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Il logo suggerisce che dal 2011 in poi dobbiamo andare “avanti veloce”?

Com’è difficile, essendo italiani, parlare di patria. Non si sa da che parte cominciare. Le idee si accavallano e si parlano sopra, in un gran casino. Oppure non ci sono proprio idee, il vuoto assoluto.
Sembra di essere all’esame di maturità di fronte ad un tema che il nostro cervello non si aspettava e che non si decide ad elaborare. E’ una parte del testo che avevi saltato a pié pari perché figurati se esce proprio quello.
Eppure per gli altri popoli è così facile descrivere il concetto di patria. Prendi gli americani o i francesi, perfino quelli che consideriamo con sussiego come troppo meridionali: egiziani, tunisini, algerini. Ti riempirebbero dieci fogli protocollo sull’argomento e alla fine non riusciresti nemmeno a leggere tutte le parole perché i fogli sarebbero macchiati dalle lacrime di commozione che provoca loro il concetto.
Dunque, facciamo uno sforzo, possiamo farcela anche noi. L’Italia sta per compiere 150 anni come nazione, bisogna parlarne, anche se nessuno sembra voler festeggiare la ricorrenza, a cominciare dalla nostra classe dirigente. Su questo ritorneremo più avanti.
La patria, vediamo. “Fratelli (coltelli) d’Italia” è il nostro inno, il tricolore la nostra bandiera. Nostri? Nostri di chi? Di noi italiani. E chi sono gli italiani?

Forse ci manca il file di sistema del patriottismo perché siamo un popolo troppo giovane? Può essere. Centocinquant’anni di unità nazionale non sono poi tanti. 
Se non siamo patriottici è perché non siamo tutti uguali, non siamo un popolo omogeneo, ci si giustifica. Vi sono differenze tra Nord e Sud, tra Bergamo di sopra e di sotto, tra la Contrada dell’Oca e quella della Tartuca. Fai dieci chilometri e il tuo stesso dialetto diventa incomprensibile. 
Non è così. E’ solo un’illusione, quella di essere diversi. Siamo un popolo di bastardi, geneticamente e culturalmente. Ma proprio perché siamo tutti bastardi, siamo tutti uguali. Compris?
Infatti, se vai all’estero ti riconoscono subito. Hai voglia di specificare che sei genovese, marchigiano, viterbese. Per loro sei ITALIANO, ovvero quella sfilza di stereotipi che ti marchiano a fuoco e che si possono riassumere nell’orrenda triade: mafia, spaghetti e mandolino. Curiosamente, proprio tra gli italiani all’estero, costretti ad unificarsi sotto un unico cliché, è forte il patriottismo. Qui in Italia invece, emergono le differenze e i distinguo, ognuno di noi fa provincia per conto suo.
E’ per questo che, se li intendiamo come popolo con un’identità nazionale, gli italiani sembrano materializzarsi  solo in occasione dei Mondiali di Calcio (solo però se li vinciamo). 
La patria, allora, è andare a fare i caroselli per le strade con il bandierone? Beh, non direi. Ci vogliono situazioni più serie per misurare il grado di patriottismo di un popolo. Per esempio la guerra, quando devi morire per la patria combattendo o per difenderla da un invasore.
Ecco il primo problema. Noi consideriamo la guerra un’opportunità di carriera e di solito, cominciandola da uno schieramento, non sai mai dalla parte di chi la finiremo. La sovranità nazionale, del resto, non ci interessa più di tanto. Sono più di sessant’anni che viviamo benissimo senza e ormai forse non sapremo più che farcene. Ci siamo abituati a camminare su una gamba sola.
La politica, dal canto suo, ha fatto di tutto per distruggere, in questi 150 anni, il concetto di patria. Il fascismo era riuscito ad imporcene, a calci in culo, una versione dispotica e tragicomicamente sborona che non poteva che finire i suoi giorni nella polvere e nella vergogna.
Con la Resistenza abbiamo combattuto per la libertà dalla dittatura di una nazione intera, dell’Italia, non solo della Repubblica del Nord o del Sud ma  la sinistra, finita l’emergenza della guerra civile, ha preso a deridere il concetto di patria, preferendo ad esso l’internazionalismo socialista e lasciando in eredità il sentimento nazionale ai residuati di fascismo, commettendo  un gravissimo errore.
Il regime socialdemocristiano del lungo dopoguerra, bisogna riconoscerglielo, non si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’unità del paese ma non ha fatto nulla per sviluppare un vero sentimento nazionale positivo e democratico, lasciando che emergessero e prendessero piede le leggende della Padania, del Dio Po’, della secessione del Nord e dell’indipendentismo del Sud.
La classe dirigente attuale sta completando la demolizione controllata del senso di unità nazionale comunemente detto, ovunque nel mondo, amor di patria.
Da una parte c’è l’internazionalismo imprenditoriale per il quale Italia o Serbia purché se magna, inteso come va’ dove ti porta il profitto. Per loro l’Italia vale solo se è come la serva, cioè se serve. Altrimenti se ne vanno, delocalizzano, fottendosene dei destini dei lavoratori italiani. Patriottismo degli industriali italiani? Non pervenuto.
Ecco quindi la Marcegaglia strepitare perché il 17 marzo, giorno in cui si festeggiano i 150 anni dall’unificazione di regnucoli e granducati in Regno d’Italia, visto che c’è la crisi “ohm!”, non bisogna astenersi dal lavoro. Capirai, come se un giorno facesse vendere più tubi a lei e più Punto a Marchionne.
Marchionne che non si sognerebbe di certo di costringere i lavoratori americani a lavorare il 4 luglio perché prenderebbe delle sonore cinghiate da Obama in giù , fino all’ultimo discendente di Toro Seduto.
.
Anche Montezemolo dice che bisognerebbe lavorare ma propone di eliminare la Befana, ormai già trascorsa, al posto della festa del 17 marzo che, comunque e se non sbaglio, sarebbe celebrata solo quest’anno. Beh, lui ci ha provato.
In realtà agli imprenditori viene il bruciaculo al pensiero di dover retribuire la giornata festiva ai lavoratori. Tutto qui.

