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Il senso di “Hereafter”, l’ultimo bellissimo film da regista di Clint Eastwood, è tutto in quella terrificante onda di tsunami iniziale. Un evento improvviso contro il quale non puoi far nulla, che ti travolge e ti trascina via. E’ la metafora visiva migliore che si potesse trovare per simboleggiare la morte ma soprattutto il dolore che accompagna la morte e che affligge chi resta. Dolore che, chi ha perduto una persona cara lo sa, arriva  a ondate e sembra non volerti lasciar più respirare. Non a caso si dice annegare nel dolore.

E’ stupefacente come l’ottantenne Clint, a un età in cui di solito si preferisce non pensarci perché si comincia ad esserne sempre più quotidianamente terrorizzati, sia riuscito a comporre un affresco così pieno di serenità nei confronti della morte, senza imporre certezze religiose o superstiziose sull’aldilà ma suggerendoci che le risposte che cerchiamo, riguardo ad argomenti così dolorosi come la perdita e il lutto e l’angosciosa questione se dopo finisca tutto o meno, sono dentro di noi, nella nostra mente. Occorre solo qualcuno o qualcosa che ci aiuti a tirarle fuori.

“Hereafter” è un poderoso film sull’elaborazione del lutto e sul suo significato profondo di fattore di crescita di personalità. Proprio per questo è straordinariamente ottimistico e positivo. La prospettiva del dolore della perdita non è il dolore infinito ma la trasformazione della propria esistenza in qualcosa di non necessariamente negativo.

Nessuna contaminazione religiosa nel discorso sull’aldilà, dicevo. C’è solo una brevissima scena, quasi un flash amaramente sarcastico, dove un sacerdote, di fronte al feretro di un bambino, parla di angeli, di lui che ora ci protegge ed è lassù a fianco di Gesù, concludendo: “Le ceneri saranno a disposizione nel retro della chiesa. Avanti il prossimo”.
Le frasi che abbiamo sentito mille volte pronunciare senza convinzione nei funerali cattolici e che ci hanno lasciato solo un gran senso di rabbia per la loro inadeguatezza di fronte, ad esempio, al dolore cosmico di una madre che ha perduto un figlio.
E’ paradossale perché, per la loro fede, la morte dovrebbe significare il ricongiungimento con Dio e quindi qualcosa di assolutamente gioioso, ma i religiosi (l’osservo continuamente nel mio lavoro) sono le persone più spaventate dalla morte, coloro che ne affrontano i rituali meno volentieri. Forse perché l’hanno popolata di demoni infernali e noiosissimi paradisi e la considerano un evento scontato e prevedibile dal quale non si può ricavare null’altro che un’impressione molto negativa e fine a sé stessa.

Nell’aldilà laico di Eastwood, invece, per alcune anime l’inferno è il rimorso di aver fatto del male e di non aver avuto tempo di chiedere perdono alle loro vittime. Siamo noi, però, attraverso il nostro processo di guarigione dal passato e di crescita, senza dimenticare l’ausilio del perdono, che possiamo render loro la pace, lasciandoli finalmente andare. Prima di tutto dalla nostra testa.

