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Il 19 luglio 1992 in Via d’Amelio a Palermo un’autobomba uccide il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Sono passati diciannove anni. E’ una strage di mafia, si, ma non solo. E’ a quel solo che non riusciamo a dare un volto ma che sappiamo  nascondersi dietro una famigerata ed infame trattativa tra Stato e mafia, con quest’ultima che cerca di scrivere le regole della Seconda Repubblica a suo vantaggio.
Paolo ci manca enormemente, ogni giorno di più, assieme a Giovanni.

Già, Giovanni Falcone e la strage di Capaci, 23 maggio 1992.
Mi fermo a pensare. Ci sono stati altri anniversari, di recente, ed altri si aggiungeranno nei prossimi giorni, in un rosario di misteri e lutti che decenni di mancanza di giustizia rendono quasi senza speranza di elaborazione.

Domani 20 luglio saranno dieci anni dai giorni del G8 Genova. Un morto, Carlo Giuliani, e nessun processo a stabilire chi veramente lo uccise; la Scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, le botte in Corso Italia, centinaia di feriti e soprattutto la democrazia sospesa e la volontà di dare una bella lezione a suon di legnate a chi osasse di nuovo in futuro protestare contro il modo in cui va il mondo e dovrà continuare ad andare. Secondo loro e perché lo hanno stabilito loro.

Il 27 giugno abbiamo ricordato i trentun’anni di silenzi, omissioni e misteri della strage di Ustica e il 2 agosto si commemoreranno anche, della schiera degli affamati di giustizia, gli 85 morti della strage di Bologna.

C’è un politico, un certo Garagnani, del partito degli onesti, che invoca per la prossima cerimonia di commemorazione del 2 agosto a Bologna la presenza dell’esercito in piazza. Per fronteggiare le contestazioni al governo, dice. L’esercito in piazza. Nemmeno più i celerini dal tonfa facile, l’esercito. Basterà il fosforo bianco o ci facciamo prestare un po’ di quel gas famoso del teatro Dubrovka da Putin?
L’esercito. Di questo dovremmo preoccuparci. Di un governo che non esiterà ad usare qualsiasi mezzo pur di non mollare la presa. Di questo dobbiamo parlare. Altro che  stare a sferruzzare mufole di lana caprina sulla vera identità di Spider-coso. 

Oggi, in via eccezionale ed in segno di lutto, se dovremo farne il nome lo scriveremo con la C, la kappa osserverà un minuto di silenzio.
Il rispetto per i morti ci induce anche all’astensione dalle battutacce, come quella che da ieri ci martella nella testa un diavolaccio tentatore, inducendoci all’irriverente e blasfemo accostamento da punteggio calcistico tra attrezzi da scavo, tra vanga e piccone, che eviteremo di pronunciare.

La vera tragedia è che, assieme all’emerito presidente, stiamo perdendo sempre più la possibilità di conoscere mandanti ed esecutori materiali di tanti infami delitti politici del nostro passato.
A meno che Andreotti non se ne esca con un clamoroso colpo di teatro in articulo mortis e decida di vuotare il sacco, lasceremo questa terra anche noi senza sapere nulla di Piazza Fontana, di Gladio, di Ustica, dei servizi deviati, del terrorismo, di come Moro fu condannato a morte, della strategia della tensione e di quella complessa questione che attiene alla sovranità nazionale.
Con la rabbia di sapere che tanti altri morti, morti senza rimorsi a macerarli per il resto della loro vita, resteranno ancora una volta gabbati, senza che nessuno si preoccupi di scrivere un coccodrillo tutto per loro. Con la consolazione che di solito, però, quelli ignorati dalla stampa sono i morti per i quali si piange davvero.

In suo onore, si dice, si potrebbe cambiare l’inno nazionale da “Fratelli d’Italia” a “Misteri d’Italia”. Ma sapeva veramente o ci ha torturato con sadismo per anni facendoci credere che sapesse mentre non sapeva niente nemmeno lui? C’era o ci faceva? Magari la vera tragedia di Cossiga è che passerà alla storia come colui che sapeva tanto e non voleva dire mentre non poteva dire niente perchè non sapeva nemmeno lui. In fondo ciò che ha rivelato di quando in quando erano cose note perfino ai lampioni.
Non so perchè ma ho l’impressione che con lui scenderanno nell’avello meno segreti di quanti siano sepolti assieme a Renatino in Sant’Apollinare.

1) E’, per sua stessa ammissione, un presidente puttaniere, cioè è un cliente. Uno che considera le donne una merce da acquistare, scartare dal cellophane, dal quale strappare il cartellino con il prezzo scontato, consumare e gettare dopo l’uso nella pattumiera.

2) Non ha ancora raccontato come, dall’umile figlio di bancario di cui parla la leggenda, sia diventato da un giorno all’altro il fantastiliardario che è, più ricco di un banchiere. Siccome noi lavoratori ci mettiamo una vita per guadagnare certe cifre, chiamate TFR, la metà del cui importo va in conto all’ortopedico che ci riaggiusta la schiena che ci siamo schiantati, e siccome il Superenalotto non c’era ancora a quei tempi, la domanda su come ha fatto i soldi non è lecita, è un imperativo categorico.

3) E’ una persona volgare dentro e, quel che è peggio, non si accorge di esserlo. Anzi, è convinto di avere stile e decoro. Come quelli che riempiono la casa di mobili di Cantù finto settecento invecchiati sottoterra e nell’ingresso hanno la Grande Specchiera con il cornicione in foglia d’oro. Una casa di stile. Libero.

4) Si è fatto il lifting come una sciuretta, ha il terrore di invecchiare, indossa i tacchi alti e si trucca. Non ho niente contro i travestiti ma è lo stesso una cosa mostruosa in un uomo di Stato. Il fondotinta sulla pelle di un vecchio dall’espressione viziosa mummificata si giustifica solo sulla salma di un pimp americano sdraiato sul tavolo del tanatopratico.

5) E’ un bugiardo patologico. Quindi, per definizione, inaffidabile. Eppure gli italiani gli affidano le chiavi di casa, i figli minorenni (soprattutto le figlie) e un libretto di assegni in bianco e già firmati.

6) E’ fonte costante di vergogna nei nostri rapporti con i cittadini stranieri. La vergogna è un sentimento tra i più penosi da provare e può spingere al suicidio. Gli italiani devono aver sviluppato un qualche anticorpo contro la vergogna.

7) I suoi rapporti con Mafia e criminalità organizzata non sono mai stati chiariti fino in fondo e, nel dubbio, votare chi ha venduto l’anima al Diavolo è una follia.

8) Parla con inflessione milanese ma come un caratterista cane che interpreta ” il milanese” in un film romano.

9) E’ presidente del Milan ma è interista.