In ambito governativo ci sono ovviamente i leghisti, strutturalmente contrari a festeggiare una ricorrenza italiana e non padana come la sagra della polenta taragna, a loro sicuramente più cara. Fedeli al diktat del “va’ a laura’”, vogliono che il 17 marzo si lavori comunque.
Anche la Gelmini difende l’apertura coatta delle scuole nel giorno di festa. Chissà come saranno contenti i ragazzi.
Sempre dalle parti degli italiani per forza, ecco le minoranze come i sudtirolesi  rifiutarsi di partecipare alle celebrazioni ufficiali dei 150 anni.
Notoriamente considerati da Vienna come i terroni dell’Austria, e nonostante ricevano come provincia autonoma dallo Stato Italiano benefici fiscali che il resto d’Italia si sogna, compreso il ritorno a livello locale del 90% delle tasse pagate, si sono preoccupati recentemente di salvare il governo Berlusconi con il loro voto, vendendosi l’orifizio come tutti gli altri. Sarebbe gradito un loro silenzio sulle questioni italiane per i prossimi, diciamo, mille anni.
A questo antipatriottismo legaiolo e kartoffeln, più qualche smania irredentista sicula e in attesa del risveglio dell’orgoglio etrusco e di quello villanoviano, si oppongono ovviamente i fascisti-su-marte alla La Russa e anche la ministrina Meloni, povera cocca, ma sono voci troppo flebili per poter essere ascoltate.
L’opposizione, del resto, impegnata com’è a trovare dieci milioni di firme per mandare via Berlusconi, non si è ancora pronunciata. A proposito, frega a qualcuno di ciò che eventualmente potrebbe dire Veltroni a riguardo?

Nemmeno Berlusconi, che pure è giustificato dagli enormi problemi che deve affrontare in questi giorni, ha ancora proferito parola sulla ricorrenza del 17 marzo. Penso che possiamo comunque intuire il suo pensiero. Il 17 marzo non  bisogna astenersi dal trombare.

