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Acquistate anche voi abbigliamento di produzione cinese? Beh, state attenti perchè potrebbe capitarvi ciò che è successo a me oggi: ritrovarvi di un bel color blu puffetta. Ora vi racconto.
Stamattina mi ero messa un normalissimo paio di pantaloni neri nuovi di pacca. Dopo un pò che sono in ufficio noto che ho le unghie blu. Boh, mi sarò sporcata con qualche toner. Mi lavo le mani ma il blu non viene via. Quando sono tornata a casa e mi sono tolta i pantaloni, mi sono ritrovata la metà inferiore del corpo blu. La maglietta che indossavo era macchiata di blu. Ho provato a lavare i pantaloni ma dopo aver sporcato la vasca da doverla smacchiare con il Cillit Bang, ho desistito visto che le braghe maledette continuavano a buttare colore. Per lavarmi ho dovuto usare una striglia da cavalli e una pasta speciale abrasiva tedesca che di solito uso per pulire il lavandino d’acciaio. Nonostante ciò sono riuscita a macchiare l’accappatoio di blu.

Ma che minchia di coloranti usano, ‘sti cornutazzi di cinesi? Io spero e mi auguro che non si tratti di roba tossica. Veleni inenarrabili che ti entrano nella pelle e dopo un pò cominci a mordere tutti. Oppure fai la fine della tipa di Goldfinger, avvelenata con una tintura. Là era oro, qui blu puffetta.
I pantaloni li ho buttati via ma mi sorge un dubbio: dovevo forse trattarli come rifiuto speciale?

E’ tutto vero, non vi sto coglionando con un trip di fantasia. Non mi sono drogata, non ho fumato niente e non ho preso acidi. Piuttosto, riascoltandola, l’unica cosa che può sembrare psichedelica in questo post è la canzone di Mina. Oppure questa incredibile lettura simbolica dei puffi. Vado a darmi la seconda strigliata.


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Acquistate anche voi abbigliamento di produzione cinese? Beh, state attenti perchè potrebbe capitarvi ciò che è successo a me oggi: ritrovarvi di un bel color blu puffetta. Ora vi racconto.
Stamattina mi ero messa un normalissimo paio di pantaloni neri nuovi di pacca. Dopo un pò che sono in ufficio noto che ho le unghie blu. Boh, mi sarò sporcata con qualche toner. Mi lavo le mani ma il blu non viene via. Quando sono tornata a casa e mi sono tolta i pantaloni, mi sono ritrovata la metà inferiore del corpo blu. La maglietta che indossavo era macchiata di blu. Ho provato a lavare i pantaloni ma dopo aver sporcato la vasca da doverla smacchiare con il Cillit Bang, ho desistito visto che le braghe maledette continuavano a buttare colore. Per lavarmi ho dovuto usare una striglia da cavalli e una pasta speciale abrasiva tedesca che di solito uso per pulire il lavandino d’acciaio. Nonostante ciò sono riuscita a macchiare l’accappatoio di blu.

Ma che minchia di coloranti usano, ‘sti cornutazzi di cinesi? Io spero e mi auguro che non si tratti di roba tossica. Veleni inenarrabili che ti entrano nella pelle e dopo un pò cominci a mordere tutti. Oppure fai la fine della tipa di Goldfinger, avvelenata con una tintura. Là era oro, qui blu puffetta.
I pantaloni li ho buttati via ma mi sorge un dubbio: dovevo forse trattarli come rifiuto speciale?

E’ tutto vero, non vi sto coglionando con un trip di fantasia. Non mi sono drogata, non ho fumato niente e non ho preso acidi. Piuttosto, riascoltandola, l’unica cosa che può sembrare psichedelica in questo post è la canzone di Mina. Oppure questa incredibile lettura simbolica dei puffi. Vado a darmi la seconda strigliata.