10) Impreca con “cribbio”.

11) Si atteggia a grande amatore ma la sua sessualità è dopata da quintali di pasticche blu. Il suo pisello ha già chiesto un T.S.O volontario a San Patrignano.

12) E’ amato e votato dalle casalinghe e dagli analfabeti politici di ogni colore, ovvero dalle categorie di votanti che giustificherebbero l’abolizione del suffragio universale.

13) E’ il classico cattoipocrita. Riceve la comunione nonostante sia pluri-risposato e ri-divorziato solo perchè è lui e si ritiene adatto a parlare di famiglia, valori famigliari, etica famigliare solo perchè ha impregnato più volte più donne.

14) E’ un fascista ma non escluderei che in cuor suo fosse comunista.

15) E’ assetato di potere perchè da giovane ha mangiato troppo salato.

16) Con tutte le promesse che fa, come mai non è imbarcato su un cargo liberiano?

17) Racconta barzellette anche ai funerali.

18) E’ il classico assicuratore che si fa firmare la polizza vantaggiosissima sulla vita leccandotelo per mezzora. Poi, quando vai a riscattarla perchè sei troppo vecchio e non ti coprono più, scopri che non solo non riavrai la cifra che hai versato negli anni ma gli devi pure le spese.

19) E’ massone, marpione, filone e sbruffone.

20) E’ l’Uomo della Provvigione.

I papiminkia si stanno catafottendo in massa a difendere il loro idolo di plastica, il loro vitello di silviorplate da adorare invece del vecchio ed inflazionato Dyo. Qui, ad esempio.
Lasciate pure i vostri commenti piccati e risentiti. Partecipano tutti al concorso sul più bel commento papiminkia gné gné dell’estate. Anche se, devo ammetterlo, trovare un commento originale che non sia il solito: “più-lo-insultate-più-voti-prende-la-vostra-è-tutta-invidia-abbiamo-vinto-noi-e-voi-avete-perso-gne-gne” non sarà facile.


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Da giorni “Repubblica” con uno speciale ed altre illustri penne del giornalismo chiedono a Berlusconi di svelare la verità sul “caso Papi” ma lui, di solito così generoso di sé, si nega.
Cosa non può rivelare? La parentela con la ragazza? La vera identità del fantomatico Letizia? Altri misteri del passato, come ha buttato lì con studiata casualità la mamma di Noemi? Oppure, per dare un contentino ad Occam ed al suo rasoio, la sua troppo facile ricattabilità?

Per riassumere le varie ipotesi alternative attorno al caso Papi ed all’identità di Noemi, sui quali il presidente del consiglio rifiuta di fare chiarezza e di rispondere alle domande poste da istituzioni e stampa:

1) Noemi è la figlia illegittima di Berlusconi, concepita ai tempi in cui la madre slavoricchiava nel mondo delle televisioni private. Bimba consolata di tanto in tanto dell’assenza della figura paterna biologica così importante con diamantini e collanine. Cresciuta , fin da poppante, “nel mito di Silvio”, come racconta la madre. Chissà perchè.

2) Noemi è la nipote di Berlusconi. Cioè figlia di una figlia (la mamma ha una certa rassomiglianza con la vera figlia di Silvio, Marina). I tempi cronologici ci starebbero. In effetti 72:18 è più un rapporto nonno:nipote che papi:figlia.

3) Noemi è un’amichetta, un’amante, fino all’altro ieri minorenne, di Berlusconi. Una che lo chiama papi come le escort russe chiamano i clienti attempati Papik (come ha fatto notare Chiara). Questa ipotesi è in assoluto la più logicamente improbabile, per il modo in cui questa Noemi è uscita allo scoperto spifferando una così illustre ed illegale frequentazione ai quattro venti. Una tattica che in qualunque paese del mondo sarebbe considerata suicida per chi la attua. Anche l’apparente connivenza dei genitori nel sostenere la presunta tresca, sembra escludere l’ipotesi.

4) Noemi, a Berlusconi, non gli viene né amante né parente in alcun modo. E’ un’esca, come la festa di compleanno è stata una trappola.

La cosa che insospettisce di più è che si tratta di persone disposte a tutto pur di piazzare la figlia sul mercato del successo, che millantano un tipo di intimità sospetta con la persona più potente d’Italia e che sembrano in grado di metterla in difficoltà.
La madre di Noemi insiste oggi dicendo che Papi dovrà aiutare Noemi a farsi una carriera, quella carriera che lei non ha avuto. Cos’è questa novità; un’anonima borghesuccia si permette di pretendere favori da un capo di governo?
Sia che si tratti di persone che agiscono per pura ricerca di notorietà con sconvolgente imperizia ed allarmante ingenuità o che siano radiocontrollate da altri ambienti, la vicenda puzza lontano un miglio di ricatto.
All’ipotesi del ricatto non mi risulta finora abbia pensato nessuno. Se sbalio mi corigerete.

Apro una parentesi storica. Ricordate la vicenda Tortora con il fatto dei centrini? Riassumo per i troppo giovani. Enzo Tortora era un famoso presentatore televisivo, nato assieme alla televisione italiana negli anni cinquanta, messo in naftalina per molti anni e rispolverato alla fine degli anni settanta con una trasmissione, Portobello, che ebbe per diversi anni uno straordinario successo, nonostante l’insopportabile buonismo e riportando Tortora al massimo della popolarità. Per pura casualità, uno dei motivi del successo era la presenza di un pappagallo che i concorrenti dovevano riuscire a far parlare. Ci riuscì solo l’attrice Paola Borboni ma con il sospetto della combine.

Comunque, pappagalli a parte, la carriera di Tortora fu stroncata dalla sera alla mattina il giorno che nei telegiornali apparvero le immagini di lui portato via in manette, in arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico, il 17 giugno del 1983. Le accuse di collusione con la camorra, spaccio di droga ed altri gravi reati, provenivano da esponenti di spicco della Camorra, e quindi furono inizialmente prese per buone dai magistrati. La vicenda kafkiana di Tortora, tra processi e carcere durò tre anni, fino all’assoluzione con formula piena nel 1986.
Perchè Tortora fu tirato in ballo, pur innocente, in fatti di Camorra? Per vari motivi: desiderio dei pentiti di acquisire credibilità, semplice ricerca di notorietà, paranoia nel famoso fatto dei centrini.

Un carcerato di Poggioreale aveva inviato alcuni centrini in seta da lui realizzati alla redazione di Portobello affinchè fossero venduti in un’asta di beneficienza. Non avendo ottenuto l’attenzione desiderata, il detenuto se ne era lamentato con il segretario di Raffaele Cutolo, Giovanni Pandico, il quale vendica lo sgarro cominciando ad inviare a Tortora lettere sempre più minacciose e ricattatorie.
Che tutto sia partito dal permalo di un pazzo maniaco che per sfortuna di Tortora era pure camorrista, o da un disegno più complesso pensato a più menti dalla criminalità organizzata, il caso Tortora dimostra la facilità con la quale il ricatto può rovinare anche persone di grande popolarità e potere.

