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Ovvero: una settimana senza Silvio.

Se agli Academy Awards esistesse la categoria “Miglior Corto di Regime”, questo video tratto da “Porta a Porta” vincerebbe di sicuro l’Oscar 2012.

Bruno Vespa, dopo la caduta del Caligola della Brianza, disarcionato una settimana fa da una triangolazione di fuoco incrociato istituzionale mentre era in sella alle sue numerose cavalle, ha pensato di mettere assieme, in memoriam delle suddette, questo stucchevole servizietto tutto fra donne che dovrebbe in teoria renderci tristi ma in realtà ottiene l’effetto esattamente opposto.

Un’inviata affranta, ma così affranta che non le sembra ancora vero, visita gli uffici delle ministre in smobilitazione coatta, intente a riempire gli scatoloni d’ordinanza con il nulla del loro operato, il niente accumulato sugli scaffali e la fuffa delle loro iniziative.
Per le signore l’intimo non è di seta e pizzo ma di sfratto. C’è la Meloni, che pare le sia appena morto il gatto sbranato da un rottweiler, che si compiace di aver resistito per ben quasi quattro anni (l’importante  è partecipare); la Brambilla con i quadri intonati al capello ad alta visibilità; la Prestigiacoma che, da perfetta padrona normanna, fa l’unica cosa intonata con il suo doppio filo di perle: gli onori di casa al suo successore (l’importante è finire). Poi la mia preferita, la Bernini, l’ultima arrivata, che sembra una bambola gonfiabile con la parrucca finita troppo in avanti e le guance sul punto di esplodere per un eccesso di atmosfere. Tutte a riempire le scatole dopo averle rotte per anni. Manca la Carfagna, perché questo è un servizietto per le fedelissime, non per tutte.
Nonostante la reggimicrofono si sforzi di fare la telecronaca di una tragedia tipo Vermicino e il lancio di lacrimogeni musicali (Charlie Chaplin, mentre sarebbe stato più adatto un bel Chaikosvkij)  non si riesce proprio ad intristirsi. Anzi, guardando il video ci viene un sorrisetto di traverso che è un po’ Gioconda e tanto Marchese de Sade e dopo un po’ è pura gioia.

Forse è anche un problema di montaggio. Non ci vuole un Kubrick per capirlo. Iniziare con la Gelmini che fa gli scatoloni, riempiendoli delle macerie della scuola pubblica e dei neutrini con i quali fa giocare sua figlia, perché se ne deve andare, è un’immagine che ti rimetterebbe di buon umore perfino dopo aver visto l’episodio del gattino di “Allegro non troppo”.
Fate la prova. Guardate prima Bruno Bozzetto e poi le ministre che smammano. Supererete non solo la tristezza e le lacrime causate dal fatale “Valse Triste” di Sibelius ma non escludo che guariate perfino dall’eventuale depressione che vi affliggeva da anni e che non riuscivate a sconfiggere con i farmaci più all’avanguardia.
Ne parla anche Non leggere questo blog.

Povera Mara che credeva di essere diventata, dopo il miracolo del ministero piovutole addosso in premio, qualcosa di più di un grazioso soprammobile, di una sex doll alla quale un dio benevolo diversamente alto aveva concesso la parola, il movimento ed il pensiero.  Proprio il pensiero la sta fregando, altro che Bocchino.
Sta a vedere che, frequentando l’ambiente, magari ci aveva preso gusto, si era messa in testa di combinare qualcosa e addirittura di sparigliare i giochi di potere all’interno del partito. Illudendosi magari di fare le scarpe a Cosentino in Campania.
Il PDL è governato dagli affaristi, me ne vado. Certo, Mara, che ti credevi?

Mara si lamenta che il partito non le dà spazio? Che non la valorizza nella sua regione come meriterebbe? Premesso che forse un tantinello la testa se la deve essere montata, bisogna dire alla ragazza che questo regime è un peronismo che non vuole Evite tra le palle. Se ci sono, che se ne stiano buone sotto la scrivania.  Questi non sono dei e neppure grandi uomini capaci di stare ad ascoltare e farsi perfino consigliare da una donna.  Sono papponi che dalle donne vogliono solo il ricavo quotidiano, con la consegna del mangia (anzi, succhia) e taci. Magari in pubblico ti chiamano “dottoressa” ma in privato sei solo l’ultima delle troie che sono passate da quella porta.

Detto questo, non farò anch’io la scontata battuta del giorno che “le zoccole cominciano ad abbandonare la nave” anzi, devo confessare di provare un disagio sempre più forte a leggere i commenti in giro sulle annunciate dimissioni di Mara Carfagna. Come se fosse lei l’unico motivo per il Parlamento di vergognarsi. 
Sinceramente, è peggio un ministro Carfagna o un senatore Dell’Utri? 
Non so, mi pare che stiamo solo agendo il nostro sconfinato disprezzo per le donne, che il berlusconismo ha elevato a livelli cosmici, attraverso l’insulto libero contro una che, in fondo, ha fatto meno danni come ministro di altri personaggi dello stesso livello.
Certo non ne faremo un’eroina. Non abbiamo dimenticato l’imbarazzo provato quando il nano la nominò  ministro, visto che si sapeva da un pezzo che era chiacchierata come una delle sue storiche amanti, di cui si conoscevano pure le presunte specialità erotiche.
Però, se quello era un sistema ed il criterio di assunzione era quello, dobbiamo dedurre che di miracolate, di altre specialiste con tanto di insegna fuori come nei casini pompeiani ve ne siano altre, magari più nascoste. Ecco, non date della zoccola solo alla Carfagna per difendere le criptozoccole. Almeno, se derattizzazione deve essere, che sia completa. 

