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Foto: Cinzia Ricci
La televisione italiana ogni tanto riesce ancora a smettere di essere macelleria di sapere, di dignità di  corpi e strumento di mera propaganda, per tornare a fare cultura, ad emozionare e trasmettere conoscenza. 
Ho appena visto “Ausmerzen” (disponibile sul sito delle repliche de La7), il racconto teatrale di Marco Paolini dedicato allo sterminio misconosciuto dei malati di mente e disabili nel Terzo Reich. Erano argomenti a me noti perché sul nazismo avevo scritto la mia tesi di laurea e uno dei capitoli di quel lavoro era dedicato proprio al Progetto Eutanasia, all’Aktion T4.
Lo ripropongo qui, alla lettura di un pubblico senz’altro diverso da quello di una commissione accademica.  
Il presupposto fondamentale dello stato razziale nazista era una visione antibiologica del mondo dominata dall’invidia della morte e dal desiderio ossessivo del suo controllo. 
La cultura dell’eutanasia, non come libera scelta dell’individuo tra cessazione del dolore fisico e sua accettazione, ma intesa come pratica eugenetica di selezione artificiale ed eliminazione spartana di incurabili, deformi e infelici, era molto diffusa all’inizio del Novecento, e non solo in Germania. L’idea di sterilizzare o eliminare i malati di mente era un comodo espediente per allontanare da sé l’incubo della follia e della diversità di pensiero. 
Il regime nazista ascrisse una patente di incurabilità a chiunque non fosse in grado di adeguarsi al sistema. Il numero delle malattie ereditarie fu arbitrariamente aumentato a dismisura. Chi era affetto dalle cosiddette malattie congenite, quindi senza speranza di guarigione, era un peso per la società. Fu una sorprendente resa senza condizioni della ricerca scientifica di fronte alle possibili soluzioni al disagio, alla malattia e all’handicap. Ampi settori del mondo accademico e in special modo della medicina accettarono il principio di ineluttabilità del male e misero i loro laureati al servizio del sistema eliminatorio criminale. Come persi in un orizzonte degli eventi che sconvolgeva la loro percezione della deontologia e dei principi ippocratici, almeno 350 medici nazisti  utilizzarono cavie umane per i loro  inutili esperimenti, praticarono l’eutanasia attiva e uccisero direttamente migliaia di esseri umani e  per questo furono processati a Norimberga per crimini contro  l’umanità. Come ha scritto Robert Jay Lifton sulla psicologia del genocidio: “Un modo per venire a capo di un ambiente storico saturo di morte è quello di abbracciare la morte stessa come mezzo di cura. L’uccisione come terapia”. 
Nel suo tradizionale schema di progressione verso la morte, il regime nazista colpì da principio i malati con l’imposizione della sterilizzazione coatta, che fu “legalizzata” il 22 giugno 1933
“Fu stimato che tra i “malati ereditari” da sottoporre a “trattamento” (la sterilizzazione chirurgica) ci fossero 200.000 deboli di mente, 80.000 schizofrenici, 60.000 epilettici, oltre a 4.000 ciechi e a 16.000 sordi e poi ancora 20.000 soggetti con malformazioni gravi, 10.000 “alcolisti ereditari” e 600 affetti dalla Corea di Huntington: in tutto 410.000 persone, ma il calcolo era ancora considerato provvisorio. Il genetista Fritz Lenz suggerì di sterilizzare anche quanti presentassero un lieve segno di malattia mentale, pur riconoscendo che ciò avrebbe comportato il trattamento di 20 milioni di persone. Speciali tribunali sceglievano le persone da sottoporre a intervento: vasectomia nell’uomo e legatura delle tube nella donna. Le stime più attendibili indicano in 200.000-350.000 gli interventi compiuti“. 
Le conseguenze psicologiche sulle vittime di questo controllo della fertilità su base autoritaria, erano particolarmente gravi per chi doveva vivere in un paese dove era esaltata la maternità. Giovani uomini e donne furono privati per sempre del diritto di essere genitori perché i loro figli non sarebbero stati graditi al Führer.
Hitler aveva dichiarato i suoi intenti eugenetici già nel 1929, quando aveva affermato che sarebbe stato necessario eliminare settecento-ottocentomila persone tra le più deboli per rinforzare la Germania, ma fu solo nell’inverno del 1938-39 che egli trovò il pretesto per scatenare la sua furia omicida nei confronti delle “vite indegne di essere vissute”. 
Una richiesta di eutanasia pervenne alla Cancelleria, da parte di una famiglia nella quale era nato un bambino gravemente deforme. Si richiedeva l’autorizzazione a sopprimere la creatura e Hitler acconsentì, raccomandando ai dirigenti sanitari di risolvere allo stesso modo casi simili, secondo il principio della Gnadentod (morte pietosa). Fu il primo di tanti “ordini non scritti” tesi ad avviare il genocidio.
Si cominciò con i bambini. Medici e levatrici erano obbligati a segnalare all’autorità la nascita di neonati affetti da malformazioni e deficit psichici, che venivano inviati in speciali “cliniche pediatriche” dove venivano lasciati morire di fame o soppressi con iniezioni letali. Nella prima fase del programma morirono così almeno 5200 tra neonati e adolescenti. 
Nell’ottobre del 1939 si passò agli adulti. Il decreto fu retrodatato al 1° settembre per accampare l’alibi dello stato di guerra. Appositi questionari furono inviati negli ospedali e nei manicomi per schedare le migliaia di pazienti in lista per l’eutanasia, scelti in base a criteri clinici e razziali.
Una  squadra di medici e psichiatri coordinarono quello che in codice era chiamato “progetto T4”, dall’indirizzo (Tiergartenstrasse 4) della sua sede berlinese.  
A Hadamar i malati venivano eliminati e passati per il camino
Dopo il trasferimento nei centri approntati, come Hadamar, i pazienti erano eliminati utilizzando varie tecniche che dovevano selezionare il modo più efficace ma non necessariamente meno doloroso di dare la morte: iniezioni letali o gassazione a mezzo di monossido di carbonio. Il gas fu impiegato dapprima utilizzando gli scarichi di normali furgoni modificati allo scopo, ma presto si passò alle camere a gas. Fu nell’ambito del progetto eutanasia che fu ideato lo strumento simbolo dell’orrore nazista, la camera a gas. Non mancarono esecuzioni sommarie di pazienti, come i 4000 malati di mente fucilati in Polonia nel 1939.  Le vittime complessive della prima fase del progetto eutanasia ammontano a oltre 70.000.
La sparizione nel nulla di malati che, in molti casi, avevano una famiglia inquietava l’opinione pubblica. Le Chiese presero ufficialmente posizione contro quella che ormai si sapeva essere l’eliminazione dei deboli. In molti casi la popolazione diede segno di ribellione, tentando di fermare i convogli che portavano via i malati. Purtroppo non altrettanta indignazione collettiva fu dimostrata quando furono gli ebrei ad essere portati via in massa verso i lager. Segno che la propaganda antisemita aveva attecchito profondamente, dividendo definitivamente l’ingroup tedesco dall’outgroup ebreo.
L’indignazione popolare per l’eutanasia vide il Ministero della Propaganda moltiplicare i suoi sforzi per realizzare film che dimostrassero senza ombra di dubbio la necessità di eliminare dalla società il peso economico di queste vite senza valore. Film come Ich klage an (Io accuso), apologia dell’eutanasia attiva giocata sulle corde dell’emozione e del ribrezzo per la deformità, furono visti da 18 milioni di spettatori in Germania. Le proteste non cessarono e infine Hitler ordinò che il programma fosse interrotto, nell’agosto del 1941. In realtà, con un semplice cambio di sigla (Aktion 14f 13) il progetto eutanasia si spostò nei lager, dove  continuò ad ingoiare vittime su vittime. 
Con il progredire della guerra, “le categorie di persone  previste dal programma vennero estese per includervi gli Ostarbeiter colpiti da malattie o da esaurimento nervoso; i bambini delle Ostarbeiterinnen, razzialmente “indesiderabili”; i detenuti ammalati o inclini a lamentarsi delle normali prigioni; gli handicappati e, forse, i soldati gravemente mutilati e i piloti che non rispondevano alle cure standard per la psicosi traumatica da guerra. L’omicidio proseguì anche nelle unità pediatriche istituite dal programma di “eutanasia per bambini”. 
Mentre eliminavano esseri umani sotto l’egida della medicina e la scusa della Gnadentod, i nazisti perseguivano un folle progetto di creazione di una razza eletta, formata da individui biondi e con gli occhi azzurri, protopitici della razza superiore ariana. Erano stati istituiti, a partire dal 1936, i centri riproduttivi Lebensborn (fonte della vita), dove  maschi delle SS si sarebbero accoppiati con femmine razzialmente pure e i bambini sarebbero stati allevati con ogni cura. A Steinhöering e nel castello di Wewelsburg erano concentrati  gli sforzi per realizzare questo tragico allevamento, voluto dall’ex-allevatore di polli Heinrich Himmler, capo delle SS.
I bambini venivano per la maggior parte dati in adozione a famiglie di SS che non raggiungessero il numero di quattro figli. Con la fine della guerra i bambini ancora presenti nei centri Lebensborn furono abbandonati a loro stessi, molti di loro in condizioni pietose e dispersi per l’Europa, alla disperata ricerca delle proprie origini. Più che creare la razza eletta, furono messi al mondo circa 90.000 orfani, che anni più tardi avrebbero dovuto subire il trauma di scoprire la propria vera origine. 
Le immagini idilliache di un Reich pieno di bambini e mamme felici, che affascinavano i tedeschi e li facevano commuovere alla vista del Führer, autore di quel miracolo, erano sempre più sfuocate e lontane. Si stava realizzando il progetto di distruzione ed autodistruzione di Hitler e di un popolo che aveva ceduto alla fascinazione e preferito “una fine nell’orrore piuttosto che un orrore senza fine”. Una discesa nell’orrore che attendeva solo l’atto finale. L’atto di purificazione estremo dell’ideologia barbarica nazista, l’olocausto del capro espiatorio, lo sterminio del popolo ebraico.
Scarpe di prigionieri di Auschwitz

