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C’era una volta un popolo, quello italiano, che sapeva amare un uomo chiamato Sandro Pertini e riconoscere come tali, distinguendole dalla rettitudine, la cattiveria e disonestà dei personaggi interpretati da un grandissimo attore, Alberto Sordi. Ora quegli italiani non ci sono più o sono ridotti ad una minoranza sempre più silenziosa ed annichilita.

Sandro Pertini è stato, senza se e senza ma, il più grande Presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto. Un uomo di sani e robusti principi costituzionali. Altro che i paladini del bene e le altre minchiate del padrino delle ferriere.
Sandro era uno che, alla domanda su cosa pensasse della corruzione, avrebbe saputo cosa rispondere, magari con durezza, ma non avrebbe mai detto, fuggendo, “Non dovete chiederlo a me”. (Ogni riferimento a presidenti esistenti ed attualmente in carica è puramente casuale.)

Alberto Sordi era l’artista che impersonava spesso l’italianità peggiore , quella furbetta, opportunista, vigliacchetta con i forti e bastarda con i deboli. Ai suoi tempi erano macchiette, esagerazioni per il pubblico che ci facevano solo ridere. Oggi tutto ciò che Albertone ha incarnato in decine e decine di film siamo noi, che ci piaccia o no. Con l’aggravante inedita della cattiveria razzista e dell’assoluta disinibizione delinquenziale dei profittatori e ladri di regime. Questi personaggi non ci fanno ridere affatto. Ci fanno solo rabbia.

Sandro e Alberto ci lasciarono il 24 febbraio, rispettivamente di venti e sette anni fa.

Tre anni fa, infine, proprio in queste ore, mi lasciava la donna responsabile di tutto ciò che sono io adesso, a quasi …anta anni, l’ispiratrice e maestra di tutti i miei valori e principi. L’amica, la guida e il sostegno dei momenti difficili. La dispensatrice di un amore gigantesco, che ancora sento scorrermi addosso impetuoso. Mi lasciava l’amore della mia vita. Mia madre.

Vorremmo voi foste qui. La vostra mancanza fa male.

Oscar Wilde scrisse: “Diffida di una donna che dice la sua vera età, una donna così è capace di tutto.” Esagerato! Però, in fondo, non aveva mica tutti i torti.

Oggi non c’è niente da leggere. Si festeggia una penna bianca in più per la papera e il fatto che si potrà scherzare sul “qui succede un 48”.
Oggi non si muove un muscolo in casa, non si cucina (si pranza fuori) e si cerca di farsi festeggiare il più possibile, per rendere il giorno lieve.
Purtroppo, e questo è ormai il secondo, un compleanno senza mamma è come una rappresentazione che vada in scena senza il regista. E’ una di quelle ricorrenze che si ammantano, da quel momento in poi, di malinconia, rendendoti il boccone della torta meno dolce.
E’ una bella giornata per fortuna, finalmente primaverile, e andare in campagna in mezzo alla natura sarà un balsamo per l’anima.

Ora potete farmi gli auguri, se vi piace.


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Oscar Wilde scrisse: “Diffida di una donna che dice la sua vera età, una donna così è capace di tutto.” Esagerato! Però, in fondo, non aveva mica tutti i torti.

Oggi non c’è niente da leggere. Si festeggia una penna bianca in più per la papera e il fatto che si potrà scherzare sul “qui succede un 48”.
Oggi non si muove un muscolo in casa, non si cucina (si pranza fuori) e si cerca di farsi festeggiare il più possibile, per rendere il giorno lieve.
Purtroppo, e questo è ormai il secondo, un compleanno senza mamma è come una rappresentazione che vada in scena senza il regista. E’ una di quelle ricorrenze che si ammantano, da quel momento in poi, di malinconia, rendendoti il boccone della torta meno dolce.
E’ una bella giornata per fortuna, finalmente primaverile, e andare in campagna in mezzo alla natura sarà un balsamo per l’anima.