Non credo perciò, come sostiene il “Riformista”, che la vendetta del metodo Boffo colpirà la Mara traditrice e che verranno finalmente fuori le famose intercettazioni hard del primo sexgate del nanoquelle che tutti i direttori dei giornali pare abbiano letto ma che non hanno voluto pubblicare. Lasciando, ad esempio, che la scuola italiana venisse distrutta.

Le intercettazioni non verranno fuori perché pare coinvolgano altre ministre, finora fedeli al loro protettore e  quindi resteremo ancora con la curiosità inappagata. Almeno fintanto che non crolleranno le mura del tempio spappolando nani e ballerine e il berlusconismo sarà solo un rifiuto speciale da termovalorizzare.
Per ora accontentiamoci delle borsettate tra le ex attricette e le ex soubrette, dei reciproci insulti a base di “cagna” e “vajassa”, del clima da ultima difesa della fetta di marciapiede. Un bello spettacolo, non c’è che dire. 

Devo scrivere un post sul nuovo governo ma mi sforzerò di non fare le prevedibili e volgari battute da settimo battaglione fanteria sul Ministro delle Pari Opportunità.
Diciamo la verità, con la rosa dei ministri del neo-governo Berlusconi non abbiamo avuto poi tante sorprese.
Vi sono molte riconferme per darci un senso di continuità e familiarità. Sembra quasi un remake o meglio un sequel: “Il ritorno di Berlusconi”.

Maroni rifarà il ministro degli interni con i maroni e questa volta ci toglierà dai suddetti i rumeni (oh la prego sciur Roberto, anche le moldave, che mi stanno sul cazzo!); Tremonti farà pagare banchieri e petrolieri (muahahahaha!!); Bossi, che non ha capito che non è stato nominato ministro della guerra, studia già da Rodolfo Graziani per spezzare le reni alla Libia. Tra lui e Gheddafi sembra una di quelle scenette delle barzellette ambientate nei manicomi.
C’è perfino il primo ministero for Dummies al mondo, quello della “semplificazione” e l’hanno giustamente assegnato a Calderoli. Quello che è abituato a semplificare: “c’è stata una rapina, il rapinatore è albanese, tutti gli albanesi sono ladri”.
Sento ridacchiare per Bondi alla cultura. Siete degli incompetenti. Nell’era Berlusconiana il poeta Sandro Bondi, il sommo vate(r) di Fivizzano, è il massimo che potevamo permetterci. I d’annunzi sono ahimé terminati.

Oddìo, è sparito il Ministero della Sanità. Forse ricomparirà in qualche delega: “sottosegretario alle cliniche private con delega alla Malasanità pubblica”. Delle due l’una: o diventeremo tutti sanissimi o prepariamoci a mettere su imprese di onoranze funebri perchè faranno soldi a palate. Consiglio anche, come ambito di imprenditoria, gli impianti di cremazione, con il boom che c’è attualmente per l’incenerimento del de cuius.

Ma come, non parli ancora delle quote rosa e delle illustri trombate? Ho detto che non avrei usato un linguaggio da caserma.
A chi si domanda per quali meriti è stato premiato il Brunetta dei ricchi, ricordo che poteva andare peggio, potevamo ritrovarci la Carlucci alla Ricerca Scientifica o Luca Barbareschi, quello di “Cannibal Holocaust”, alla Cultura e Spettacolo, al posto di Bondi. Potevamo sempre avere Ferrara alla Sanità, e Sandra e Raimondo alla Famiglia.

Vuoi proprio non parlare di quote rosa? In questo governo minimalista e ridotto all’osso, tanto c’è lui che comanda, abbiamo ben quattro donne: la Prestigiacomo all’Ambiente (chissà com’è contenta la Foca Monaca), la Gelmini (spero non parente di Don Pierino) alla Squola e Università, la Meloni alle politiche giovanili e la Carfagna alle Pari Opportunità. Diciamo la verità, sono ministeri del cazzo. Però le ministre sono strafighe. Ah, ecco, appunto.

A parte la Prestigiacoma, sono tutte vergini di ministero e molto femminili anche se la Meloni, per come l’ho sentita parlare un paio di volte, mi sembra una che piscia in piedi.
Ma si sa, all’uomo destro piace la domina, la signora bene con il tailleur e la frusta d’ordinanza infilata nel reggicalze.
A proposito di autoreggenti, si nota l’assenza tra i ministri di Michela Vittoria Brambilla. A furia di dire “quella me la tromberei”, è stata trombata sul serio. A meno che non vi sia per lei una gratifica speciale. Ora che si è dimesso LUI, perchè non farla Presidente del Milan?

Sto girando attorno alle poltrone ministeriali, è vero, ma come fare a parlare delle illustri chiappe ministeriali più chiacchierate del momento senza fare bassi e scadenti paragoni con la Pompadour?