“I neri non possono essere italiani.”
“Gli zingari rubano i bambini e vanno deportati.”
“Gli ebrei sono troppo influenti e hanno in mano tutti i poteri forti.”
“Gli omosessuali non possono fare la morale a nessuno.”

Dunque, aspetta, ho poca memoria: cos’è che si dovrebbe ricordare oggi?

“A mio parere, l’unica vera lezione dell’Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell’attuale clima di intimidazione e «correttezza verso l’Olocausto», il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell’industria dell’Olocausto alimentano la negazione dell’Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l’antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l’industria dell’Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.”
(Norman G. Finkelstein, febbraio 2002 New York)

Questo post, necessariamente lungo ed articolato, nasce da alcune considerazioni a margine del gravissimo episodio di aggressione nei confronti di un campo rom a Napoli e soprattutto dalla mancata indignazione che la cosa ha suscitato in ambienti che, in altre occasioni, sono pronti a gridare al razzismo e alla persecuzione.

Basta andare sui siti stranieri e leggiamo che in Italia sta risorgendo un pericoloso razzismo. Stiamo ricominciando a farci rispettare all’estero, non c’è che dire.
Molte organizzazioni umanitarie denunciano lo stato pietoso nel quale versano i rom che abitano i campi italiani. Le cifre che vengono presentate sono impressionanti. Come quella che si riferisce, per esempio, al fatto che l’aspettativa di vita per i bambini Rom è 15 volte inferiore a quella dei bambini italiani.
Ovviamente di questo non si parla su giornali e TV perchè va di moda la caccia allo zingaro. Sembra quasi che si stia stabilendo un tacito accordo tra Potere e Popolaccio affinchè quest’ultimo possa sfogare liberamente le proprie pulsioni aggressive sul capro espiatorio più facile. Come diceva un mio lettore l’altro giorno, le baracche dei nomadi bruciano molto meglio delle ville blindate dei boss della camorra.

Leggevo prima su un sito americano, un’interessante ricostruzione del caso di Ponticelli, il presunto tentativo di rapimento di una bambina, che ha innescato il pogrom anti-rom.
Secondo l’indagine condotta dall’associazione umanitaria internazionale EveryOne, in quel quartiere era da giorni che si studiava il modo di liberarsi dei rom accampati li attorno. Era sorto addirittura un comitato. Molto probabilmente, secondo alcune testimonianze, per la giovane rom sarebbe scattata una trappola. Venuta per rubare sarebbe stata invece accusata di un reato ben più grave, il rapimento.
Le indagini stabiliranno forse le responsabilità di ognuna delle parti. Ciò che a me pare gravissimo, però, è che i media abbiano acriticamente sposato la tesi del rapimento, così simile alla famigerata leggenda metropolitana e forse l’abbiano incoraggiata, chissà, senza rendersi conto (voglio sperarlo) che ciò avrebbe potuto scatenare una ritorsione di imprevedibile violenza nei confronti dei campi rom .

Ogni volta che succedono episodi di pericolosa discriminazione contro i rom non posso fare a meno di ricordare come questo popolo sia stato una delle vittime d’elezione della furia nazista assieme agli ebrei.
Per fortuna è giunta una nota di condanna da parte di Renzo Gattegna, presidente dell’unione delle comunità ebraiche, degli episodi di intolleranza contro i rom.
Però, se nel bel messaggio si fosse pronunciata anche la fatidica parola “razzismo” non sarebbe stato male. Se ad ogni piè sospinto si denuncia l’antisemitismo bisognerebbe forse dire qualcosa di un po’ più forte.
Invece, a parte il sempre presente Moni Ovadia e qualche timida uscita di Gad Lerner (ebrei di sinistra e quindi in via di estinzione) si ha l’impressione che l’atteggiamento dell’ebraismo dominante nei confronti dei propri ex-compagni di sventura sia rimasto quello supponente e si, diciamolo, razzista, verso il compagno di cella imbarazzante. Per non parlare dei toni volgari di certi articoli ospitati su alcuni blog sionisti che parlano senza alcuna ripugnanza e riprovazione di campi nomadi dati alle fiamme. Già, sono solo zingari e sono i nostri palestinesi.

Insomma, se avessero imbrattato una lapide in un cimitero ebraico sarebbe scattato l’allarme rosso dell’antisemitismo dal Manzanarre al Reno. Per quattro straccioni di zingari, poche parole di circostanza.
No, così non va. Così la lezione della Shoah non è di alcuna utilità all’umanità. Dagli errori della Storia si dovrebbe trarre insegnamento e monito per le generazioni successive, qualcosa tipo “noi che abbiamo subìto questo vi diciamo che nessuno più deve essere toccato”. E invece?

Invece oggi il presidente Napolitano, in una lettera ai giovani in occasione dell’anniversario della liberazione del campo di Mauthausen, ha ricordato il dovere della memoria ma limitandolo solo ai sei milioni di ebrei. Un’occasione perduta per dire che nei lager morirono a migliaia e migliaia anche coloro che in questi giorni diamo sconsideratamente alle fiamme. Ieri era anche la giornata contro l’omofobia e non sarebbe stato male ricordare anche le decine di migliaia di omosessuali periti nei lager.

La verità è che, a distanza di sessant’anni dall’olocausto, c’è ancora chi sostiene la teoria dell’Unicità, della Impossibilità a comprendere e quella sorta di diritto di esclusiva sullo status di vittima.
Chi ha descritto bene il disagio degli ebrei nel riconoscere lo status di vittime dell’olocausto ai non-ebrei è Norman Finkelstein, nel suo libro più controverso, “L’industria dell’olocausto”, del quale citerò alcuni significativi passaggi.
Inutile dire che per le cose sostenute in questo libro, Norman è stato licenziato dall’Università nella quale insegnava ed è oggetto di continuo ostracismo. La cosa più carina che dicono di lui è che è un negatore dell’olocausto.