Chiusa la lunga parentesi, veniamo ai giorni nostri. Il 26 aprile sera a Casoria, festa di compleanno di un’illustre sconosciuta che però chiama Berlusconi “papi” e lo frequenta da molti anni, come racconterà, con dovizia non richiesta di particolari, il giorno dopo a giornali unificati.
La moglie di Berlusconi annuncia poco dopo di aver preso la decisione di chiedere il divorzio al marito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si chiama Noemi, la neodiciottenne, i cui rapporti con il premier non paiono chiari. “Magari fosse sua figlia”, commenta amaramente Veronica.

Il resto è noto. Berlusconi pasticcia sulle origini della sua frequentazione della famiglia Letizia, confonde il babbo di lei Elio con l’autista di Craxi provocando la smentita di Bobo in persona. Viene data la notizia che il signor Letizia è un esponente di spicco dei socialisti (smentita), poi del PDL, visto che Berlusconi insiste che questo Elio gli avrebbe telefonato per raccomandargli dei candidati e in seconda battuta invitarlo alla festa di Noemi.
Peccato che questo Letizia non risulti iscritto al PDL, né sia noto negli ambienti politici campani. Qualcuno addirittura sospetta che questo Letizia non esista proprio. Si aggiunga che le foto pubblicate da “Chi” sembrano pesantemente ritoccate, che il personale del ristorante racconta della bonifica preventiva da parte dei servizi dei locali destinati ad accogliere la presenza del premier (smentendo così il carattere di improvvisata della partecipazione alla festa) e il quadro del mistero è completo. Forse, abituato a raccontare balle, Berlusconi si è autofregato, dicendo di conoscere Letizia da tempo pur non conoscendolo ed ora non sa come uscirne.

Questa vicenda, analizzando i comportamenti dei protagonisti, dimostra una sola cosa: che il premier è facilmente ricattabile e che, sia a causa delle passate frequentazioni maschili (affaristiche) e di quelle attuali femminili (ludiche), chiunque potrebbe pretendere da lui favori, restituzioni di favori e quant’altro. Magari anche persone poco raccomandabili o la stessa criminalità organizzata che volessero manipolare altre facili esche per far abboccare il pesce grosso.

Intanto un danno concreto, a Berlusconi, è derivato da questo episodio: il divorzio dalla moglie potrebbe costargli la metà del suo patrimonio. In qualche modo potrebbero aver ragione coloro che sostengono che Veronica sia caduta in un tranello. Se Noemi è solo un’esca casuale, Veronica è stata altrettanto tratta in inganno e manipolata in funzione antiSilvio. Non è un caso che siano le persone vicine a Berlusconi a parlare di trappola.
Il ricatto in campo politico è una tecnica vecchia come la crocifissione e, da che mondo è mondo, certi sottoboschi si occupano della logistica.

C’è da aggiungere anche che il 9 maggio scorso, poco prima di una visita annunciata di Berlusconi, sono comparsi a Marcianise in provincia di Caserta, accanto alla sede del PDL, dei manifesti listati a lutto con al centro croci e bare. Ne dà conto “Libero”, che scrive di “minacce della Camorra al Presidente del Consiglio“. Come mai questa sicura attribuzione di Libero in assenza di rivendicazioni?

Qualcuno, più di quanti immaginiamo e delle più varie provenienze, magari dagli amici dai quali mi guardi Iddio, potrebbero lavorare per far cadere Berlusconi e per riuscirci cercano di prenderlo per le parti basse, il suo punto debole. Sembrerebbe un’ipotesi di fantapolitica, lo so, ma tanto vale ragionarci.
Ogni grande conducator è costretto a convivere con coloro che sperano di succedergli, il più presto possibile.


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Da giorni “Repubblica” con uno speciale ed altre illustri penne del giornalismo chiedono a Berlusconi di svelare la verità sul “caso Papi” ma lui, di solito così generoso di sé, si nega.
Cosa non può rivelare? La parentela con la ragazza? La vera identità del fantomatico Letizia? Altri misteri del passato, come ha buttato lì con studiata casualità la mamma di Noemi? Oppure, per dare un contentino ad Occam ed al suo rasoio, la sua troppo facile ricattabilità?

Per riassumere le varie ipotesi alternative attorno al caso Papi ed all’identità di Noemi, sui quali il presidente del consiglio rifiuta di fare chiarezza e di rispondere alle domande poste da istituzioni e stampa:

1) Noemi è la figlia illegittima di Berlusconi, concepita ai tempi in cui la madre slavoricchiava nel mondo delle televisioni private. Bimba consolata di tanto in tanto dell’assenza della figura paterna biologica così importante con diamantini e collanine. Cresciuta , fin da poppante, “nel mito di Silvio”, come racconta la madre. Chissà perchè.

2) Noemi è la nipote di Berlusconi. Cioè figlia di una figlia (la mamma ha una certa rassomiglianza con la vera figlia di Silvio, Marina). I tempi cronologici ci starebbero. In effetti 72:18 è più un rapporto nonno:nipote che papi:figlia.

3) Noemi è un’amichetta, un’amante, fino all’altro ieri minorenne, di Berlusconi. Una che lo chiama papi come le escort russe chiamano i clienti attempati Papik (come ha fatto notare Chiara). Questa ipotesi è in assoluto la più logicamente improbabile, per il modo in cui questa Noemi è uscita allo scoperto spifferando una così illustre ed illegale frequentazione ai quattro venti. Una tattica che in qualunque paese del mondo sarebbe considerata suicida per chi la attua. Anche l’apparente connivenza dei genitori nel sostenere la presunta tresca, sembra escludere l’ipotesi.

4) Noemi, a Berlusconi, non gli viene né amante né parente in alcun modo. E’ un’esca, come la festa di compleanno è stata una trappola.

La cosa che insospettisce di più è che si tratta di persone disposte a tutto pur di piazzare la figlia sul mercato del successo, che millantano un tipo di intimità sospetta con la persona più potente d’Italia e che sembrano in grado di metterla in difficoltà.
La madre di Noemi insiste oggi dicendo che Papi dovrà aiutare Noemi a farsi una carriera, quella carriera che lei non ha avuto. Cos’è questa novità; un’anonima borghesuccia si permette di pretendere favori da un capo di governo?
Sia che si tratti di persone che agiscono per pura ricerca di notorietà con sconvolgente imperizia ed allarmante ingenuità o che siano radiocontrollate da altri ambienti, la vicenda puzza lontano un miglio di ricatto.
All’ipotesi del ricatto non mi risulta finora abbia pensato nessuno. Se sbalio mi corigerete.