Macchè Pompadour, eccola allora la nostra Tailleurand, con questo neo-look da pretonzola, così lontano dalle scosciature abissali per la quale era nota fino all’altro giorno; look neo-austero che però fa presagire chissà quale perizoma sotto la gonna, in perfetto stile sexy aziendale.
Ha l’aria di quella che ha studiato tanto per arrivare dove è arrivata, perfino il pianoforte, cazzarola, ed è laureata in legge, càspita! Avrei detto Belle Arti.

Resta il mistero dello sguardo alla “urlo di Munch” che le è spuntato da qualche tempo a questa parte. Se confrontate il prima del calendario di Max e il dopo, si rimane interdetti. Cosa le ha spalancato in quel modo gli occhi, cosa ha visto di così incredibile?

Bella è bella, non c’è che dire e il suo ruolo non sarà facile, per cui non siamo troppo duri con lei e non meniamola con il fatto che firmò a favore dell’indulto.
Dovrà lottare duro per imporre le sue idee avanzate su gay e famiglie di fatto:

La famiglia è il fondamento della nostra società e come le fondamenta di ogni casa essa non teme soltanto le frane ma anche le infiltrazioni […] non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che costituzionalmente sono sterili.

Fare il ministro sarà nulla, il problema sarà sfatare le voci maligne che la vedono politicamente una frana e un’infiltrazione nel matrimonio del suo datore di lavoro.
Dice il saggio cinese (e Novella2000): “Quando una Bella entra nelle grazie di un Potente è perchè il Potente è già entrato nelle grazie della Bella”.


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Devo scrivere un post sul nuovo governo ma mi sforzerò di non fare le prevedibili e volgari battute da settimo battaglione fanteria sul Ministro delle Pari Opportunità.
Diciamo la verità, con la rosa dei ministri del neo-governo Berlusconi non abbiamo avuto poi tante sorprese.
Vi sono molte riconferme per darci un senso di continuità e familiarità. Sembra quasi un remake o meglio un sequel: “Il ritorno di Berlusconi”.

Maroni rifarà il ministro degli interni con i maroni e questa volta ci toglierà dai suddetti i rumeni (oh la prego sciur Roberto, anche le moldave, che mi stanno sul cazzo!); Tremonti farà pagare banchieri e petrolieri (muahahahaha!!); Bossi, che non ha capito che non è stato nominato ministro della guerra, studia già da Rodolfo Graziani per spezzare le reni alla Libia. Tra lui e Gheddafi sembra una di quelle scenette delle barzellette ambientate nei manicomi.
C’è perfino il primo ministero for Dummies al mondo, quello della “semplificazione” e l’hanno giustamente assegnato a Calderoli. Quello che è abituato a semplificare: “c’è stata una rapina, il rapinatore è albanese, tutti gli albanesi sono ladri”.
Sento ridacchiare per Bondi alla cultura. Siete degli incompetenti. Nell’era Berlusconiana il poeta Sandro Bondi, il sommo vate(r) di Fivizzano, è il massimo che potevamo permetterci. I d’annunzi sono ahimé terminati.

Oddìo, è sparito il Ministero della Sanità. Forse ricomparirà in qualche delega: “sottosegretario alle cliniche private con delega alla Malasanità pubblica”. Delle due l’una: o diventeremo tutti sanissimi o prepariamoci a mettere su imprese di onoranze funebri perchè faranno soldi a palate. Consiglio anche, come ambito di imprenditoria, gli impianti di cremazione, con il boom che c’è attualmente per l’incenerimento del de cuius.

Ma come, non parli ancora delle quote rosa e delle illustri trombate? Ho detto che non avrei usato un linguaggio da caserma.
A chi si domanda per quali meriti è stato premiato il Brunetta dei ricchi, ricordo che poteva andare peggio, potevamo ritrovarci la Carlucci alla Ricerca Scientifica o Luca Barbareschi, quello di “Cannibal Holocaust”, alla Cultura e Spettacolo, al posto di Bondi. Potevamo sempre avere Ferrara alla Sanità, e Sandra e Raimondo alla Famiglia.

Vuoi proprio non parlare di quote rosa? In questo governo minimalista e ridotto all’osso, tanto c’è lui che comanda, abbiamo ben quattro donne: la Prestigiacomo all’Ambiente (chissà com’è contenta la Foca Monaca), la Gelmini (spero non parente di Don Pierino) alla Squola e Università, la Meloni alle politiche giovanili e la Carfagna alle Pari Opportunità. Diciamo la verità, sono ministeri del cazzo. Però le ministre sono strafighe. Ah, ecco, appunto.

A parte la Prestigiacoma, sono tutte vergini di ministero e molto femminili anche se la Meloni, per come l’ho sentita parlare un paio di volte, mi sembra una che piscia in piedi.
Ma si sa, all’uomo destro piace la domina, la signora bene con il tailleur e la frusta d’ordinanza infilata nel reggicalze.
A proposito di autoreggenti, si nota l’assenza tra i ministri di Michela Vittoria Brambilla. A furia di dire “quella me la tromberei”, è stata trombata sul serio. A meno che non vi sia per lei una gratifica speciale. Ora che si è dimesso LUI, perchè non farla Presidente del Milan?

Sto girando attorno alle poltrone ministeriali, è vero, ma come fare a parlare delle illustri chiappe ministeriali più chiacchierate del momento senza fare bassi e scadenti paragoni con la Pompadour?