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Anche se te l’aspettavi perché c’era stato quell’episodio precedente, un cuore che si ferma per interminabili minuti e poi riprende per un miracolo e lo sai che i miracoli avvengono solo una volta nella vita, quando perdi qualcuno che ti è caro è sempre una sorpresa, una scossa di terremoto, uno squarcio nell’ordine naturale delle cose dove si affaccia chiassoso ed invadente il caos. E’ il non saper cosa fare adesso, la terra che ti manca sotto i piedi, la vertigine. Non può essere, ti ripeti, ho capito male.
Invece l’hai capito quando la dottoressina giovane giovane – che potrebbe essere tua figlia, ti è venuta incontro con quell’espressione negli occhi che diceva “non ho potuto far nulla” e ha sussurrato “mi dispiace”.
Questa volta i buoni miracolo sono terminati. Tu l’hai abbracciata perché l’hai vista fare tutto il possibile, quando è rimasta in ginocchio china per più di tre quarti d’ora su tua madre, cacciandole un tubo in gola, martellandole il petto ormai esausto, con te che reggevi una inutile e coreografica flebo. L’hai ringraziata per averci provato ad essere Dio invece che un semplice medico.

La botta dritta al cervello l’hai ricevuta ma tuo padre come reagirà? Cominci come al solito a preoccuparti più degli altri che di te stessa. E’ vecchio, sono stati assieme per cinquantanni, è diverso rimanere solo, per un vecchio.
Oh no, devi dirlo agli altri, ai parenti ed ai serpenti e sai già che nelle prossime ore sarà un disco rotto al telefono: “purtroppo devo darti una brutta notizia, questa volta se n’è andata davvero”. Ti stupirai di come tu rimarrai forte e lucida mentre i tuoi interlocutori scoppieranno a piangere al telefono. Tu sei forte, oppure ancora non te ne stai rendendo conto. Dicono che il peggio viene dopo qualche mese, o dopo un anno.

Sei privilegiata in fondo, potrai occuparti tu di tutto, nel settore li conosci tutti. Già, c’è da organizzare il funerale. Fai la telefonata: “sono io, sai la mamma…”, dall’altro lato una bestemmia, la solita reazione rabbiosa alla crudeltà di un Dio che non è in grado di evitare la morte, poi il conforto: “fai tutto tu, non ti preoccupare, pensa solo a mamma adesso”. Sei esausta, per stasera ne sono successe abbastanza di cose. Riesci a dormire, nonostante tutto, con il tuo compagno che nel letto ti abbraccia ancora più forte del solito, senza parlare.

Ti risvegli e, certo, è successo davvero, non era un incubo. Non c’è tempo per la disperazione, il gioco si fa duro adesso. Entri nella sua camera dove tutto è rimasto congelato in un assurdo fermo immagine, con la pillola da prendere prima di andare a dormire ancora lì sul comodino. Devi scegliere gli abiti per vestirla e ti senti una ladra che rovista nel suo armadio. Ci vuole un cambio completo. Anche se è inverno scegli un bell’abito di seta. Sembra impossibile crederlo ma al funerale ci sarà, tra i parenti, chi noterà se il colore dell’abito si intona con le scarpe.

La tua amica dell’obitorio l’ha vestita e pettinata e ti ha telefonato a fine turno chiedendoti di andare a vedere se andava tutto bene, perché altrimenti sarebbe tornata indietro apposta per qualunque cosa tu desiderassi cambiare.
Ti solleva vederla ora così serena, incredibilmente bella. Non avresti potuto rimanere con il ricordo di come l’hai vista ieri sera, con la sofferenza della vita che appariva ancora disperatamente aggrappata al suo volto.
Sono gli ultimi momenti che passi a fianco del suo corpo e cominci a sentirti mutilata. Ieri sera quando ti hanno detto che era morta hai pensato in un flash al cordone ombelicale, e ti eri resa conto che era veramente tagliato per sempre. Oggi è una gamba che ti manca, un braccio. Lei è già in un’altra dimensione e devi solo abituarti a pensarla in forma diversa e a sentirtela accanto comunque. Lei è lì in ogni caso, ed è più forte di prima. Siete solo voi due e puoi piangere quanto ti pare. E’ domani che dovrai essere forte.