“In verità, l’unico, vero negatore tradizionale dell’Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.
Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d’Israele; di conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l’AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero. Agendo su ordine d’Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l’istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.” (pag. 93)

Nel seguente passaggio, Norman spiega perchè ancora oggi si pretende di far sostenere esami di ammissione alle altre vittime della barbarie nazista.

“Il punto cruciale della politica del museo dell’Olocausto [di Washington], comunque, riguarda l’oggetto di quest’opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell’Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?
Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l’offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l’«esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come sempre, non si sono fermati agli ebrei.»
Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l’impresa più difficile per l’Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.
Gli scrittori dell’industria dell’Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.

Dietro la scarsa attenzione prestata al genocidio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell’organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire».
Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei rappresentanti zingari nei confronti dell’Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell’esclusiva degli ebrei sull’Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l’assioma che l’Olocausto ha segnato il culmine dell’odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l’invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.” (pag. 99 e seguenti)

Non è mancato, scrive Finkelstein, un atteggiamento negazionista ebraico nei confronti dell’olocausto zingaro.

“Saul Friedländer, uno storico dell’Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio.
Ecco qui le argomentazioni dell’autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del “sangue tedesco”». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy. “(pag. 278)

Insomma, la Storia ci ammonisce di continuo a non ripetere gli errori del passato. Ci offre la riproposizione quasi identica di concatenazioni di fatti e circostanze ma noi non vogliamo capire.
Anche il 1936 era anno di olimpiadi, quelle magnificamente filmate da Leni Riefenstahl in “Olympia”. Le autorità naziste decisero di ripulire Berlino per l’occasione e cominciarono dagli zingari. Ne sparirono a centinaia senza che alcuno battesse ciglio. Sono solo coincidenze.

Per la cronaca, Maria, la bambina rom della foto, era una delle cavie per gli esperimenti dello schedario del Dottor Mengele. Rapita dall’angelo della morte e incenerita ad Auschwitz.


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“A mio parere, l’unica vera lezione dell’Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell’attuale clima di intimidazione e «correttezza verso l’Olocausto», il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell’industria dell’Olocausto alimentano la negazione dell’Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l’antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l’industria dell’Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.”
(Norman G. Finkelstein, febbraio 2002 New York)

Questo post, necessariamente lungo ed articolato, nasce da alcune considerazioni a margine del gravissimo episodio di aggressione nei confronti di un campo rom a Napoli e soprattutto dalla mancata indignazione che la cosa ha suscitato in ambienti che, in altre occasioni, sono pronti a gridare al razzismo e alla persecuzione.

Basta andare sui siti stranieri e leggiamo che in Italia sta risorgendo un pericoloso razzismo. Stiamo ricominciando a farci rispettare all’estero, non c’è che dire.
Molte organizzazioni umanitarie denunciano lo stato pietoso nel quale versano i rom che abitano i campi italiani. Le cifre che vengono presentate sono impressionanti. Come quella che si riferisce, per esempio, al fatto che l’aspettativa di vita per i bambini Rom è 15 volte inferiore a quella dei bambini italiani.
Ovviamente di questo non si parla su giornali e TV perchè va di moda la caccia allo zingaro. Sembra quasi che si stia stabilendo un tacito accordo tra Potere e Popolaccio affinchè quest’ultimo possa sfogare liberamente le proprie pulsioni aggressive sul capro espiatorio più facile. Come diceva un mio lettore l’altro giorno, le baracche dei nomadi bruciano molto meglio delle ville blindate dei boss della camorra.

Leggevo prima su un sito americano, un’interessante ricostruzione del caso di Ponticelli, il presunto tentativo di rapimento di una bambina, che ha innescato il pogrom anti-rom.
Secondo l’indagine condotta dall’associazione umanitaria internazionale EveryOne, in quel quartiere era da giorni che si studiava il modo di liberarsi dei rom accampati li attorno. Era sorto addirittura un comitato. Molto probabilmente, secondo alcune testimonianze, per la giovane rom sarebbe scattata una trappola. Venuta per rubare sarebbe stata invece accusata di un reato ben più grave, il rapimento.
Le indagini stabiliranno forse le responsabilità di ognuna delle parti. Ciò che a me pare gravissimo, però, è che i media abbiano acriticamente sposato la tesi del rapimento, così simile alla famigerata leggenda metropolitana e forse l’abbiano incoraggiata, chissà, senza rendersi conto (voglio sperarlo) che ciò avrebbe potuto scatenare una ritorsione di imprevedibile violenza nei confronti dei campi rom .

Ogni volta che succedono episodi di pericolosa discriminazione contro i rom non posso fare a meno di ricordare come questo popolo sia stato una delle vittime d’elezione della furia nazista assieme agli ebrei.
Per fortuna è giunta una nota di condanna da parte di Renzo Gattegna, presidente dell’unione delle comunità ebraiche, degli episodi di intolleranza contro i rom.
Però, se nel bel messaggio si fosse pronunciata anche la fatidica parola “razzismo” non sarebbe stato male. Se ad ogni piè sospinto si denuncia l’antisemitismo bisognerebbe forse dire qualcosa di un po’ più forte.
Invece, a parte il sempre presente Moni Ovadia e qualche timida uscita di Gad Lerner (ebrei di sinistra e quindi in via di estinzione) si ha l’impressione che l’atteggiamento dell’ebraismo dominante nei confronti dei propri ex-compagni di sventura sia rimasto quello supponente e si, diciamolo, razzista, verso il compagno di cella imbarazzante. Per non parlare dei toni volgari di certi articoli ospitati su alcuni blog sionisti che parlano senza alcuna ripugnanza e riprovazione di campi nomadi dati alle fiamme. Già, sono solo zingari e sono i nostri palestinesi.

Insomma, se avessero imbrattato una lapide in un cimitero ebraico sarebbe scattato l’allarme rosso dell’antisemitismo dal Manzanarre al Reno. Per quattro straccioni di zingari, poche parole di circostanza.
No, così non va. Così la lezione della Shoah non è di alcuna utilità all’umanità. Dagli errori della Storia si dovrebbe trarre insegnamento e monito per le generazioni successive, qualcosa tipo “noi che abbiamo subìto questo vi diciamo che nessuno più deve essere toccato”. E invece?

Invece oggi il presidente Napolitano, in una lettera ai giovani in occasione dell’anniversario della liberazione del campo di Mauthausen, ha ricordato il dovere della memoria ma limitandolo solo ai sei milioni di ebrei. Un’occasione perduta per dire che nei lager morirono a migliaia e migliaia anche coloro che in questi giorni diamo sconsideratamente alle fiamme. Ieri era anche la giornata contro l’omofobia e non sarebbe stato male ricordare anche le decine di migliaia di omosessuali periti nei lager.

La verità è che, a distanza di sessant’anni dall’olocausto, c’è ancora chi sostiene la teoria dell’Unicità, della Impossibilità a comprendere e quella sorta di diritto di esclusiva sullo status di vittima.
Chi ha descritto bene il disagio degli ebrei nel riconoscere lo status di vittime dell’olocausto ai non-ebrei è Norman Finkelstein, nel suo libro più controverso, “L’industria dell’olocausto”, del quale citerò alcuni significativi passaggi.
Inutile dire che per le cose sostenute in questo libro, Norman è stato licenziato dall’Università nella quale insegnava ed è oggetto di continuo ostracismo. La cosa più carina che dicono di lui è che è un negatore dell’olocausto.

“In verità, l’unico, vero negatore tradizionale dell’Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.
Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d’Israele; di conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l’AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero. Agendo su ordine d’Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l’istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.” (pag. 93)

Nel seguente passaggio, Norman spiega perchè ancora oggi si pretende di far sostenere esami di ammissione alle altre vittime della barbarie nazista.