Macchè Pompadour, eccola allora la nostra Tailleurand, con questo neo-look da pretonzola, così lontano dalle scosciature abissali per la quale era nota fino all’altro giorno; look neo-austero che però fa presagire chissà quale perizoma sotto la gonna, in perfetto stile sexy aziendale.
Ha l’aria di quella che ha studiato tanto per arrivare dove è arrivata, perfino il pianoforte, cazzarola, ed è laureata in legge, càspita! Avrei detto Belle Arti.

Resta il mistero dello sguardo alla “urlo di Munch” che le è spuntato da qualche tempo a questa parte. Se confrontate il prima del calendario di Max e il dopo, si rimane interdetti. Cosa le ha spalancato in quel modo gli occhi, cosa ha visto di così incredibile?

Bella è bella, non c’è che dire e il suo ruolo non sarà facile, per cui non siamo troppo duri con lei e non meniamola con il fatto che firmò a favore dell’indulto.
Dovrà lottare duro per imporre le sue idee avanzate su gay e famiglie di fatto:

La famiglia è il fondamento della nostra società e come le fondamenta di ogni casa essa non teme soltanto le frane ma anche le infiltrazioni […] non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che costituzionalmente sono sterili.

Fare il ministro sarà nulla, il problema sarà sfatare le voci maligne che la vedono politicamente una frana e un’infiltrazione nel matrimonio del suo datore di lavoro.
Dice il saggio cinese (e Novella2000): “Quando una Bella entra nelle grazie di un Potente è perchè il Potente è già entrato nelle grazie della Bella”.


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Diciamo la verità, con la rosa dei ministri del neo-governo Berlusconi non abbiamo avuto poi tante sorprese.
Vi sono molte riconferme per darci un senso di continuità e familiarità. Sembra quasi un remake o meglio un sequel: “Il ritorno di Berlusconi”.

Maroni rifarà il ministro degli interni con i maroni e questa volta ci toglierà dai suddetti i rumeni (oh la prego sciur Roberto, anche le moldave, che mi stanno sul cazzo!); Tremonti farà pagare banchieri e petrolieri (muahahahaha!!); Bossi, che non ha capito che non è stato nominato ministro della guerra, studia già da Rodolfo Graziani per spezzare le reni alla Libia. Tra lui e Gheddafi sembra una di quelle scenette delle barzellette ambientate nei manicomi.
C’è perfino il primo ministero for Dummies al mondo, quello della “semplificazione” e l’hanno giustamente assegnato a Calderoli. Quello che è abituato a semplificare: “c’è stata una rapina, il rapinatore è albanese, tutti gli albanesi sono ladri”.
Sento ridacchiare per Bondi alla cultura. Siete degli incompetenti. Nell’era Berlusconiana il poeta Sandro Bondi, il sommo vate(r) di Fivizzano, è il massimo che potevamo permetterci. I d’annunzi sono ahimé terminati.

Oddìo, è sparito il Ministero della Sanità. Forse ricomparirà in qualche delega: “sottosegretario alle cliniche private con delega alla Malasanità pubblica”. Delle due l’una: o diventeremo tutti sanissimi o prepariamoci a mettere su imprese di onoranze funebri perchè faranno soldi a palate. Consiglio anche, come ambito di imprenditoria, gli impianti di cremazione, con il boom che c’è attualmente per l’incenerimento del de cuius.

Ma come, non parli ancora delle quote rosa e delle illustri trombate? Ho detto che non avrei usato un linguaggio da caserma.
A chi si domanda per quali meriti è stato premiato il Brunetta dei ricchi, ricordo che poteva andare peggio, potevamo ritrovarci la Carlucci alla Ricerca Scientifica o Luca Barbareschi, quello di “Cannibal Holocaust”, alla Cultura e Spettacolo, al posto di Bondi. Potevamo sempre avere Ferrara alla Sanità, e Sandra e Raimondo alla Famiglia.

Vuoi proprio non parlare di quote rosa? In questo governo minimalista e ridotto all’osso, tanto c’è lui che comanda, abbiamo ben quattro donne: la Prestigiacomo all’Ambiente (chissà com’è contenta la Foca Monaca), la Gelmini (spero non parente di Don Pierino) alla Squola e Università, la Meloni alle politiche giovanili e la Carfagna alle Pari Opportunità. Diciamo la verità, sono ministeri del cazzo. Però le ministre sono strafighe. Ah, ecco, appunto.

A parte la Prestigiacoma, sono tutte vergini di ministero e molto femminili anche se la Meloni, per come l’ho sentita parlare un paio di volte, mi sembra una che piscia in piedi.
Ma si sa, all’uomo destro piace la domina, la signora bene con il tailleur e la frusta d’ordinanza infilata nel reggicalze.
A proposito di autoreggenti, si nota l’assenza tra i ministri di Michela Vittoria Brambilla. A furia di dire “quella me la tromberei”, è stata trombata sul serio. A meno che non vi sia per lei una gratifica speciale. Ora che si è dimesso LUI, perchè non farla Presidente del Milan?

Sto girando attorno alle poltrone ministeriali, è vero, ma come fare a parlare delle illustri chiappe ministeriali più chiacchierate del momento senza fare bassi e scadenti paragoni con la Pompadour?

Macchè Pompadour, eccola allora la nostra Tailleurand, con questo neo-look da pretonzola, così lontano dalle scosciature abissali per la quale era nota fino all’altro giorno; look neo-austero che però fa presagire chissà quale perizoma sotto la gonna, in perfetto stile sexy aziendale.
Ha l’aria di quella che ha studiato tanto per arrivare dove è arrivata, perfino il pianoforte, cazzarola, ed è laureata in legge, càspita! Avrei detto Belle Arti.