“Hereafter” è anche e soprattutto un film che descrive mirabilmente l’empatia e la difficoltà che prova chi quotidianamente si trova ad interagire con persone che stanno elaborando un lutto. 
Attraverso le vicende che portano la donna, il bambino e il sensitivo al loro incontro ravvicinato con la morte, possiamo renderci conto che il dolore non è mai fine a se stesso ma ha un significato che dobbiamo arrivare a scoprire con l’aiuto degli altri. 
Il sensitivo aiuterà il bambino a crescere ed affrancarsi dall’ingombrante figura fraterna; la donna fornirà al sensitivo le risposte che cercava, liberandolo infine dalla “maledizione” del contatto iperempatico con i dolenti e i fantasmi che li affliggono. In questo senso, i tre formano una simbolica triade i cui membri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro ed il cui significato è: non è isolandosi che si guarisce dalla malattia del dolore ma passando attraverso l’esperienza dell’empatia, della pietas, della condivisione e dell’amore che ci vengono dall’altro da sé. Un percorso accidentato, doloroso e che a volte sembra di difficoltà insormontabile ma che ci rende alla fine persone migliori. 
Anche se te l’aspettavi perché c’era stato quell’episodio precedente, un cuore che si ferma per interminabili minuti e poi riprende per un miracolo e lo sai che i miracoli avvengono solo una volta nella vita, quando perdi qualcuno che ti è caro è sempre una sorpresa, una scossa di terremoto, uno squarcio nell’ordine naturale delle cose dove si affaccia chiassoso ed invadente il caos. E’ il non saper cosa fare adesso, la terra che ti manca sotto i piedi, la vertigine. Non può essere, ti ripeti, ho capito male.
Invece l’hai capito quando la dottoressina giovane giovane – che potrebbe essere tua figlia, ti è venuta incontro con quell’espressione negli occhi che diceva “non ho potuto far nulla” e ha sussurrato “mi dispiace”.
Questa volta i buoni miracolo sono terminati. Tu l’hai abbracciata perché l’hai vista fare tutto il possibile, quando è rimasta in ginocchio china per più di tre quarti d’ora su tua madre, cacciandole un tubo in gola, martellandole il petto ormai esausto, con te che reggevi una inutile e coreografica flebo. L’hai ringraziata per averci provato ad essere Dio invece che un semplice medico.

La botta dritta al cervello l’hai ricevuta ma tuo padre come reagirà? Cominci come al solito a preoccuparti più degli altri che di te stessa. E’ vecchio, sono stati assieme per cinquantanni, è diverso rimanere solo, per un vecchio.
Oh no, devi dirlo agli altri, ai parenti ed ai serpenti e sai già che nelle prossime ore sarà un disco rotto al telefono: “purtroppo devo darti una brutta notizia, questa volta se n’è andata davvero”. Ti stupirai di come tu rimarrai forte e lucida mentre i tuoi interlocutori scoppieranno a piangere al telefono. Tu sei forte, oppure ancora non te ne stai rendendo conto. Dicono che il peggio viene dopo qualche mese, o dopo un anno.

Sei privilegiata in fondo, potrai occuparti tu di tutto, nel settore li conosci tutti. Già, c’è da organizzare il funerale. Fai la telefonata: “sono io, sai la mamma…”, dall’altro lato una bestemmia, la solita reazione rabbiosa alla crudeltà di un Dio che non è in grado di evitare la morte, poi il conforto: “fai tutto tu, non ti preoccupare, pensa solo a mamma adesso”. Sei esausta, per stasera ne sono successe abbastanza di cose. Riesci a dormire, nonostante tutto, con il tuo compagno che nel letto ti abbraccia ancora più forte del solito, senza parlare.

Ti risvegli e, certo, è successo davvero, non era un incubo. Non c’è tempo per la disperazione, il gioco si fa duro adesso. Entri nella sua camera dove tutto è rimasto congelato in un assurdo fermo immagine, con la pillola da prendere prima di andare a dormire ancora lì sul comodino. Devi scegliere gli abiti per vestirla e ti senti una ladra che rovista nel suo armadio. Ci vuole un cambio completo. Anche se è inverno scegli un bell’abito di seta. Sembra impossibile crederlo ma al funerale ci sarà, tra i parenti, chi noterà se il colore dell’abito si intona con le scarpe.

La tua amica dell’obitorio l’ha vestita e pettinata e ti ha telefonato a fine turno chiedendoti di andare a vedere se andava tutto bene, perché altrimenti sarebbe tornata indietro apposta per qualunque cosa tu desiderassi cambiare.
Ti solleva vederla ora così serena, incredibilmente bella. Non avresti potuto rimanere con il ricordo di come l’hai vista ieri sera, con la sofferenza della vita che appariva ancora disperatamente aggrappata al suo volto.
Sono gli ultimi momenti che passi a fianco del suo corpo e cominci a sentirti mutilata. Ieri sera quando ti hanno detto che era morta hai pensato in un flash al cordone ombelicale, e ti eri resa conto che era veramente tagliato per sempre. Oggi è una gamba che ti manca, un braccio. Lei è già in un’altra dimensione e devi solo abituarti a pensarla in forma diversa e a sentirtela accanto comunque. Lei è lì in ogni caso, ed è più forte di prima. Siete solo voi due e puoi piangere quanto ti pare. E’ domani che dovrai essere forte.

