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Sono d’accordo con chi manifesta sempre più di frequente insofferenza nei confronti di “Annozero”. Soprattutto coloro che, come me, si ricordano certe puntate di “Samarcanda”, come quella memorabile sulla crisi argentina del 2001, signor giornalismo con i controcapperi senza inutili celentanismi.
La puntata di ieri sera del programma di Santoro sembrava essere partita bene, con il reportage di Formigli da Chernobyl. Immagini che raccontavano, più di tante inutili parole, la realtà di una tragedia le cui conseguenze sulla vita delle popolazioni di Bielorussia ed Ucraina si trascinano da venticinque anni. 
La cittadina fantasma di Pripyat con i calendari fermi al 26 aprile del 1986, le giostre mangiate dalla ruggine, i Geyger che impazziscono appena li avvicini ad alberi e piante, il silenzio irreale di luoghi dove è sparito il canto degli uccelli. E poi l’assoluta ingiustizia, che ti fa bestemmiare un dio troppo crudele, della sofferenza dei piccoli e dello strazio delle loro famiglie. Bambini e cancro, due parole che non dovrebbero mai accoppiarsi, nemmeno per sbaglio.
Ecco, dopo questi pochi minuti di giornalismo come usava una volta a Samarcanda, si è passati al vuoto pneumatico del solito dibattito da due ore con risciacquo alla schiuma frenata tra Guelfi e Ghibellini, tutti e due mediocremente competenti ma abbondantemente faziosi, con l’ultima parola data al menestrello di corte che, già che c’era, ci ha rimediato pure il marchettone dell’ultimo video, dopo aver interrotto varie volte il troppo importante discorso con l’annuncio del suo futile arrivo, manco fosse il Deus Ex Machina in persona. Posso dire “che due coglioni!” senza temere l’accusa di lesa celentanità?
Alla fine della trasmissione, il livello di informazione per gli elettori chiamati ad esprimersi con un referendum abrogativo sul ritorno al nucleare in Italia, era penosamente prossimo allo zero, in diminuzione.
Detto che, evidentemente, non è possibile per Santoro andare in onda senza la presenza della Santanchè, occorre, per amor di verità, spezzare una lancia in difesa della Garnero, almeno per una volta. Di nucleare non ne sa una sega e va bene, deve solo presidiare la postazione del centrodestra come una piccola vedetta cuneese. Però, meschina, in confronto agli altri due nuclearofili, quelli che limonerebbero la barra di uranio ancora calda di Fukushima con la stessa voluttà di Gola Profonda, ieri sera è stata perfino sobria e si è addirittura commossa con i bambini malati di cancro.
Gli altri due, quelli che hanno contribuito maggiormente a far diventare la trasmissione un’inutile caciara inconcludente, erano il piccolo chimico Prof. Battaglia e Chicco Testa, già noti alla bacheca delle foto segnaletiche per nuclearofilia aggravata e continuata.

Per dare un’idea della loro posizione sul nucleare e sulla loro obiettività divulgativa, che nega per principio la gravità del danno da radiazioni come unico argomento dialettico, farò un esempio forse estremo ma calzante.
Sarebbe come fare una trasmissione sulla Shoah ed invitare a parlarne, oltre a storici e sopravvissuti, quei negazionisti che sostengono che le camere a gas non sono mai esistite perchè sono andati a grattare sessant’anni dopo il mattone ad Auschwitz e non hanno trovato traccia di Zyklon B.
Il negazionismo, in ogni campo, è talmente idiota che riesce a contaminare qualunque discorso e ad annullarlo completamente. Perchè  si continui a considerare esperti i negazionisti, mi sfugge. A meno che il loro ruolo non sia stabilito da un piano preciso di disinformatja. 
Ieri sera, dopo l’evidenza delle immagini da Chernobyl ed a sconciarne la drammaticità, se ne sono sentite delle belle. A parte il grande successo “Di qualche cosa bisogna pure morire”, Chicco Testa ha presentato il suo ultimo singolo: “Anche nelle fonti rinnovabili ci sono interessi economici”. Ha pure confessato che lui fa una barca di soldi con il fotovoltaico, quindi è da ritenere credibile quando dice che, se in Ucraina su 4000 bambini malati di cancro alla tiroide ne sono morti solo 15, il nucleare è cosa buona e giusta. “Sapete quanti ne uccide in un anno il carbone? E l’idroelettrico?” ripeteva con l’occhietto strizzato. 
Cazzo vuoi che siano quindici bambini in confronto alla pacchia delle commesse per il nucleare, era il messaggio criptato, o abbiamo decriptato male ed in mala fede noi? E’ a questo punto che la Santanché è sembrata perfino riprendere forma umana.
L’altro, il noto Battaglia, non è stato da meno. Anche lui a contestare i morti, le malattie, in puro stile negazionista.  “Io sono stato a Chernobyl un giorno intero, mi hanno misurato e stavo benissimo”. Che, detto da un fisico che dovrebbe sapere che il danno nucleare è cumulativo e non immediato, a meno che non ti limoni la barra, appunto, è notevole.
A controbattere i negazionisti e a difendere la scelta del SI al referendum, c’erano il presidente di Greenpeace, efficace come una pistola scarica, e Ignazio Marino, che sembra sempre colpito dal sortilegio di una strega. E’ bravo, garbato, capace e competente ma non se lo fila mai nessuno e quindi sembra che l’abbiano invitato apposta affinché manifesti ancora una volta la sua innocuità.
Alla fine, secondo la turpe legge dello spettacolo e della peggiore televisione, tra le urla oscene dei negazionisti e gli spari a salve degli altri inutili compari, è risaltato solo il qualunquismo canzonettaro di Celentano, con gli occhialetti viola da menagramo e il video da toccarseli proprio.  
Non prendetevela sempre e solo con Grillo, perchè il vizio di considerare i guitti dei maître à penser è un male contemporaneo molto diffuso, resistente agli antibiotici come l’E. Choli del cetriolo teutonico.
Per disintossicarci, siccome ritengo che le immagini e i fatti, in una questione fondamentale come il nucleare, siano più importanti delle bubbole da salotto e della negazione della realtà che propugnano i pelosi esperti nuclearisti, vi propongo questo documentario di Maryann DeLeo intitolato “Chernobyl Heart”. Guardatelo, vi prego, è importante. Prendetevi il tempo necessario a farlo perchè è un po’ lungo. Linkatelo e ripostatelo sui blog e sui social network. 
Sono immagini dure, a volte insostenibili ma necessarie a capire qual è la posta in gioco. Con un SI possiamo lasciare le centrali nucleari alle fantasie erotiche di certi esperti nostrani. Per sempre.