Resta il mistero dello sguardo alla “urlo di Munch” che le è spuntato da qualche tempo a questa parte. Se confrontate il prima del calendario di Max e il dopo, si rimane interdetti. Cosa le ha spalancato in quel modo gli occhi, cosa ha visto di così incredibile?

Bella è bella, non c’è che dire e il suo ruolo non sarà facile, per cui non siamo troppo duri con lei e non meniamola con il fatto che firmò a favore dell’indulto.
Dovrà lottare duro per imporre le sue idee avanzate su gay e famiglie di fatto:

La famiglia è il fondamento della nostra società e come le fondamenta di ogni casa essa non teme soltanto le frane ma anche le infiltrazioni […] non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che costituzionalmente sono sterili.

Fare il ministro sarà nulla, il problema sarà sfatare le voci maligne che la vedono politicamente una frana e un’infiltrazione nel matrimonio del suo datore di lavoro.
Dice il saggio cinese (e Novella2000): “Quando una Bella entra nelle grazie di un Potente è perchè il Potente è già entrato nelle grazie della Bella”.


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Visto che il partito stava invecchiando, Silvio Berlusconi deve aver pensato: dopo essermi fatto liftare il liftabile in faccia, un ritocchino anche lì ci vuole.
Via le maniglie dell’amore di Bondi, le zampe di gallina di Cicchitto e una tiratina dietro alle orecchie di Bonaiuti. Una rinfoltita anche alla chioma di Schifani, una liposuzione alla Bertolini, una ripresa al rosso trota della Brambilla e i segni del tempo spariranno per magia. Per qualche giorno vedremo un partito girare con la bandana per nascondere le cicatrici ma cosa vuoi che sia. Per esser belli bisogna pur soffrire.

Si cambia anche il nome e qui sono contenta perché “Partito del popolo italiano delle libertà” che inevitabilmente dovrà essere accorciato in qualcosa di più tascabile altrimenti come PDPIDL diventerà impronunciabile, è sicuramente meglio di quell’orrendo “Forza Italia” che se scomparirà per sempre sarà solo un bene per l’umanità. E’ vero, potrebbero ancora chiamarlo “Forza Popolo” ma speriamo che questa volta Dell’Utri non dia consigli ai creativi.

L’annuncio del nuovo, si fa per dire, partito l’ha dato lui in persona, dai gazebo della libertà dove sono state raccolte le firme per “mandare a casa Prodi”. Più che una raccolta firme sembrava Telethon, con il contatore che girava forsennatamente, o il miracolo della moltiplicazione dei pani e delle firme. Sette milioni di firme e sette milioni di euro, come minimo, raccolti dalle scarselle dei forzitaliani. Mica male per un fine settimana.
Attendiamo con ansia il coro degli scandalizzati di centrodestra che già si esibirono gridando al furto dalle italiche tasche quando l’Unione raccolse un euro da ogni votante per le primarie.

Non ci illudiamo di sentire da TeleRiotta o TeleMazza sollevare qualche dubbio sulla regolarità della raccolta e il vero numero di firme, come fanno i giornali stamattina e non crediamo che qualcuno farà notare, dagli schermi LCD o dai tubi catodici, come gli italiani siano più di 57 milioni e chi ha firmato sia dopotutto una minoranza. Lui, il grande piazzista illusionista forzista riuscirà a farci credere che 3 o 7 o 10 milioni siano la maggioranza degli italiani. La sua forza è l’abilità con la quale mente e la creatività con la quale scardina le certezze matematiche.

Il restyling della libertà però non ha convinto Gianfranco Fini e lo capisco. Non ha convinto nemmeno Casini e Bossi, per la verità, ma sono dettagli. Fini studia da leader del centrodestra da troppo tempo, e ora che si è fatto una nuova famiglia ed è in vena di novità a tutto campo non può che sentirsi stizzito da questo fastidioso riciclaggio di partito dove la scatola è nuova ma il contenuto sempre lo stesso.
Berlusconi non vuole levarsi di torno, insiste nella sindrome del “faso tuto mi”, fa e disfa come se fosse l’unico padrone del centrodestra, ha ridotto i suoi discorsi ad un disco rotto di propaganda da quattro soldi. Sa benissimo che Fini avrebbe più successo di lui come leader del centrodestra e in fondo cerca di fargli le scarpe, andando ad ammucchiarsi con Storace e compagnia bella. E’ un bel pasticcio, perché Fini potrebbe benissimo fare un partito unico con gli altri moderati di centrodestra, avendo un gran successo, ma con Forza Popolo contro come si fa? Berlusconi è un doganiere che ti sdogana, si ma poi si piazza in casa tua, mangia alla tua tavola, dorme nel tuo letto e ti scopa la moglie. Non te ne liberi più.

Convinto com’è di fare la cosa giusta e condannato a tenersi a galla aggrappandosi al salvagente del potere, Berlusconi torna alle origini e tenta di venderci un nuovo aspirapolvere ma, non contento, riuscirà a far stipulare anche qualche polizza capestro agli alleati. Qualcosa si inventerà per piazzare ancora le sue spazzole rotanti e il levapelucchi in omaggio. Avete dei dubbi?