Una cosa è certa, non la lascerai sola. L’accompagnerai fino all’ultimo, rimarrai lì con lei quando conterai per ventiquattro volte il suono dell’avvitatore, quando quel prete malandrino e anticonvenzionale ti farà leggere proprio accanto all’altare, anche se sei una peccatrice che non può ricevere la comunione, quel salmo così bello che si sente nei film americani: “il Signore è il mio pastore…”
Andrai tu a prenderla quando sarà pronta l’urna con le sue ceneri e la riporterai a casa.

La morte è burocrazia, lo sai: scartoffie, firme di parenti, fax, domande al Comune, moduli da compilare, marche da bollo. In questo caso, paradossalmente, tutta questa cartaccia ti ha aiutato a non pensare.
Sorella morte ti ha fatto visita, ti ha messa alla prova, tu che la bazzichi tutti i giorni e ha voluto vedere se eri tosta abbastanza come dicevi, se mantenevi il tuo professionale distacco. Tu l’hai guardata dritto negli occhi, le hai riso in faccia e l’hai mandata in culo, anche se avevi il cuore spezzato.

(già pubblicato su Mentecritica, novembre 2007)

***
E’ passato un anno e, avevano ragione, è peggio adesso di allora.
Se nei mesi scorsi c’era come un’assurda convinzione che le cose potessero essere riavvolte all’indietro come un vecchio nastro vhs e che vi fosse spazio per la negazione, meraviglioso meccanismo di difesa che ti fa sopportare tutte le cose peggiori dei primi tempi, ora il velo è tolto e la realtà parla chiaro: chi hai perduto non tornerà mai più.
Scusatemi, il mio stato d’animo in questi giorni di anniversario è di assoluta e cupa tristezza. Un senso terribile di perdita, aggravato oltretutto dalla recentissima scomparsa di una dolcissima signora che avevo conosciuto da poco e che è passata come una meteora d’amicizia nella mia vita, riempiendo per un attimo il vuoto lasciato da mia madre.

Dopo questo senso di perdita, dicono, verrà l’accettazione e la rassegnazione e forse un giorno il ricordo di me bambina per le strade di Genova mano nella mano con la mia mamma non vorrà più dire il riaccendersi del fuoco del dolore che le lacrime non riescono a spegnere, ma resterà solo un dolcissimo ricordo.

Per mamma e per Rosy, buona notte, dolci principesse.


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Anche se te l’aspettavi perché c’era stato quell’episodio precedente, un cuore che si ferma per interminabili minuti e poi riprende per un miracolo e lo sai che i miracoli avvengono solo una volta nella vita, quando perdi qualcuno che ti è caro è sempre una sorpresa, una scossa di terremoto, uno squarcio nell’ordine naturale delle cose dove si affaccia chiassoso ed invadente il caos. E’ il non saper cosa fare adesso, la terra che ti manca sotto i piedi, la vertigine. Non può essere, ti ripeti, ho capito male.
Invece l’hai capito quando la dottoressina giovane giovane – che potrebbe essere tua figlia, ti è venuta incontro con quell’espressione negli occhi che diceva “non ho potuto far nulla” e ha sussurrato “mi dispiace”.
Questa volta i buoni miracolo sono terminati. Tu l’hai abbracciata perché l’hai vista fare tutto il possibile, quando è rimasta in ginocchio china per più di tre quarti d’ora su tua madre, cacciandole un tubo in gola, martellandole il petto ormai esausto, con te che reggevi una inutile e coreografica flebo. L’hai ringraziata per averci provato ad essere Dio invece che un semplice medico.

La botta dritta al cervello l’hai ricevuta ma tuo padre come reagirà? Cominci come al solito a preoccuparti più degli altri che di te stessa. E’ vecchio, sono stati assieme per cinquantanni, è diverso rimanere solo, per un vecchio.
Oh no, devi dirlo agli altri, ai parenti ed ai serpenti e sai già che nelle prossime ore sarà un disco rotto al telefono: “purtroppo devo darti una brutta notizia, questa volta se n’è andata davvero”. Ti stupirai di come tu rimarrai forte e lucida mentre i tuoi interlocutori scoppieranno a piangere al telefono. Tu sei forte, oppure ancora non te ne stai rendendo conto. Dicono che il peggio viene dopo qualche mese, o dopo un anno.

