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«È una vicenda dolorosa, ma è anche l’occasione per fare una riflessione ulteriore non solo sul nostro diverso modo di procedere rispetto alla maggioranza, fatto di fiducia nella magistratura, passi indietro, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma anche sul fatto che dobbiamo mettere ogni impegno nel migliorare l’esigibilità dei nostri codici etici e del nostro Statuto. E ci stiamo lavorando. Ma la nostra gente ci chiede anche di reagire a teorie che vanno oltre le legittime critiche, e che descrivono il Pd come un corpo malato. Abbiamo fatto partire un po’ di denunce. Né accettiamo che si faccia di tutta l’erba un fascio e che si indebolisca per questa via l’unico strumento che gli italiani hanno per il cambiamento». (P. Bersani, intervista all’Unità, 3 settembre 2011.)

C’è tutto Bersani e tutta la weltanschauung piddina in questo ragionamento. La pretesa della diversità per se e quasi come dogma, la riflessione – che si porta su tutto – e lo “stare lavorando” al posto del prendere un’iniziativa, dell’azione, del fare delle scelte; il farsi scudo dei militanti che “ci chiedono di reagire” e la dichiarazione finale, insopportabilmente ricattatoria, di autoinsostituibilità di una classe dirigente, l’ineluttabilità del cambiamento che può solo passare attraverso di essa o sul suo cadavere. Après nous le dèluge. Come B. che pensa di essere eterno.
Per Bersani, che il capo della sua segreteria politica dal 2009 Filippo Penati sia indagato per corruzione e finanziamento illecito al partito per vicende spalmatesi negli ultimi dieci anni è solo una “vicenda dolorosa”. Aggettivo che sarebbe congruo solo se si trattasse di uno sciagurato che si è arricchito alle spalle del partito ingannando cani e porci, compreso il suo segretario, ma che è assolutamente inadeguato se per caso la corruzione era parte di un sistema, di un modo per tenersi buoni gli uni gli altri tra imprenditori, politici e partiti al fine di avvantaggiarsene reciprocamente, con Penati a quel punto solo pedina fra le tante sulla scacchiera.
Sono tutti fatti da dimostrare in sede giudiziaria, è ovvio, però il sospetto è brutto e, più che di macchina del fango, ho paura che si tratti di cannoni sparaneve caricati a merda.
Per questo ci vorrebbe meno indecisione nel rendere conto di fatti precisi. Meno supponenza da “noi siamo diversi” e tendenza al risentimento quando qualcuno fa giustamente delle critiche. Invece Bersani continua solo ad incazzarsi, a fare il piangina e a minacciare querele invece di rispondere alle domande. Come il suo gemello settembrino in fondotinta. Sarà colpa del sole in Bilancia.
Basterebbe intanto che Bersani ci rassicurasse sullo scambio di telefonate – testimoniate da intercettazioni pubblicate fin dal 2006 –  tra lui, il gruppo Gavio e Penati.
Tutta la storia dell’affare Milano Serravalle è raccontata da Gianni Barbacetto in un libro del 2007, ma diciamo solo come si è conclusa: nel 2004 la Provincia di Milano guidata da Penati  acquisisce il 15% delle quote di proprietà del Gruppo di Marcellino Gavio della Milano-Serravalle, pagandole quasi quattro volte oltre il loro valore. Una cifra enorme, 238.000.000 di euro di denaro pubblico, contenenti quindi una plusvalenza per il venditore di € 179.000.000. Un amministratore pubblico che fa questi regali ai privati non pare molto auspicabile ma ciò che incuriosisce i magistrati è ciò che accade dopo. Nel 2005 Gavio partecipa a fianco di Consorte (Unipol) alla scalata di BNL, con una quota di € 50.000.000. Non sarà che quella partecipazione è un ringraziamento, un modo per sdebitarsi con il partito per l’affarone fatto con la Serravalle?
Si dirà, sono tutte maldicenze del centrodestra che aveva osteggiato l’affare nelle persone di Ombretta Colli e Gabriele Albertini. Sarà, tuttavia l’intermediario di Gavio è tale Binasco, nientemeno che colui che inguaiò Primo Greganti e il PCI nel corso delle indagini di Tangentopoli, e che videro alla fine dei relativi processi condannati sia il concusso che il concussore.
Un personaggio al quale un dirigente DS, visti i trascorsi tangentopolitani dell’interlocutore, non avrebbe dovuto nemmeno rivolgere la parola per paura di inguaiare di nuovo il partito.
Ecco, il punto è che Gavio ha bisogno di parlare con Penati per sbloccare l’affare Serravalle e telefona invece a Bersani il quale gli risponde che può parlare direttamente con Penati. Qualche giorno dopo Penati telefona a Gavio:
Penati: «Buon giorno, mi ha dato il suo numero l’onorevole Bersani…».
Gavio: «Sì, volevo fare due chiacchiere con lei quando era possibile…».
Penati: «Guardi, non so… Beviamo un caffè».
