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“Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore.” (Aldo Moro, lettere dalla prigionia).

“Dobbiamo fare ogni sforzo per sopprimere quel genere di notizie [trattasi della controinformazione]. Se qualche resistenza compare, dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da ‘isolati’ ostinati individui, mal informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo o partito importante. […] L’inevitabile sospetto che il colpo di Stato è opera delle macchinazioni della Compagnia [la CIA], può essere stornato attaccandolo violentemente e l’attacco sarà tanto più violento quanto più questi sospetti sono giustificati. Faremo uso di una selezione adatta e opportuna di frasi sgradevoli, […] che restano utili come indicatori del nostro impeccabile nazionalismo”.
(Edward Luttwak, “Strategia del colpo di stato”).

Chi si fosse illuso ieri sera di sentire parlare, nella puntata di”Enigma” dedicata al trentennale del delitto Moro, delle ultime clamorose rivelazioni di Galloni sulle infiltrazioni dei servizi americani e israeliani nel terrorismo rosso, dell’intervista a Guerzoni all’Annunziata (nel link in versione integrale) e dei 100 faldoni su Moro, coperti dal segreto di stato giacenti negli armadi della Commissione Stragi, o magari del fatto, vero o no, che il governo Prodi sarebbe caduto anche perchè avrebbe dovuto decidere sul mantenimento o no del segreto di stato sul caso Moro, è rimasto appunto un illuso.

La propaganda e la ragion di casta ormai entrano regolarmente a gamba tesa ogniqualvolta si tenta di togliere il velo dai misteri d’Italia, spezzando le gambe alla ricerca della verità storica. La storia sono loro, praticamente, e se la scrivono e riscrivono come pare a loro, cancellando ciò che non gli garba.

Ho provato pena a vedere Maria Fida e Luca, quell’allora bambino al quale Moro dedicò le più struggenti lettere dal carcere, sequestrati anche loro per due ore a sentire le appassionate ricostruzioni dell’ “io c’ero” Beppe Pisanu (allora segretario di Zaccagnini e in seguito invischiato con faccendieri come Carboni e Calvi e nello scandalo P2) e soprattutto del falcone dei neocon Edward Luttwak, esperto nel raccontare la politica e la storia in forma omogeneizzata per un pubblico di bambini piccoli ed anche un poco deficienti. Uno che ha della vita la seguente visione:

“Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini – praticamente una razza a parte”.

Immaginate la scena, con l’Augias che chiede all’amerikano se gli amerikani c’entrano con Moro. Assolutamente no, risponde Luttwak, perchè allora c’era Carter e Kissinger non contava più un cazzo. Figuriamoci, si parla di quel tipo di gente che i “presidenti passano ma loro rimangono” e che, dilettandosi di scrivere manuali sul golpe, dichiarano:

“Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. […] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media”. (Edward Luttwak, “Strategia del colpo di stato”).

Il bello è che, quando Luttwak assolve gli Stati Uniti da qualunque responsabilità, per principio, e perchè gli amerikani non fanno queste cose, invece di discutere delle numerose testimonianze di minacce, intimidazioni ed aperta ostilità provenienti a Moro da oltreoceano negli anni precedenti il suo sequestro, non c’è un solo giornalista tra i presenti, né il tenutario né i signorini seduti sul divano, che osi controbattere. Così, lo spettatore che crede che Luttwak sia veramente un politologo va a letto convinto che Moro l’abbiano ucciso i comunisti perchè voleva portare i comunisti al governo.
Il falcone assolve anche l’ex Unione Sovietica ma le sue conclusioni sono altrettanto assurde. Non possono essere stati nemmeno i russi perchè non hanno mai ucciso nessun capo di stato europeo e quindi non possono essere stati loro.
Tra l’altro, non c’è uno straccio di agente o ex del KGB in studio che possa dire la sua a conferma o in antitesi a ciò che afferma l’amiko amerikano.