Sei privilegiata in fondo, potrai occuparti tu di tutto, nel settore li conosci tutti. Già, c’è da organizzare il funerale. Fai la telefonata: “sono io, sai la mamma…”, dall’altro lato una bestemmia, la solita reazione rabbiosa alla crudeltà di un Dio che non è in grado di evitare la morte, poi il conforto: “fai tutto tu, non ti preoccupare, pensa solo a mamma adesso”. Sei esausta, per stasera ne sono successe abbastanza di cose. Riesci a dormire, nonostante tutto, con il tuo compagno che nel letto ti abbraccia ancora più forte del solito, senza parlare.

Ti risvegli e, certo, è successo davvero, non era un incubo. Non c’è tempo per la disperazione, il gioco si fa duro adesso. Entri nella sua camera dove tutto è rimasto congelato in un assurdo fermo immagine, con la pillola da prendere prima di andare a dormire ancora lì sul comodino. Devi scegliere gli abiti per vestirla e ti senti una ladra che rovista nel suo armadio. Ci vuole un cambio completo. Anche se è inverno scegli un bell’abito di seta. Sembra impossibile crederlo ma al funerale ci sarà, tra i parenti, chi noterà se il colore dell’abito si intona con le scarpe.

La tua amica dell’obitorio l’ha vestita e pettinata e ti ha telefonato a fine turno chiedendoti di andare a vedere se andava tutto bene, perché altrimenti sarebbe tornata indietro apposta per qualunque cosa tu desiderassi cambiare.
Ti solleva vederla ora così serena, incredibilmente bella. Non avresti potuto rimanere con il ricordo di come l’hai vista ieri sera, con la sofferenza della vita che appariva ancora disperatamente aggrappata al suo volto.
Sono gli ultimi momenti che passi a fianco del suo corpo e cominci a sentirti mutilata. Ieri sera quando ti hanno detto che era morta hai pensato in un flash al cordone ombelicale, e ti eri resa conto che era veramente tagliato per sempre. Oggi è una gamba che ti manca, un braccio. Lei è già in un’altra dimensione e devi solo abituarti a pensarla in forma diversa e a sentirtela accanto comunque. Lei è lì in ogni caso, ed è più forte di prima. Siete solo voi due e puoi piangere quanto ti pare. E’ domani che dovrai essere forte.

Una cosa è certa, non la lascerai sola. L’accompagnerai fino all’ultimo, rimarrai lì con lei quando conterai per ventiquattro volte il suono dell’avvitatore, quando quel prete malandrino e anticonvenzionale ti farà leggere proprio accanto all’altare, anche se sei una peccatrice che non può ricevere la comunione, quel salmo così bello che si sente nei film americani: “il Signore è il mio pastore…”
Andrai tu a prenderla quando sarà pronta l’urna con le sue ceneri e la riporterai a casa.

La morte è burocrazia, lo sai: scartoffie, firme di parenti, fax, domande al Comune, moduli da compilare, marche da bollo. In questo caso, paradossalmente, tutta questa cartaccia ti ha aiutato a non pensare.
Sorella morte ti ha fatto visita, ti ha messa alla prova, tu che la bazzichi tutti i giorni e ha voluto vedere se eri tosta abbastanza come dicevi, se mantenevi il tuo professionale distacco. Tu l’hai guardata dritto negli occhi, le hai riso in faccia e l’hai mandata in culo, anche se avevi il cuore spezzato.

(già pubblicato su Mentecritica, novembre 2007)

***
E’ passato un anno e, avevano ragione, è peggio adesso di allora.
Se nei mesi scorsi c’era come un’assurda convinzione che le cose potessero essere riavvolte all’indietro come un vecchio nastro vhs e che vi fosse spazio per la negazione, meraviglioso meccanismo di difesa che ti fa sopportare tutte le cose peggiori dei primi tempi, ora il velo è tolto e la realtà parla chiaro: chi hai perduto non tornerà mai più.
Scusatemi, il mio stato d’animo in questi giorni di anniversario è di assoluta e cupa tristezza. Un senso terribile di perdita, aggravato oltretutto dalla recentissima scomparsa di una dolcissima signora che avevo conosciuto da poco e che è passata come una meteora d’amicizia nella mia vita, riempiendo per un attimo il vuoto lasciato da mia madre.

