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E’ incredibile come dalle cose più orrende possano nascere associazioni che ci riportano a sublimi opere d’ingegno creativo. Si ascoltano delle note, inconfondibili, ad accompagnare un congresso che è il trionfo del tronfio della libertà, si legge un post di un’amica che ci rimanda a paragoni con ben altri nefasti congressi e si giunge infine all’arte sublime di un genio, a ristorarci e confortarci.
Stamattina ho ascoltato il congresso del PDL alla radio ma con molta fatica e per fortuna che mi sono persa il discorso finale del nanoduce.
Mi è comunque bastato ed avanzato sentire una giovane deputatessa, o figurante che fosse, lamentarsi del fatto che nelle università loro, poveri ggiovani di centrodestra, vengono impediti di studiare dagli “arroganti”.
Meschinelli, sarà davvero per colpa dei comunisti che appaiono comunque, quando parlano ed agiscono, vacui e leggeri come soffioni in un campo di grano? Sarà stata l’emozione a far dire alla medesima giovincella, plaudendo alla fantomatica legge contro la violenza sulle donne, che si è fatto “qualcosa per le donne che vengono abusate ingiustamente”? Quelle che sono state stuprate o menate perchè in fondo sono delle stronze o se la sono cercata, tacciano e non rompano più i coglioni.

Si, lo so, era solo l’emozione, siamo dei malpensanti che non comprendono la grande svolta italiana. Però, ci consentano, se qualcuno su quel palco avesse detto qualcosa di intelligente, come sarebbe potuta risaltare in tutta la sua magnificenza la retorica del Piccolo Padre, ovvero del Padrino?
Infatti ieri Fini aveva detto una cosa che aveva scosso la nuova Fiera di Roma dalle fondamenta, quella bagattella sulla laicità dello stato e lo stato etico (bravo Gianfranco), e oggi non ne parlava più nessuno, tranne il cerchioBattista Bondi che esclude l’eutanasia perlamordiddìo però se l’alimentazione è forzata allora è accanimento terapeutico e vedremo non mettiamo limiti alla provvidenza. Sembrava quel filmatino satirico su Ratzi e HIV: “Padre, ho peccato. Ho ucciso trenta milioni di persone dal 1980″ ,”Non è niente, dì un Paternoster e un paio di Ave Marie”.

Nel suo pezzo di stamattina, Fikasicula parlava del congresso del PDL ed il suo ragionamento, ma soprattutto la scelta delle immagini, mi hanno suggerito una riflessione. I congressi dei quali ha postato le immagini (Gesù è un caso a parte, secondo me), e in generale le manifestazioni delle Ideologie (mettiamoci pure anche le varie parate sovietiche e cinesi) avevano tutte la caratteristica di svolgersi all’aperto, in larghissimi spazi predisposti: piazze, arene, stadi, agorà enormemente dilatate e con la partecipazione attiva del Popolo.
Il congresso del partito nazista filmato da Leni Riefenstahl in “Triumph des Willens” mostra il carattere oceanico del consenso popolare al nazismo, ed è quella la cosa che fa più spavento, assieme alla foga con la quale i tamburini di latta picchiano il loro fervore per il Fueher ed alla innegabile bellezza maligna di quelle immagini, non a caso copiate in decine di film a tematica imperiale, da “Guerre Stellari” al “Gladiatore“.

Questo congressuccio che ha sancito il trionfo del tronfio della volontà si svolgeva al chiuso di una Fiera, come una convention di venditori di pentole qualsiasi, e non aveva neppure una genia del cinema come la Leni a riprenderlo ma una semplice Susanna Petruni a raccontarlo dai microfoni mansueti ed innocui del TG1.
Per carità, Silvio non è Adolfo e oggi non c’è più bisogno di folle oceaniche e scenografie imperiali ma è sufficiente una platea teatrale di figuranti, comparse, generici e caratteristi. Tutti ad applaudire il capocomico, nel senso di un capo che fa ridere. Sono più i tempi del Nerone di Petrolini che dell’Hitler della Riefenstahl. I milioni che non compaiono in carne ed ossa stanno davanti allo schermo televisivo e, cosa strabiliante, sono ancora più innamorati del Piccolo Padre dei loro nonni che andavano ad applaudire Benito a piazza Venezia.