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L’altro giorno, parlando dello scoiattolo scorreggione, vi ho mentito. Ho scritto che detesto la pubblicità ma in fondo non è vero. La detesto quando è troppo paracula ed esoterica e non la capisco e ciò accade inevitabilmente per gli spot delle automobili tedesche.
Non mi piacciono gli spot dove la tipa approccia un Togo come fosse in un film di Rocco Siffredi perché si prendono troppo sul serio e sono in fondo ridicoli. Il sesso per me funziona in pubblicità solo se è sdrammatizzato e tira sul comico, vedi “Antò, fa caldo!” oppure le battutine della Ridolfi sul gorgonzola e le pere. Per non parlare del ben più audace, per l’epoca :”Caballero, che pistola!” pronunciato da Carmencita.

Va bene, alcune pubblicità mi piacciono ma solo se mi divertono. Dev’essere l’imprinting di Carosello. E’ difficile per chi ha conosciuto solo il “du gusti is meglio che uan” capire cosa ha rappresentato per quelli della mia generazione l’appuntamento serale con i 4-5 sketch della rubrica fissa della RAI, andata in onda ininterrottamente dal 1957 al 1977, della quale in febbraio si è celebrato il cinquantenario.

Avrete sentito dire che i nostri genitori pronunciavano la fatidica frase: “A letto dopo Carosello”. Ma era proprio vero? In genere si, non c’era alcun problema di fascia protetta perché i bambini a quei tempi si levavano dagli zebedei alle otto e mezza di sera e si andava a letto per davvero. Poi, che il massimo della trasgressione per gli adulti rimasti di fronte al teleschermo fosse Albertazzi con le lenti a contatto bianche nei panni di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, è un’altra storia.
A volte ci veniva concesso di rimanere svegli per eventi eccezionali, come Maigret o il mitico Belfagor (sui cui effetti traumatici su un’intera generazione ho già raccontato), oppure lo sbarco sulla Luna, per il quale venni tirata giù dal letto senza troppa convinzione da parte mia.

Carosello e imprinting, si diceva. Pare che la prima parola che riuscii a leggere sia stata “Zoppas”, letta sulla cucina a gas di mia zia.
Il pianeta Papalla, Carmencita “chiudi il gas e vieni via”, L’ispettore Rock e la brillantina Linetti, Caio Gregorio guardiano der Pretorio, Joe Condor, Gigante-pensaci-tu, “capitano, lo posso torturare?” “supercortemaggiore-la-potente-benzina-italiana”, “con quella bocca può dire ciò che vuole”, l’omino Bialetti, l’uomo in ammollo, la linea di Cavandoli, Alemagna “ullallà è una cuccagna” e ovviamente Calimero, il più grande.
Se ancora oggi uso “quel” detersivo il motivo sta sicuramente nell’imprinting, del quale si parla anche nel Lorenziano primo episodio di Calimero, che narra del pulcino rifiutato, “perchè nero”, da una gallinaccia parente di Borghezio. Per fortuna l’Olandesina (il cui significato allegorico mi sfugge) lo lava e lo rende uguale ai suoi ariani fratelli. Spot reazionario o sapiente uso della pubblicità per divulgare un messaggio antirazzista?

Una cosa che mi stupisce, ricordando Carosello, è la quantità incredibile di alcolici e superalcolici che erano pubblicizzati ed il cui messaggio arrivava tranquillamente, senza che alcun MOIGE si imbarazzasse, a noi bambini.
Stock 84, Dom Bairo l’uvamaro, Vecchia Romagna Etichetta Nera, Amaro Ramazzotti, Liquore Strega, la China Martini, la sambuca Molinari, aperitivo Biancosarti, Brancamenta brrrr, l’orrenda Batida de Coco, Petrus Boonekamp (che mi faceva venire ogni volta un accidente con il guantone di ferro, sbang!), Cambusa Uam l’amaricante, il Cynar contro-il-logorio-della-vita-moderna, Cavallino Rosso, Rosso Antico.
Eppure non siamo diventati tutti alcolizzati. Meno male. In compenso non c’erano spot di automobili e ne siamo più o meno tutti schiavi.
Misteri del condizionamento.


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