Dopo questo senso di perdita, dicono, verrà l’accettazione e la rassegnazione e forse un giorno il ricordo di me bambina per le strade di Genova mano nella mano con la mia mamma non vorrà più dire il riaccendersi del fuoco del dolore che le lacrime non riescono a spegnere, ma resterà solo un dolcissimo ricordo.

Per mamma e per Rosy, buona notte, dolci principesse.


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Una leonessa nella savana con i suoi piccoli. Arriva un maschio dominante che, approfittando di una momentanea assenza della madre, ammazza senza tante storie i leoncini. La leonessa, privata dei piccoli, va subito in estro e si accoppia con il nuovo arrivato infanticida, con il quale potrà concepire dei piccoli ancora più forti ed adatti alla sopravvivenza.
Tra i topi è ancora peggio. Si introduce nella gabbia di una famigliola un maschio dominante, che immediatamente punta ai piccoli per poter poi avere campo libero con la femmina. Se il compagno della madre reagisce e lotta contro l’invasore la femmina lo aiuta a sconfiggerlo. Se il compagno batte in ritirata e si mostra codardo lei si allea con il nuovo arrivato ed attaccano assieme tutti gli altri. Il compagno muore, i piccoli subiscono l’infanticidio e la nuova coppia è formata. Le meraviglie della natura.
State tranquilli, Quark è finito. Ho fatto questo cappellotto iniziale per far capire che, per orrendo che sia, l’infanticidio è un fenomeno comunissimo in natura tra i nostri fratelli mammiferi.

Ogni volta che un bambino viene ucciso dai genitori nella specie uomo invece, soprattutto se la responsabile è molto probabilmente la madre, si cerca di negarne anche solo l’idea. “Come è possibile che una madre possa uccidere un figlio”, ripetono i cronisti aggrottando le sopracciglia. Sarà stato sicuramente un estraneo, un pedofilo, un mostro, l’Uomo Nero delle favole, gli zingari.
L’ipotesi materna è la più ovvia, eppure non riusciamo ad accettarla nonostante il detto “ti ho fatto e ti disfo” che ci siamo sentiti ripetere mille volte da bambini.

Il caso di Maddie, la bambina inglese scomparsa in Algarve, assomiglia ogni giorno di più al caso di Cogne. Anche qui qualche ammissione di una madre esasperata dalla “vivacità” della figlia. Là era Samuele che piangeva troppo. Anche in questo caso, mobilitazione generale in favore dei genitori accusati, famosi avvocati scomodati, addirittura un miliardario che inaugura il filone della pubblicità necrofila offrendo una grossa somma ai sospetti.
La società borghese ogni volta fa quadrato contro l’idea dell’infanticidio genitoriale.
Come nel caso da manuale di criminologia di JonBenét Ramsey, una povera bambina che la madre agghindava come una mostriciattola in rossetto e tacchi alti e iscriveva ai concorsi per le piccole miss.

Un giorno JonBenét, sei anni, sparì e i suoi ne denunciarono il rapimento sventolando una lettera di riscatto che si rivelò poi falsa. Il corpo della bimba fu ritrovato pochi giorni dopo, strangolato, in cantina. Un caso oscuro che scandalizzò l’America, dove la madre fu accusata di aver soppresso la piccola solo perché aveva fatto la pipì a letto ma dove c’era anche l’ombra della pedofilia familiare.

Tutti questi casi rimangono generalmente insoluti, nonostante gli indizi e le somiglianze tra di loro conducano alla stessa ipotesi: infanticidio domestico.
Questa incapacità degli inquirenti di incastrare i colpevoli nasconde forse una volontà di rimozione. Uccidere un bambino se siamo benestanti e felici, perché mai? Può la società accettarlo? No, e allora si montano le campagne di stampa, le puntate di Porta a Porta, le partite tra innocentisti e colpevolisti dove gli innocentisti sono pronti a mettere la mano sul fuoco.

