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Si fa presto a criticare i senatori americani per non aver (ancora?) approvato il piano di salvataggio statale degli istituti finanziari in crisi, proposto dal presidente Bush.
Dimentichiamo troppo spesso che 1) gli americani le tasse le pagano già e salate, visto che mantenere un complesso militare industriale sempre in fregola di guerra costa più di quanto possiamo immaginare; 2) gli americani sono un popolo dall’imprinting rivoluzionario, la cui Costituzione prevede, nero su bianco, il diritto del popolo di rovesciare anche con la violenza un governo se dovesse rivelarsi indegno dei suoi rappresentati; 3) i governanti americani hanno ancora un briciolo di timore del loro popolo (forse perchè quest’ultimo è armato fino ai denti?)

Potremo aggiungere ancora il fatto che a nessuno, ovunque nel mondo, piace vedersi aumentate le tasse, per salvare il culo, oltretutto, a dei filibustieri senza pudore che hanno speculato sulla pelle di loro cittadini.

Ecco, Bush potrebbe fare una bella cosa. Chiedere agli americani un sacrificio per evitare il baratro e le “conseguenze inimmaginabili” di cui parlava Colaninno ieri sera in TV ma contraccambiare con una bella dozzina di cesti natalizi con le teste dei CEO, dei capintesta, dei capoccia, dei manager, dei responsabili, insomma, di questo crack.
Perchè, perdìo, ci sarà pure una responsabilità di qualcuno, di qualche persona fisica in ciò che sta accadendo nel mondo finanziario.

Il liberismo, la deregulation, le idee strampalate di alcuni mentecatti travestiti da economisti che hanno usato politici dementi per imporre le loro idiozie ci hanno condotto a questo. Non basterebbe un esercito di llama per sommergerli abbastanza di sputi.
L’esempio dell’Argentina del 2001 non ha insegnato loro nulla. Pensavano fosse una delle solite crisi da pezzenti sudamericani, impensabile alle nostre latitudini ed hanno proseguito imperterriti con le parole d’ordine “il liberismo non vuole lacci e lacciuoli”, “il mercato si autoregolamenta”. Un bel paio di balle e ora nel culo ci vanno i gringos.

Fa bene l’americano medio ad incazzarsi con i suoi rappresentanti e a mettere mano alla doppietta del nonno o all’M16 se questi chiederanno loro altri sacrifici senza una giusta contropartita.
Ci vuole una bella Norimberga dei gerarchi della finanza mondiale, con tante belle teste che cadano, a cominciare da quelle di chi prometteva alla vecchietta il 40% in un anno senza rischi e quindi da coloro che hanno lavorato sott’acqua per eliminare qualunque tipo di controllo sulle manovre finanzarie.
Poi, una volta ripulito il pavimento, possiamo ricominciare a parlare di economia. Non di finanza.



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Si fa presto a criticare i senatori americani per non aver (ancora?) approvato il piano di salvataggio statale degli istituti finanziari in crisi, proposto dal presidente Bush.
Dimentichiamo troppo spesso che 1) gli americani le tasse le pagano già e salate, visto che mantenere un complesso militare industriale sempre in fregola di guerra costa più di quanto possiamo immaginare; 2) gli americani sono un popolo dall’imprinting rivoluzionario, la cui Costituzione prevede, nero su bianco, il diritto del popolo di rovesciare anche con la violenza un governo se dovesse rivelarsi indegno dei suoi rappresentati; 3) i governanti americani hanno ancora un briciolo di timore del loro popolo (forse perchè quest’ultimo è armato fino ai denti?)

Potremo aggiungere ancora il fatto che a nessuno, ovunque nel mondo, piace vedersi aumentate le tasse, per salvare il culo, oltretutto, a dei filibustieri senza pudore che hanno speculato sulla pelle di loro cittadini.

Ecco, Bush potrebbe fare una bella cosa. Chiedere agli americani un sacrificio per evitare il baratro e le “conseguenze inimmaginabili” di cui parlava Colaninno ieri sera in TV ma contraccambiare con una bella dozzina di cesti natalizi con le teste dei CEO, dei capintesta, dei capoccia, dei manager, dei responsabili, insomma, di questo crack.
Perchè, perdìo, ci sarà pure una responsabilità di qualcuno, di qualche persona fisica in ciò che sta accadendo nel mondo finanziario.