Gavio non poteva telefonare direttamente a Penati in Provincia? In ogni caso l’effetto “mi manda Bersani”, sarà un’illusione ottica ma è abbastanza evidente e meriterebbe una spiegazione da parte dell’interessato. Visto oltretutto che Penati fa carriera fino a diventare, nel 2009, capo della sua segreteria politica.
Ora, il problema di fronte a queste ombre ed insinuazioni sull’illibatezza del PD – e prima dei DS – sulla base di pesanti indizi, sono i militanti piddini, che non vogliono sentir parlare di questi fatti, si mettono le mani sulle orecchie facendo bla-bla-bla e reagiscono dicendo che Di Caterina e Pasini, gli accusatori di Penati, sono vicini al centrodestra, quindi non attendibili. Che tutte le maldicenze sulla vicenda Milano Serravalle sono una vendetta di Ombretta Colli. Che Bersani non deve rendere conto di alcunché a Sallusti che grufola nello scandalo scrivendo paginate e paginate sull’affaire Penati. E soprattutto, che parlare di queste cose è il solito autolesionismo tafazziano della sinistra e che in questi momenti bisogna essere uniti e che questa è antipolitica.
Vedete, amici, se Sallusti grufola è perché gli se ne dà modo.
Non si può nascondere la testa sotto la sabbia e negare a priori che possa esistere e non da oggi un sistema di gestione degli affari da parte della sinistra che assomiglia molto a quello della destra. 
Ho l’impressione che, siccome la vittoria alle prossime elezioni pare probabile, visto il disastro berlusconiano, i piddini intesi come base non abbiano alcuna voglia di rifondarsi, dandosi finalmente una dirigenza nuova in vista della Terza Repubblica ma siano disposti a tenersi questa, anche se chiacchierata e più logora di un calzino bucato. Con i Bersani lanciaquerele, i D’Alema – e dicendo D’Alema si è già detto tutto, i Fassino abbiamo-una-banca e i Letta abbiamo-un-banchiere.*  Più le varie beghine che vorrebbero trasformare il Partito Democratico in Partito Democristiano.
I fans del PD sono talmente attaccati alla vecchia dirigenza che non riescono ad immaginarne un ricambio. In questi casi ti chiedono: “E chi ci mettiamo al posto di Bersani?” come se stessimo parlando di un Berlinguer. Renzi no, per carità, Ciwati nemmeno – i rottamatori, muhahaha!, Zingaretti – uhm si farà ma per ora lasciamolo dov’è, meglio Bersani; la Serracchiani – troppo inesperta povera cocca, meglio Bersani.
E’ così importante fare un nome piuttosto che un altro se l’unico che accetteranno mai è il segretario del partito perché pensano ancora che bisogna votare chi dice il partito? Non dite che non è così. Meno male che gli elettori di sinistra invece cominciano ad essere più autonomi nelle scelte e sempre più sovente eleggono nomi che non erano quelli designati dalla segreteria del PD. Vedi Pisapia e Zedda.
L’immobilismo, la tetraparesi da centralismo democratico di questo partito di mummie che credono di essere ancora vive, contagia anche la base,  che accetta tutto purché si vinca e si torni al governo. Non per mandar via Berlusconi, ma per mettersi al suo posto. Cambiar gestione ad un ristorante purché serva sempre le stesse polpette avvelenate. Polpette che mangiano tutti e che finiscono anche nei nostri piatti.
Non è qualunquismo ma più di un sospetto che possa trattarsi di una triste realtà. Pensare che un partito possa aver vissuto in un paese con la corruzione al posto del DNA senza farsi corrompere con fenomenali incentivi come potere e denaro è un ragionamento molto ingenuo. E’ come quando uno viene morsicato dal vampiro, si vampirizza anche lui.
Detto questo, io mi auguro di cuore che Penati abbia solo fatto la cresta come le colf disoneste che vanno a far la spesa all’Esselunga con il borsellino della padrona, e che Bersani e il PD siano puri siccome angeli, perché sentire gli sfottò e le prediche di Sallusti e di tutta la merda stampata e televisiva berlusconiana mi sarebbe ancora una volta, dopo la Commissione Mitrokhin, intollerabile.
Una preghiera, però, amici del PD. Se dovessero emergere responsabilità precise della dirigenza PD negli episodi di corruzione attualmente sotto indagine della magistratura, se venisse dimostrato il finanziamento illecito, non voglio sentire lagne che “noi siamo diversi” e “bisogna distinguere”. Se avete le palle dovete andare da Bersani e dirgli di levarsi dai coglioni e con lui tutti gli altri residuati bellici del partito sopravvissuti dalla prima repubblica. Anche se lì per lì non saprete chi mettere al loro posto.
Se vogliamo veramente cambiare e salvare questo paese dal cancro della corruzione, questa volta, a differenza degli anni novanta, non dovremo avere nessuna pietà. Tanto meno per quelli della nostra parte.
Ho paura però che gli elettori e simpatizzanti del PD siano come certi mariti innamorati ai quali portano le fotografie della moglie in atteggiamento inequivocabile con un altro e loro rispondono: “Non è possibile, lei non farebbe mai una cosa simile e poi questa qui nelle foto non è lei.”

* grazie Gianguido.