La cosa che comunque ha chiuso il cerchio delle associazioni e che ha coinciso con la sensazione in assoluto più sgradevole data dal congresso del tronfio, al limite della nausea, è stato l’utilizzo della musica inconfondibile di cui parlavo all’inizio. La musica sacra ed inviolabile di Ludovico Van e le note dell’Inno alla Gioia.
Ma come si sono permessi? Aaaaaaaaaaaargh!


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E’ incredibile come dalle cose più orrende possano nascere associazioni che ci riportano a sublimi opere d’ingegno creativo. Si ascoltano delle note, inconfondibili, ad accompagnare un congresso che è il trionfo del tronfio della libertà, si legge un post di un’amica che ci rimanda a paragoni con ben altri nefasti congressi e si giunge infine all’arte sublime di un genio, a ristorarci e confortarci.
Stamattina ho ascoltato il congresso del PDL alla radio ma con molta fatica e per fortuna che mi sono persa il discorso finale del nanoduce.
Mi è comunque bastato ed avanzato sentire una giovane deputatessa, o figurante che fosse, lamentarsi del fatto che nelle università loro, poveri ggiovani di centrodestra, vengono impediti di studiare dagli “arroganti”.
Meschinelli, sarà davvero per colpa dei comunisti che appaiono comunque, quando parlano ed agiscono, vacui e leggeri come soffioni in un campo di grano? Sarà stata l’emozione a far dire alla medesima giovincella, plaudendo alla fantomatica legge contro la violenza sulle donne, che si è fatto “qualcosa per le donne che vengono abusate ingiustamente”? Quelle che sono state stuprate o menate perchè in fondo sono delle stronze o se la sono cercata, tacciano e non rompano più i coglioni.

Si, lo so, era solo l’emozione, siamo dei malpensanti che non comprendono la grande svolta italiana. Però, ci consentano, se qualcuno su quel palco avesse detto qualcosa di intelligente, come sarebbe potuta risaltare in tutta la sua magnificenza la retorica del Piccolo Padre, ovvero del Padrino?
Infatti ieri Fini aveva detto una cosa che aveva scosso la nuova Fiera di Roma dalle fondamenta, quella bagattella sulla laicità dello stato e lo stato etico (bravo Gianfranco), e oggi non ne parlava più nessuno, tranne il cerchioBattista Bondi che esclude l’eutanasia perlamordiddìo però se l’alimentazione è forzata allora è accanimento terapeutico e vedremo non mettiamo limiti alla provvidenza. Sembrava quel filmatino satirico su Ratzi e HIV: “Padre, ho peccato. Ho ucciso trenta milioni di persone dal 1980″ ,”Non è niente, dì un Paternoster e un paio di Ave Marie”.

Nel suo pezzo di stamattina, Fikasicula parlava del congresso del PDL ed il suo ragionamento, ma soprattutto la scelta delle immagini, mi hanno suggerito una riflessione. I congressi dei quali ha postato le immagini (Gesù è un caso a parte, secondo me), e in generale le manifestazioni delle Ideologie (mettiamoci pure anche le varie parate sovietiche e cinesi) avevano tutte la caratteristica di svolgersi all’aperto, in larghissimi spazi predisposti: piazze, arene, stadi, agorà enormemente dilatate e con la partecipazione attiva del Popolo.
Il congresso del partito nazista filmato da Leni Riefenstahl in “Triumph des Willens” mostra il carattere oceanico del consenso popolare al nazismo, ed è quella la cosa che fa più spavento, assieme alla foga con la quale i tamburini di latta picchiano il loro fervore per il Fueher ed alla innegabile bellezza maligna di quelle immagini, non a caso copiate in decine di film a tematica imperiale, da “Guerre Stellari” al “Gladiatore“.