“Il punto cruciale della politica del museo dell’Olocausto [di Washington], comunque, riguarda l’oggetto di quest’opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell’Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?
Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l’offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l’«esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come sempre, non si sono fermati agli ebrei.»
Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l’impresa più difficile per l’Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.
Gli scrittori dell’industria dell’Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.

Dietro la scarsa attenzione prestata al genocidio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell’organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire».
Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei rappresentanti zingari nei confronti dell’Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell’esclusiva degli ebrei sull’Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l’assioma che l’Olocausto ha segnato il culmine dell’odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l’invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.” (pag. 99 e seguenti)

Non è mancato, scrive Finkelstein, un atteggiamento negazionista ebraico nei confronti dell’olocausto zingaro.

“Saul Friedländer, uno storico dell’Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio.
Ecco qui le argomentazioni dell’autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del “sangue tedesco”». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy. “(pag. 278)

Insomma, la Storia ci ammonisce di continuo a non ripetere gli errori del passato. Ci offre la riproposizione quasi identica di concatenazioni di fatti e circostanze ma noi non vogliamo capire.
Anche il 1936 era anno di olimpiadi, quelle magnificamente filmate da Leni Riefenstahl in “Olympia”. Le autorità naziste decisero di ripulire Berlino per l’occasione e cominciarono dagli zingari. Ne sparirono a centinaia senza che alcuno battesse ciglio. Sono solo coincidenze.

Per la cronaca, Maria, la bambina rom della foto, era una delle cavie per gli esperimenti dello schedario del Dottor Mengele. Rapita dall’angelo della morte e incenerita ad Auschwitz.


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“A mio parere, l’unica vera lezione dell’Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell’attuale clima di intimidazione e «correttezza verso l’Olocausto», il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell’industria dell’Olocausto alimentano la negazione dell’Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l’antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l’industria dell’Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.”
(Norman G. Finkelstein, febbraio 2002 New York)

Questo post, necessariamente lungo ed articolato, nasce da alcune considerazioni a margine del gravissimo episodio di aggressione nei confronti di un campo rom a Napoli e soprattutto dalla mancata indignazione che la cosa ha suscitato in ambienti che, in altre occasioni, sono pronti a gridare al razzismo e alla persecuzione.

Basta andare sui siti stranieri e leggiamo che in Italia sta risorgendo un pericoloso razzismo. Stiamo ricominciando a farci rispettare all’estero, non c’è che dire.
Molte organizzazioni umanitarie denunciano lo stato pietoso nel quale versano i rom che abitano i campi italiani. Le cifre che vengono presentate sono impressionanti. Come quella che si riferisce, per esempio, al fatto che l’aspettativa di vita per i bambini Rom è 15 volte inferiore a quella dei bambini italiani.
Ovviamente di questo non si parla su giornali e TV perchè va di moda la caccia allo zingaro. Sembra quasi che si stia stabilendo un tacito accordo tra Potere e Popolaccio affinchè quest’ultimo possa sfogare liberamente le proprie pulsioni aggressive sul capro espiatorio più facile. Come diceva un mio lettore l’altro giorno, le baracche dei nomadi bruciano molto meglio delle ville blindate dei boss della camorra.

Leggevo prima su un sito americano, un’interessante ricostruzione del caso di Ponticelli, il presunto tentativo di rapimento di una bambina, che ha innescato il pogrom anti-rom.
Secondo l’indagine condotta dall’associazione umanitaria internazionale EveryOne, in quel quartiere era da giorni che si studiava il modo di liberarsi dei rom accampati li attorno. Era sorto addirittura un comitato. Molto probabilmente, secondo alcune testimonianze, per la giovane rom sarebbe scattata una trappola. Venuta per rubare sarebbe stata invece accusata di un reato ben più grave, il rapimento.
Le indagini stabiliranno forse le responsabilità di ognuna delle parti. Ciò che a me pare gravissimo, però, è che i media abbiano acriticamente sposato la tesi del rapimento, così simile alla famigerata leggenda metropolitana e forse l’abbiano incoraggiata, chissà, senza rendersi conto (voglio sperarlo) che ciò avrebbe potuto scatenare una ritorsione di imprevedibile violenza nei confronti dei campi rom .

Ogni volta che succedono episodi di pericolosa discriminazione contro i rom non posso fare a meno di ricordare come questo popolo sia stato una delle vittime d’elezione della furia nazista assieme agli ebrei.
Per fortuna è giunta una nota di condanna da parte di Renzo Gattegna, presidente dell’unione delle comunità ebraiche, degli episodi di intolleranza contro i rom.
Però, se nel bel messaggio si fosse pronunciata anche la fatidica parola “razzismo” non sarebbe stato male. Se ad ogni piè sospinto si denuncia l’antisemitismo bisognerebbe forse dire qualcosa di un po’ più forte.
Invece, a parte il sempre presente Moni Ovadia e qualche timida uscita di Gad Lerner (ebrei di sinistra e quindi in via di estinzione) si ha l’impressione che l’atteggiamento dell’ebraismo dominante nei confronti dei propri ex-compagni di sventura sia rimasto quello supponente e si, diciamolo, razzista, verso il compagno di cella imbarazzante. Per non parlare dei toni volgari di certi articoli ospitati su alcuni blog sionisti che parlano senza alcuna ripugnanza e riprovazione di campi nomadi dati alle fiamme. Già, sono solo zingari e sono i nostri palestinesi.

Insomma, se avessero imbrattato una lapide in un cimitero ebraico sarebbe scattato l’allarme rosso dell’antisemitismo dal Manzanarre al Reno. Per quattro straccioni di zingari, poche parole di circostanza.
No, così non va. Così la lezione della Shoah non è di alcuna utilità all’umanità. Dagli errori della Storia si dovrebbe trarre insegnamento e monito per le generazioni successive, qualcosa tipo “noi che abbiamo subìto questo vi diciamo che nessuno più deve essere toccato”. E invece?

Invece oggi il presidente Napolitano, in una lettera ai giovani in occasione dell’anniversario della liberazione del campo di Mauthausen, ha ricordato il dovere della memoria ma limitandolo solo ai sei milioni di ebrei. Un’occasione perduta per dire che nei lager morirono a migliaia e migliaia anche coloro che in questi giorni diamo sconsideratamente alle fiamme. Ieri era anche la giornata contro l’omofobia e non sarebbe stato male ricordare anche le decine di migliaia di omosessuali periti nei lager.

La verità è che, a distanza di sessant’anni dall’olocausto, c’è ancora chi sostiene la teoria dell’Unicità, della Impossibilità a comprendere e quella sorta di diritto di esclusiva sullo status di vittima.
Chi ha descritto bene il disagio degli ebrei nel riconoscere lo status di vittime dell’olocausto ai non-ebrei è Norman Finkelstein, nel suo libro più controverso, “L’industria dell’olocausto”, del quale citerò alcuni significativi passaggi.
Inutile dire che per le cose sostenute in questo libro, Norman è stato licenziato dall’Università nella quale insegnava ed è oggetto di continuo ostracismo. La cosa più carina che dicono di lui è che è un negatore dell’olocausto.

“In verità, l’unico, vero negatore tradizionale dell’Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.
Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d’Israele; di conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l’AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero. Agendo su ordine d’Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l’istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.” (pag. 93)

Nel seguente passaggio, Norman spiega perchè ancora oggi si pretende di far sostenere esami di ammissione alle altre vittime della barbarie nazista.

“Il punto cruciale della politica del museo dell’Olocausto [di Washington], comunque, riguarda l’oggetto di quest’opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell’Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?
Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l’offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l’«esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come sempre, non si sono fermati agli ebrei.»
Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l’impresa più difficile per l’Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.
Gli scrittori dell’industria dell’Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.