A proposito, si è parlato, nella puntata, anche del presunto ma molto probabile attentato a Berlinguer durante un viaggio in Bulgaria. Sicuramente la guerra fredda è stata lotta senza quartiere tra bande avverse ma che il KGB abbia tentato di far fuori Berlinguer non vuol dire che abbia fatto lo stesso con Moro.
E’ francamente ridicolo anche terminare la puntata andando a parare nella stantìa ipotesi del Grande Vecchio Igor Markevitch che agiva per conto dell’Est, con Paolo Mieli che dà la sua benedizione pontificia, giusto per non parlare del terrorista anomalo Moretti, dei comunicati BR scritti su macchine per scrivere di proprietà dei servizi segreti, dei covi mai scoperti in appartamenti di proprietà dei servizi, della Scuola Hyperion di Parigi, del ruolo della ‘Ndrangheta a Via Fani, della Banda della Magliana, della P2 e dei servizi segreti. E di quello psichiatra americano, Steve Pieczenik che dava consigli a Cossiga nel comitato di crisi e che Luttwak ci ha rivelato essere suo vicino di casa.

Il caso Moro è una delle pagine chiave della nostra storia. L’ipotesi che potrebbe venir confermata un giorno dagli storici è che un sequestro ideato inizialmente da un gruppo rivoluzionario comunista sia stato preso in carico, attraverso il gioco delle infiltrazioni, da chi, in occidente, aveva interesse a liberarsi di un politico scomodo e troppo fiero come Aldo Moro. Con i sovietici che sono stati a guardare e hanno lasciato fare perchè anche a loro i comunisti italiani al governo per quella terza via berlingueriana non sarebbero andati a genio.
Moro muore e sono tutti contenti.

La cosa sconvolgente è che la previsione di Pecorelli che un giorno sarebbe arrivata un’amnistia a tutto condonare si è avverata. I brigatisti coinvolti nel sequestro e omicidio sono quasi tutti fuori e la cosa per fortuna è stata rimarcata anche nella puntata di “Enigma”. Però anche chiedersi il perchè di una cosa tanto strana, tra una trama del KGB e l’altra, non sarebbe stato male. Giusto per fare informazione e non flanella.


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C’è su Linea Gotica un bellissimo post che ricorda Marco Pantani, a quattro anni dalla tragica morte. Forse è proprio questo anniversario, assieme ad un altro che dolorosamente si avvicina, a rendermi oggi incapace di scrollarmi la tristezza di dosso.

Che Marco sia stato un mito per tutti, perfino per i francesi che “guai a chi ci tocca Pantanì ” è noto ma per noi romagnoli è stato qualcosa di più e quando è morto è stato un dolore tremendo. Lo si capisce ogni anno che passa, il giorno di San Valentino, quando il pensiero corre a lui, tra baciperugina, peluches e roserosseperte.
Un dolore come se un pezzo di montagna ci si fosse staccato dal cuore, quella montagna che lui rendeva mitologica con le sue imprese.

Sono stata sulla sua tomba l’anno scorso. E’ fatta a montagna anche quella ma è più una ziqqurat che porta al Cielo, con una ruota di bicicletta e una croce unite sulla vetta. Il suo Monte Calvario si chiamava Mortirolo. A chi gli chiedeva “Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?” lui rispondeva “Per abbreviare la mia agonia”, perchè fosse chiaro che quelle vittorie erano frutto di una fatica disumana, che poteva voler dire farsi 200 chilometri in un giorno in bicicletta, fin da bambino si può dire, per allenamento.
Dopo hanno detto che era tutto merito della droga, criminalizzando solo lui, dimenticando che il ciclismo è uno degli sport più contaminati dalla piaga del doping da sempre. Fausto Coppi diceva: “Tutti prendiamo qualcosa, ma io arrivo mezz’ora prima degli altri”.

Ci sono molti misteri nella vicenda che ha portato alla morte Marco Pantani e sono dati di fatto che meriterebbero di essere ulteriormente indagati.
Quella mattina del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, già alle sette di mattina, c’era tutta la stampa schierata come in attesa di qualcosa di grosso che sarebbe accaduto di lì a poco.
E’ importante dire che le analisi erano preannunciate, non era nemmeno un controllo antidoping ma i prelievi servivano per una campagna di tutela dei ciclisti.
Infatti ci si preoccupa per l’ematocrito alto dei corridori perchè la loro salute potrebbe risentirne, perchè la stimolazione dell’eritropoiesi potrebbe scatenare malattie ematiche, non perchè sia indice matematico di uso di droghe. Chi sarebbe stato così idiota da farsi trovare con valori alterati, nel bel mezzo del Giro D’Italia, sapendo che sarebbero state fatte le analisi proprio quel giorno?