Una cosa è certa, non la lascerai sola. L’accompagnerai fino all’ultimo, rimarrai lì con lei quando conterai per ventiquattro volte il suono dell’avvitatore, quando quel prete malandrino e anticonvenzionale ti farà leggere proprio accanto all’altare, anche se sei una peccatrice che non può ricevere la comunione, quel salmo così bello che si sente nei film americani: “il Signore è il mio pastore…”
Andrai tu a prenderla quando sarà pronta l’urna con le sue ceneri e la riporterai a casa.

La morte è burocrazia, lo sai: scartoffie, firme di parenti, fax, domande al Comune, moduli da compilare, marche da bollo. In questo caso, paradossalmente, tutta questa cartaccia ti ha aiutato a non pensare.
Sorella morte ti ha fatto visita, ti ha messa alla prova, tu che la bazzichi tutti i giorni e ha voluto vedere se eri tosta abbastanza come dicevi, se mantenevi il tuo professionale distacco. Tu l’hai guardata dritto negli occhi, le hai riso in faccia e l’hai mandata in culo, anche se avevi il cuore spezzato.

(già pubblicato su Mentecritica, novembre 2007)

***
E’ passato un anno e, avevano ragione, è peggio adesso di allora.
Se nei mesi scorsi c’era come un’assurda convinzione che le cose potessero essere riavvolte all’indietro come un vecchio nastro vhs e che vi fosse spazio per la negazione, meraviglioso meccanismo di difesa che ti fa sopportare tutte le cose peggiori dei primi tempi, ora il velo è tolto e la realtà parla chiaro: chi hai perduto non tornerà mai più.
Scusatemi, il mio stato d’animo in questi giorni di anniversario è di assoluta e cupa tristezza. Un senso terribile di perdita, aggravato oltretutto dalla recentissima scomparsa di una dolcissima signora che avevo conosciuto da poco e che è passata come una meteora d’amicizia nella mia vita, riempiendo per un attimo il vuoto lasciato da mia madre.

Dopo questo senso di perdita, dicono, verrà l’accettazione e la rassegnazione e forse un giorno il ricordo di me bambina per le strade di Genova mano nella mano con la mia mamma non vorrà più dire il riaccendersi del fuoco del dolore che le lacrime non riescono a spegnere, ma resterà solo un dolcissimo ricordo.

Per mamma e per Rosy, buona notte, dolci principesse.


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Anche se te l’aspettavi perché c’era stato quell’episodio precedente, un cuore che si ferma per interminabili minuti e poi riprende per un miracolo e lo sai che i miracoli avvengono solo una volta nella vita, quando perdi qualcuno che ti è caro è sempre una sorpresa, una scossa di terremoto, uno squarcio nell’ordine naturale delle cose dove si affaccia chiassoso ed invadente il caos. E’ il non saper cosa fare adesso, la terra che ti manca sotto i piedi, la vertigine. Non può essere, ti ripeti, ho capito male.
Invece l’hai capito quando la dottoressina giovane giovane – che potrebbe essere tua figlia, ti è venuta incontro con quell’espressione negli occhi che diceva “non ho potuto far nulla” e ha sussurrato “mi dispiace”.
Questa volta i buoni miracolo sono terminati. Tu l’hai abbracciata perché l’hai vista fare tutto il possibile, quando è rimasta in ginocchio china per più di tre quarti d’ora su tua madre, cacciandole un tubo in gola, martellandole il petto ormai esausto, con te che reggevi una inutile e coreografica flebo. L’hai ringraziata per averci provato ad essere Dio invece che un semplice medico.