Il liberismo, la deregulation, le idee strampalate di alcuni mentecatti travestiti da economisti che hanno usato politici dementi per imporre le loro idiozie ci hanno condotto a questo. Non basterebbe un esercito di llama per sommergerli abbastanza di sputi.
L’esempio dell’Argentina del 2001 non ha insegnato loro nulla. Pensavano fosse una delle solite crisi da pezzenti sudamericani, impensabile alle nostre latitudini ed hanno proseguito imperterriti con le parole d’ordine “il liberismo non vuole lacci e lacciuoli”, “il mercato si autoregolamenta”. Un bel paio di balle e ora nel culo ci vanno i gringos.

Fa bene l’americano medio ad incazzarsi con i suoi rappresentanti e a mettere mano alla doppietta del nonno o all’M16 se questi chiederanno loro altri sacrifici senza una giusta contropartita.
Ci vuole una bella Norimberga dei gerarchi della finanza mondiale, con tante belle teste che cadano, a cominciare da quelle di chi prometteva alla vecchietta il 40% in un anno senza rischi e quindi da coloro che hanno lavorato sott’acqua per eliminare qualunque tipo di controllo sulle manovre finanzarie.
Poi, una volta ripulito il pavimento, possiamo ricominciare a parlare di economia. Non di finanza.



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La colorita espressione è del ministro antiglobal Tremontino, pronunciata testé nel corso di un’intervista al TG1, con riferimento alla drammatica crisi americana dei mutui che spinge le famiglie della classe media a sempre peggiori livelli di povertà.
Secondo lui non è possibile che in Italia succeda altrettanto perchè il sistema pensionistico è solido, le banche hanno gli sportelli (giuro) e, insomma, è il sistema americano che fa cagare.
Speriamo non siano le ultime parole famose.

Certo è stupefacente che, in un governo dove tutti, anche le ministre, hanno vigorose erezioni da Cialis pensando alla signora Thatcher e a Milton Friedman, vi sia qualcuno di non poca importanza che dica che il crollo delle banche d’affari è colpa della globalizzazione, cioè della conseguenza di quella neoplasia capitalistica che è stato il neoliberismo.

La dea Nemesi in questi giorni celebra la sua apoteosi. Dopo anni in cui si è favoleggiato di liberismo, libero mercato e più figa per tutti, lo stato più liberista del mondo è costretto a salvare con soldi pubblici due banche d’affari private per evitare il crollo completo del sistema.
Lo statalismo che salva il libero mercato. Se non vi fossero famiglie sul lastrico ci sarebbe da rotolarsi sul pavimento dal ridere.

Ho una domanda che mi ruzzola da giorni in testa. Se lo stato americano è costretto ad usare i fondi pubblici, le tasse dei contribuenti a stelle e strisce per salvare le bancarotte delle varie Mork & Mindy e Tom & Jerry, cosa è previsto per i manager, i CEO di quelle società che hanno provocato con la loro avidità, incompetenza e disonestà il crack, oltretutto scappando con la cassa sotto forma di liquidazioni da favola? Non se ne parla. Ci vorrebbero pene esemplari. La mannaia la vedrei bene.

Il vero nemico del capitalismo non è il comunismo, visto che lo statalismo sovietico a volte gli serve incredibilmente da antibiotico salvavita, ma la Finanza. Sarà la Finanza a distruggere dall’interno il capitalismo, con i suoi giochetti da roulette truccata, con le speculazioni sulle put options, con i croupier che giocano sporco con l’asso nella manica dell’insider trading, con i miliardi di dollari “bruciati” in pochi minuti di contrattazioni. Dollari che sono costati lavoro, fatica e sacrificio per essere accumulati. Le cose vanno male perchè il mondo è come una famiglia dove chi guadagna va a giocarsi tutto lo stipendio alle slot-machines.
Come si può rilanciare l’economia, cioè il naturale movimento delle merci e dei servizi, che è legato al potere d’acquisto, se abbiamo il vampiro finanziario attaccato al collo?