Apro una parentesi storica. Ricordate la vicenda Tortora con il fatto dei centrini? Riassumo per i troppo giovani. Enzo Tortora era un famoso presentatore televisivo, nato assieme alla televisione italiana negli anni cinquanta, messo in naftalina per molti anni e rispolverato alla fine degli anni settanta con una trasmissione, Portobello, che ebbe per diversi anni uno straordinario successo, nonostante l’insopportabile buonismo e riportando Tortora al massimo della popolarità. Per pura casualità, uno dei motivi del successo era la presenza di un pappagallo che i concorrenti dovevano riuscire a far parlare. Ci riuscì solo l’attrice Paola Borboni ma con il sospetto della combine.

Comunque, pappagalli a parte, la carriera di Tortora fu stroncata dalla sera alla mattina il giorno che nei telegiornali apparvero le immagini di lui portato via in manette, in arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico, il 17 giugno del 1983. Le accuse di collusione con la camorra, spaccio di droga ed altri gravi reati, provenivano da esponenti di spicco della Camorra, e quindi furono inizialmente prese per buone dai magistrati. La vicenda kafkiana di Tortora, tra processi e carcere durò tre anni, fino all’assoluzione con formula piena nel 1986.
Perchè Tortora fu tirato in ballo, pur innocente, in fatti di Camorra? Per vari motivi: desiderio dei pentiti di acquisire credibilità, semplice ricerca di notorietà, paranoia nel famoso fatto dei centrini.

Un carcerato di Poggioreale aveva inviato alcuni centrini in seta da lui realizzati alla redazione di Portobello affinchè fossero venduti in un’asta di beneficienza. Non avendo ottenuto l’attenzione desiderata, il detenuto se ne era lamentato con il segretario di Raffaele Cutolo, Giovanni Pandico, il quale vendica lo sgarro cominciando ad inviare a Tortora lettere sempre più minacciose e ricattatorie.
Che tutto sia partito dal permalo di un pazzo maniaco che per sfortuna di Tortora era pure camorrista, o da un disegno più complesso pensato a più menti dalla criminalità organizzata, il caso Tortora dimostra la facilità con la quale il ricatto può rovinare anche persone di grande popolarità e potere.

Chiusa la lunga parentesi, veniamo ai giorni nostri. Il 26 aprile sera a Casoria, festa di compleanno di un’illustre sconosciuta che però chiama Berlusconi “papi” e lo frequenta da molti anni, come racconterà, con dovizia non richiesta di particolari, il giorno dopo a giornali unificati.
La moglie di Berlusconi annuncia poco dopo di aver preso la decisione di chiedere il divorzio al marito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si chiama Noemi, la neodiciottenne, i cui rapporti con il premier non paiono chiari. “Magari fosse sua figlia”, commenta amaramente Veronica.

Il resto è noto. Berlusconi pasticcia sulle origini della sua frequentazione della famiglia Letizia, confonde il babbo di lei Elio con l’autista di Craxi provocando la smentita di Bobo in persona. Viene data la notizia che il signor Letizia è un esponente di spicco dei socialisti (smentita), poi del PDL, visto che Berlusconi insiste che questo Elio gli avrebbe telefonato per raccomandargli dei candidati e in seconda battuta invitarlo alla festa di Noemi.
Peccato che questo Letizia non risulti iscritto al PDL, né sia noto negli ambienti politici campani. Qualcuno addirittura sospetta che questo Letizia non esista proprio. Si aggiunga che le foto pubblicate da “Chi” sembrano pesantemente ritoccate, che il personale del ristorante racconta della bonifica preventiva da parte dei servizi dei locali destinati ad accogliere la presenza del premier (smentendo così il carattere di improvvisata della partecipazione alla festa) e il quadro del mistero è completo. Forse, abituato a raccontare balle, Berlusconi si è autofregato, dicendo di conoscere Letizia da tempo pur non conoscendolo ed ora non sa come uscirne.

Questa vicenda, analizzando i comportamenti dei protagonisti, dimostra una sola cosa: che il premier è facilmente ricattabile e che, sia a causa delle passate frequentazioni maschili (affaristiche) e di quelle attuali femminili (ludiche), chiunque potrebbe pretendere da lui favori, restituzioni di favori e quant’altro. Magari anche persone poco raccomandabili o la stessa criminalità organizzata che volessero manipolare altre facili esche per far abboccare il pesce grosso.

Intanto un danno concreto, a Berlusconi, è derivato da questo episodio: il divorzio dalla moglie potrebbe costargli la metà del suo patrimonio. In qualche modo potrebbero aver ragione coloro che sostengono che Veronica sia caduta in un tranello. Se Noemi è solo un’esca casuale, Veronica è stata altrettanto tratta in inganno e manipolata in funzione antiSilvio. Non è un caso che siano le persone vicine a Berlusconi a parlare di trappola.
Il ricatto in campo politico è una tecnica vecchia come la crocifissione e, da che mondo è mondo, certi sottoboschi si occupano della logistica.

C’è da aggiungere anche che il 9 maggio scorso, poco prima di una visita annunciata di Berlusconi, sono comparsi a Marcianise in provincia di Caserta, accanto alla sede del PDL, dei manifesti listati a lutto con al centro croci e bare. Ne dà conto “Libero”, che scrive di “minacce della Camorra al Presidente del Consiglio“. Come mai questa sicura attribuzione di Libero in assenza di rivendicazioni?

Qualcuno, più di quanti immaginiamo e delle più varie provenienze, magari dagli amici dai quali mi guardi Iddio, potrebbero lavorare per far cadere Berlusconi e per riuscirci cercano di prenderlo per le parti basse, il suo punto debole. Sembrerebbe un’ipotesi di fantapolitica, lo so, ma tanto vale ragionarci.
Ogni grande conducator è costretto a convivere con coloro che sperano di succedergli, il più presto possibile.


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Cosa non può rivelare? La parentela con la ragazza? La vera identità del fantomatico Letizia? Altri misteri del passato, come ha buttato lì con studiata casualità la mamma di Noemi? Oppure, per dare un contentino ad Occam ed al suo rasoio, la sua troppo facile ricattabilità?

Per riassumere le varie ipotesi alternative attorno al caso Papi ed all’identità di Noemi, sui quali il presidente del consiglio rifiuta di fare chiarezza e di rispondere alle domande poste da istituzioni e stampa:

1) Noemi è la figlia illegittima di Berlusconi, concepita ai tempi in cui la madre slavoricchiava nel mondo delle televisioni private. Bimba consolata di tanto in tanto dell’assenza della figura paterna biologica così importante con diamantini e collanine. Cresciuta , fin da poppante, “nel mito di Silvio”, come racconta la madre. Chissà perchè.