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“Non credo che vorremmo consegnare la nostra città a chi promette progetti irrealizzabili e vorrebbe fare di Milano la Stalingrado d’Italia”.” (B.)
Il primo pensiero che uno fa, sentendo questa scempiaggine, è che se io fossi un nazistello attempato ed azzimato Stalingrado non la nominerei, visto che fu grazie all’eroismo di quella città che il nazismo subì la sua prima cocente sconfitta, prima di essere spazzato via dalla storia.
In secondo luogo, B. non lo sa certamente ma una delle immagini più celebri di Stalingrado è quella di un suo famoso monumento risalente all’epoca della storica battaglia. Vi sono raffigurati sei bambini che fanno il girotondo attorno….. ad un caimano!
A volte il destino dà segni inquietanti del suo agire.

La migliore campagna elettorale per Pisapia, per giunta spontanea e gratuita, è quella che gli sta facendo la rete. E’ un tripudio di battute, vignette e gruppi a tema su Facebook partito dal tormentone “E’ colpa di Pisapia” e le sue mille varianti. 
Tutto questo mentre il nano pittato come una vecchia bagascia e talmente insicuro da aggrapparsi alla penna mentre farnetica in tv crede di spaventare i milanesi con gli zingari e le moschee e propone antiche visioni di piazze piene di bandiere rosse con le falci e i martelli, neanche stesse recensendo “Novecento” di Bertolucci. 
Un po’ poco. La sua pistolina fa clic, clic, clic. 
Se avesse un po’ più di fantasia in quel testone, come argomento de paura ci sarebbe la peste, a pensarci bene. Sient’amme’: Pisapia vuole consegnare il potere ai monatti e riempire Milano di lazzaretti perché in segreto sta tramando con Al Qaeda per contaminarla, a partire da Via Montenapo, con Yersinia Pestis. Lui si è già immunizzato in segreto con un antidoto. Lui e i punkabbestia dei centri sociali, che sono già pronti con le carrette per trasportare le sciurette e i cumenda, le casalinghe di Voghera e le vecchie passerottine con il bubbone ascellare fino ai lerci lazzaretti di Quarto Oggiaro prima che finiscano tutti al Monumentale.
Non sarebbe uno scenario credibile?
Meglio che taccia, va. Se no se per sbaglio mi legge Belpietro è capace di crederci e di farci il titolone in prima pagina: “La Peste a Milano se vince Pisapia”.
Andrà in televisione a reti unificate ma solo su quelle nano-friendly, s’intende. Quelle dall’uno al sei, per intenderci, con l’esclusione, immagino, del tre. Imperverserà, si preoccupano e belano quelli del PD che, come al solito, non riescono a leggere correttamente la realtà. Un modo elegante per dire che non capiscono un cazzo, in questo caso, di comunicazione.
Sarà su tutti i canali? Bene! E’ quello che ci vuole. Lasciatelo fare, anzi, bisogna incoraggiarlo a farlo sempre di più. A piazzarsi nel salotto degli italiani come un indesiderato ospite che ormai puzza di pesce marcio. 
Per gli italiani, oltre al vaccino di Montanelli, ci vuole la Cura Ludovico del Silvio emetico a tutto schermo. Meglio se in Full HD.
Con il corpaccione da vecchio boss tronfio stretto nel busto, con i capelli sempre più marroni dipinti con il pennarello, il fondotinta e, da stasera, anche il rimmel. Un personaggio ridicolo ed imbarazzante come una diva decaduta e ormai fuori come un comignolo, un vecchio dall’aspetto sempre più simile ad un morto già bell’e vestito e truccato che è scappato dalla camera ardente e vuole andare in televisione a fare la pazza.  
Non potrà far altro, oltre a provocare il disgusto di chi lo guarda e osserva con raccapriccio l’aspetto giallastro da Mao morto, che spurgare bugie, su bugie, su bugie.
Lo farà ancora e sempre con quell’accento da attore cane da cinepanettone che imita il milanese arricchito in un film di romani a Portofino. Una roba che ormai scatena reazioni anafilattiche da pronto soccorso.

Se c’è una cosa che fa amare Pisapia, tra parentesi, al di là di ogni suo merito politico o personale, è il fatto che parla da milanese vero, autentico, simpatico. Senza quella parlata spetasciada da ricco bauscia in vacanza che, per esempio, a noi genovesi, conoscendo i soggetti per il fatto che sono soliti svernare da noi, ha sempre fatto prudere le mani.

Il tombeur trombato farà promesse che non potrà mantenere come non ha mantenuto tutte quelle fatte finora. Potrà sparare le sue palle ancora più grosse di prima. Potrà evocare le falci e i martelli, le armate rosse, i cosacchi che si abbeverano alla Bovisa, i centri sociali, dando retta a quella mariantonietta rifatta della sua consigliera che lo sta portando (per fortuna) alla rovina. 
Lui parla come se Pisapia l’avessero votato i marziani con un complicato sistema di condizionamento mentale wi-fi degli elettori, improvvisamente costretti a votare i comunisti. 
Il problema, che lui ovviamente non può vedere, obnubilato dal potere e dall’egocentrismo, è di una semplicità disarmante. La gente non gli crede più. Sono stati i milanesi a fargli mancare quelle venticinquemila e rotte preferenze, non i marziani o i comunisti. 
La gente sa che è un bugiardo patologico, un mentitore di professione. In breve: un imbroglione. Può promettere quello che vuole: sgravi delle tasse a tempo scaduto, due ministeri a Milano, far sparire la monnezza (ancora?????), può chiedere alla Lombrichetto di applicare gli sconti del 75% sui parcheggi a tutta la clientela solo per oggi, come il Totò sotto accertamento dei “Tartassati” che deve ingraziarsi i finanzieri. 
Qualcuno dia al Bagonghi del Consiglio una bella svegliata. La gente, soprattutto quella che strappa la vita con i denti con fatica e disperazione, che si rompe la schiena per mille euro al mese e due figli da mantenere, non ama essere presa per i fondelli troppo a lungo. 
Questo è un individuo che, con il suo governo di parvenu e ricchi sfondati (anche in quel senso), ha aumentato le pensioni da fame a qualche pensionato sociale e poi, magari, dopo qualche anno, è andato a richieder loro i soldi indietro. Se questi erano morti li ha chiesti ai loro eredi. Sette-ottocento euro che per chi ne guadagna mille al mese sono tanti, mentre per lui sono un paio di pompini, non dimenticatelo.