Tutto per paura che la Sacra Famiglia Unita, questa costruzione culturale assolutamente artificiale, alimentata dalla religione e sorretta dal Potere repressivo sulle fondamenta dell’ipocrisia venga ricondotta alla sua brutale origine naturale. Se ammazzano i piccoli i genitori topi lo fanno anche gli esseri umani che vivono nel Mulino Bianco ma non lo si deve dire.
Con la differenza che nel topo non c’è mai il futile motivo come movente. La donna può invece spaccare la testa al figlio perché non sopporta più il suo pianto o perché ha disturbato il suo sonno con la piscia a letto, o perché quella troietta è una rivale.
Si tratta spessissimo di famiglie borghesi, normali, perbene, tutto virgolettato. Questi delitti, che si vorrebbero lombrosianamente limitare alle realtà promiscue delle periferie degradate e delle favelas, dove per carità accadono ma senza che nessuno si meravigli che accadano, si compiono invece sempre più spesso tra i morbidi piumoni di oca e nelle linde casette di montagna o del mare.

Eppure viviamo in un mondo dove l’infanticidio, soprattutto quello femminile, è tuttora pratica anticoncezionale ben più discutibile dell’aborto di un embrione.
La nostra civiltà occidentale che ha tra i suoi miti Medea, ha visto riconoscere solo di recente come valori l’amore ed il rispetto per i bambini. Veniamo da secoli di quella che la psicologa Alice Miller ha definito “pedagogia nera”, dove il bambino era una cosa della quale disporre a nostro piacimento.
Nel Seicento esistevano trattati modernissimi di veterinaria equina ma nessuno di pediatria. Ai bambini non ci si doveva affezionare perché potevano morire da un momento all’altro. I deformi, i deficienti e i poveri di spirito se morivano era meglio, se no si tenevano nascosti. Nella realtà contadina del nord Italia, si annotava sul libro del fattore: “morto Peppino”, “morto Luigino”, come puri dati statistici.
Il lutto per la morte dei figli risale appena al tardo Settecento quando inizia ad essere trattato in letteratura, in poesia e in musica. E’ solo nell’Ottocento e nel Novecento che si arriva a “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” di Carducci*, ai “Kindertotenlieder” di Gustav Mahler, ed al “Concerto in memoria di un angelo” di Alban Berg, solo per fare alcuni dei massimi esempi di lutto filiale sublimato in forma artistica.

La società che provoca l’alienazione benestante non tollera le deroghe bestiali al suo interno ma paradossalmente attribuisce alla donna un istinto materno che istinto, cioè dotazione di default, non è. Meglio sarebbe chiamarla pulsione materna per renderla più umana e prendere atto che nella nostra specie i figli possono essere soppressi tranquillamente perchè ci danno noia, invece di credere che il male provenga dall’Uomo Nero o da una proteiforme entità aliena.

Udpate. Il mio rigetto viscerale per la poesia mi aveva fatto erroneamente attribuire “la pargoletta mano” a Pascoli invece che al Carducci. Meno male che su Vivereacomo qualcuno ha nitrito a mo’ di cavallina storna e mi ha indicato l’errore.


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Una leonessa nella savana con i suoi piccoli. Arriva un maschio dominante che, approfittando di una momentanea assenza della madre, ammazza senza tante storie i leoncini. La leonessa, privata dei piccoli, va subito in estro e si accoppia con il nuovo arrivato infanticida, con il quale potrà concepire dei piccoli ancora più forti ed adatti alla sopravvivenza.
Tra i topi è ancora peggio. Si introduce nella gabbia di una famigliola un maschio dominante, che immediatamente punta ai piccoli per poter poi avere campo libero con la femmina. Se il compagno della madre reagisce e lotta contro l’invasore la femmina lo aiuta a sconfiggerlo. Se il compagno batte in ritirata e si mostra codardo lei si allea con il nuovo arrivato ed attaccano assieme tutti gli altri. Il compagno muore, i piccoli subiscono l’infanticidio e la nuova coppia è formata. Le meraviglie della natura.
State tranquilli, Quark è finito. Ho fatto questo cappellotto iniziale per far capire che, per orrendo che sia, l’infanticidio è un fenomeno comunissimo in natura tra i nostri fratelli mammiferi.