2) Noemi è la nipote di Berlusconi. Cioè figlia di una figlia (la mamma ha una certa rassomiglianza con la vera figlia di Silvio, Marina). I tempi cronologici ci starebbero. In effetti 72:18 è più un rapporto nonno:nipote che papi:figlia.

3) Noemi è un’amichetta, un’amante, fino all’altro ieri minorenne, di Berlusconi. Una che lo chiama papi come le escort russe chiamano i clienti attempati Papik (come ha fatto notare Chiara). Questa ipotesi è in assoluto la più logicamente improbabile, per il modo in cui questa Noemi è uscita allo scoperto spifferando una così illustre ed illegale frequentazione ai quattro venti. Una tattica che in qualunque paese del mondo sarebbe considerata suicida per chi la attua. Anche l’apparente connivenza dei genitori nel sostenere la presunta tresca, sembra escludere l’ipotesi.

4) Noemi, a Berlusconi, non gli viene né amante né parente in alcun modo. E’ un’esca, come la festa di compleanno è stata una trappola.

La cosa che insospettisce di più è che si tratta di persone disposte a tutto pur di piazzare la figlia sul mercato del successo, che millantano un tipo di intimità sospetta con la persona più potente d’Italia e che sembrano in grado di metterla in difficoltà.
La madre di Noemi insiste oggi dicendo che Papi dovrà aiutare Noemi a farsi una carriera, quella carriera che lei non ha avuto. Cos’è questa novità; un’anonima borghesuccia si permette di pretendere favori da un capo di governo?
Sia che si tratti di persone che agiscono per pura ricerca di notorietà con sconvolgente imperizia ed allarmante ingenuità o che siano radiocontrollate da altri ambienti, la vicenda puzza lontano un miglio di ricatto.
All’ipotesi del ricatto non mi risulta finora abbia pensato nessuno. Se sbalio mi corigerete.

Apro una parentesi storica. Ricordate la vicenda Tortora con il fatto dei centrini? Riassumo per i troppo giovani. Enzo Tortora era un famoso presentatore televisivo, nato assieme alla televisione italiana negli anni cinquanta, messo in naftalina per molti anni e rispolverato alla fine degli anni settanta con una trasmissione, Portobello, che ebbe per diversi anni uno straordinario successo, nonostante l’insopportabile buonismo e riportando Tortora al massimo della popolarità. Per pura casualità, uno dei motivi del successo era la presenza di un pappagallo che i concorrenti dovevano riuscire a far parlare. Ci riuscì solo l’attrice Paola Borboni ma con il sospetto della combine.

Comunque, pappagalli a parte, la carriera di Tortora fu stroncata dalla sera alla mattina il giorno che nei telegiornali apparvero le immagini di lui portato via in manette, in arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico, il 17 giugno del 1983. Le accuse di collusione con la camorra, spaccio di droga ed altri gravi reati, provenivano da esponenti di spicco della Camorra, e quindi furono inizialmente prese per buone dai magistrati. La vicenda kafkiana di Tortora, tra processi e carcere durò tre anni, fino all’assoluzione con formula piena nel 1986.
Perchè Tortora fu tirato in ballo, pur innocente, in fatti di Camorra? Per vari motivi: desiderio dei pentiti di acquisire credibilità, semplice ricerca di notorietà, paranoia nel famoso fatto dei centrini.

Un carcerato di Poggioreale aveva inviato alcuni centrini in seta da lui realizzati alla redazione di Portobello affinchè fossero venduti in un’asta di beneficienza. Non avendo ottenuto l’attenzione desiderata, il detenuto se ne era lamentato con il segretario di Raffaele Cutolo, Giovanni Pandico, il quale vendica lo sgarro cominciando ad inviare a Tortora lettere sempre più minacciose e ricattatorie.
Che tutto sia partito dal permalo di un pazzo maniaco che per sfortuna di Tortora era pure camorrista, o da un disegno più complesso pensato a più menti dalla criminalità organizzata, il caso Tortora dimostra la facilità con la quale il ricatto può rovinare anche persone di grande popolarità e potere.

Chiusa la lunga parentesi, veniamo ai giorni nostri. Il 26 aprile sera a Casoria, festa di compleanno di un’illustre sconosciuta che però chiama Berlusconi “papi” e lo frequenta da molti anni, come racconterà, con dovizia non richiesta di particolari, il giorno dopo a giornali unificati.
La moglie di Berlusconi annuncia poco dopo di aver preso la decisione di chiedere il divorzio al marito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si chiama Noemi, la neodiciottenne, i cui rapporti con il premier non paiono chiari. “Magari fosse sua figlia”, commenta amaramente Veronica.

Il resto è noto. Berlusconi pasticcia sulle origini della sua frequentazione della famiglia Letizia, confonde il babbo di lei Elio con l’autista di Craxi provocando la smentita di Bobo in persona. Viene data la notizia che il signor Letizia è un esponente di spicco dei socialisti (smentita), poi del PDL, visto che Berlusconi insiste che questo Elio gli avrebbe telefonato per raccomandargli dei candidati e in seconda battuta invitarlo alla festa di Noemi.
Peccato che questo Letizia non risulti iscritto al PDL, né sia noto negli ambienti politici campani. Qualcuno addirittura sospetta che questo Letizia non esista proprio. Si aggiunga che le foto pubblicate da “Chi” sembrano pesantemente ritoccate, che il personale del ristorante racconta della bonifica preventiva da parte dei servizi dei locali destinati ad accogliere la presenza del premier (smentendo così il carattere di improvvisata della partecipazione alla festa) e il quadro del mistero è completo. Forse, abituato a raccontare balle, Berlusconi si è autofregato, dicendo di conoscere Letizia da tempo pur non conoscendolo ed ora non sa come uscirne.

Questa vicenda, analizzando i comportamenti dei protagonisti, dimostra una sola cosa: che il premier è facilmente ricattabile e che, sia a causa delle passate frequentazioni maschili (affaristiche) e di quelle attuali femminili (ludiche), chiunque potrebbe pretendere da lui favori, restituzioni di favori e quant’altro. Magari anche persone poco raccomandabili o la stessa criminalità organizzata che volessero manipolare altre facili esche per far abboccare il pesce grosso.

Intanto un danno concreto, a Berlusconi, è derivato da questo episodio: il divorzio dalla moglie potrebbe costargli la metà del suo patrimonio. In qualche modo potrebbero aver ragione coloro che sostengono che Veronica sia caduta in un tranello. Se Noemi è solo un’esca casuale, Veronica è stata altrettanto tratta in inganno e manipolata in funzione antiSilvio. Non è un caso che siano le persone vicine a Berlusconi a parlare di trappola.
Il ricatto in campo politico è una tecnica vecchia come la crocifissione e, da che mondo è mondo, certi sottoboschi si occupano della logistica.