La botta dritta al cervello l’hai ricevuta ma tuo padre come reagirà? Cominci come al solito a preoccuparti più degli altri che di te stessa. E’ vecchio, sono stati assieme per cinquantanni, è diverso rimanere solo, per un vecchio.
Oh no, devi dirlo agli altri, ai parenti ed ai serpenti e sai già che nelle prossime ore sarà un disco rotto al telefono: “purtroppo devo darti una brutta notizia, questa volta se n’è andata davvero”. Ti stupirai di come tu rimarrai forte e lucida mentre i tuoi interlocutori scoppieranno a piangere al telefono. Tu sei forte, oppure ancora non te ne stai rendendo conto. Dicono che il peggio viene dopo qualche mese, o dopo un anno.

Sei privilegiata in fondo, potrai occuparti tu di tutto, nel settore li conosci tutti. Già, c’è da organizzare il funerale. Fai la telefonata: “sono io, sai la mamma…”, dall’altro lato una bestemmia, la solita reazione rabbiosa alla crudeltà di un Dio che non è in grado di evitare la morte, poi il conforto: “fai tutto tu, non ti preoccupare, pensa solo a mamma adesso”. Sei esausta, per stasera ne sono successe abbastanza di cose. Riesci a dormire, nonostante tutto, con il tuo compagno che nel letto ti abbraccia ancora più forte del solito, senza parlare.

Ti risvegli e, certo, è successo davvero, non era un incubo. Non c’è tempo per la disperazione, il gioco si fa duro adesso. Entri nella sua camera dove tutto è rimasto congelato in un assurdo fermo immagine, con la pillola da prendere prima di andare a dormire ancora lì sul comodino. Devi scegliere gli abiti per vestirla e ti senti una ladra che rovista nel suo armadio. Ci vuole un cambio completo. Anche se è inverno scegli un bell’abito di seta. Sembra impossibile crederlo ma al funerale ci sarà, tra i parenti, chi noterà se il colore dell’abito si intona con le scarpe.

La tua amica dell’obitorio l’ha vestita e pettinata e ti ha telefonato a fine turno chiedendoti di andare a vedere se andava tutto bene, perché altrimenti sarebbe tornata indietro apposta per qualunque cosa tu desiderassi cambiare.
Ti solleva vederla ora così serena, incredibilmente bella. Non avresti potuto rimanere con il ricordo di come l’hai vista ieri sera, con la sofferenza della vita che appariva ancora disperatamente aggrappata al suo volto.
Sono gli ultimi momenti che passi a fianco del suo corpo e cominci a sentirti mutilata. Ieri sera quando ti hanno detto che era morta hai pensato in un flash al cordone ombelicale, e ti eri resa conto che era veramente tagliato per sempre. Oggi è una gamba che ti manca, un braccio. Lei è già in un’altra dimensione e devi solo abituarti a pensarla in forma diversa e a sentirtela accanto comunque. Lei è lì in ogni caso, ed è più forte di prima. Siete solo voi due e puoi piangere quanto ti pare. E’ domani che dovrai essere forte.

Una cosa è certa, non la lascerai sola. L’accompagnerai fino all’ultimo, rimarrai lì con lei quando conterai per ventiquattro volte il suono dell’avvitatore, quando quel prete malandrino e anticonvenzionale ti farà leggere proprio accanto all’altare, anche se sei una peccatrice che non può ricevere la comunione, quel salmo così bello che si sente nei film americani: “il Signore è il mio pastore…”
Andrai tu a prenderla quando sarà pronta l’urna con le sue ceneri e la riporterai a casa.

La morte è burocrazia, lo sai: scartoffie, firme di parenti, fax, domande al Comune, moduli da compilare, marche da bollo. In questo caso, paradossalmente, tutta questa cartaccia ti ha aiutato a non pensare.
Sorella morte ti ha fatto visita, ti ha messa alla prova, tu che la bazzichi tutti i giorni e ha voluto vedere se eri tosta abbastanza come dicevi, se mantenevi il tuo professionale distacco. Tu l’hai guardata dritto negli occhi, le hai riso in faccia e l’hai mandata in culo, anche se avevi il cuore spezzato.