E’ lo stesso soggetto che ha tolto l’ICI sulla prima casa  ma anche alla Chiesa ed al suo sterminato patrimonio immobiliare, costringendo i Comuni a rifarsi sulle piccole aziende e i proprietari di seconde case, magari comperate dopo una vita di lavoro con i soldi del TFR.
E’ quello che ha preso ripetutamente in giro i napoletani, gli aquilani e tutti coloro che vivevano situazioni d’emergenza promettendo l’impossibile, sapendo di non poterlo mantenere. Potrei continuare ma mi fermo.

Sono convinta che nuove promesse potrebbero rendere gli elettori ancora più furibondi nei suoi confronti. Per cui è giusto che parli, che parli, che farnetichi dagli schermi delle sue fottutissime televisioni. Tanto ormai è come la storia di “al lupo, al lupo!”. Anzi, al nano, al nano.
Tornando ai milanesi, caro il mio nano pittato, siamo sicuri che, nel segreto dell’urna, qualcuno non abbia potuto fare a meno di ripensare ai bonifici da centomila euro, alle automobili, gli appartamenti, le botte da migliaia di euro in contanti alle addette notturne alla pompetta? Vuoi che a qualcuno non siano venuti in mente i quartieri interi destinati al riposo delle guerriere rottincule mentre ci sono famiglie con l’intimo di sfratto? Altro che zingaropoli.
La rabbia e l’indignazione per cotanta faccia tosta ed impudicizia possono far compiere gesti sconsiderati. Per esempio votare un signore mite e dal comportamento finalmente normale. O votare addirittura i comunisti per reazione all’anticomunista bugiardo ed imbroglione.

La ricchezza è una cosa. Lo sfarzo, lo spreco, lo sbattere in faccia il privilegio e soprattutto la presa in giro, lo sberleffo a persone che sono in condizioni di inferiorità, rendono semplicemente indecente il potere. Soprattutto un potere che pretende di stare dalla parte del popolo.
Ora quel popolo che lo aveva votato pare volergli voltare le spalle. Dio lo voglia e per sempre.

Tratto da: “L’Oro di Napoli” di Vittorio De Sica. Episodio “Il guappo”.