C’è da aggiungere anche che il 9 maggio scorso, poco prima di una visita annunciata di Berlusconi, sono comparsi a Marcianise in provincia di Caserta, accanto alla sede del PDL, dei manifesti listati a lutto con al centro croci e bare. Ne dà conto “Libero”, che scrive di “minacce della Camorra al Presidente del Consiglio“. Come mai questa sicura attribuzione di Libero in assenza di rivendicazioni?

Qualcuno, più di quanti immaginiamo e delle più varie provenienze, magari dagli amici dai quali mi guardi Iddio, potrebbero lavorare per far cadere Berlusconi e per riuscirci cercano di prenderlo per le parti basse, il suo punto debole. Sembrerebbe un’ipotesi di fantapolitica, lo so, ma tanto vale ragionarci.
Ogni grande conducator è costretto a convivere con coloro che sperano di succedergli, il più presto possibile.


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Diffidate dei supertestimoni estivi. Specialmente di quelli che riaprono vecchi casi irrisolti ribadendo cose note e stranote e non aggiungendo alcunchè di nuovo ma facendo risuonare le grancasse dei media.

Si fa presto a trovare del marcio, o del Marcinkus, in quell’epoca a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta quando l’Italia era in balìa di una simpatica congrega di massoni coperti, banditi della Magliana, servizietti più o meno segreti, camorra, mafia, affaristi senza rete e gerarchi vaticani votati più al dio denaro che a quello con il triangolo in testa. Tutti assieme appassionatamente per costruire l’Italia del futuro, ovvero codesta odierna cloaca.
Non c’è bisogno di supertestimoni e pupe del gangster in vena di nostalgie, basta riandare con la memoria alla storia di quell’epoca e stare attenti a non lasciarsi sopraffare dagli effluvi che emanano dai sepolcri dissigillati.

La signora che ci ha deliziato l’altra sera su tg, giornali e “Chi la visto?” con le nuove sconvolgenti rivelazioni sul caso di Emanuela Orlandi, non convince. Non perchè ha rivelato che a casa Andreotti c’erano mobili antichi e non soluzioni Ikea e neanche quando ha pasticciato con le date, sbarellando di dieci anni abbondanti tra il sequestro di Emanuela e la scomparsa di un bambino, figlio di un “infame” della banda della Magliana. Finito anche lui nella stessa betoniera.
La ex-pupa non convince perchè i suoi racconti saranno pure veri ma sono ricoperti da un pesante strato di millantato credito. A me ha colpito quando ha raccontato che il suo amante le diede cento milioni da spendere in shopping “e guai a te se torni a casa con sole centomila lire”. Sarà vero ma puzza di falso lontano un miglio. Le confabulazioni hanno un odore inconfondibile.

Tirare in ballo Marcinkus per il caso Orlandi è troppo facile. Come dare la colpa a Joker di un delitto avvenuto a Gotham City.
Pensate veramente che un alto prelato con il vizio delle ragazzine andrebbe a pasturare a cento metri da casa, in piena media borghesia, con l’abbondanza di disperate senza famiglia che abbondano nei bassifondi? Le ragazze scomparvero perchè molto probabilmente qualcuno volle mandare un messaggio oltretevere. Colpire al cuore lo stato vaticano mirando ad uno dei suoi cittadini con una tecnica mafiosa vecchia come il mondo: la lupara bianca, la sparizione nel nulla.

Perchè allora questa uscita della testimone a venticinque anni di distanza?
Come hanno scritto i giornali romani, nell’auto che una mesata fa ha investito e ucciso due fidanzati a Via Nomentana, c’era la figlia della signora Minardi. Aveva appena avuto un litigio con il suo uomo e da lì poi era scaturita la folle corsa che aveva causato il tragico incidente. Chissà, andare a sbattere vecchi tappeti polverosi su fatti recenti potrebbe essere una tattica. In cambio di un’alleggerimento della posizione di mia figlia io mi faccio tornare la memoria.
Se però voi foste a conoscenza della verità sui misteri d’Italia, e che misteri, li raccontereste ad un PM qualsiasi? E offrendovi in pasto alla stampa ed al massimo di pubblicità, senza timore di finire in uno dei piloni dell’alta velocità a causa delle cose rivelate? Poco credibile.

La cosa veramente sorprendente di questa faccenda a cavallo tra passato e presente, rimane il fatto che Enrico De Pedis, il boss della Magliana amante della Minardi, sia stato sepolto in territorio vaticano nella basilica di Sant’Apollinare, con un privilegio non certo consentito normalmente ad un bandito. Un’anomalia pura che sa di ricompensa per chissà quali favori.
Oggi ho visto intervistare il responsabile della basilica (Opus Dei) che è sbiancato e ha cominciato a balbettare quando gli hanno chiesto se avrebbe avuto niente in contrario a riaprire la tomba di De Pedis. Cosa della quale si comincia a parlare insistentemente da parte degli inquirenti.

Già, anch’io ho avuto questo pensiero. Ci sono documenti che devono assolutamente sparire. Nascondiamoli dentro una tomba. O ancor meglio dentro un cadavere.
C’è materiale per due o tre libri di Dan Brown. La fantasia non manca. Quello di cui si avrebbe bisogno piuttosto è chiarezza e la verità sulla fine di due ragazze, uscite di casa un pomeriggio e … puf!, sparite nel nulla.


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Diffidate dei supertestimoni estivi. Specialmente di quelli che riaprono vecchi casi irrisolti ribadendo cose note e stranote e non aggiungendo alcunchè di nuovo ma facendo risuonare le grancasse dei media.

Si fa presto a trovare del marcio, o del Marcinkus, in quell’epoca a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta quando l’Italia era in balìa di una simpatica congrega di massoni coperti, banditi della Magliana, servizietti più o meno segreti, camorra, mafia, affaristi senza rete e gerarchi vaticani votati più al dio denaro che a quello con il triangolo in testa. Tutti assieme appassionatamente per costruire l’Italia del futuro, ovvero codesta odierna cloaca.
Non c’è bisogno di supertestimoni e pupe del gangster in vena di nostalgie, basta riandare con la memoria alla storia di quell’epoca e stare attenti a non lasciarsi sopraffare dagli effluvi che emanano dai sepolcri dissigillati.

