettere, recentemente pubblicate, la suora scriveva: “Cerco Cristo ma non lo trovo”.
Càpita, a guardare solo i soldi.


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Psicodramma Grottesco – ATTO UNICO

LE PERSONE DEL DRAMMA:
Madre Teresa
Povero malato di cancro terminale

La scena:
Una stanza spoglia tranne pochi miseri giacigli a terra, ma pulita, a Calcutta.
Poche comparse, uomini e bambini, distesi sulla nuda terra o sui giacigli, chi immobile, chi contorcendosi e lamentandosi.
Entra MADRE TERESA e prende la mano del POVERO MALATO, che rantola in preda ad atroci sofferenze

MADRE TERESA (in piedi, guardando il pubblico): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando.

POVERO MALATO: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi!

Fine del dramma

Tratto dal libro pluricensurato di Christopher Hitchens “La Posizione della Missionaria (1997).

Nel decimo anniversario della morte della prima “instant blessed” della storia della Chiesa, mentre Monsignor Romero sta ancora aspettando uno straccio di beatificazione dopo venticinque anni nonostante il martirio sull’altare, non si trova un misero secondo miracolo che porterebbe Madre Teresa alla promozione nella serie A dei santi ed è un guaio, perchè uno solo non basta.

Morta quasi all’unisono con la sua grande amica e santerellina Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta, della quale oggi si rievocano solo i tormenti e i dubbi di credente, secondo alcuni non fu affatto una santa, o quanto meno, se raccolse milioni di dollari in offerte non li impiegò per migliorare le condizioni dei disgraziati che aveva in carico, visto che essi continuavano a cercare di non affogare nell’onda lunga di merda nella quale vivevano.
Questo mentre lei girava il mondo, rimaneva affascinata e affascinava a sua volta i potenti. Andava d’accordissimo con i grandi reazionari come la Thatcher e Reagan ma non le faceva schifo nemmeno frequentare veri e propri dittatori fascisti come quel grassone di Duvalier jr., aka Baby Doc di Haiti che ben ci ha raccontato il film “The Agronomist”, o il feroce Menghistu in Etiopia, per citare solo alcune delle “relazioni pericolose” della beata.

Il libro di Hitchens è il più forte atto d’accusa contro questa missionaria e un getto di vetriolo in faccia all’ipocrisia della Chiesa.

Dal sito della casa editrice Minimum Fax e dalla recensione di Radio Radicale del libro ivi presente:

“La Posizione della Missionaria descrive e documenta i seguenti fatti:
1) Madre Teresa ha accettato somme miliardarie dai tanti ingenuoni e marpioni, di ogni paese, che pensavano così di alleviare le pene dei più miseri e anche i propri sensi di colpa per la provenienza illecita del denaro. Non ha mai restituito un soldo delle somme donatele da truffatori condannati;
2) Non ha mai voluto usare questi soldi per migliorare le condizioni di vita dei degenti nei suoi centri, ha sempre professato infatti un disprezzo per le cose materiali, che però pagavano i poveracci in termini di disagio. Non ha neanche mai voluto investire i soldi per creare efficienti strutture ospedaliere e per acquistare moderni strumenti di diagnosi o cura;
3) Conseguentemente la suora e i suoi centri accoglienza non hanno mai curato nessuno. Per Madre Teresa di Calcutta la sofferenza (altrui) era un dono divino e pertanto riteneva di dover assistere, più che combattere, il trapasso dei suoi sventurati ospiti. Uomini, donne e bambini sono stati lasciati nell’incuria, (ma lei se li è curati i suoi malanni, ed in cliniche di lusso!)e segretamente battezzati in punto di morte;
4) Direi che è scontato menzionare il suo rifiuto bigotto della modernità, la sua assoluta contrarietà ad aborto, (storico l’appello alle donne violentate di Bosnia a tenere i figli della violenza subita). Ma anche qui con possibili eccezioni “pro domo sua”: Condanna del divorzio, ma approvazione espressa di quello del’”amica” Diana; contraccezione come sacrilegio, ma sodalizio con l’Indira Gandhi delle sterilizzazioni forzate delle donne indiane”.

Padre Pio almeno fece costruire un ospedale a San Giovanni Rotondo, lei invece preferiva tenere i suoi lebbrosi accatastati per terra perchè la sofferenza era un dono di Dio. Cosa ne facesse allora dei miliardi raccolti è un mistero che mi piacerebbe scoprire, assieme al senso che può avere una santità del genere: preservare la povertà come un valore invece di battersi per eliminare la peggiore piaga che affligge l’umanità.

In una delle ultime lettere, recentemente pubblicate, la suora scriveva: “Cerco Cristo ma non lo trovo”.
Càpita, a guardare solo i soldi.

Le favole esistono, eccome, solo che a volte non si svolgono secondo il solito copione ma con una trama che sembra scritta da dei Fratelli Grimm reduci da una scorpacciata di amanita muscaria. Quella di Camilla e del Principe Racchio è talmente scombiccherata e destrutturata che avrebbe fatto felice un amante dell’assurdo come Lewis Carroll. Come in tutte le favole c’è una regina né buona né cattiva ma diremo borderline; c’è un Principe che però non è Azzurro ma Racchio; una principessa bella e giovane alla quale il Principe preferisce una borghese brutta e vecchia. Raccontiamola allora questa favola, come farebbe Morticia Addams ai suoi bambini, prima di dormire.
Eccoci appunto a raccontare di un Principe che, nonostante la racchiezza, tutte se lo vogliono sposare. Lui, con qualche promessa di farle tutte regine, cucca alla grande. Che culo, direbbe a questo punto in coro il popolino, e invece no, lui intorta a malincuore perché il suo cuore è solo per Camilla, una ragazza che non è bellissima come di solito nelle fiabe, ma bruttarella anche lei.