Suggestionata dal tormentone milanese con il Bat-loft, il Bat-figlio e la Bat-sindaca, e forse a scopo scaramantico, ieri pomeriggio mi sono rivista “Il cavaliere oscuro”, con l’immenso Heath Ledger.
Sarà appunto suggestione ma effettivamente il paragone tra la capitale del nord (forse molto presto potremo ritornare a chiamarla capitale morale) e Gotham City non è casuale, vista la corruzione, il malaffare, la mafia al potere e i cattivi da fumetto che la popolano, in primis il villain villano nano. C’è persino, nel film, un personaggio che si chiama Maroni.
In questa serata post elezioni comunali la vita reale non imita l’arte ma la rovescia e la cosa è ancora più divertente. Pare che, con Pisapia al 47% nelle proiezioni, nella graphic story meneghina sia la Bat-sindaca a prenderselo in quel posto e a ritrovarsi la cotonatura scotonata e Joker  possa farsi una grassa risata alle spalle della Lombrichetto. Ballottaggio molto probabile, si, ma forse c’è speranza per Gotham City.
Perchè sei così seria stasera, Letizia?
La splendida notizia, che forse non vi daranno nei TG, è però che al referendum consultivo svoltosi in Sardegna e che chiedeva: “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?”, il 98,14% dei votanti ha risposto SI. Un plebiscito e un’ottimo auspicio per il voto del 12-13 giugno. Grazie sardi!
La First Sciura della Milano da baro.
Non paga della minaccia di dedicare una via a Bettino Craxi, tecnicamente un ladro, se ne va in TV a dire che Pisapia, il suo avversario candidato sindaco, è stato condannato per furto d’auto, cioè è un ladro. La cosa è falsa.  Pisapia fu assolto in appello per non aver commesso il fatto. 
In seguito, accortasi dell’autogol al 91°, perché purtroppo le sentenze vengono scritte su carta e su Internet si è potuto subito pubblicare quelle in oggetto, la Monatti si giustifica cambiando discorso, dicendo che lei è una moderata, (sempre bugiarda, però) e che ha voluto solo rimarcare la differenza politica tra lei e Pisapia. Riferendosi tra l’altro a fatti di trent’anni fa. Come se invece di Pisapia si parlasse di Mario Moretti e come se Giuliano Ferrara, Paolo Liguori ed altri berlusconidi rettiliani non avessero militato in Lotta Continua, ai loro tempi, prima di convertirsi sulla via di Arcore.
A furia di scartavetrarne il fondo con la lingua, la petroliera ha sversato del bitume puzzolente sulla campagna elettorale ma ci si è sporcata ben bene anche le manine.
Faccio un appello ai milanesi, che pure non meriterebbero alcuna pietà, avendoci regalato Mussolini, Craxi e Berlusconi, e che sono ora e per i prossimi venti secoli esentati dall’offrirci altri duci, grandi statisti e unti del Signore. Potrebbero, una volta tanto, rifarsi in parte trombando la Lombrichetto Monatti, spettinandola ben bene e, di rimbalzo, farsi la doppia fottendo anche il suo nano di riferimento.
L’occasione è ghiotta ma non mi faccio illusioni. La Monatta Lombrichetto l’hanno fatta sindaca i milanesi, non l’hanno cacata i marziani e lo sciurettismo è una piaga difficile da debellare. Più resistente delle incrostazioni sul fondo delle petroliere.
Questa sera in Piazza del Duomo, sotto la Madonnina che la brila in di luntan, concerto benefico con il riesumato per l’occasione Charles Aznavour. Un po’ saponificato ma ancora in grado di deliziarci con le immortali “Ed io tra di voi e “L’istrione “. Concerto blindatissimo, full metal jacket, per impedire, immagino, una calca sottopalco che nemmeno con il Blasco. Non ci sarà invece il temuto duetto tra quello che cantava sulle navi e poi si è dato alla politica e lo chansonnier di origini armene.
L’occasione mondana per audire l’anziano cantante (mi riferisco ad Aznavour) è l’assegnazione del Premio Grande Milano, indetto dalla Provincia, alla più prestigiosa personalità meneghina, il ghepensimi del consiglio. Ormai non è più la Milano da bere ma quella da rigurgitare con un dito in gola. Una città anoressica come le sue modelle dell’alta moda che, a dieta di fichi secchi e limonata, riesce a cacare dopo immani sforzi solo uno stronzetto macchietta milanese da cinepanettone, battutacce da trivio comprese.
Il nostro maghetto di Cafondoro Silvio Berlusconi, secondo le commoventi motivazioni del premio condiviso con il suo Don Gerovital personale, il Don Verzè, quello che minaccia di farlo campare centovent’anni (Signore, cavati quelle cuffiette e ascoltaci, finalmente), sarebbe “Statista di rara capacità che conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi, che compongano una società solidale, fondata sull’amore, la tolleranza e il rispetto per la vita”.

M’hai detto Mandela! Consegna il premio Cesare Cadeo.

L’altra sera, zappando tra una partita, una fiction e un Dr. House interamente dormito, mi sono ritrovata su Raitre di fronte ad uno spettacolo inconsueto. Un’orchestra, un pianista e musica di Ludovico Van.
Musica classica a quest’ora in tv? Oddìo è morto Berlusconi, ho pensato. Avete presente, come quando schiattavano i segretari del PCUS.
Invece era semplicemente Cultura, pasturata senza tanti complimenti ai telespettatori di un programma di solito di tono più svagato. Una bella sorpresa. Bella musica e splendidi musicisti.
Il pretesto era l’inaugurazione della stagione della Scala, con la “Carmen” affidata al maestro Baremboim, uno degli intervenuti al programma di Fazio.

Appunto. Sto leggendo e soprattutto guardando le foto della serata inaugurale della Scala di Milano, il consueto appuntamento del 7 dicembre con il Vip Pride, la festa dell’orgoglio milionario dove però, purtroppo, dopo aver sbattuto la gabbana fatta di cento scalpi di visone e la gioielleria al cristallo di carbonio in faccia al cassintegrato, il V(ery) I(mportant) P(irla) deve pagare pegno e sorbirsi due-tre ore – quando va grassa e bastano – di opera lirica.

Per fortuna quest’anno, con la “Carmen” di Bizet, la musica è meno impegnativa di quella interminabile del Wagner, la trama è movimentata e il finale è in stile CSI, con il Don Giosé che scanna la fedifraga che si fa sbattere da quel torero lì, come si chiama, Camomillo, Escamillo. Quest’atmosfera da pagina di cronaca nera di “Libero”, con la zingara cattiva che alla fine muore sono sicura terrà svegli i cumenda e le sciurette con i culi imprigionati nelle poltroncine di velluto. Certo è sempre musica classica e non Apicella e alla fine sono due palle così ma non esserci sarebbe impensabile. C’è uno zoccolo duro di borghesia milanese che non mancherebbe la prima della Scala neppure se fosse stesa in un lazzaretto alla Don Rodrigo in una riedizione rimasterizzata della peste manzoniana.