I giornali bianchi e rosa, nei giorni seguenti, distrussero Pantani, dissero che era una vergogna per lo sport senza nemmeno attendere le controanalisi. Furono loro a parlare di doping confondendo ematocrito alto con droga, lo bollarono come drogato e lui poi lo divenne veramente.
Anni dopo, il medico patologo che eseguì l’autopsia ci tenne a dichiarare, e lo mise per iscritto, che il midollo di Pantani non era danneggiato, come avrebbe dovuto essere se egli avesse abusato negli anni precedenti di eritropoietina.
La droga, la cocaina, venne dopo. Distrutto moralmente com’era, è facile che abbia creduto di trovarvi conforto. Poi fu solo una lunga discesa senza freni, con la cocaina che ti rende depresso e paranoico ogni giorno di più.

Quel giorno di San Valentino del 2004, a Rimini, altri misteri. La stanza d’albergo messa letteralmente a soqquadro, i mobili sfasciati, distrutti, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con furia disumana. Era stato Marco, dissero, ma ancora, dall’autopsia, le mani di Pantani risultarono intatte, non vi erano nè lesioni né schegge sotto le unghie.
Ricordo anche le prime notizie che parlavano di una pipa per crack sul comodino. Notizia poi risultata falsa.
La sua mamma ha detto di recente che ha scoperto che è sparito il cuore di Marco. Dove è finito?

Vicino alla stazione di Cesenatico c’è un piccolo museo Pantani, con le sue biciclette, i suoi trofei, le foto e i suoi quadri. C’è una grande foto di lui e Lance Armstrong, colui che lo sostituì sul podio negli anni della caduta e del ritiro. Il prima e il dopo.

Circolano teorie strane sulla fine di Pantani, la più estrema delle quali è firmata dal fantomatico giornalista John Kleeves.
Difficile giudicarne la veridicità, dato che a volte una teoria della cospirazione può essere creata ad arte proprio per far si che tutti dicano “E’ impossibile che l’abbiano fatto” ed in tal modo si trova il modo migliore per mettere una pietra tombale su qualunque tipo di indagine ulteriore.

La teoria individua come causa (inconsapevole) della fine di Pantani, Lance Armstrong, l’eroico texano che tornò in sella dopo aver sconfitto il cancro. Il ciclista che i francesi hanno accusato ripetutamente di aver vinto una manciata di Tour de France con l’aiuto del doping, sempre la famigerata epo, ma le cui inchieste sono finite nel nulla. Armstrong si è ritirato da eroe e le voci sono state bollate come calunnie.
Perchè lui? Perchè Armstrong era sponsorizzato niente meno che da US Postal, ovvero il servizio postale degli Stati Uniti, un ente governativo. La conclusione è che, per far vincere a tutti i costi il proprio beniamino, vera gloria nazionale e fenomenale testimonial per investimenti miliardari, qualcuno di molto potente possa aver truccato le carte fino alle estreme conseguenze.

In un libro recente su Pantani, ancora un francese, Philippe Brunel, un giornalista dell'”Equipe” (quelli che hanno accusato Armstrong di doping) raccoglie tutti i misteri di un caso che è lungi dall’essere stato risolto ma nega di voler suggerire che Marco sia stato assassinato.

Cospirazione o meno, e basandoci solo sui fatti acclarati, la sensazione che Pantani sia stato comunque incastrato, è forte. Ucciso, chi può dirlo? Se fosse stata una cospirazione ad alto livello non ne sapremo mai nulla. Diventerà un altro mistero tra i tanti, con la tristezza che ogni anno ci ricorda che colui che abbiamo perduto era probabilmente il più grande.


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Che Marco sia stato un mito per tutti, perfino per i francesi che “guai a chi ci tocca Pantanì ” è noto ma per noi romagnoli è stato qualcosa di più e quando è morto è stato un dolore tremendo. Lo si capisce ogni anno che passa, il giorno di San Valentino, quando il pensiero corre a lui, tra baciperugina, peluches e roserosseperte.
Un dolore come se un pezzo di montagna ci si fosse staccato dal cuore, quella montagna che lui rendeva mitologica con le sue imprese.