Nonostante qualche difficoltà con il gobbo, che malignamente mi ha fatto pensare alla Signorina Carlo e al suo “che siccome che sono cecata”, Emma Marcegaglia ha tenuto un brillante discorso d’esordio come neo presidente di Confindustria.

Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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Nonostante qualche difficoltà con il gobbo, che malignamente mi ha fatto pensare alla Signorina Carlo e al suo “che siccome che sono cecata”, Emma Marcegaglia ha tenuto un brillante discorso d’esordio come neo presidente di Confindustria.

Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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Nonostante qualche difficoltà con il gobbo, che malignamente mi ha fatto pensare alla Signorina Carlo e al suo “che siccome che sono cecata”, Emma Marcegaglia ha tenuto un brillante discorso d’esordio come neo presidente di Confindustria.

Oggi a Radio Radicale, l’ex ministro Treu si compiaceva che a capo degli industriali vi fosse finalmente una donna.
Mah, a me sembra che l’industriale sia un animale che non presenta grandi differenze tra maschi e femmine, un po’ come le tortore.
Forse che, con una donna a capo, la Confindustria dovrebbe diventare automaticamente una buona Mamma e parlare degli industriali che imbrogliano, che frodano il fisco, che hanno paura di rischiare e si appoggiano al carrozzone pubblico, dei furbetti e dei furboni e, perchè no, di coloro che sfruttano il lavoro nero o sottopagato, sculacciandoli sonoramente e preparando invece con amore i panini alla nutella ai lavoratori?

‘Oltre alla contrattazione vanno riviste le regole del lavoro e del welfare”. “Deve essere ‘aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori” adottando ”modelli di flexicurity”.”Non è il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”.”Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo. Quasi il 60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”. (Agenzia Asca)

A parte la bigiotteria, sono i discorsi che avrebbe fatto Montezemolone con in più un dettaglio inquietante: questa flexicurity.
Mi fa venire in mente qualcosa di flessibile e solido, magari da inserire nel didietro della specie “a busta paga”. Dopo l’ombrello il tubo, gentilmente offerto dalla Marcegaglia.

Ma no, che malfidata. Sarà veramente come dice Treu, quelle cose sul posto di lavoro che non deve essere garantito le ha dette così per dire, per provocare la solita erezione agli industriali vecchio stile. Sarà veramente una buona mamma e siamo noi che non capiamo un tubo.


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Perchè Dante? Perchè il sommo poeta, nel descrivere le pene comminate ai dannati dell’Inferno, usa la legge del contrappasso, che mi piace molto. Come dice Wikipedia, analizzando la struttura del contrappasso:

* Se per analogia la pena è uguale al peccato, per esempio ipotetico gli alcolizzati sarebbero condannati a bere per l’eternità fino a scoppiare.

* Se per antitesi, la pena è diversa dal peccato, per esempio gli alcolizzati non potrebbero assaggiare neanche un po’ il vino però magari ne sentirebbero l’odore per l’eternità.

Divertiamoci allora ad immaginare alcuni personaggi della cronaca di questi giorni ipoteticamente condannati per contrappasso a scontare il fio della loro colpa.

Per esempio Montezemolo potrebbe essere costretto a vivere una vita eterna da precario da 600 euro al mese o passare l’eternità in fonderia con un padrone che tiene gli estintori scarichi e ogni giorno si sviluppa un incendio dove lui rimane bruciato. Giusto per fargli capire che una sanzione colpisce solo chi non è in regola quindi che paura hanno i suoi compagnucci di portafoglio?

Per quelli che dicono che le donne abortiscono come bevessero un bicchier d’acqua, la pena di un eterno travaglio, non Marco ma proprio quello con le doglie e tutto il resto.

Quel demente che, avendo terminato gli iracheni da vessare e per la serie “qui ci si annoia da morire”, si dedica con passione al lancio del cane nel burrone, potrebbe rinascere cane oppure cavia in qualche laboratorio di ricerca, giusto per assaporare la vita da animale vero e non con l’M16 in spalla.