Visto che il partito stava invecchiando, Silvio Berlusconi deve aver pensato: dopo essermi fatto liftare il liftabile in faccia, un ritocchino anche lì ci vuole.
Via le maniglie dell’amore di Bondi, le zampe di gallina di Cicchitto e una tiratina dietro alle orecchie di Bonaiuti. Una rinfoltita anche alla chioma di Schifani, una liposuzione alla Bertolini, una ripresa al rosso trota della Brambilla e i segni del tempo spariranno per magia. Per qualche giorno vedremo un partito girare con la bandana per nascondere le cicatrici ma cosa vuoi che sia. Per esser belli bisogna pur soffrire.

Si cambia anche il nome e qui sono contenta perché “Partito del popolo italiano delle libertà” che inevitabilmente dovrà essere accorciato in qualcosa di più tascabile altrimenti come PDPIDL diventerà impronunciabile, è sicuramente meglio di quell’orrendo “Forza Italia” che se scomparirà per sempre sarà solo un bene per l’umanità. E’ vero, potrebbero ancora chiamarlo “Forza Popolo” ma speriamo che questa volta Dell’Utri non dia consigli ai creativi.

L’annuncio del nuovo, si fa per dire, partito l’ha dato lui in persona, dai gazebo della libertà dove sono state raccolte le firme per “mandare a casa Prodi”. Più che una raccolta firme sembrava Telethon, con il contatore che girava forsennatamente, o il miracolo della moltiplicazione dei pani e delle firme. Sette milioni di firme e sette milioni di euro, come minimo, raccolti dalle scarselle dei forzitaliani. Mica male per un fine settimana.
Attendiamo con ansia il coro degli scandalizzati di centrodestra che già si esibirono gridando al furto dalle italiche tasche quando l’Unione raccolse un euro da ogni votante per le primarie.

Non ci illudiamo di sentire da TeleRiotta o TeleMazza sollevare qualche dubbio sulla regolarità della raccolta e il vero numero di firme, come fanno i giornali stamattina e non crediamo che qualcuno farà notare, dagli schermi LCD o dai tubi catodici, come gli italiani siano più di 57 milioni e chi ha firmato sia dopotutto una minoranza. Lui, il grande piazzista illusionista forzista riuscirà a farci credere che 3 o 7 o 10 milioni siano la maggioranza degli italiani. La sua forza è l’abilità con la quale mente e la creatività con la quale scardina le certezze matematiche.

Il restyling della libertà però non ha convinto Gianfranco Fini e lo capisco. Non ha convinto nemmeno Casini e Bossi, per la verità, ma sono dettagli. Fini studia da leader del centrodestra da troppo tempo, e ora che si è fatto una nuova famiglia ed è in vena di novità a tutto campo non può che sentirsi stizzito da questo fastidioso riciclaggio di partito dove la scatola è nuova ma il contenuto sempre lo stesso.
Berlusconi non vuole levarsi di torno, insiste nella sindrome del “faso tuto mi”, fa e disfa come se fosse l’unico padrone del centrodestra, ha ridotto i suoi discorsi ad un disco rotto di propaganda da quattro soldi. Sa benissimo che Fini avrebbe più successo di lui come leader del centrodestra e in fondo cerca di fargli le scarpe, andando ad ammucchiarsi con Storace e compagnia bella. E’ un bel pasticcio, perché Fini potrebbe benissimo fare un partito unico con gli altri moderati di centrodestra, avendo un gran successo, ma con Forza Popolo contro come si fa? Berlusconi è un doganiere che ti sdogana, si ma poi si piazza in casa tua, mangia alla tua tavola, dorme nel tuo letto e ti scopa la moglie. Non te ne liberi più.

Convinto com’è di fare la cosa giusta e condannato a tenersi a galla aggrappandosi al salvagente del potere, Berlusconi torna alle origini e tenta di venderci un nuovo aspirapolvere ma, non contento, riuscirà a far stipulare anche qualche polizza capestro agli alleati. Qualcosa si inventerà per piazzare ancora le sue spazzole rotanti e il levapelucchi in omaggio. Avete dei dubbi?


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Tempo fa leggevo un’interessante intervista con una giovane statista emergente la quale, interrogata sui diritti da concedere per legge alle persone conviventi, gay ed etero, così rispondeva:

“I diritti individuali sono già garantiti. L’unica cosa che i Dico avrebbero portato sarebbe stata la pensione di reversibilità per i conviventi, che d’altra parte il sistema pensionistico nazionale non sarebbe stato in grado di sostenere. I figli, il diritto alla visita in ospedale: tutto questo già c’è e quel che non c’è si può correggere caso per caso. Esistono le scritture private. Stiamo parlando di una questione che riguarda una minoranza del paese, non sono queste le priorità di un governo”.

Dev’essere stata l’emozione della ribalta ma la signora, che tra l’altro si onora ella stessa di far parte della categoria dei conviventi, è riuscita ad inanellare una sequela invidiabile di corbellerie, smontabili una per una con una facilità da mobiletto dell’IKEA.