Dicevo della sfilata di dame e damazze, sciure e sciurette capitanate dalla First Sciura in Armani verde con l’orecchino smeraldato a fare pendant ed il solito capello cotonato fissaggio extraforte effetto “mi piego ma non mi spettino”.
Mi fa piacere che quest’anno, dopo un paio d’anni di ipocrisia del “tutti sottotonoo!!!” si sia tornati, in tempi di crisi e licenziamenti, al sano sfarzo del blagueur in libera uscita.
Macchè bigiotteria cinese, fuori i collier e le parure dalle cassette di sicurezza. In culo ai manifestanti, tenuti ben lontani dal vippume in passerella dai celerini in tenuta antisommossa. In quella piazza di Milano il tempo si è fermato. E’ sempre 1968.

Ecco Marina dall’ambrogina d’oro, occhio bistrato stile espressionismo tedesco Doktor Caligari, sorriso vagamente asinino e abituccio nero sobrio sobrio ravvivato dal collierone che le aggiudica senz’altro il titolo di vippetta megasupersborona della serata.
“Me lo ha regalato Papi”. Tié! Una vera pizza in faccia alla matrigna, che l’anno scorso, anno di magra, si presentò con una misera collanona di cristallo di rocca.
La Madonna di Mondadorije invece sfoggia, eccome se sfoggia. Anche lei con moroso ballerino al guinzaglio, come Dolce del duo Dolce&Gabbana che vince il premio “viva la faccia d’ ‘o cazzo” quando afferma di non condividere gli inviti alla sobrietà in una giornata come questa. Ma certo, a lui, se gli operai perdono il posto, che cazzo gliene può fregare? Mica sono suoi clienti.

A rappresentanza del governo non c’era Silviuccio nostro, che ha altro da fare tra un pentito e l’altro e che ama ben altra musica di quella lagna, ma la ministra Brambilla, scelta unicamente per il cognome tipicamente meneghino e per la raffinatezza di modi. Bondi, ministro per caso della cultura, non pervenuto. Nessuno ne ha patito l’assenza.
In compenso poteva mancare il presidente Napolitano che ormai starà cominciando ad apparire in bilocazione, ovverosia in due posti contemporaneamente, come San Pio da Pietrelcina?
Tra gli aficionados del foyer si sono viste le solite carampane Marzotto e Cortese che, come ogni anno da 4.500 anni, vengono tolte con cautela da sue vasi di formalina custoditi nel retropalco e mandate a fare una rapida passerella prima che l’aria le decomponga.

Ospiti stranieri senza infamia e senza lode. Segnalato Dan Brown, che scommetto si sarà trovato a suo agio tra tanti Illuminati ed il presidente del Gabon che si chiama, lo giuro, Ali Bongo (!).
Insomma il solito ripetitivo rituale che ha avuto l’unico momento di genialità nella scelta dell’abito di Valeria Marini.
Vederla così sfasciata di rosso è stato illuminante (in omaggio a Dan Brown). Ho cercato di scacciare l’immagine di un gruppo di stronzi tutti riuniti in un teatro ma non ho potuto farci nulla. Mi ha ricordato la vendetta della Faccia Gigante.

Veramente una bella settimana per l’Italia. Con una serie di figure barbine da andarne orgogliosi ed a testa alta per il mondo. Siamo riusciti a disgustare praticamente tutti, dall’ONU al Vaticano, oltre all’intero consesso dei paesi civili.

Dopo la ratifica dell’accordo bilaterale siglato nell’agosto scorso con la Libia, accordo costosissimo (5 miliardi di euro, circa la metà del patrimonio di Berlusconi) che contiene la promessa di costruire autostrade ed altre opere riparatorie nel paese africano nostra ex colonia fascista, a patto che la Libia ci aiuti a contrastare il traffico di esseri umani, dobbiamo o no farci venire il dubbio che Gheddafi ci abbia leggermente preso per il culo, visto che i barconi con i migranti continuano ad arrivare a Lampedusa? Che dice Silvione l’Africano? Non c’era scritto sull’accordo una cosa abbastanza chiara sull’argomento?

“I due Paesi collaboreranno nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche“.

In teoria, la Libia dovrebbe controllare che dalle sue coste non partano i carichi dei trafficanti di carne umana che sfruttano le sofferenze di chi fugge dal proprio paese per non essere perseguitato e, magari, cooperare per stroncare questo immondo traffico. Cosa stia facendo in pratica lo sappiamo. I disgraziati che, fuggendo da paesi come la Nigeria e la Somalia, cadono nelle sgrinfie dei trafficanti e poliziotti libici e vengono rinchiusi nelle prigioni lager vanno incontro a torture, stupri e morte. Racconta una ragazza scampata a quell’inferno:

“Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace.”

A quanto pare, quindi, i libici non combattono i trafficanti, visto che partecipano anche loro al bisinissi, ma perseguitano solo le loro vittime, accanendosi su di essi come fossero animali senza valore.

Noi, da parte nostra, che vogliamo tanto bene alle donne e le facciamo ministre perchè siamo sensibili ai diritti femminili ed al fascino allupante della gnocca in tailleur, queste ragazze migranti ed i loro compagni di sventura maschi che subiscono anch’essi gli stessi stupri, li abbiamo riconsegnati nelle mani dei loro carnefici. Come facevano certi paesi di merda durante l’ultima guerra, che intercettavano gli ebrei in fuga e li riconsegnavano ai nazisti. Proprio una cosa della quale andare fieri. Dov’è che ci si sbattezza da italiani?
Ci si rimane male, certo, perchè ovviamente non sapevamo che in Libia succedevano queste atrocità. Chi è che in televisione va ad intervistare una ragazza somala stuprata in un lager libico? Per carità, vogliamo perdere gli sponsor?
Tutt’al più, parlando dell’accordo Gheddafi-Berlusconi, abbiamo saputo della tenda nel deserto, delle “belle samaritane” e della gnocca, pardon Venere, di Cirene.