Per il nano che vuole che noi di sinistra gli si dia del Lei e che, avendo finito i nostri maroni da stracciare è passato alla carta, un contrappasso per analogia. Condannato in eterno a guardare la pubblicità sui suoi canali, legato su una sedia e con i divaricatori per le palpebre come Alex de Large.

Al paparatzi che, con il piedino inguainato in Prada e la collezione di cappelli civettuoli, accusa gli altri di edonismo, un futuro eterno come rappresentante all’Inferno del mondo della moda in cerca perenne ed ossessiva di clienti. Embé, che pena è? Lo sanno tutti che il Diavolo non veste Prada.


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Perchè Dante? Perchè il sommo poeta, nel descrivere le pene comminate ai dannati dell’Inferno, usa la legge del contrappasso, che mi piace molto. Come dice Wikipedia, analizzando la struttura del contrappasso:

* Se per analogia la pena è uguale al peccato, per esempio ipotetico gli alcolizzati sarebbero condannati a bere per l’eternità fino a scoppiare.

* Se per antitesi, la pena è diversa dal peccato, per esempio gli alcolizzati non potrebbero assaggiare neanche un po’ il vino però magari ne sentirebbero l’odore per l’eternità.

Divertiamoci allora ad immaginare alcuni personaggi della cronaca di questi giorni ipoteticamente condannati per contrappasso a scontare il fio della loro colpa.

Per esempio Montezemolo potrebbe essere costretto a vivere una vita eterna da precario da 600 euro al mese o passare l’eternità in fonderia con un padrone che tiene gli estintori scarichi e ogni giorno si sviluppa un incendio dove lui rimane bruciato. Giusto per fargli capire che una sanzione colpisce solo chi non è in regola quindi che paura hanno i suoi compagnucci di portafoglio?

Per quelli che dicono che le donne abortiscono come bevessero un bicchier d’acqua, la pena di un eterno travaglio, non Marco ma proprio quello con le doglie e tutto il resto.

Quel demente che, avendo terminato gli iracheni da vessare e per la serie “qui ci si annoia da morire”, si dedica con passione al lancio del cane nel burrone, potrebbe rinascere cane oppure cavia in qualche laboratorio di ricerca, giusto per assaporare la vita da animale vero e non con l’M16 in spalla.

Per il nano che vuole che noi di sinistra gli si dia del Lei e che, avendo finito i nostri maroni da stracciare è passato alla carta, un contrappasso per analogia. Condannato in eterno a guardare la pubblicità sui suoi canali, legato su una sedia e con i divaricatori per le palpebre come Alex de Large.

Al paparatzi che, con il piedino inguainato in Prada e la collezione di cappelli civettuoli, accusa gli altri di edonismo, un futuro eterno come rappresentante all’Inferno del mondo della moda in cerca perenne ed ossessiva di clienti. Embé, che pena è? Lo sanno tutti che il Diavolo non veste Prada.


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Si capisce che il Potere è prevalentemente maschile anche dagli argomenti che tratta in maniera maniaco-ossessiva.
Prendiamo ad esempio la CRESCITA della quale tutti si riempiono la bocca quando si parla di economia. Assomiglia all’ossessione che hanno i maschietti per la calvizie e anche a quella fallica delle “dimensioni”.
Gli economisti e i politici che fanno finta di capire di economia ce le spappolano in continuazione con la storia che il “sistema paese” (un termine che destesto con tutte le mie forze, non so voi) deve crescere. Nei programmi dei partiti c’è la crescita al primo posto, il novello Mosè con le tavole della Confindustria parla di crescita. Veltrusconi non dimentica la crescita, anzi si è fatto un nodo al fazzoletto per paura di dimenticarsene.