(già pubblicato su Mentecritica, novembre 2007)

***
E’ passato un anno e, avevano ragione, è peggio adesso di allora.
Se nei mesi scorsi c’era come un’assurda convinzione che le cose potessero essere riavvolte all’indietro come un vecchio nastro vhs e che vi fosse spazio per la negazione, meraviglioso meccanismo di difesa che ti fa sopportare tutte le cose peggiori dei primi tempi, ora il velo è tolto e la realtà parla chiaro: chi hai perduto non tornerà mai più.
Scusatemi, il mio stato d’animo in questi giorni di anniversario è di assoluta e cupa tristezza. Un senso terribile di perdita, aggravato oltretutto dalla recentissima scomparsa di una dolcissima signora che avevo conosciuto da poco e che è passata come una meteora d’amicizia nella mia vita, riempiendo per un attimo il vuoto lasciato da mia madre.

Dopo questo senso di perdita, dicono, verrà l’accettazione e la rassegnazione e forse un giorno il ricordo di me bambina per le strade di Genova mano nella mano con la mia mamma non vorrà più dire il riaccendersi del fuoco del dolore che le lacrime non riescono a spegnere, ma resterà solo un dolcissimo ricordo.

Per mamma e per Rosy, buona notte, dolci principesse.


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Voglio fare gli auguri a tutti, soprattutto a coloro i quali stanno aspettando che le Feste passino perchè il Natale li mette di cattivo umore, perchè si chiedono giustamente cosa vi sia da festeggiare, visto che le cose vanno male; a quelli che odiano il Natale perchè è solo una sagra del consumismo e dell’essere buoni per forza.
Quest’anno avrei voluto anch’io bypassare con un gesto il panettone, l’albero e i regali, visto che non avrei più potuto condividerli con la mia mamma.

Poi è capitato che, in prossimità delle feste, mi sia ritrovata a ripensare alla mia infanzia, al presepe che lei mi faceva tutti gli anni, con le casette, le montagne con la carta marrone stropicciata, i sassolini e il muschio, i pastorelli, la carta stagnola a mo’ di acqua del fiume, il ponticello, le lucine che illuminavano le casine dall’interno.
Da molto piccola il presepe mi piaceva, poi crescendo diventai sempre più triste e disincantata come Tommasino, e mia madre, proprio come Lucariello, insisteva a farmi piacere il presepe per forza.

Grazie a questo ricordo, che nella mia mente stava diventando qualcosa di terribilmente dolce e struggente, mi sono ritrovata a girare le bancarelle del mercato alla ricerca di pastori, pecorelle, casette per quello che doveva essere il presepe più bello di tutti, da dedicare alla mia Lucariella. L’ho fatto, ho comperato pure la carta con lo sfondo stellato e, come ospiti d’onore, assieme alle statuine nuove comperate alla Fiera del Torrone dell’8 dicembre, ci ho messo alcuni degli storici pastorelli che facevano parte del mio presepe di bambina, conservati religiosamente sempre nella stessa scatola e utilizzati ancora ogni anno da mia madre per il suo personalissimo e artistico presepe.

Questo presepe mi dà tanta serenità, lo guardo e penso che sarebbe piaciuto tanto anche a lei. Mamma, avevi ragione. Macchè albero, è il presepe il vero Natale.

Auguri sinceri di Buon Natale a tutti coloro che passano di qua, agli avventori occasionali di questo Bar dello Sport, ai clienti fissi e regolari, a coloro che sono diventati amici, a coloro che si sono persi per strada, a quelli che si sono presi una pausa ma non vediamo l’ora che tornino, a coloro ai quali non è piaciuto il caffè, a quelli che invece lo considerano il migliore, a quelli che si lamentano del servizio e a quelli che disprezzano ma tornano.

Ah, dimenticavo. Lameducche ha realizzato un sogno, entrare a far parte di un Presepe Napoletano del ‘700, i più belli del mondo. Forse la paperaccia stona con il suo beccaccio giallo in un contesto tanto solenne ma si è messa così d’impegno per essere buona almeno in quella occasione che non ho potuto dirle di no.