Comunque rassicuratevi, la settimana non passerà alla storia per il nostro comportamento da infami con i migranti, ma per le vicende boccaccesche di papi e delle lolite di diciott’anni che però vanno per i trentacinque. I libri narreranno dello stupro a mezzo stampa della moglie di Cesare e dell’autodifesa, quasi un lungo atto di autoerotismo senza stacchi, di Cesare in persona, sulla televisione pubblica, con un valletto che reggeva l’automoccolo e porgeva i kleenex.


Poi, per non farci mancare anche l’ultima iniziativa della Lega, ecco la proposta di un suo giovane esponente di riservare i posti sui tram “ai milanesi ed alle persone perbene”.
Che detta così sembra sottintendere, se i ricordi delle regole della logica non mi tradiscono, che milanese e persona perbene non appartengano allo stesso insieme. Così potrebbe accadere, paradossalmente, che nel tram che va alla Baggina possano trovare posto a sedere solo un milanese pregiudicato per furto con scasso e un calabrese incensurato e di specchiata virtù.

Quando le cagano grosse e fuori dal vaso hanno sempre la giustificazione: era una provocazione.
Non lo è affatto. Questa gente ‘e sfaccimm, queste cose le pensa veramente. Il Nord sembra sempre più abitato e purtroppo governato da tanti Olindi e Rose che quando fanno politica sanno solo tirar fuori il peggior spirito reazionario e la paranoia più sfrenata. Se un paese non ha mai vissuto la vergogna dell’apartheid loro si adoperano per introdurla. Mi sento sempre più a disagio a vivere in questo Nord, con una capitale immorale sempre più spietata e volgare e lasciata in mano ai suoi peggiori abitanti. Dopo la Milano da bere, la Milano da vomitare.
Meno male che c’è chi, pur abitando nella roccaforte della demenza leghista, resiste e si ribella, come dimostrano questi cartelli.

Restiamo nella capitale amorale del paese per segnalare un’altra cosetta, e cioè il Don Verzé che fa el so mesté, cioè loda il Signore. Peccato che non si tratti di Colui che tutto sa ma di Colui che tutto ha comperato, compreso il senso della misura del fondatore del San Raffaele.
Titolo dell’intervista: “Il premier soffre, la moglie torni indietro“. Un breve delirante estratto sul martirio del Diosilvio:

“La Veronica del Vangelo non poté far altro che detergere in silenzio il sudore e il sangue del Figlio di Dio carico di croce dell’amore: solo per questo non sarà dimenticata”.
“Il bene che Silvio Berlusconi sta facendo al nostro Paese non può lasciare indifferenti a questa nuova sofferenza che so così acre”.

Dopo tale esempio di idolatria che una volta, ricordiamolo, era riservata solo al Signore, non può mancare l’ex-presidente della Repubblica che si precipita a scrivere ad una illustre sconosciuta scusandosi non si sa di che cosa. Neanche fosse la figlia del re.
Ci sarebbe stato piuttosto da commemorare il sacrificio di Aldo Moro in questi giorni ma capisco che per lui sono brutti ricordi. Meglio passare tutto sotto silenzio, con un presidente in carica che accenna soltanto al “terrorismo delle BR”, sbianchettando tutto ciò che riguarda il fenomeno ben più complesso della strategia della tensione di quegli anni.

Per terminare in bellezza, l’Italia di questa settimana può vantarsi, come accennavo prima, di avere il primo ministro salmonato della storia. La Brambilla era rimasta a secco di poltrona a suo tempo e oggi si è rimediato all’odiosa ingiustizia. Dai surgelati al turismo. Sono soddisfazioni.


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Veramente una bella settimana per l’Italia. Con una serie di figure barbine da andarne orgogliosi ed a testa alta per il mondo. Siamo riusciti a disgustare praticamente tutti, dall’ONU al Vaticano, oltre all’intero consesso dei paesi civili.

Dopo la ratifica dell’accordo bilaterale siglato nell’agosto scorso con la Libia, accordo costosissimo (5 miliardi di euro, circa la metà del patrimonio di Berlusconi) che contiene la promessa di costruire autostrade ed altre opere riparatorie nel paese africano nostra ex colonia fascista, a patto che la Libia ci aiuti a contrastare il traffico di esseri umani, dobbiamo o no farci venire il dubbio che Gheddafi ci abbia leggermente preso per il culo, visto che i barconi con i migranti continuano ad arrivare a Lampedusa? Che dice Silvione l’Africano? Non c’era scritto sull’accordo una cosa abbastanza chiara sull’argomento?

“I due Paesi collaboreranno nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche“.