La signora che ci ha deliziato l’altra sera su tg, giornali e “Chi la visto?” con le nuove sconvolgenti rivelazioni sul caso di Emanuela Orlandi, non convince. Non perchè ha rivelato che a casa Andreotti c’erano mobili antichi e non soluzioni Ikea e neanche quando ha pasticciato con le date, sbarellando di dieci anni abbondanti tra il sequestro di Emanuela e la scomparsa di un bambino, figlio di un “infame” della banda della Magliana. Finito anche lui nella stessa betoniera.
La ex-pupa non convince perchè i suoi racconti saranno pure veri ma sono ricoperti da un pesante strato di millantato credito. A me ha colpito quando ha raccontato che il suo amante le diede cento milioni da spendere in shopping “e guai a te se torni a casa con sole centomila lire”. Sarà vero ma puzza di falso lontano un miglio. Le confabulazioni hanno un odore inconfondibile.

Tirare in ballo Marcinkus per il caso Orlandi è troppo facile. Come dare la colpa a Joker di un delitto avvenuto a Gotham City.
Pensate veramente che un alto prelato con il vizio delle ragazzine andrebbe a pasturare a cento metri da casa, in piena media borghesia, con l’abbondanza di disperate senza famiglia che abbondano nei bassifondi? Le ragazze scomparvero perchè molto probabilmente qualcuno volle mandare un messaggio oltretevere. Colpire al cuore lo stato vaticano mirando ad uno dei suoi cittadini con una tecnica mafiosa vecchia come il mondo: la lupara bianca, la sparizione nel nulla.

Perchè allora questa uscita della testimone a venticinque anni di distanza?
Come hanno scritto i giornali romani, nell’auto che una mesata fa ha investito e ucciso due fidanzati a Via Nomentana, c’era la figlia della signora Minardi. Aveva appena avuto un litigio con il suo uomo e da lì poi era scaturita la folle corsa che aveva causato il tragico incidente. Chissà, andare a sbattere vecchi tappeti polverosi su fatti recenti potrebbe essere una tattica. In cambio di un’alleggerimento della posizione di mia figlia io mi faccio tornare la memoria.
Se però voi foste a conoscenza della verità sui misteri d’Italia, e che misteri, li raccontereste ad un PM qualsiasi? E offrendovi in pasto alla stampa ed al massimo di pubblicità, senza timore di finire in uno dei piloni dell’alta velocità a causa delle cose rivelate? Poco credibile.

La cosa veramente sorprendente di questa faccenda a cavallo tra passato e presente, rimane il fatto che Enrico De Pedis, il boss della Magliana amante della Minardi, sia stato sepolto in territorio vaticano nella basilica di Sant’Apollinare, con un privilegio non certo consentito normalmente ad un bandito. Un’anomalia pura che sa di ricompensa per chissà quali favori.
Oggi ho visto intervistare il responsabile della basilica (Opus Dei) che è sbiancato e ha cominciato a balbettare quando gli hanno chiesto se avrebbe avuto niente in contrario a riaprire la tomba di De Pedis. Cosa della quale si comincia a parlare insistentemente da parte degli inquirenti.

Già, anch’io ho avuto questo pensiero. Ci sono documenti che devono assolutamente sparire. Nascondiamoli dentro una tomba. O ancor meglio dentro un cadavere.
C’è materiale per due o tre libri di Dan Brown. La fantasia non manca. Quello di cui si avrebbe bisogno piuttosto è chiarezza e la verità sulla fine di due ragazze, uscite di casa un pomeriggio e … puf!, sparite nel nulla.


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Si fa presto a trovare del marcio, o del Marcinkus, in quell’epoca a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta quando l’Italia era in balìa di una simpatica congrega di massoni coperti, banditi della Magliana, servizietti più o meno segreti, camorra, mafia, affaristi senza rete e gerarchi vaticani votati più al dio denaro che a quello con il triangolo in testa. Tutti assieme appassionatamente per costruire l’Italia del futuro, ovvero codesta odierna cloaca.
Non c’è bisogno di supertestimoni e pupe del gangster in vena di nostalgie, basta riandare con la memoria alla storia di quell’epoca e stare attenti a non lasciarsi sopraffare dagli effluvi che emanano dai sepolcri dissigillati.

La signora che ci ha deliziato l’altra sera su tg, giornali e “Chi la visto?” con le nuove sconvolgenti rivelazioni sul caso di Emanuela Orlandi, non convince. Non perchè ha rivelato che a casa Andreotti c’erano mobili antichi e non soluzioni Ikea e neanche quando ha pasticciato con le date, sbarellando di dieci anni abbondanti tra il sequestro di Emanuela e la scomparsa di un bambino, figlio di un “infame” della banda della Magliana. Finito anche lui nella stessa betoniera.
La ex-pupa non convince perchè i suoi racconti saranno pure veri ma sono ricoperti da un pesante strato di millantato credito. A me ha colpito quando ha raccontato che il suo amante le diede cento milioni da spendere in shopping “e guai a te se torni a casa con sole centomila lire”. Sarà vero ma puzza di falso lontano un miglio. Le confabulazioni hanno un odore inconfondibile.

Tirare in ballo Marcinkus per il caso Orlandi è troppo facile. Come dare la colpa a Joker di un delitto avvenuto a Gotham City.
Pensate veramente che un alto prelato con il vizio delle ragazzine andrebbe a pasturare a cento metri da casa, in piena media borghesia, con l’abbondanza di disperate senza famiglia che abbondano nei bassifondi? Le ragazze scomparvero perchè molto probabilmente qualcuno volle mandare un messaggio oltretevere. Colpire al cuore lo stato vaticano mirando ad uno dei suoi cittadini con una tecnica mafiosa vecchia come il mondo: la lupara bianca, la sparizione nel nulla.

Perchè allora questa uscita della testimone a venticinque anni di distanza?
Come hanno scritto i giornali romani, nell’auto che una mesata fa ha investito e ucciso due fidanzati a Via Nomentana, c’era la figlia della signora Minardi. Aveva appena avuto un litigio con il suo uomo e da lì poi era scaturita la folle corsa che aveva causato il tragico incidente. Chissà, andare a sbattere vecchi tappeti polverosi su fatti recenti potrebbe essere una tattica. In cambio di un’alleggerimento della posizione di mia figlia io mi faccio tornare la memoria.
Se però voi foste a conoscenza della verità sui misteri d’Italia, e che misteri, li raccontereste ad un PM qualsiasi? E offrendovi in pasto alla stampa ed al massimo di pubblicità, senza timore di finire in uno dei piloni dell’alta velocità a causa delle cose rivelate? Poco credibile.

La cosa veramente sorprendente di questa faccenda a cavallo tra passato e presente, rimane il fatto che Enrico De Pedis, il boss della Magliana amante della Minardi, sia stato sepolto in territorio vaticano nella basilica di Sant’Apollinare, con un privilegio non certo consentito normalmente ad un bandito. Un’anomalia pura che sa di ricompensa per chissà quali favori.
Oggi ho visto intervistare il responsabile della basilica (Opus Dei) che è sbiancato e ha cominciato a balbettare quando gli hanno chiesto se avrebbe avuto niente in contrario a riaprire la tomba di De Pedis. Cosa della quale si comincia a parlare insistentemente da parte degli inquirenti.