Questo congressuccio che ha sancito il trionfo del tronfio della volontà si svolgeva al chiuso di una Fiera, come una convention di venditori di pentole qualsiasi, e non aveva neppure una genia del cinema come la Leni a riprenderlo ma una semplice Susanna Petruni a raccontarlo dai microfoni mansueti ed innocui del TG1.
Per carità, Silvio non è Adolfo e oggi non c’è più bisogno di folle oceaniche e scenografie imperiali ma è sufficiente una platea teatrale di figuranti, comparse, generici e caratteristi. Tutti ad applaudire il capocomico, nel senso di un capo che fa ridere. Sono più i tempi del Nerone di Petrolini che dell’Hitler della Riefenstahl. I milioni che non compaiono in carne ed ossa stanno davanti allo schermo televisivo e, cosa strabiliante, sono ancora più innamorati del Piccolo Padre dei loro nonni che andavano ad applaudire Benito a piazza Venezia.

La cosa che comunque ha chiuso il cerchio delle associazioni e che ha coinciso con la sensazione in assoluto più sgradevole data dal congresso del tronfio, al limite della nausea, è stato l’utilizzo della musica inconfondibile di cui parlavo all’inizio. La musica sacra ed inviolabile di Ludovico Van e le note dell’Inno alla Gioia.
Ma come si sono permessi? Aaaaaaaaaaaargh!


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Le Olimpiadi, già. Domani ci siamo. Cominciano le controverse e finora sfigatissime (diamoci pure una grattatina) Olimpiadi di Pechino, le prime nella ancor fin troppo, per i nostri gusti, esotica Cina.
Sarà un’altra roboante, l’ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L’unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l’insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l’unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d’ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: “ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?”
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico “scagli la prima pietra” ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell’economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto “vado o non vado all’inaugurazione?” che assomiglia tanto al morettiano “mi si nota di più se vado o se non vado?”

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L’atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E’ morta anche l’americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l’atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest’anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c’è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell’eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il filmOlympia” oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt’oggi l’unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l’ipocrisia e l’opportunismo della politica.
C’è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al pazzo psicopatico razzista ed antisemita, già allora conclamato.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell’Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

P.S. Abbiate pietà, credevo veramente che El Pibe avesse giocato ai mondiali in Argentina. Del resto non sono Minà, nemmeno una Biscarda, lo sport mi si accatasta tutto assieme nella memoria a lungo termine in maniera disordinata, per cui può capitare che Ilje Nastase abbia giocato la finale di Wimbledon 1978 con Rafa Nadal. (Chi dice che la cosa non è mai avvenuta perchè Rafa non era manco nato, si becca un pugno sul naso!) 😉


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Le Olimpiadi, già. Domani ci siamo. Cominciano le controverse e finora sfigatissime (diamoci pure una grattatina) Olimpiadi di Pechino, le prime nella ancor fin troppo, per i nostri gusti, esotica Cina.
Sarà un’altra roboante, l’ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L’unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l’insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l’unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d’ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: “ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?”
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico “scagli la prima pietra” ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell’economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto “vado o non vado all’inaugurazione?” che assomiglia tanto al morettiano “mi si nota di più se vado o se non vado?”

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L’atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E’ morta anche l’americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l’atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest’anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c’è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell’eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il filmOlympia” oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt’oggi l’unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l’ipocrisia e l’opportunismo della politica.
C’è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al pazzo psicopatico razzista ed antisemita, già allora conclamato.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell’Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

P.S. Abbiate pietà, credevo veramente che El Pibe avesse giocato ai mondiali in Argentina. Del resto non sono Minà, nemmeno una Biscarda, lo sport mi si accatasta tutto assieme nella memoria a lungo termine in maniera disordinata, per cui può capitare che Ilje Nastase abbia giocato la finale di Wimbledon 1978 con Rafa Nadal. (Chi dice che la cosa non è mai avvenuta perchè Rafa non era manco nato, si becca un pugno sul naso!) 😉


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