In teoria, la Libia dovrebbe controllare che dalle sue coste non partano i carichi dei trafficanti di carne umana che sfruttano le sofferenze di chi fugge dal proprio paese per non essere perseguitato e, magari, cooperare per stroncare questo immondo traffico. Cosa stia facendo in pratica lo sappiamo. I disgraziati che, fuggendo da paesi come la Nigeria e la Somalia, cadono nelle sgrinfie dei trafficanti e poliziotti libici e vengono rinchiusi nelle prigioni lager vanno incontro a torture, stupri e morte. Racconta una ragazza scampata a quell’inferno:

“Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace.”

A quanto pare, quindi, i libici non combattono i trafficanti, visto che partecipano anche loro al bisinissi, ma perseguitano solo le loro vittime, accanendosi su di essi come fossero animali senza valore.

Noi, da parte nostra, che vogliamo tanto bene alle donne e le facciamo ministre perchè siamo sensibili ai diritti femminili ed al fascino allupante della gnocca in tailleur, queste ragazze migranti ed i loro compagni di sventura maschi che subiscono anch’essi gli stessi stupri, li abbiamo riconsegnati nelle mani dei loro carnefici. Come facevano certi paesi di merda durante l’ultima guerra, che intercettavano gli ebrei in fuga e li riconsegnavano ai nazisti. Proprio una cosa della quale andare fieri. Dov’è che ci si sbattezza da italiani?
Ci si rimane male, certo, perchè ovviamente non sapevamo che in Libia succedevano queste atrocità. Chi è che in televisione va ad intervistare una ragazza somala stuprata in un lager libico? Per carità, vogliamo perdere gli sponsor?
Tutt’al più, parlando dell’accordo Gheddafi-Berlusconi, abbiamo saputo della tenda nel deserto, delle “belle samaritane” e della gnocca, pardon Venere, di Cirene.

Comunque rassicuratevi, la settimana non passerà alla storia per il nostro comportamento da infami con i migranti, ma per le vicende boccaccesche di papi e delle lolite di diciott’anni che però vanno per i trentacinque. I libri narreranno dello stupro a mezzo stampa della moglie di Cesare e dell’autodifesa, quasi un lungo atto di autoerotismo senza stacchi, di Cesare in persona, sulla televisione pubblica, con un valletto che reggeva l’automoccolo e porgeva i kleenex.


Poi, per non farci mancare anche l’ultima iniziativa della Lega, ecco la proposta di un suo giovane esponente di riservare i posti sui tram “ai milanesi ed alle persone perbene”.
Che detta così sembra sottintendere, se i ricordi delle regole della logica non mi tradiscono, che milanese e persona perbene non appartengano allo stesso insieme. Così potrebbe accadere, paradossalmente, che nel tram che va alla Baggina possano trovare posto a sedere solo un milanese pregiudicato per furto con scasso e un calabrese incensurato e di specchiata virtù.

Quando le cagano grosse e fuori dal vaso hanno sempre la giustificazione: era una provocazione.
Non lo è affatto. Questa gente ‘e sfaccimm, queste cose le pensa veramente. Il Nord sembra sempre più abitato e purtroppo governato da tanti Olindi e Rose che quando fanno politica sanno solo tirar fuori il peggior spirito reazionario e la paranoia più sfrenata. Se un paese non ha mai vissuto la vergogna dell’apartheid loro si adoperano per introdurla. Mi sento sempre più a disagio a vivere in questo Nord, con una capitale immorale sempre più spietata e volgare e lasciata in mano ai suoi peggiori abitanti. Dopo la Milano da bere, la Milano da vomitare.
Meno male che c’è chi, pur abitando nella roccaforte della demenza leghista, resiste e si ribella, come dimostrano questi cartelli.

Restiamo nella capitale amorale del paese per segnalare un’altra cosetta, e cioè il Don Verzé che fa el so mesté, cioè loda il Signore. Peccato che non si tratti di Colui che tutto sa ma di Colui che tutto ha comperato, compreso il senso della misura del fondatore del San Raffaele.
Titolo dell’intervista: “Il premier soffre, la moglie torni indietro“. Un breve delirante estratto sul martirio del Diosilvio:

“La Veronica del Vangelo non poté far altro che detergere in silenzio il sudore e il sangue del Figlio di Dio carico di croce dell’amore: solo per questo non sarà dimenticata”.
“Il bene che Silvio Berlusconi sta facendo al nostro Paese non può lasciare indifferenti a questa nuova sofferenza che so così acre”.

Dopo tale esempio di idolatria che una volta, ricordiamolo, era riservata solo al Signore, non può mancare l’ex-presidente della Repubblica che si precipita a scrivere ad una illustre sconosciuta scusandosi non si sa di che cosa. Neanche fosse la figlia del re.
Ci sarebbe stato piuttosto da commemorare il sacrificio di Aldo Moro in questi giorni ma capisco che per lui sono brutti ricordi. Meglio passare tutto sotto silenzio, con un presidente in carica che accenna soltanto al “terrorismo delle BR”, sbianchettando tutto ciò che riguarda il fenomeno ben più complesso della strategia della tensione di quegli anni.

Per terminare in bellezza, l’Italia di questa settimana può vantarsi, come accennavo prima, di avere il primo ministro salmonato della storia. La Brambilla era rimasta a secco di poltrona a suo tempo e oggi si è rimediato all’odiosa ingiustizia. Dai surgelati al turismo. Sono soddisfazioni.


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