Sono stata sulla sua tomba l’anno scorso. E’ fatta a montagna anche quella ma è più una ziqqurat che porta al Cielo, con una ruota di bicicletta e una croce unite sulla vetta. Il suo Monte Calvario si chiamava Mortirolo. A chi gli chiedeva “Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?” lui rispondeva “Per abbreviare la mia agonia”, perchè fosse chiaro che quelle vittorie erano frutto di una fatica disumana, che poteva voler dire farsi 200 chilometri in un giorno in bicicletta, fin da bambino si può dire, per allenamento.
Dopo hanno detto che era tutto merito della droga, criminalizzando solo lui, dimenticando che il ciclismo è uno degli sport più contaminati dalla piaga del doping da sempre. Fausto Coppi diceva: “Tutti prendiamo qualcosa, ma io arrivo mezz’ora prima degli altri”.

Ci sono molti misteri nella vicenda che ha portato alla morte Marco Pantani e sono dati di fatto che meriterebbero di essere ulteriormente indagati.
Quella mattina del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, già alle sette di mattina, c’era tutta la stampa schierata come in attesa di qualcosa di grosso che sarebbe accaduto di lì a poco.
E’ importante dire che le analisi erano preannunciate, non era nemmeno un controllo antidoping ma i prelievi servivano per una campagna di tutela dei ciclisti.
Infatti ci si preoccupa per l’ematocrito alto dei corridori perchè la loro salute potrebbe risentirne, perchè la stimolazione dell’eritropoiesi potrebbe scatenare malattie ematiche, non perchè sia indice matematico di uso di droghe. Chi sarebbe stato così idiota da farsi trovare con valori alterati, nel bel mezzo del Giro D’Italia, sapendo che sarebbero state fatte le analisi proprio quel giorno?

I giornali bianchi e rosa, nei giorni seguenti, distrussero Pantani, dissero che era una vergogna per lo sport senza nemmeno attendere le controanalisi. Furono loro a parlare di doping confondendo ematocrito alto con droga, lo bollarono come drogato e lui poi lo divenne veramente.
Anni dopo, il medico patologo che eseguì l’autopsia ci tenne a dichiarare, e lo mise per iscritto, che il midollo di Pantani non era danneggiato, come avrebbe dovuto essere se egli avesse abusato negli anni precedenti di eritropoietina.
La droga, la cocaina, venne dopo. Distrutto moralmente com’era, è facile che abbia creduto di trovarvi conforto. Poi fu solo una lunga discesa senza freni, con la cocaina che ti rende depresso e paranoico ogni giorno di più.

Quel giorno di San Valentino del 2004, a Rimini, altri misteri. La stanza d’albergo messa letteralmente a soqquadro, i mobili sfasciati, distrutti, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con furia disumana. Era stato Marco, dissero, ma ancora, dall’autopsia, le mani di Pantani risultarono intatte, non vi erano nè lesioni né schegge sotto le unghie.
Ricordo anche le prime notizie che parlavano di una pipa per crack sul comodino. Notizia poi risultata falsa.
La sua mamma ha detto di recente che ha scoperto che è sparito il cuore di Marco. Dove è finito?

Vicino alla stazione di Cesenatico c’è un piccolo museo Pantani, con le sue biciclette, i suoi trofei, le foto e i suoi quadri. C’è una grande foto di lui e Lance Armstrong, colui che lo sostituì sul podio negli anni della caduta e del ritiro. Il prima e il dopo.

Circolano teorie strane sulla fine di Pantani, la più estrema delle quali è firmata dal fantomatico giornalista John Kleeves.
Difficile giudicarne la veridicità, dato che a volte una teoria della cospirazione può essere creata ad arte proprio per far si che tutti dicano “E’ impossibile che l’abbiano fatto” ed in tal modo si trova il modo migliore per mettere una pietra tombale su qualunque tipo di indagine ulteriore.

La teoria individua come causa (inconsapevole) della fine di Pantani, Lance Armstrong, l’eroico texano che tornò in sella dopo aver sconfitto il cancro. Il ciclista che i francesi hanno accusato ripetutamente di aver vinto una manciata di Tour de France con l’aiuto del doping, sempre la famigerata epo, ma le cui inchieste sono finite nel nulla. Armstrong si è ritirato da eroe e le voci sono state bollate come calunnie.
Perchè lui? Perchè Armstrong era sponsorizzato niente meno che da US Postal, ovvero il servizio postale degli Stati Uniti, un ente governativo. La conclusione è che, per far vincere a tutti i costi il proprio beniamino, vera gloria nazionale e fenomenale testimonial per investimenti miliardari, qualcuno di molto potente possa aver truccato le carte fino alle estreme conseguenze.