Dietro la scarsa attenzione prestata al genocidio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell’organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire».
Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei rappresentanti zingari nei confronti dell’Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell’esclusiva degli ebrei sull’Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l’assioma che l’Olocausto ha segnato il culmine dell’odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l’invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.” (pag. 99 e seguenti)

Non è mancato, scrive Finkelstein, un atteggiamento negazionista ebraico nei confronti dell’olocausto zingaro.

“Saul Friedländer, uno storico dell’Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio.
Ecco qui le argomentazioni dell’autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del “sangue tedesco”». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy. “(pag. 278)

Insomma, la Storia ci ammonisce di continuo a non ripetere gli errori del passato. Ci offre la riproposizione quasi identica di concatenazioni di fatti e circostanze ma noi non vogliamo capire.
Anche il 1936 era anno di olimpiadi, quelle magnificamente filmate da Leni Riefenstahl in “Olympia”. Le autorità naziste decisero di ripulire Berlino per l’occasione e cominciarono dagli zingari. Ne sparirono a centinaia senza che alcuno battesse ciglio. Sono solo coincidenze.

Per la cronaca, Maria, la bambina rom della foto, era una delle cavie per gli esperimenti dello schedario del Dottor Mengele. Rapita dall’angelo della morte e incenerita ad Auschwitz.


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(Norman G. Finkelstein, febbraio 2002 New York)

Questo post, necessariamente lungo ed articolato, nasce da alcune considerazioni a margine del gravissimo episodio di aggressione nei confronti di un campo rom a Napoli e soprattutto dalla mancata indignazione che la cosa ha suscitato in ambienti che, in altre occasioni, sono pronti a gridare al razzismo e alla persecuzione.

Basta andare sui siti stranieri e leggiamo che in Italia sta risorgendo un pericoloso razzismo. Stiamo ricominciando a farci rispettare all’estero, non c’è che dire.
Molte organizzazioni umanitarie denunciano lo stato pietoso nel quale versano i rom che abitano i campi italiani. Le cifre che vengono presentate sono impressionanti. Come quella che si riferisce, per esempio, al fatto che l’aspettativa di vita per i bambini Rom è 15 volte inferiore a quella dei bambini italiani.
Ovviamente di questo non si parla su giornali e TV perchè va di moda la caccia allo zingaro. Sembra quasi che si stia stabilendo un tacito accordo tra Potere e Popolaccio affinchè quest’ultimo possa sfogare liberamente le proprie pulsioni aggressive sul capro espiatorio più facile. Come diceva un mio lettore l’altro giorno, le baracche dei nomadi bruciano molto meglio delle ville blindate dei boss della camorra.

Leggevo prima su un sito americano, un’interessante ricostruzione del caso di Ponticelli, il presunto tentativo di rapimento di una bambina, che ha innescato il pogrom anti-rom.
Secondo l’indagine condotta dall’associazione umanitaria internazionale EveryOne, in quel quartiere era da giorni che si studiava il modo di liberarsi dei rom accampati li attorno. Era sorto addirittura un comitato. Molto probabilmente, secondo alcune testimonianze, per la giovane rom sarebbe scattata una trappola. Venuta per rubare sarebbe stata invece accusata di un reato ben più grave, il rapimento.
Le indagini stabiliranno forse le responsabilità di ognuna delle parti. Ciò che a me pare gravissimo, però, è che i media abbiano acriticamente sposato la tesi del rapimento, così simile alla famigerata leggenda metropolitana e forse l’abbiano incoraggiata, chissà, senza rendersi conto (voglio sperarlo) che ciò avrebbe potuto scatenare una ritorsione di imprevedibile violenza nei confronti dei campi rom .

Ogni volta che succedono episodi di pericolosa discriminazione contro i rom non posso fare a meno di ricordare come questo popolo sia stato una delle vittime d’elezione della furia nazista assieme agli ebrei.
Per fortuna è giunta una nota di condanna da parte di Renzo Gattegna, presidente dell’unione delle comunità ebraiche, degli episodi di intolleranza contro i rom.
Però, se nel bel messaggio si fosse pronunciata anche la fatidica parola “razzismo” non sarebbe stato male. Se ad ogni piè sospinto si denuncia l’antisemitismo bisognerebbe forse dire qualcosa di un po’ più forte.
Invece, a parte il sempre presente Moni Ovadia e qualche timida uscita di Gad Lerner (ebrei di sinistra e quindi in via di estinzione) si ha l’impressione che l’atteggiamento dell’ebraismo dominante nei confronti dei propri ex-compagni di sventura sia rimasto quello supponente e si, diciamolo, razzista, verso il compagno di cella imbarazzante. Per non parlare dei toni volgari di certi articoli ospitati su alcuni blog sionisti che parlano senza alcuna ripugnanza e riprovazione di campi nomadi dati alle fiamme. Già, sono solo zingari e sono i nostri palestinesi.

Insomma, se avessero imbrattato una lapide in un cimitero ebraico sarebbe scattato l’allarme rosso dell’antisemitismo dal Manzanarre al Reno. Per quattro straccioni di zingari, poche parole di circostanza.
No, così non va. Così la lezione della Shoah non è di alcuna utilità all’umanità. Dagli errori della Storia si dovrebbe trarre insegnamento e monito per le generazioni successive, qualcosa tipo “noi che abbiamo subìto questo vi diciamo che nessuno più deve essere toccato”. E invece?

Invece oggi il presidente Napolitano, in una lettera ai giovani in occasione dell’anniversario della liberazione del campo di Mauthausen, ha ricordato il dovere della memoria ma limitandolo solo ai sei milioni di ebrei. Un’occasione perduta per dire che nei lager morirono a migliaia e migliaia anche coloro che in questi giorni diamo sconsideratamente alle fiamme. Ieri era anche la giornata contro l’omofobia e non sarebbe stato male ricordare anche le decine di migliaia di omosessuali periti nei lager.

La verità è che, a distanza di sessant’anni dall’olocausto, c’è ancora chi sostiene la teoria dell’Unicità, della Impossibilità a comprendere e quella sorta di diritto di esclusiva sullo status di vittima.
Chi ha descritto bene il disagio degli ebrei nel riconoscere lo status di vittime dell’olocausto ai non-ebrei è Norman Finkelstein, nel suo libro più controverso, “L’industria dell’olocausto”, del quale citerò alcuni significativi passaggi.
Inutile dire che per le cose sostenute in questo libro, Norman è stato licenziato dall’Università nella quale insegnava ed è oggetto di continuo ostracismo. La cosa più carina che dicono di lui è che è un negatore dell’olocausto.

“In verità, l’unico, vero negatore tradizionale dell’Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.
Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d’Israele; di conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l’AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero. Agendo su ordine d’Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l’istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.” (pag. 93)

Nel seguente passaggio, Norman spiega perchè ancora oggi si pretende di far sostenere esami di ammissione alle altre vittime della barbarie nazista.

“Il punto cruciale della politica del museo dell’Olocausto [di Washington], comunque, riguarda l’oggetto di quest’opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell’Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?
Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l’offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l’«esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come sempre, non si sono fermati agli ebrei.»
Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l’impresa più difficile per l’Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.
Gli scrittori dell’industria dell’Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.

Dietro la scarsa attenzione prestata al genocidio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell’organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire».
Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei rappresentanti zingari nei confronti dell’Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell’esclusiva degli ebrei sull’Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l’assioma che l’Olocausto ha segnato il culmine dell’odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l’invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.” (pag. 99 e seguenti)

Non è mancato, scrive Finkelstein, un atteggiamento negazionista ebraico nei confronti dell’olocausto zingaro.

“Saul Friedländer, uno storico dell’Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio.
Ecco qui le argomentazioni dell’autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del “sangue tedesco”». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy. “(pag. 278)

Insomma, la Storia ci ammonisce di continuo a non ripetere gli errori del passato. Ci offre la riproposizione quasi identica di concatenazioni di fatti e circostanze ma noi non vogliamo capire.
Anche il 1936 era anno di olimpiadi, quelle magnificamente filmate da Leni Riefenstahl in “Olympia”. Le autorità naziste decisero di ripulire Berlino per l’occasione e cominciarono dagli zingari. Ne sparirono a centinaia senza che alcuno battesse ciglio. Sono solo coincidenze.