Ogni volta che un bambino viene ucciso dai genitori nella specie uomo invece, soprattutto se la responsabile è molto probabilmente la madre, si cerca di negarne anche solo l’idea. “Come è possibile che una madre possa uccidere un figlio”, ripetono i cronisti aggrottando le sopracciglia. Sarà stato sicuramente un estraneo, un pedofilo, un mostro, l’Uomo Nero delle favole, gli zingari.
L’ipotesi materna è la più ovvia, eppure non riusciamo ad accettarla nonostante il detto “ti ho fatto e ti disfo” che ci siamo sentiti ripetere mille volte da bambini.

Il caso di Maddie, la bambina inglese scomparsa in Algarve, assomiglia ogni giorno di più al caso di Cogne. Anche qui qualche ammissione di una madre esasperata dalla “vivacità” della figlia. Là era Samuele che piangeva troppo. Anche in questo caso, mobilitazione generale in favore dei genitori accusati, famosi avvocati scomodati, addirittura un miliardario che inaugura il filone della pubblicità necrofila offrendo una grossa somma ai sospetti.
La società borghese ogni volta fa quadrato contro l’idea dell’infanticidio genitoriale.
Come nel caso da manuale di criminologia di JonBenét Ramsey, una povera bambina che la madre agghindava come una mostriciattola in rossetto e tacchi alti e iscriveva ai concorsi per le piccole miss.

Un giorno JonBenét, sei anni, sparì e i suoi ne denunciarono il rapimento sventolando una lettera di riscatto che si rivelò poi falsa. Il corpo della bimba fu ritrovato pochi giorni dopo, strangolato, in cantina. Un caso oscuro che scandalizzò l’America, dove la madre fu accusata di aver soppresso la piccola solo perché aveva fatto la pipì a letto ma dove c’era anche l’ombra della pedofilia familiare.

Tutti questi casi rimangono generalmente insoluti, nonostante gli indizi e le somiglianze tra di loro conducano alla stessa ipotesi: infanticidio domestico.
Questa incapacità degli inquirenti di incastrare i colpevoli nasconde forse una volontà di rimozione. Uccidere un bambino se siamo benestanti e felici, perché mai? Può la società accettarlo? No, e allora si montano le campagne di stampa, le puntate di Porta a Porta, le partite tra innocentisti e colpevolisti dove gli innocentisti sono pronti a mettere la mano sul fuoco.

Tutto per paura che la Sacra Famiglia Unita, questa costruzione culturale assolutamente artificiale, alimentata dalla religione e sorretta dal Potere repressivo sulle fondamenta dell’ipocrisia venga ricondotta alla sua brutale origine naturale. Se ammazzano i piccoli i genitori topi lo fanno anche gli esseri umani che vivono nel Mulino Bianco ma non lo si deve dire.
Con la differenza che nel topo non c’è mai il futile motivo come movente. La donna può invece spaccare la testa al figlio perché non sopporta più il suo pianto o perché ha disturbato il suo sonno con la piscia a letto, o perché quella troietta è una rivale.
Si tratta spessissimo di famiglie borghesi, normali, perbene, tutto virgolettato. Questi delitti, che si vorrebbero lombrosianamente limitare alle realtà promiscue delle periferie degradate e delle favelas, dove per carità accadono ma senza che nessuno si meravigli che accadano, si compiono invece sempre più spesso tra i morbidi piumoni di oca e nelle linde casette di montagna o del mare.

Eppure viviamo in un mondo dove l’infanticidio, soprattutto quello femminile, è tuttora pratica anticoncezionale ben più discutibile dell’aborto di un embrione.
La nostra civiltà occidentale che ha tra i suoi miti Medea, ha visto riconoscere solo di recente come valori l’amore ed il rispetto per i bambini. Veniamo da secoli di quella che la psicologa Alice Miller ha definito “pedagogia nera”, dove il bambino era una cosa della quale disporre a nostro piacimento.
Nel Seicento esistevano trattati modernissimi di veterinaria equina ma nessuno di pediatria. Ai bambini non ci si doveva affezionare perché potevano morire da un momento all’altro. I deformi, i deficienti e i poveri di spirito se morivano era meglio, se no si tenevano nascosti. Nella realtà contadina del nord Italia, si annotava sul libro del fattore: “morto Peppino”, “morto Luigino”, come puri dati statistici.
Il lutto per la morte dei figli risale appena al tardo Settecento quando inizia ad essere trattato in letteratura, in poesia e in musica. E’ solo nell’Ottocento e nel Novecento che si arriva a “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” di Carducci*, ai “Kindertotenlieder” di Gustav Mahler, ed al “Concerto in memoria di un angelo” di Alban Berg, solo per fare alcuni dei massimi esempi di lutto filiale sublimato in forma artistica.