La prima affermazione è falsa: se i diritti individuali fossero già garantiti non staremmo qui a chiedere i Dico e i Pacs. Sulla pensione di reversibilità: visto che si tratta di una minoranza del paese trovo difficile credere che le casse dell’INPS andrebbero in rosso a causa di qualche pensione in più. I figli: se i figli vogliono sono in grado di cacciare di casa dall’oggi al domani la convivente del genitore appena deceduto che magari, vedovo, si era rifatto una vita con una compagna. Accade ogni giorno e si tratta di figli che bramano di entrare in possesso dell’appartamento in eredità e non sono certo mossi da chissà quali nobili propositi. Occorrebbe una legge per difendere i conviventi dai figli, non il contrario.
Le visite in ospedale. Certo, come compagna/o di un ricoverato sarà difficile che qualcuno mi impedisca di accudirlo ma se per caso vi sono dei figli che vogliono opporvisi, ancora una volta potranno farlo. Per non parlare del fatto che se il malato è in coma o comunque non in grado di comunicare, il convivente potrebbe avere gravi difficoltà ad accedere ai dati personali e alle notizie sul suo stato, come un coniuge legittimo. Bisogna pregare di non trovare un medico bacchettone.
Veniamo infine alle scritture private. Ah, qui la volevo, la statista. Scrittura privata significa soldi da versare a notai e altri azzeccagarbugli.
Farò un esempio decisamente macabro ma che secondo me serve egregiamente per far capire come sia necessario regolamentare i diritti civili tra le persone conviventi. Diritti che, secondo il mio modesto parere, sono sempre tra le priorità di qualunque governo.

Sempre più spesso ormai si ricorre alla cremazione e, grazie ad una nuova legge, è possibile ottenere in affidamento domestico le ceneri dei propri cari defunti.
Si fa una semplice domanda di affidamento in Comune con un paio di marche da bollo e ci si porta l’urna a casa. L’affidamento delle ceneri può essere richiesto da un parente stretto: genitori, figli, coniugi, fratelli, insomma consanguinei.
Che succede se, ad esempio, un convivente desidera portarsi a casa le ceneri della propria compagna o del proprio compagno? Le cose si complicano assai.

Ricordo che fino a pochi anni fa, per farsi cremare occorreva iscriversi ad un’apposita associazione che forniva i documenti necessari. Oggi è tutto semplicissimo.
Organizzando un funerale, se la famiglia opta per la cremazione è sufficiente che il coniuge o i figli o altri parenti firmino un’autocertificazione dove è scritto che “il defunto aveva espresso il desiderio di essere cremato”. Può decidere anche solo il coniuge. Se non vi è un coniuge decide il figlio. Solo se i figli sono più di uno è necessario che la decisione sia unanime. Magari non è neanche vero che il poveretto voleva farsi bruciare ma in pratica la famiglia ha il diritto di disporre come vuole del cadavere del proprio caro.

Se invece non vi sono coniugi legittimi ma solo conviventi, almeno secondo la direttiva dell’Emilia Romagna, occorre che la volontà del defunto di affidare le proprie ceneri al convivente sia stata espressa in un regolare testamento, depositato presso un notaio e pubblicato! Sempre che poi non salti su un figlio che decida che la cremazione non si fa più.
Tenendo conto dei tempi e dei costi di una tale trafila, mi sembra che si voglia creare una vera e propria discriminazione nei confronti dei conviventi, e per giunta in contrasto con la normativa molto più elastica che riguarda normalmente la cremazione.

La signora dell’intervista direbbe sicuramente che il problema non esiste perché basta andare dal notaio a fare testamento e mettere una bella firmetta su una scritturina privata per sicurezza. Non so quanto potrebbe costare il tutto ma, tenendo presente l’esosità dei notai e il costo, ad esempio, di 400 euro per la compilazione di un atto notorio per pratiche di successione, posso immaginare che si tratterebbe di una bella cifra. Un’inezia forse per chi ha i dané ma tanto per una famiglia di operai.
E’ giusto discriminare i cittadini sulla base del censo? E’ giusto che uno, solo perché è mio parente, possa avere tutti i diritti, compresi quelli di infilarmi in un forno anche se non volevo e il mio compagno non possa invece avere le mie ceneri?
Perché un convivente non può fare una domanda di affidamento in carta semplice anche quando i consanguinei sono d’accordo, perfino i figli? Io ho fatto l’esempio senza specificare se la coppia di conviventi è etero o gay ma è facile immaginare che nel caso di persone omosessuali le difficoltà sarebbero moltiplicate per mille. Una discriminazione nella discriminazione.

Ho fatto solo un esempio che rimanda magari a cose alle quali non vorremmo mai dover pensare ma che serve per riflettere e per capire che i Dico, i Pacs, o come diavolo vogliamo chiamarli, servono per la gente comune che non ha i soldi per pagarsi le sacre ruote da ungere. Sono necessari per impedire abusi ed ingiustizie e affinchè tutti i cittadini diventino veramente uguali di fronte allo Stato. Tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Ah, se siete curiosi, la statista emergente era la Rossa di Milanello.


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Tempo fa leggevo un’interessante intervista con una giovane statista emergente la quale, interrogata sui diritti da concedere per legge alle persone conviventi, gay ed etero, così rispondeva:

“I diritti individuali sono già garantiti. L’unica cosa che i Dico avrebbero portato sarebbe stata la pensione di reversibilità per i conviventi, che d’altra parte il sistema pensionistico nazionale non sarebbe stato in grado di sostenere. I figli, il diritto alla visita in ospedale: tutto questo già c’è e quel che non c’è si può correggere caso per caso. Esistono le scritture private. Stiamo parlando di una questione che riguarda una minoranza del paese, non sono queste le priorità di un governo”.