Per la cronaca, Maria, la bambina rom della foto, era una delle cavie per gli esperimenti dello schedario del Dottor Mengele. Rapita dall’angelo della morte e incenerita ad Auschwitz.


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Mi ha fatto molto piacere che ieri sera al TG1 finalmente sia stata presentata la Giornata della Memoria citando, oltre alla Shoah, la persecuzione degli altri gruppi caduti vittime della barbarie nazista, tra i quali: omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova, asociali, prostitute, disertori e immigrati.
Speriamo sia l’inizio del completo riconoscimento di tutte le sofferenze di quegli anni.
Per troppi anni questi compagni di viaggio in treno piombato avevano rappresentato un tabu ed erano stati rimossi dal ricordo, perchè non si era riusciti a superare l’imbarazzo di averne condiviso il destino e perchè in fondo il pregiudizio nei loro confronti non era mai morto, come dimostrano il perdurante odio per gli zingari e l’omofobia. Eppure il buio nazista della ragione si comprende solo pensando al ricco banchiere che viene bruciato nello stesso forno assieme al ladruncolo nomade.

Il nazismo è stato per troppo tempo idealizzato come un’ideologia nobile nel suo genere, volonterosa nel riscattare il popolo tedesco.
La realtà è che fu un movimento igienico, ossessionato dalla purezza, dal bianco che più bianco non si può e dalla sporcizia come una massaia psicotica, che vede scarafaggi e topi ovunque e decide che solo il fuoco purificatore può rendere la sua casa linda. Infatti la massaia impazzita alla fine non trovò di meglio che bruciare la casa, direttamente.
Questa visione terra terra, questa riduzione alla meschinità del nazismo, rende bene il suo vero intimo significato.
Hitler era psicotico molto probabilmente ma riuscì a dominare la Germania solo perchè si sintonizzò sulle frequenze di una mentalità collettiva negativa, depressa, paranoide e maniaco-ossessiva il cui scopo ultimo divenne ripulire, eliminare i rifiuti della società.
L’unico problema era non tanto stabilire chi doveva essere eliminato ma chi doveva essere risparmiato. A guardar bene ne rimanevano ben pochi.

Era la risposta patologica ad una logica borghese che sarebbe errato considerare un’anomalia limitata agli anni trenta in Germania.
Oggi non partono più i treni per Treblinka ma nel retrobottega di una certa mentalità fondante la nostra cultura e società, il disgusto per il diverso, chiunque egli sia, è come un reattore nucleare fuso che non è mai stato spento, che ancora brucia e brucerà forse in eterno.

Voglio riproporre di seguito, visto anche che Kilombo invita a ricordare l’olocausto omosessuale, un pezzo che scrissi nel 2006 e che voglio dedicare soprattutto a quei self-hating gays di destra dal “frocio” sempre pronto.

C’è un bellissimo documentario sull’olocausto omosessuale, “Paragraph 175“, premiato come miglior documentario al Festival di Berlino 2000 e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di un documentario sull’omosessualità nel cinema americano, dal titolo “Lo schermo velato”.

Il paragrafo 175 era un articolo della legge tedesca, risalente al 1871, che prevedeva l’arresto e la perdita dei diritti civili per i gay.
Durante la repubblica di Weimar negli anni ’20, nonostante la legge repressiva, soprattutto a Berlino vi era una grande tolleranza verso la diversità e gli omosessuali di entrambi i sessi potevano esprimersi molto più liberamente di quanto fosse mai stato loro concesso in Germania.

Con l’avvento del nazismo, non solo il paragrafo 175 fu applicato ancora più duramente ma iniziarono le retate e le deportazioni di omosessuali verso i campi di concentramento, come Dachau e Mauthausen.
Per le lesbiche l’atteggiamento era in apparenza più tollerante, ma in realtà il non rispettare il dettato di fare figli a dozzine per il Fuehrer poteva essere sufficiente per inviarle nel lager, dove venivano marchiate con il triangolo nero destinato anche alle prostitute o alle donne che usavano contraccettivi, ai Rom e ai vagabondi, mentre il triangolo rosa era per i gay .
Si calcola che tra il 1933 e il 1945 circa 100.000 gay furono arrestati in Germania e di questi 10-15.000 furono deportati nei lager.
Non crediate che fosse necessario essere sorpresi in flagrante con qualcuno. Bastava il sospetto, il “si dice”, il chiacchiericcio dei vicini su quel signore “un po’ così”, magari il desiderio di vendetta o la delazione di un debitore per finire all’inferno.
Nella atroce scala gerarchica dei lager i gay erano considerati appena un gradino sopra le bestie. Umiliati, torturati e sottoposti a violenze sessuali dagli aguzzini e dai kapò, erano i più deboli e per loro il tasso di sopravvivenza non superava il 40%. Dopo la guerra risultarono soltanto 4000 sopravvissuti.

Epstein e Friedman in “Paragraph 175” hanno raccolto le testimonianze di cinque protagonisti di quel terribile periodo storico, i pochi che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era loro accaduto.
Perché bisogna raccontare tutta la storia e dire che, caduto il Nazismo e liberati i prigionieri dei lager, gli omosessuali furono considerati ancora dei criminali a causa del paragrafo 175, e che la legge rimase in vigore fino al 1969 e definitivamente abolita solo nel 1994, dopo la riunificazione tedesca. Nessuno parlò del loro dramma a Norimberga, non fu riconosciuto il loro status di ex-deportati e addirittura gli anni trascorsi nei lager venivano dedotti dalle loro pensioni.

Ecco perché anche i protagonisti del film dichiarano di non aver parlato, di essersi tenuti tutta quella sofferenza dentro.
Fa malissimo vedere, alla fine del film, un vecchio di novant’anni piangere per un dolore che, nato sessant’anni fa, brucia ancora con la stessa intensità di allora.
E fa male anche considerare che l’ipocrisia, il senso di superiorità di chi “non ha vizi” e non si rende conto che essere eterosessuali non è un merito ma è una condizione che ci troviamo addosso per caso sono ancora tra noi in questo nuovo millennio.

Bisogna parlare di queste mostruosità, farle nostre, condividerle, non lasciarle ricordare solo agli amici omosessuali un giorno all’anno con una coroncina di fiori portata al monumento in ricordo delle vittime. E’ una cosa che ci riguarda tutti perché nessuno deve sentirsi al riparo dalla barbarie dell’intolleranza.
La società che partorì il nazismo ha un ventre fertile. Hitler fu solo il suo figlio più deforme.


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Mi ha fatto molto piacere che ieri sera al TG1 finalmente sia stata presentata la Giornata della Memoria citando, oltre alla Shoah, la persecuzione degli altri gruppi caduti vittime della barbarie nazista, tra i quali: omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova, asociali, prostitute, disertori e immigrati.
Speriamo sia l’inizio del completo riconoscimento di tutte le sofferenze di quegli anni.
Per troppi anni questi compagni di viaggio in treno piombato avevano rappresentato un tabu ed erano stati rimossi dal ricordo, perchè non si era riusciti a superare l’imbarazzo di averne condiviso il destino e perchè in fondo il pregiudizio nei loro confronti non era mai morto, come dimostrano il perdurante odio per gli zingari e l’omofobia. Eppure il buio nazista della ragione si comprende solo pensando al ricco banchiere che viene bruciato nello stesso forno assieme al ladruncolo nomade.