La società che provoca l’alienazione benestante non tollera le deroghe bestiali al suo interno ma paradossalmente attribuisce alla donna un istinto materno che istinto, cioè dotazione di default, non è. Meglio sarebbe chiamarla pulsione materna per renderla più umana e prendere atto che nella nostra specie i figli possono essere soppressi tranquillamente perchè ci danno noia, invece di credere che il male provenga dall’Uomo Nero o da una proteiforme entità aliena.

Udpate. Il mio rigetto viscerale per la poesia mi aveva fatto erroneamente attribuire “la pargoletta mano” a Pascoli invece che al Carducci. Meno male che su Vivereacomo qualcuno ha nitrito a mo’ di cavallina storna e mi ha indicato l’errore.

Questo quadro di Egon Schiele si intitola “La morte e la fanciulla” ed è custodito al Museo del Belvedere a Vienna.

In questi giorni nei quali i miei sentimenti, ricordi ed emozioni sono sottoposti alla vivisezione del lutto mi è tornato in mente un episodio che lo riguarda.
Ero a Vienna con mia madre, nell’unico viaggio all’estero che abbiamo mai fatto noi due da sole. Quattordici giorni con i sensi e l’intelletto inondati della sublime bellezza dell’arte e della cultura mitteleuropee. Un ricordo indimenticabile.
Quando mi trovai di fronte a questo quadro, che sintetizza in maniera sconvolgente Eros e Thanatos, la vita e la morte, fui presa da un’emozione intensa, da un dolore cocente e una crisi violenta di pianto, apparentemente inspiegabili. Forse si trattò della famosa “Sindrome di Stendhal”. Qualche giorno più tardi tornai alla galleria e volli rivedere il quadro. Ancora una volta fui sopraffatta dalla stessa emozione al punto, questa volta, da dovermene fuggire via.
Ora è accaduto che mia madre sia morta proprio riproducendo quello stesso abbraccio con mio padre che tentava di soccorrerla.

In questi momenti si cerca disperatamente un conforto sia nella trascendenza, nella religione, nella fede e nel soprannaturale, sia nella razionalizzazione scientifica. Ci si sforza di trovare spiegazioni dove forse non esistono. La morte è un grande mistero che ti porta ai confini tra le dimensioni spazio-temporali ed i mondi possibili e ti sconvolge perché ti costringe a guardare l’inguardabile, soprattutto quando ciò che perdi è l’utero che ti ha generata.

Grazie al mio lavoro ho potuto organizzare e seguire ogni istante dell’ultimo viaggio di mia madre verso l’immortalità di cui godono le persone che hanno molto amato e da molti sono state amate.
Nietzsche diceva: “se guardi troppo in fondo all’abisso, l’abisso guarda te” ma io ho voluto affrontare questa realtà della morte in tutti i suoi aspetti, guardarla dritta in faccia e forse farmene abbracciare come nel quadro di Schiele.
L’ho voluto fino ad assistere alla “chiusura” della bara, un’operazione che di solito viene risparmiata ai parenti e che è mostrata con sconvolgente crudezza ne “La stanza del figlio” di Nanni Moretti. La scena è muta, rotta solo dal rumore dell’avvitatore che sistema le ventiquattro viti. Non c’è, credo, modo più terribile di descrivere il dramma della separazione.
Eppure da questo bagno gelato di realtà ne sto avendo conforto, in questi giorni balordi dove può capitare anche di sorridere e ridere come un’idiota, per esorcizzare il dolore.

Tornerò presto, anche perchè penso proprio, come ha detto Italo, che lei c’è ancora ed più forte di prima. Nonostante quelle ventiquattro viti.

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