Dev’essere stata l’emozione della ribalta ma la signora, che tra l’altro si onora ella stessa di far parte della categoria dei conviventi, è riuscita ad inanellare una sequela invidiabile di corbellerie, smontabili una per una con una facilità da mobiletto dell’IKEA.

La prima affermazione è falsa: se i diritti individuali fossero già garantiti non staremmo qui a chiedere i Dico e i Pacs. Sulla pensione di reversibilità: visto che si tratta di una minoranza del paese trovo difficile credere che le casse dell’INPS andrebbero in rosso a causa di qualche pensione in più. I figli: se i figli vogliono sono in grado di cacciare di casa dall’oggi al domani la convivente del genitore appena deceduto che magari, vedovo, si era rifatto una vita con una compagna. Accade ogni giorno e si tratta di figli che bramano di entrare in possesso dell’appartamento in eredità e non sono certo mossi da chissà quali nobili propositi. Occorrebbe una legge per difendere i conviventi dai figli, non il contrario.
Le visite in ospedale. Certo, come compagna/o di un ricoverato sarà difficile che qualcuno mi impedisca di accudirlo ma se per caso vi sono dei figli che vogliono opporvisi, ancora una volta potranno farlo. Per non parlare del fatto che se il malato è in coma o comunque non in grado di comunicare, il convivente potrebbe avere gravi difficoltà ad accedere ai dati personali e alle notizie sul suo stato, come un coniuge legittimo. Bisogna pregare di non trovare un medico bacchettone.
Veniamo infine alle scritture private. Ah, qui la volevo, la statista. Scrittura privata significa soldi da versare a notai e altri azzeccagarbugli.
Farò un esempio decisamente macabro ma che secondo me serve egregiamente per far capire come sia necessario regolamentare i diritti civili tra le persone conviventi. Diritti che, secondo il mio modesto parere, sono sempre tra le priorità di qualunque governo.

Sempre più spesso ormai si ricorre alla cremazione e, grazie ad una nuova legge, è possibile ottenere in affidamento domestico le ceneri dei propri cari defunti.
Si fa una semplice domanda di affidamento in Comune con un paio di marche da bollo e ci si porta l’urna a casa. L’affidamento delle ceneri può essere richiesto da un parente stretto: genitori, figli, coniugi, fratelli, insomma consanguinei.
Che succede se, ad esempio, un convivente desidera portarsi a casa le ceneri della propria compagna o del proprio compagno? Le cose si complicano assai.

Ricordo che fino a pochi anni fa, per farsi cremare occorreva iscriversi ad un’apposita associazione che forniva i documenti necessari. Oggi è tutto semplicissimo.
Organizzando un funerale, se la famiglia opta per la cremazione è sufficiente che il coniuge o i figli o altri parenti firmino un’autocertificazione dove è scritto che “il defunto aveva espresso il desiderio di essere cremato”. Può decidere anche solo il coniuge. Se non vi è un coniuge decide il figlio. Solo se i figli sono più di uno è necessario che la decisione sia unanime. Magari non è neanche vero che il poveretto voleva farsi bruciare ma in pratica la famiglia ha il diritto di disporre come vuole del cadavere del proprio caro.

Se invece non vi sono coniugi legittimi ma solo conviventi, almeno secondo la direttiva dell’Emilia Romagna, occorre che la volontà del defunto di affidare le proprie ceneri al convivente sia stata espressa in un regolare testamento, depositato presso un notaio e pubblicato! Sempre che poi non salti su un figlio che decida che la cremazione non si fa più.
Tenendo conto dei tempi e dei costi di una tale trafila, mi sembra che si voglia creare una vera e propria discriminazione nei confronti dei conviventi, e per giunta in contrasto con la normativa molto più elastica che riguarda normalmente la cremazione.

La signora dell’intervista direbbe sicuramente che il problema non esiste perché basta andare dal notaio a fare testamento e mettere una bella firmetta su una scritturina privata per sicurezza. Non so quanto potrebbe costare il tutto ma, tenendo presente l’esosità dei notai e il costo, ad esempio, di 400 euro per la compilazione di un atto notorio per pratiche di successione, posso immaginare che si tratterebbe di una bella cifra. Un’inezia forse per chi ha i dané ma tanto per una famiglia di operai.
E’ giusto discriminare i cittadini sulla base del censo? E’ giusto che uno, solo perché è mio parente, possa avere tutti i diritti, compresi quelli di infilarmi in un forno anche se non volevo e il mio compagno non possa invece avere le mie ceneri?
Perché un convivente non può fare una domanda di affidamento in carta semplice anche quando i consanguinei sono d’accordo, perfino i figli? Io ho fatto l’esempio senza specificare se la coppia di conviventi è etero o gay ma è facile immaginare che nel caso di persone omosessuali le difficoltà sarebbero moltiplicate per mille. Una discriminazione nella discriminazione.

Ho fatto solo un esempio che rimanda magari a cose alle quali non vorremmo mai dover pensare ma che serve per riflettere e per capire che i Dico, i Pacs, o come diavolo vogliamo chiamarli, servono per la gente comune che non ha i soldi per pagarsi le sacre ruote da ungere. Sono necessari per impedire abusi ed ingiustizie e affinchè tutti i cittadini diventino veramente uguali di fronte allo Stato. Tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Ah, se siete curiosi, la statista emergente era la Rossa di Milanello.


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