Ringrazio il sito del Comune di Scanno (AQ) da dove ho rapinato la bellissima immagine. Andate a vedere che meraviglia di posto è.


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Voglio fare gli auguri a tutti, soprattutto a coloro i quali stanno aspettando che le Feste passino perchè il Natale li mette di cattivo umore, perchè si chiedono giustamente cosa vi sia da festeggiare, visto che le cose vanno male; a quelli che odiano il Natale perchè è solo una sagra del consumismo e dell’essere buoni per forza.
Quest’anno avrei voluto anch’io bypassare con un gesto il panettone, l’albero e i regali, visto che non avrei più potuto condividerli con la mia mamma.

Poi è capitato che, in prossimità delle feste, mi sia ritrovata a ripensare alla mia infanzia, al presepe che lei mi faceva tutti gli anni, con le casette, le montagne con la carta marrone stropicciata, i sassolini e il muschio, i pastorelli, la carta stagnola a mo’ di acqua del fiume, il ponticello, le lucine che illuminavano le casine dall’interno.
Da molto piccola il presepe mi piaceva, poi crescendo diventai sempre più triste e disincantata come Tommasino, e mia madre, proprio come Lucariello, insisteva a farmi piacere il presepe per forza.

Grazie a questo ricordo, che nella mia mente stava diventando qualcosa di terribilmente dolce e struggente, mi sono ritrovata a girare le bancarelle del mercato alla ricerca di pastori, pecorelle, casette per quello che doveva essere il presepe più bello di tutti, da dedicare alla mia Lucariella. L’ho fatto, ho comperato pure la carta con lo sfondo stellato e, come ospiti d’onore, assieme alle statuine nuove comperate alla Fiera del Torrone dell’8 dicembre, ci ho messo alcuni degli storici pastorelli che facevano parte del mio presepe di bambina, conservati religiosamente sempre nella stessa scatola e utilizzati ancora ogni anno da mia madre per il suo personalissimo e artistico presepe.

Questo presepe mi dà tanta serenità, lo guardo e penso che sarebbe piaciuto tanto anche a lei. Mamma, avevi ragione. Macchè albero, è il presepe il vero Natale.

http://www.youtube.com/v/hlZtjvNxsIs&rel=1

Auguri sinceri di Buon Natale a tutti coloro che passano di qua, agli avventori occasionali di questo Bar dello Sport, ai clienti fissi e regolari, a coloro che sono diventati amici, a coloro che si sono persi per strada, a quelli che si sono presi una pausa ma non vediamo l’ora che tornino, a coloro ai quali non è piaciuto il caffè, a quelli che invece lo considerano il migliore, a quelli che si lamentano del servizio e a quelli che disprezzano ma tornano.

Ah, dimenticavo. Lameducche ha realizzato un sogno, entrare a far parte di un Presepe Napoletano del ‘700, i più belli del mondo. Forse la paperaccia stona con il suo beccaccio giallo in un contesto tanto solenne ma si è messa così d’impegno per essere buona almeno in quella occasione che non ho potuto dirle di no.

Ringrazio il sito del Comune di Scanno (AQ) da dove ho rapinato la bellissima immagine. Andate a vedere che meraviglia di posto è.


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Anche se è il compleanno più triste della mia vita, perché lei non c’è più, siccome sono una papera d’acciaio e mi considero mai doma e cocciuta come dieci muli, voglio farmi gli auguri lo stesso con questo post vergognosamente autocelebrativo.
Solo per oggi darò la stura alla più spudorata e clamorosa espressione di culto della personalità dai tempi di Nicolae Ceausescu.

Sono giunta all’anno 47° che, facendo riferimento alla Smorfia, calza a pennello con le mie attuali mansioni lavorative, è benedetto dal sacro spirito di Totò e ha quel sapore di Napoli antica che noi nordisti per caso amiamo tanto.
47? Mi sento infinitamente meglio di quando avevo vent’anni, sono molto più saggia, menefreghista e coraggiosa dei miei tempi da giovane anatroccola. Sono anche molto più pazza, ma questo lo considero una fortuna. Chi è toccato da una sana e lucida follia, vede finalmente la luce.