In un libro recente su Pantani, ancora un francese, Philippe Brunel, un giornalista dell'”Equipe” (quelli che hanno accusato Armstrong di doping) raccoglie tutti i misteri di un caso che è lungi dall’essere stato risolto ma nega di voler suggerire che Marco sia stato assassinato.

Cospirazione o meno, e basandoci solo sui fatti acclarati, la sensazione che Pantani sia stato comunque incastrato, è forte. Ucciso, chi può dirlo? Se fosse stata una cospirazione ad alto livello non ne sapremo mai nulla. Diventerà un altro mistero tra i tanti, con la tristezza che ogni anno ci ricorda che colui che abbiamo perduto era probabilmente il più grande.

http://www.youtube.com/v/stgymtYkLas&rel=1


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Questo è un Fulminato di Mercurio speciale, monografico e messianico, come si addice al mistero dei cerchi nel grano. Anzi, visto che si parla di Silvio Berlusconi, dei Circoli nella grana.

Antefatto. Stanotte credo di aver visto due tra i peggiori film mai realizzati da mente malata umana: “Il macellaio” con Alba Parietti e “Hostel” di Eli Roth. Devo ancora stabilire, essendomi appena ripresa dal trauma, quale dei due fosse l’horror.
Nonostante l’ambientazione da bassa macelleria di entrambi non mi so decidere se fosse peggio la faccia del macellaio che si trombava la Parietti, la faccia della Parietti nel mentre il macellaio la trombava o l’occhio sforbiciato della giapponesina in quella specie di Abu Ghraib mitteleuropea spacciata per idea originale dal protegé di Tarantino (Quentin, questa me la paghi).

Stamattina, accendendo Radio Radicale dopo mesi, sento la voce gentile e melodiosa della Rossa di Milanello berciare come al mercato del pesce contro “questo governo”. Poco dopo l’annuncio: ecco a voi Silvio Berlusconi. Era la diretta (registrata) della convention dei circoli della libertà.
Dopo aver visto lavorare di Black&Decker uno dei giovincelli di “Hostel”, cosa vuoi che sia? Sentiamo cosa ha da dire Silvio.

Inizia raccontando di quando decise di scendere in campo. “I partiti erano scomparsi con Tangentopoli e il partito comunista rischiava di prendere l’84% dei seggi alle elezioni”. “Ero preoccupato, non riuscivo a dormire la notte”. Ti credo, aveva perso il suo faro nella nebbia, Bettino Craxi.
Sono le solite cazzate che spara sempre, il pericolo comunista nel 1992? Non gli badare, pensa al carrello dei bolliti che hai visto ieri sera.
“Ero indeciso sul da farsi e ci fu una riunione con i miei figli, mia madre, Confalonieri…”
Non avevamo dubbi che la decisione di scendere in campo fosse stata presa d’accordo con La Famiglia.
“Chi mi fece prendere la decisione definitiva fu però mia madre”. Il pensiero ritorna alle manette e alle dita mozzate. Non c’è partita, quello che sto ascoltando è molto peggio di qualunque tortura.

Silvio prosegue raccontando a modo suo, cioè mentendo, come andò la notte dei Brogli. “A mezzanotte Pisanu venne da me dicendomi che avevamo vinto, poi i comunisti imbrogliarono con le schede bianche in Campania e Calabria e si appropriarono ingiustamente della vittoria elettorale.”
E’ un crescendo. Certo che Pinocchio a quest’uomo gli fa una sega.
Mentre sto pericolosamente rivalutando non solo le torture di “Hostel” ma perfino la Parietti che finge di fingere di trombare, Silvio mi dà la mazzata finale: “Non dobbiamo permettere che i nostri figli studino in scuole con insegnanti di sinistra che gli manipolerebbero le menti come hanno fatto con i loro figli. Occorrono scuole private dove si insegni la libertà”.

Silvio è un mistero, come i cerchi nel grano, anzi nella grana. E’ inesplicabile che la gente gli creda ciecamente, pur sapendo della probabile frode che c’è sotto. E’ capace di ripetere le stesse stronzate da anni e c’è chi ancora gli dà credito. Hanno spiegato loro che il suo cerchio fu fatto nottetempo con corde e assi da amici compiacenti ma gli italiani continuano a pensare che sia un fenomeno soprannaturale.