A mammà, ossia alla Regina, Camilla non piace, nonostante sia matura, amante appassionata e sia un vero appoggio per suo figlio. No, mammà vuole per lui una vacua, giovine spendacciona che lo renda perfettamente infelice.

Dopo aver sgamato per una decina d’anni il matrimonio il Principe Racchio alla fine capitola e viene indetta la gara d’appalto per trovare la sposa perfetta. Lui prova a dire a mammà: “Ci sarebbe Camilla già bell’e pronta…” ma la vecchiaccia non vuole sentire ragioni. Dev’essere aaalta, beeellla, giovane e vergine. Su quest’ultimo punto il Principe non può proprio dir nulla. La data dello spulzellamento della sua amata Camilla si perde nella notte dei tempi.

L’appalto se lo aggiudica una ragazza che si chiama Diana come le sigarette e ha l’espressione di colei alla quale bisogna insegnare tutto dell’amor. Come regalo di fidanzamento si accontenta di un modesto anellone con zaffiro grosso e pacchiano che potrebbe benissimo servire ad un camionista per abbagliare l’autovelox. Tutta timidina e con la guancia perennemente arrossata di virginale pudore, si aggrappa alla zampa del Rospo mettendo bene in mostra l’anellone per i giornalisti e intanto comincia a fare i suoi conti: “La vecchia non potrà campare in eterno. Quando lui sarà Re io sarò la Regina e Elton sarà il gran ciambellano. Il principe sarà pure racchio, ma vuoi mettere come farò la mia porca figura con la corona?”
Che c’è una Camilla tra di loro lo sa benissimo, ci ha fatto già il suo bel pianto, ma confida nel fatto che nelle favole non si è mai visto un Principe preferire una strega ad una Principessa beella e aaalta.

Il giorno delle fastose nozze in mondovisione, la bistrattata Camilla, soffocando chissà quante lacrime, prende lavoro a maglia e Settimana Enigmistica e va a sedersi sulla riva del fiume preparandosi ad una lunga attesa.
Come volevasi dimostrare, il matrimonio è un inferno. La sposa è più perfetta di quanto la Regina non sperasse.
Nonostante la nascita di due principini, uno dei quali è forse troppo somigliante ad un amico della mamma, disgraziatamente riconoscibilissimo perché rosso malpelo, il Principe Racchio non demorde e appena ha un minuto di tempo tra il non far nulla e il non fare un cacchio, scappa da Camilla. Insieme cavalcano, in tutti i sensi, fanno giardinaggio, strigliano i cavalli, lui parla con le piante e lei lo asseconda senza richiedere il T.S.O. Si scambiano perfino le sottane. Sono culo e camicia.

Intanto la Principessa snobbata diventa sempre più triste, ma così triste che nemmeno quattordici amanti riuscivano a consolarla.
Un giorno, stufa del continuo tradimento del Principe, (i suoi non sono veri tradimenti, sono solo amici che cercano di tirarla su), si veste tutta di nero, prende mastella, Marsiglia, Omino Bianco e ammorbidente e, smunta dai continui digiuni, va in televisione a lavare 6 o 7 chili di panni sporchi della famiglia reale.
Quella grandissima cornutazza di mia suocera è una vecchia insopportabile, mio suocero è uno stronzo e pure nazista, i cortigiani dei bastardi che si rubano l’argenteria, mio marito un farabutto e io sono tanto triste. Tutto il popolo piange con lei. La regina comincia a convincersi di aver preso una colossale cantonata ma preferirebbe essere rinchiusa nella Torre, che ammetterlo. Camilla, sulla riva del fiume, è intenta a risolvere il Quesito della Susi.

Come è finita lo sappiamo. La principessa triste muore e alla regal suocera tocca pure di andare al funerale a sentire Elton il ciambellano mancato che strimpella il piano in cattedrale.
Passano gli anni e l’amore di Racchio e Camilla è sempre più forte. Che sia una delle storie d’amore più commoventi degli ultimi secoli ormai lo ammette anche la vecchia che, un giorno, chiama suo figlio e gli dice: “E sposati ‘sta Camilla, va.”

Sono giorni di giubilo nel regno dell’Incontrario quando finalmente, dopo anni e anni di sofferenze e forzata separazione Racchio e Camilla si sposano, con la benedizione della vecchia, dei principini e del popolo che non solo approva ma vorrebbe Camilla addirittura regina.
Della bella principessa triste e defunta non si parla più tranne che su Retequattro a tarda notte tra una televendita di materassi e l’altra di pignatte, e a dieci anni dalla morte non si trova più neppure uno scandaletto piccolo piccolo sul quale far uscire l’ennesimo libro.
Un fiore sulla tomba, una schitarrata di un manipolo di vecchi tromboni rocchettari allo stadio di Wembley con i principini che aizzano il pubblico: “Siete già caldi, oh yeah!?” e bon, ci siamo tolti anche questo pensiero.
E vissero tutti felici e contenti.


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