A parte che la scelta migliore per il futuro dell’umanità dovrebbe essere piuttosto la DECRESCITA, cioè l’equilibrio tra modernità e tutela dell’ambiente per non sprecare risorse e razionalizzare i consumi, non si capisce bene che cosa dovrebbe crescere.
I nostri salari non pare e nemmeno il potere d’acquisto delle buste paghe, anche se adesso in campagna elettorale è il trionfo del lavoro di lingua in tutte le varianti: “vi detasseremo le tredicesime” ( e intanto detassano gli straordinari), “vi toglieremo l’ICI e il canone RAI” ( e intanto Montezumalo vuole togliere l’IRAP che è la tassa che finanzia la sanità pubblica).

Crescita è un concetto illusorio, come la fialetta che dovrebbe ridarti una chioma da Sansone.
E’ un imbroglio, perchè una crescita esponenziale necessiterebbe di risorse illimitate, che non lo sono, anzi stanno andando in esaurimento. Crescita è diventato un intercalare, un buon auspicio, un augurio, come i francesi quando dicono “merda”. Crescita, come qualcosa che aumenta di volume e si alza. Non a caso il manifesto del P2dl dice “rialzati Italia”. Le erezioni politiche.
Si, il Potere è maschio. E’ vero che anche noi donne abbiamo il problema della crescita ma basta una pennellata di tinta, una mezz’oretta di posa e via, ci togliamo il pensiero.
Scusate, sono chiacchiere da parrucchiere.


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Si capisce che il Potere è prevalentemente maschile anche dagli argomenti che tratta in maniera maniaco-ossessiva.
Prendiamo ad esempio la CRESCITA della quale tutti si riempiono la bocca quando si parla di economia. Assomiglia all’ossessione che hanno i maschietti per la calvizie e anche a quella fallica delle “dimensioni”.
Gli economisti e i politici che fanno finta di capire di economia ce le spappolano in continuazione con la storia che il “sistema paese” (un termine che destesto con tutte le mie forze, non so voi) deve crescere. Nei programmi dei partiti c’è la crescita al primo posto, il novello Mosè con le tavole della Confindustria parla di crescita. Veltrusconi non dimentica la crescita, anzi si è fatto un nodo al fazzoletto per paura di dimenticarsene.

A parte che la scelta migliore per il futuro dell’umanità dovrebbe essere piuttosto la DECRESCITA, cioè l’equilibrio tra modernità e tutela dell’ambiente per non sprecare risorse e razionalizzare i consumi, non si capisce bene che cosa dovrebbe crescere.
I nostri salari non pare e nemmeno il potere d’acquisto delle buste paghe, anche se adesso in campagna elettorale è il trionfo del lavoro di lingua in tutte le varianti: “vi detasseremo le tredicesime” ( e intanto detassano gli straordinari), “vi toglieremo l’ICI e il canone RAI” ( e intanto Montezumalo vuole togliere l’IRAP che è la tassa che finanzia la sanità pubblica).

Crescita è un concetto illusorio, come la fialetta che dovrebbe ridarti una chioma da Sansone.
E’ un imbroglio, perchè una crescita esponenziale necessiterebbe di risorse illimitate, che non lo sono, anzi stanno andando in esaurimento. Crescita è diventato un intercalare, un buon auspicio, un augurio, come i francesi quando dicono “merda”. Crescita, come qualcosa che aumenta di volume e si alza. Non a caso il manifesto del P2dl dice “rialzati Italia”. Le erezioni politiche.
Si, il Potere è maschio. E’ vero che anche noi donne abbiamo il problema della crescita ma basta una pennellata di tinta, una mezz’oretta di posa e via, ci togliamo il pensiero.
Scusate, sono chiacchiere da parrucchiere.


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Nonostante il clima ancora caldo che si addice più alla caprese e al cocomero piuttosto che alle zuppe calde e belle toste, pare che nel settore informazione vada sempre più di moda, in questa estate calante, la ribollita.
La preparano in una versione scacciapensieri, smutandata e con una presa abbondante di peperoncino ma è ancora più pesante di quella di fagioli e cavolo nero.