Il nazismo è stato per troppo tempo idealizzato come un’ideologia nobile nel suo genere, volonterosa nel riscattare il popolo tedesco.
La realtà è che fu un movimento igienico, ossessionato dalla purezza, dal bianco che più bianco non si può e dalla sporcizia come una massaia psicotica, che vede scarafaggi e topi ovunque e decide che solo il fuoco purificatore può rendere la sua casa linda. Infatti la massaia impazzita alla fine non trovò di meglio che bruciare la casa, direttamente.
Questa visione terra terra, questa riduzione alla meschinità del nazismo, rende bene il suo vero intimo significato.
Hitler era psicotico molto probabilmente ma riuscì a dominare la Germania solo perchè si sintonizzò sulle frequenze di una mentalità collettiva negativa, depressa, paranoide e maniaco-ossessiva il cui scopo ultimo divenne ripulire, eliminare i rifiuti della società.
L’unico problema era non tanto stabilire chi doveva essere eliminato ma chi doveva essere risparmiato. A guardar bene ne rimanevano ben pochi.

Era la risposta patologica ad una logica borghese che sarebbe errato considerare un’anomalia limitata agli anni trenta in Germania.
Oggi non partono più i treni per Treblinka ma nel retrobottega di una certa mentalità fondante la nostra cultura e società, il disgusto per il diverso, chiunque egli sia, è come un reattore nucleare fuso che non è mai stato spento, che ancora brucia e brucerà forse in eterno.

Voglio riproporre di seguito, visto anche che Kilombo invita a ricordare l’olocausto omosessuale, un pezzo che scrissi nel 2006 e che voglio dedicare soprattutto a quei self-hating gays di destra dal “frocio” sempre pronto.

C’è un bellissimo documentario sull’olocausto omosessuale, “Paragraph 175“, premiato come miglior documentario al Festival di Berlino 2000 e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di un documentario sull’omosessualità nel cinema americano, dal titolo “Lo schermo velato”.

Il paragrafo 175 era un articolo della legge tedesca, risalente al 1871, che prevedeva l’arresto e la perdita dei diritti civili per i gay.
Durante la repubblica di Weimar negli anni ’20, nonostante la legge repressiva, soprattutto a Berlino vi era una grande tolleranza verso la diversità e gli omosessuali di entrambi i sessi potevano esprimersi molto più liberamente di quanto fosse mai stato loro concesso in Germania.

Con l’avvento del nazismo, non solo il paragrafo 175 fu applicato ancora più duramente ma iniziarono le retate e le deportazioni di omosessuali verso i campi di concentramento, come Dachau e Mauthausen.
Per le lesbiche l’atteggiamento era in apparenza più tollerante, ma in realtà il non rispettare il dettato di fare figli a dozzine per il Fuehrer poteva essere sufficiente per inviarle nel lager, dove venivano marchiate con il triangolo nero destinato anche alle prostitute o alle donne che usavano contraccettivi, ai Rom e ai vagabondi, mentre il triangolo rosa era per i gay .
Si calcola che tra il 1933 e il 1945 circa 100.000 gay furono arrestati in Germania e di questi 10-15.000 furono deportati nei lager.
Non crediate che fosse necessario essere sorpresi in flagrante con qualcuno. Bastava il sospetto, il “si dice”, il chiacchiericcio dei vicini su quel signore “un po’ così”, magari il desiderio di vendetta o la delazione di un debitore per finire all’inferno.
Nella atroce scala gerarchica dei lager i gay erano considerati appena un gradino sopra le bestie. Umiliati, torturati e sottoposti a violenze sessuali dagli aguzzini e dai kapò, erano i più deboli e per loro il tasso di sopravvivenza non superava il 40%. Dopo la guerra risultarono soltanto 4000 sopravvissuti.

Epstein e Friedman in “Paragraph 175” hanno raccolto le testimonianze di cinque protagonisti di quel terribile periodo storico, i pochi che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era loro accaduto.
Perché bisogna raccontare tutta la storia e dire che, caduto il Nazismo e liberati i prigionieri dei lager, gli omosessuali furono considerati ancora dei criminali a causa del paragrafo 175, e che la legge rimase in vigore fino al 1969 e definitivamente abolita solo nel 1994, dopo la riunificazione tedesca. Nessuno parlò del loro dramma a Norimberga, non fu riconosciuto il loro status di ex-deportati e addirittura gli anni trascorsi nei lager venivano dedotti dalle loro pensioni.

Ecco perché anche i protagonisti del film dichiarano di non aver parlato, di essersi tenuti tutta quella sofferenza dentro.
Fa malissimo vedere, alla fine del film, un vecchio di novant’anni piangere per un dolore che, nato sessant’anni fa, brucia ancora con la stessa intensità di allora.
E fa male anche considerare che l’ipocrisia, il senso di superiorità di chi “non ha vizi” e non si rende conto che essere eterosessuali non è un merito ma è una condizione che ci troviamo addosso per caso sono ancora tra noi in questo nuovo millennio.

Bisogna parlare di queste mostruosità, farle nostre, condividerle, non lasciarle ricordare solo agli amici omosessuali un giorno all’anno con una coroncina di fiori portata al monumento in ricordo delle vittime. E’ una cosa che ci riguarda tutti perché nessuno deve sentirsi al riparo dalla barbarie dell’intolleranza.
La società che partorì il nazismo ha un ventre fertile. Hitler fu solo il suo figlio più deforme.


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Bambini rom ad Auschwitz-Birkenau

Quanti in Italia conoscono la parola Porrajmos ed il suo significato? Il Porrajmos, “divoramento”, è la denominazione che sinti e rom, ovvero gli “zingari”, danno del loro olocausto di non meno di 500.000 vittime, perpetrato dal nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale su motivazioni esclusivamente razziali. Quanti sanno che il famigerato dottor Mengele compiva i suoi “esperimenti” quasi esclusivamente su bambini rom, soprattutto accanendosi sui gemelli?

Se ne sa poco o nulla perchè, a parte la nostra endemica ignoranza storica e nonostante questi numeri sconvolgenti, questo genocidio non è stato elaborato, come la Shoah, in termini di senso di colpa collettivo. Noi europei possiamo e dobbiamo sentirci in colpa per ciò che abbiamo fatto agli ebrei, ma per ciò che abbiamo fatto ai rom ci hanno fatto lo sconto, nulla è dovuto.
A quanto mi risulta, esiste un unico film rievocativo della tragedia del Porrajmos, “E i violini cessarono di suonare” di produzione ungherese, visto una sola volta per puro caso sulla Rai all’ora dei vampiri.

Prima che qualcuno pensi che gli orrori del Porrajmos siano da attribuire esclusivamente alla crudeltà teutonico-nazista, anche il fascismo italiano perseguitò i rom, soprattutto quando filava d’amore e d’accordo con gli spietati Ustasha croati che detenevano rom, ebrei e serbi nel famigerato campo di sterminio di Jasenovac.

In seguito ad un’ordinanza del regime fascista del 1940, i rom di stanza in Italia dovevano essere arrestati e rinchiusi in carcere o in campo di concentramento. Nel nostro paese funzionarono, dal ’41 al ’43, diversi campi di concentramento e “rieducazione” apposta per gli zingari, uno dei quali si trovava ad Agnone, in Molise. Furono sicuramente detenuti prigionieri rom a Ferramonti in Calabria, in Sardegna, alle isole Tremiti, a Tossicia in Abruzzo, a Boiano e Vinchiaturo e in altri due campi del Molise.

Senza un’adeguata elaborazione di questo razzismo omicida, cosa è cambiato nella percezione dello “zingaro” ai nostri tempi? Esagero se dico: nulla?
Lo “zingaro” è il popolo con il quale ci è tranquillamente permesso essere razzisti, perfino in senso liquidatorio, in una sorta di porto franco mentale. Tutto ciò che non oseresti mai pensare dei neri, degli ebrei, degli omosessuali, lo scarichi sugli zingari senza sentirti in colpa, senza nessuno che ti accusi di essere anti-qualcuno. Una pacchia per il nostro lato oscuro.