Voglio fare gli auguri anche a questo blog che ha festeggiato i 50.000 contatti nei giorni scorsi e si colloca attualmente al 263° posto della classifica di Blog Babel. Nessuna falsa modestia oggi, ne sono proprio orgogliosa, tié!

Voglio farvi anche un regalo, segnalandovi quello che è il miglior blog appena nato in blogosfera (e non perché anch’io ci scrivo, ma si anche per quello, fanculo la modestia!), MenteCritica. Non vi dico nulla, visitatelo, leggetelo, innamoratevene e non fatene più a meno.

L’avete capito, oggi mi sento ancora più scoiattolo e voglio scorreggiare in faccia al mondo, alla sfiga, alla morte e alla depressione. Mi strafogherò di dolci, fanculo la dieta, mi farò coccolare ancor di più da chi mi ama e vi abbraccerò tutti quanti in un colpo, amici miei. Tanto le mie ali sono grandi…

Questo quadro di Egon Schiele si intitola “La morte e la fanciulla” ed è custodito al Museo del Belvedere a Vienna.

In questi giorni nei quali i miei sentimenti, ricordi ed emozioni sono sottoposti alla vivisezione del lutto mi è tornato in mente un episodio che lo riguarda.
Ero a Vienna con mia madre, nell’unico viaggio all’estero che abbiamo mai fatto noi due da sole. Quattordici giorni con i sensi e l’intelletto inondati della sublime bellezza dell’arte e della cultura mitteleuropee. Un ricordo indimenticabile.
Quando mi trovai di fronte a questo quadro, che sintetizza in maniera sconvolgente Eros e Thanatos, la vita e la morte, fui presa da un’emozione intensa, da un dolore cocente e una crisi violenta di pianto, apparentemente inspiegabili. Forse si trattò della famosa “Sindrome di Stendhal”. Qualche giorno più tardi tornai alla galleria e volli rivedere il quadro. Ancora una volta fui sopraffatta dalla stessa emozione al punto, questa volta, da dovermene fuggire via.
Ora è accaduto che mia madre sia morta proprio riproducendo quello stesso abbraccio con mio padre che tentava di soccorrerla.

In questi momenti si cerca disperatamente un conforto sia nella trascendenza, nella religione, nella fede e nel soprannaturale, sia nella razionalizzazione scientifica. Ci si sforza di trovare spiegazioni dove forse non esistono. La morte è un grande mistero che ti porta ai confini tra le dimensioni spazio-temporali ed i mondi possibili e ti sconvolge perché ti costringe a guardare l’inguardabile, soprattutto quando ciò che perdi è l’utero che ti ha generata.

Grazie al mio lavoro ho potuto organizzare e seguire ogni istante dell’ultimo viaggio di mia madre verso l’immortalità di cui godono le persone che hanno molto amato e da molti sono state amate.
Nietzsche diceva: “se guardi troppo in fondo all’abisso, l’abisso guarda te” ma io ho voluto affrontare questa realtà della morte in tutti i suoi aspetti, guardarla dritta in faccia e forse farmene abbracciare come nel quadro di Schiele.
L’ho voluto fino ad assistere alla “chiusura” della bara, un’operazione che di solito viene risparmiata ai parenti e che è mostrata con sconvolgente crudezza ne “La stanza del figlio” di Nanni Moretti. La scena è muta, rotta solo dal rumore dell’avvitatore che sistema le ventiquattro viti. Non c’è, credo, modo più terribile di descrivere il dramma della separazione.
Eppure da questo bagno gelato di realtà ne sto avendo conforto, in questi giorni balordi dove può capitare anche di sorridere e ridere come un’idiota, per esorcizzare il dolore.

Tornerò presto, anche perchè penso proprio, come ha detto Italo, che lei c’è ancora ed più forte di prima. Nonostante quelle ventiquattro viti.

Mamma papera è volata in cielo…

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