Come tutti i piatti regionali risente delle piccole variazioni locali ma gli ingredienti di base sono i soliti.
Si comincia con il sondaggio, lo studio, la ricerca scientifica da fare a tocchetti. Meglio quelli che non hanno alcun valore scientifico, più a buon mercato. Oppure si riciclano vecchi rapporti, come quello sull’aumento dell’intolleranza in Europa, che un cuoco dell’Unità ha scoperto essere vecchio di oltre due mesi, quando ormai la broda era già in pentola. Era così andato a male che al TG1 hanno voluto scartarne un bel pezzo. Infatti hanno messo nella pignatta l’antisemitismo e l’anti-islamismo ma l’intolleranza contro i gay è sparita. Forse pensavano che nessuno se ne sarebbe accorto.

Non c’è ribollita senza cipolla e porri e allora si aggiungono le notizie lacrimogene: gli orsetti abbandonati, i panda depressi, il muflone muschiato in estinzione, i patimenti delle star, le sofferenze degli evasori fiscali, i dolori lancinanti del giovane Valentino e magari qualcosa che era nel freezer da un anno, come la triste storia della Natascha che vuole comperare la villa degli orrori per farci poi pagare il biglietto.
Una bella spruzzata di sangue fresco è indispensabile: delitti irrisolti, ville del mistero, tragedie naturali vanno sempre bene.
Se volete aggiungere i piselli vi consiglio la qualità Montezemolo, perché quelli Berlusconi di qualche anno fa sono troppo piccoli e si disfano nella pentola.

Si chiama ribollita appunto perché si fa con cose che andranno ripassate al forno. Anche notizie false e tendenziose su partiti un po’ stantii in ristrutturazione possono essere saltate in padella con un bel trito di rossa di Lecco, più piccante della rossa di Tropea e gettati nel calderone fumante. Tanto lo sappiamo, nell’informazione tutto fa brodo.


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Nonostante il clima ancora caldo che si addice più alla caprese e al cocomero piuttosto che alle zuppe calde e belle toste, pare che nel settore informazione vada sempre più di moda, in questa estate calante, la ribollita.
La preparano in una versione scacciapensieri, smutandata e con una presa abbondante di peperoncino ma è ancora più pesante di quella di fagioli e cavolo nero.

Come tutti i piatti regionali risente delle piccole variazioni locali ma gli ingredienti di base sono i soliti.
Si comincia con il sondaggio, lo studio, la ricerca scientifica da fare a tocchetti. Meglio quelli che non hanno alcun valore scientifico, più a buon mercato. Oppure si riciclano vecchi rapporti, come quello sull’aumento dell’intolleranza in Europa, che un cuoco dell’Unità ha scoperto essere vecchio di oltre due mesi, quando ormai la broda era già in pentola. Era così andato a male che al TG1 hanno voluto scartarne un bel pezzo. Infatti hanno messo nella pignatta l’antisemitismo e l’anti-islamismo ma l’intolleranza contro i gay è sparita. Forse pensavano che nessuno se ne sarebbe accorto.

Non c’è ribollita senza cipolla e porri e allora si aggiungono le notizie lacrimogene: gli orsetti abbandonati, i panda depressi, il muflone muschiato in estinzione, i patimenti delle star, le sofferenze degli evasori fiscali, i dolori lancinanti del giovane Valentino e magari qualcosa che era nel freezer da un anno, come la triste storia della Natascha che vuole comperare la villa degli orrori per farci poi pagare il biglietto.
Una bella spruzzata di sangue fresco è indispensabile: delitti irrisolti, ville del mistero, tragedie naturali vanno sempre bene.
Se volete aggiungere i piselli vi consiglio la qualità Montezemolo, perché quelli Berlusconi di qualche anno fa sono troppo piccoli e si disfano nella pentola.

Si chiama ribollita appunto perché si fa con cose che andranno ripassate al forno. Anche notizie false e tendenziose su partiti un po’ stantii in ristrutturazione possono essere saltate in padella con un bel trito di rossa di Lecco, più piccante della rossa di Tropea e gettati nel calderone fumante. Tanto lo sappiamo, nell’informazione tutto fa brodo.

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