Nella zona franca del razzismo a rutto libero, non si fa distinzione tra rom italiani e rom stranieri, diventano tutti rumeni. Spariscono le differenze tra i gruppi e tra gli individui e si dimentica che tra i rom vi sono persone sporche e persone pulite, persone oneste e disoneste, assassini e santi. Come nelle nostre belle casette di Playmobil dove ogni tanto una brava mamma o un bravo ragazzo sbarellano e il sangue macchia i mattoncini Lego.

Per i media che non si permetterebbero mai di sottolineare che una persona è disonesta perchè di colore, lo zingaro è sempre ladro, perfino di bambini e ora anche stupratore ed assassino.
Nella società che dà la massima importanza alla proprietà, al possesso delle cose, quale invasione ci minaccia, più spaventosa di quella degli ultracorpi, a sentire le campane da morto suonate dai giornali e telegiornali scandalettistici se non quella di orde di ladri che premono alle frontiere?
Badate bene, il pericolo non sono le Mafie internazionali con le mani ingioiellate e le narici corrose dalla cocaina. Non i venditori di bombe a grappolo, i guerrafondai e i trafficanti di esseri umani che gestiscono le ondate migratorie ai quali nessuno osa, per paura, torcere un capello, ma gli zingari. Parola di Beppe Grillo.

A proposito, l’ubriaco che ad Appignano ha ucciso investendoli quattro ragazzi non era ubriaco, era rom. Memorabili i servizi che il TG di Mazza ha dedicato al processo, con tanto di lode a Forza Nuova che “ha manifestato in solidarietà con le vittime”.
Qualche tempo fa, per difendere degli stupratori italiani, il sindaco di Montalto di Castro aveva perfino prestato i soldi per la loro difesa. Per loro fortuna erano stupratori, non rom. Siamo un paese votato alla coerenza.

Io non nego che esista un problema immigrazione né che tra i rom vi siano persone dedite al furto e alla delinquenza, come in qualunque consorzio umano.
Io accuso questo razzismo a sfintere aperto che non si vergogna delle scorregge che lancia ogni giorno di più contro un popolo che non è né peggiore né migliore degli altri e che rischia ancora una volta di fungere da capro espiatorio, come nota anche Elisa. Accuso coloro che hanno il coraggio di prendersela con i rom, tanto ben pochi li difenderanno e quindi non rischiano la gogna dell’essere anti-qualcuno.

In fondo sarebbe sufficiente informarsi un po’ meglio su di loro e la loro cultura. Se alla fine qualcuno continuasse a pensare che gli zingari gli stanno lo stesso sui coglioni, guardi la foto sopra e il video e rifletta sul fatto che i treni piombati sono sempre pronti a partire.



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Bambini rom ad Auschwitz-Birkenau

Quanti in Italia conoscono la parola Porrajmos ed il suo significato? Il Porrajmos, “divoramento”, è la denominazione che sinti e rom, ovvero gli “zingari”, danno del loro olocausto di non meno di 500.000 vittime, perpetrato dal nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale su motivazioni esclusivamente razziali. Quanti sanno che il famigerato dottor Mengele compiva i suoi “esperimenti” quasi esclusivamente su bambini rom, soprattutto accanendosi sui gemelli?

Se ne sa poco o nulla perchè, a parte la nostra endemica ignoranza storica e nonostante questi numeri sconvolgenti, questo genocidio non è stato elaborato, come la Shoah, in termini di senso di colpa collettivo. Noi europei possiamo e dobbiamo sentirci in colpa per ciò che abbiamo fatto agli ebrei, ma per ciò che abbiamo fatto ai rom ci hanno fatto lo sconto, nulla è dovuto.
A quanto mi risulta, esiste un unico film rievocativo della tragedia del Porrajmos, “E i violini cessarono di suonare” di produzione ungherese, visto una sola volta per puro caso sulla Rai all’ora dei vampiri.

Prima che qualcuno pensi che gli orrori del Porrajmos siano da attribuire esclusivamente alla crudeltà teutonico-nazista, anche il fascismo italiano perseguitò i rom, soprattutto quando filava d’amore e d’accordo con gli spietati Ustasha croati che detenevano rom, ebrei e serbi nel famigerato campo di sterminio di Jasenovac.

In seguito ad un’ordinanza del regime fascista del 1940, i rom di stanza in Italia dovevano essere arrestati e rinchiusi in carcere o in campo di concentramento. Nel nostro paese funzionarono, dal ’41 al ’43, diversi campi di concentramento e “rieducazione” apposta per gli zingari, uno dei quali si trovava ad Agnone, in Molise. Furono sicuramente detenuti prigionieri rom a Ferramonti in Calabria, in Sardegna, alle isole Tremiti, a Tossicia in Abruzzo, a Boiano e Vinchiaturo e in altri due campi del Molise.

Senza un’adeguata elaborazione di questo razzismo omicida, cosa è cambiato nella percezione dello “zingaro” ai nostri tempi? Esagero se dico: nulla?
Lo “zingaro” è il popolo con il quale ci è tranquillamente permesso essere razzisti, perfino in senso liquidatorio, in una sorta di porto franco mentale. Tutto ciò che non oseresti mai pensare dei neri, degli ebrei, degli omosessuali, lo scarichi sugli zingari senza sentirti in colpa, senza nessuno che ti accusi di essere anti-qualcuno. Una pacchia per il nostro lato oscuro.

Nella zona franca del razzismo a rutto libero, non si fa distinzione tra rom italiani e rom stranieri, diventano tutti rumeni. Spariscono le differenze tra i gruppi e tra gli individui e si dimentica che tra i rom vi sono persone sporche e persone pulite, persone oneste e disoneste, assassini e santi. Come nelle nostre belle casette di Playmobil dove ogni tanto una brava mamma o un bravo ragazzo sbarellano e il sangue macchia i mattoncini Lego.

Per i media che non si permetterebbero mai di sottolineare che una persona è disonesta perchè di colore, lo zingaro è sempre ladro, perfino di bambini e ora anche stupratore ed assassino.
Nella società che dà la massima importanza alla proprietà, al possesso delle cose, quale invasione ci minaccia, più spaventosa di quella degli ultracorpi, a sentire le campane da morto suonate dai giornali e telegiornali scandalettistici se non quella di orde di ladri che premono alle frontiere?
Badate bene, il pericolo non sono le Mafie internazionali con le mani ingioiellate e le narici corrose dalla cocaina. Non i venditori di bombe a grappolo, i guerrafondai e i trafficanti di esseri umani che gestiscono le ondate migratorie ai quali nessuno osa, per paura, torcere un capello, ma gli zingari. Parola di Beppe Grillo.

A proposito, l’ubriaco che ad Appignano ha ucciso investendoli quattro ragazzi non era ubriaco, era rom. Memorabili i servizi che il TG di Mazza ha dedicato al processo, con tanto di lode a Forza Nuova che “ha manifestato in solidarietà con le vittime”.
Qualche tempo fa, per difendere degli stupratori italiani, il sindaco di Montalto di Castro aveva perfino prestato i soldi per la loro difesa. Per loro fortuna erano stupratori, non rom. Siamo un paese votato alla coerenza.

Io non nego che esista un problema immigrazione né che tra i rom vi siano persone dedite al furto e alla delinquenza, come in qualunque consorzio umano.
Io accuso questo razzismo a sfintere aperto che non si vergogna delle scorregge che lancia ogni giorno di più contro un popolo che non è né peggiore né migliore degli altri e che rischia ancora una volta di fungere da capro espiatorio, come nota anche Elisa. Accuso coloro che hanno il coraggio di prendersela con i rom, tanto ben pochi li difenderanno e quindi non rischiano la gogna dell’essere anti-qualcuno.

In fondo sarebbe sufficiente informarsi un po’ meglio su di loro e la loro cultura. Se alla fine qualcuno continuasse a pensare che gli zingari gli stanno lo stesso sui coglioni, guardi la foto sopra e il video e rifletta sul fatto che i treni piombati sono sempre pronti a partire.

http://www.youtube.com/v/iutcKER9MHE

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