http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=414073095760658789&hl=it&fs=true

“Par condicio” di Edoardo Baraldi

Questi intolleranti burocrati imburrati sopra e sotto di dogmatismo di stampo servile hanno studiato psicologia. Sono arrivati alla lettera “e”: “effetto recenza”, quel meccanismo mnemonico grazie al quale la gente, fra una serie di cose ascoltate, ricorda meglio l’ultima. “Allora basta avere sempre l’ultima parola!” Gli è piaciuto talmente tanto che hanno chiuso il libro e lo hanno gettato nel fuoco. Non c’era bisogno d’altro.

Intolleranti e ripieni di certezze, quelle del padrone che gli tira gli ossi di bollito sotto il tavolo, appena qualcuno apre bocca e, secondo loro, non dice quello che il padrone vuole sentire, pretendono il “diritto di replica”.
Esso viene conculcato a forza nel campo della politica, dove il berlusconide rettiliano deve sempre avere diritto di replicare ai fatti con una bugia dell’immenso repertorio del nano, e in quello della religione e della morale, dove si segue il precetto cattolico oltranzista dell’abolizione del relativismo, ovvero dei diversi punti di vista.

Pensiamo se il diritto di replica diventasse legge e dovesse essere applicato come prassi in ogni frangente. Se, per esempio, quando si commemora la tragedia della Shoah, si dovesse dare il diritto di replica ai negazionisti. Assurdo, vero?
Oppure se fosse imposto nell’ambito della vita culturale.
Ogni volta che si rappresenta il “Don Giovanni” di Mozart saremmo obbligati, per par condicio, a mettere in scena anche un’opera di Antonio Salieri. In ogni museo, accanto ad un Caravaggio o Tintoretto, bisognerebbe appendere il disegno del figlio treenne del custode, oppure un’opera dei sommi pittori con la bocca e con il piede. Giusto per stemperare la Sindrome di Stendhal.
Nei licei, accanto allo studio del Manzoni e del Leopardi, i temi di Renzo Bossi e le poesie di Sandro Bondi.
Ogni volta che va in onda in tv un film di Kubrick, per par condicio e diritto di replica, un cinepanettone dei Vanzina a random.

E’ la mediocrità al potere, il trionfo del popolo dei sei meno-meno che il nano ha fatto assurgere a popolo della libertà (sua, di fare ciò che gli pare). Mediocrità giunta al successo con l’inganno, rosa dall’invidia verso la vera bravura e terrorizzata dal genio. Prigioniera di una gabbia di menzogna, che difende a spada tratta.. Mediocrità che, per sentirsi viva, ha bisogno dell’ultima parola. Mediocrità con la coscienza sporca che vive perennemente in un clima processuale dove, per carità, che l’avvocato possa replicare in difesa dell’imputato.
Mediocri ed intolleranti, hanno talmente paura che qualcuno, nel salotto di casa sua, ascoltando Beppino Englaro in televisione possa pensare “Però, povero padre e povera figlia, quanti anni di sofferenza. E’ giusto?”, che non ci dormono la notte.
Temono come la morte che il vero e profondo amore di Mina e Piergiorgio Welby, che ha oltrepassato la malattia e la morte, possa far pensare alla coppia davanti allo schermo: “Ma allora l’amore esiste, non è solo bunga bunga. E non c’è bisogno di essere ricchi, belli e stronzi per essere amati”.
Vogliono un popolo di nonpensanti, di ignoranti congeniti che possano mandar giù meglio la menzogna quotidiana servita su un piatto d’argento. Ma non passeranno.

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