Già, anch’io ho avuto questo pensiero. Ci sono documenti che devono assolutamente sparire. Nascondiamoli dentro una tomba. O ancor meglio dentro un cadavere.
C’è materiale per due o tre libri di Dan Brown. La fantasia non manca. Quello di cui si avrebbe bisogno piuttosto è chiarezza e la verità sulla fine di due ragazze, uscite di casa un pomeriggio e … puf!, sparite nel nulla.


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“Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore.” (Aldo Moro, lettere dalla prigionia).

“Dobbiamo fare ogni sforzo per sopprimere quel genere di notizie [trattasi della controinformazione]. Se qualche resistenza compare, dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da ‘isolati’ ostinati individui, mal informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo o partito importante. […] L’inevitabile sospetto che il colpo di Stato è opera delle macchinazioni della Compagnia [la CIA], può essere stornato attaccandolo violentemente e l’attacco sarà tanto più violento quanto più questi sospetti sono giustificati. Faremo uso di una selezione adatta e opportuna di frasi sgradevoli, […] che restano utili come indicatori del nostro impeccabile nazionalismo”.
(Edward Luttwak, “Strategia del colpo di stato”).

Chi si fosse illuso ieri sera di sentire parlare, nella puntata di”Enigma” dedicata al trentennale del delitto Moro, delle ultime clamorose rivelazioni di Galloni sulle infiltrazioni dei servizi americani e israeliani nel terrorismo rosso, dell’intervista a Guerzoni all’Annunziata (nel link in versione integrale) e dei 100 faldoni su Moro, coperti dal segreto di stato giacenti negli armadi della Commissione Stragi, o magari del fatto, vero o no, che il governo Prodi sarebbe caduto anche perchè avrebbe dovuto decidere sul mantenimento o no del segreto di stato sul caso Moro, è rimasto appunto un illuso.

La propaganda e la ragion di casta ormai entrano regolarmente a gamba tesa ogniqualvolta si tenta di togliere il velo dai misteri d’Italia, spezzando le gambe alla ricerca della verità storica. La storia sono loro, praticamente, e se la scrivono e riscrivono come pare a loro, cancellando ciò che non gli garba.

Ho provato pena a vedere Maria Fida e Luca, quell’allora bambino al quale Moro dedicò le più struggenti lettere dal carcere, sequestrati anche loro per due ore a sentire le appassionate ricostruzioni dell’ “io c’ero” Beppe Pisanu (allora segretario di Zaccagnini e in seguito invischiato con faccendieri come Carboni e Calvi e nello scandalo P2) e soprattutto del falcone dei neocon Edward Luttwak, esperto nel raccontare la politica e la storia in forma omogeneizzata per un pubblico di bambini piccoli ed anche un poco deficienti. Uno che ha della vita la seguente visione:

“Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini – praticamente una razza a parte”.

Immaginate la scena, con l’Augias che chiede all’amerikano se gli amerikani c’entrano con Moro. Assolutamente no, risponde Luttwak, perchè allora c’era Carter e Kissinger non contava più un cazzo. Figuriamoci, si parla di quel tipo di gente che i “presidenti passano ma loro rimangono” e che, dilettandosi di scrivere manuali sul golpe, dichiarano:

“Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. […] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media”. (Edward Luttwak, “Strategia del colpo di stato”).

Il bello è che, quando Luttwak assolve gli Stati Uniti da qualunque responsabilità, per principio, e perchè gli amerikani non fanno queste cose, invece di discutere delle numerose testimonianze di minacce, intimidazioni ed aperta ostilità provenienti a Moro da oltreoceano negli anni precedenti il suo sequestro, non c’è un solo giornalista tra i presenti, né il tenutario né i signorini seduti sul divano, che osi controbattere. Così, lo spettatore che crede che Luttwak sia veramente un politologo va a letto convinto che Moro l’abbiano ucciso i comunisti perchè voleva portare i comunisti al governo.
Il falcone assolve anche l’ex Unione Sovietica ma le sue conclusioni sono altrettanto assurde. Non possono essere stati nemmeno i russi perchè non hanno mai ucciso nessun capo di stato europeo e quindi non possono essere stati loro.
Tra l’altro, non c’è uno straccio di agente o ex del KGB in studio che possa dire la sua a conferma o in antitesi a ciò che afferma l’amiko amerikano.

A proposito, si è parlato, nella puntata, anche del presunto ma molto probabile attentato a Berlinguer durante un viaggio in Bulgaria. Sicuramente la guerra fredda è stata lotta senza quartiere tra bande avverse ma che il KGB abbia tentato di far fuori Berlinguer non vuol dire che abbia fatto lo stesso con Moro.
E’ francamente ridicolo anche terminare la puntata andando a parare nella stantìa ipotesi del Grande Vecchio Igor Markevitch che agiva per conto dell’Est, con Paolo Mieli che dà la sua benedizione pontificia, giusto per non parlare del terrorista anomalo Moretti, dei comunicati BR scritti su macchine per scrivere di proprietà dei servizi segreti, dei covi mai scoperti in appartamenti di proprietà dei servizi, della Scuola Hyperion di Parigi, del ruolo della ‘Ndrangheta a Via Fani, della Banda della Magliana, della P2 e dei servizi segreti. E di quello psichiatra americano, Steve Pieczenik che dava consigli a Cossiga nel comitato di crisi e che Luttwak ci ha rivelato essere suo vicino di casa.

Il caso Moro è una delle pagine chiave della nostra storia. L’ipotesi che potrebbe venir confermata un giorno dagli storici è che un sequestro ideato inizialmente da un gruppo rivoluzionario comunista sia stato preso in carico, attraverso il gioco delle infiltrazioni, da chi, in occidente, aveva interesse a liberarsi di un politico scomodo e troppo fiero come Aldo Moro. Con i sovietici che sono stati a guardare e hanno lasciato fare perchè anche a loro i comunisti italiani al governo per quella terza via berlingueriana non sarebbero andati a genio.
Moro muore e sono tutti contenti.

La cosa sconvolgente è che la previsione di Pecorelli che un giorno sarebbe arrivata un’amnistia a tutto condonare si è avverata. I brigatisti coinvolti nel sequestro e omicidio sono quasi tutti fuori e la cosa per fortuna è stata rimarcata anche nella puntata di “Enigma”. Però anche chiedersi il perchè di una cosa tanto strana, tra una trama del KGB e l’altra, non sarebbe stato male. Giusto per fare informazione e non flanella.


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