Non potendo eliminare il denaro, come suggerisce Massimo Fini nel suo splendido libro “Denaro, sterco del demonio”, bisognerebbe almeno eliminare la Finanza, che è il casinò dove pochi giocatori d’azzardo vanno i giocarsi i destini di tutti noi.
Bisogna chiudere le Borse e ritornare all’Economia pura, al misurare la ricchezza sulle cose concrete: beni, oro, risorse, merci, non su pezzi di carta, cifre astratte o titoli virtuali, altrimenti il videogame prima o poi sfuggirà veramente di mano e non ci saranno più soldi pubblici per tappare i buchi e coprire le vergogne.
E’ l’unica alternativa all’apriscatole.


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La colorita espressione è del ministro antiglobal Tremontino, pronunciata testé nel corso di un’intervista al TG1, con riferimento alla drammatica crisi americana dei mutui che spinge le famiglie della classe media a sempre peggiori livelli di povertà.
Secondo lui non è possibile che in Italia succeda altrettanto perchè il sistema pensionistico è solido, le banche hanno gli sportelli (giuro) e, insomma, è il sistema americano che fa cagare.
Speriamo non siano le ultime parole famose.

Certo è stupefacente che, in un governo dove tutti, anche le ministre, hanno vigorose erezioni da Cialis pensando alla signora Thatcher e a Milton Friedman, vi sia qualcuno di non poca importanza che dica che il crollo delle banche d’affari è colpa della globalizzazione, cioè della conseguenza di quella neoplasia capitalistica che è stato il neoliberismo.

La dea Nemesi in questi giorni celebra la sua apoteosi. Dopo anni in cui si è favoleggiato di liberismo, libero mercato e più figa per tutti, lo stato più liberista del mondo è costretto a salvare con soldi pubblici due banche d’affari private per evitare il crollo completo del sistema.
Lo statalismo che salva il libero mercato. Se non vi fossero famiglie sul lastrico ci sarebbe da rotolarsi sul pavimento dal ridere.

Ho una domanda che mi ruzzola da giorni in testa. Se lo stato americano è costretto ad usare i fondi pubblici, le tasse dei contribuenti a stelle e strisce per salvare le bancarotte delle varie Mork & Mindy e Tom & Jerry, cosa è previsto per i manager, i CEO di quelle società che hanno provocato con la loro avidità, incompetenza e disonestà il crack, oltretutto scappando con la cassa sotto forma di liquidazioni da favola? Non se ne parla. Ci vorrebbero pene esemplari. La mannaia la vedrei bene.

Il vero nemico del capitalismo non è il comunismo, visto che lo statalismo sovietico a volte gli serve incredibilmente da antibiotico salvavita, ma la Finanza. Sarà la Finanza a distruggere dall’interno il capitalismo, con i suoi giochetti da roulette truccata, con le speculazioni sulle put options, con i croupier che giocano sporco con l’asso nella manica dell’insider trading, con i miliardi di dollari “bruciati” in pochi minuti di contrattazioni. Dollari che sono costati lavoro, fatica e sacrificio per essere accumulati. Le cose vanno male perchè il mondo è come una famiglia dove chi guadagna va a giocarsi tutto lo stipendio alle slot-machines.
Come si può rilanciare l’economia, cioè il naturale movimento delle merci e dei servizi, che è legato al potere d’acquisto, se abbiamo il vampiro finanziario attaccato al collo?

Non potendo eliminare il denaro, come suggerisce Massimo Fini nel suo splendido libro “Denaro, sterco del demonio”, bisognerebbe almeno eliminare la Finanza, che è il casinò dove pochi giocatori d’azzardo vanno i giocarsi i destini di tutti noi.
Bisogna chiudere le Borse e ritornare all’Economia pura, al misurare la ricchezza sulle cose concrete: beni, oro, risorse, merci, non su pezzi di carta, cifre astratte o titoli virtuali, altrimenti il videogame prima o poi sfuggirà veramente di mano e non ci saranno più soldi pubblici per tappare i buchi e coprire le vergogne.
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