E’ stata una lezione istruttiva. L’orrore non ha fine è vero ma purtroppo non è quello che ci mostrano i film di terz’ordine.


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Antefatto. Stanotte credo di aver visto due tra i peggiori film mai realizzati da mente malata umana: “Il macellaio” con Alba Parietti e “Hostel” di Eli Roth. Devo ancora stabilire, essendomi appena ripresa dal trauma, quale dei due fosse l’horror.
Nonostante l’ambientazione da bassa macelleria di entrambi non mi so decidere se fosse peggio la faccia del macellaio che si trombava la Parietti, la faccia della Parietti nel mentre il macellaio la trombava o l’occhio sforbiciato della giapponesina in quella specie di Abu Ghraib mitteleuropea spacciata per idea originale dal protegé di Tarantino (Quentin, questa me la paghi).

Stamattina, accendendo Radio Radicale dopo mesi, sento la voce gentile e melodiosa della Rossa di Milanello berciare come al mercato del pesce contro “questo governo”. Poco dopo l’annuncio: ecco a voi Silvio Berlusconi. Era la diretta (registrata) della convention dei circoli della libertà.
Dopo aver visto lavorare di Black&Decker uno dei giovincelli di “Hostel”, cosa vuoi che sia? Sentiamo cosa ha da dire Silvio.

Inizia raccontando di quando decise di scendere in campo. “I partiti erano scomparsi con Tangentopoli e il partito comunista rischiava di prendere l’84% dei seggi alle elezioni”. “Ero preoccupato, non riuscivo a dormire la notte”. Ti credo, aveva perso il suo faro nella nebbia, Bettino Craxi.
Sono le solite cazzate che spara sempre, il pericolo comunista nel 1992? Non gli badare, pensa al carrello dei bolliti che hai visto ieri sera.
“Ero indeciso sul da farsi e ci fu una riunione con i miei figli, mia madre, Confalonieri…”
Non avevamo dubbi che la decisione di scendere in campo fosse stata presa d’accordo con La Famiglia.
“Chi mi fece prendere la decisione definitiva fu però mia madre”. Il pensiero ritorna alle manette e alle dita mozzate. Non c’è partita, quello che sto ascoltando è molto peggio di qualunque tortura.

Silvio prosegue raccontando a modo suo, cioè mentendo, come andò la notte dei Brogli. “A mezzanotte Pisanu venne da me dicendomi che avevamo vinto, poi i comunisti imbrogliarono con le schede bianche in Campania e Calabria e si appropriarono ingiustamente della vittoria elettorale.”
E’ un crescendo. Certo che Pinocchio a quest’uomo gli fa una sega.
Mentre sto pericolosamente rivalutando non solo le torture di “Hostel” ma perfino la Parietti che finge di fingere di trombare, Silvio mi dà la mazzata finale: “Non dobbiamo permettere che i nostri figli studino in scuole con insegnanti di sinistra che gli manipolerebbero le menti come hanno fatto con i loro figli. Occorrono scuole private dove si insegni la libertà”.

Silvio è un mistero, come i cerchi nel grano, anzi nella grana. E’ inesplicabile che la gente gli creda ciecamente, pur sapendo della probabile frode che c’è sotto. E’ capace di ripetere le stesse stronzate da anni e c’è chi ancora gli dà credito. Hanno spiegato loro che il suo cerchio fu fatto nottetempo con corde e assi da amici compiacenti ma gli italiani continuano a pensare che sia un fenomeno soprannaturale.

E’ stata una lezione istruttiva. L’orrore non ha fine è vero ma purtroppo non è quello che ci mostrano i film di terz’ordine.

Nel 27° anniversario della tragedia di Ustica vi propongo questo testo, che riassume in maniera efficace gli scenari inquietanti che avrebbero potuto fare da fondo a questo mistero insoluto italiano. Vere o false che siano queste ipotesi, l’omertà e l’assoluta incapacità di magistratura e governi di giungere ad una soluzione del caso fanno pensare che quel giorno effettivamente i giochi fossero troppo grandi per gli stessi giocatori. Con la speranza che un giorno giustizia sia fatta e quelle 81 persone innocenti possano avere finalmente pace, assieme ai loro famigliari.

“Il 27 giugno 1980 un DC9 dell’Itavia partito da Bologna per Palermo, si ferma per sempre a Ustica. I soccorsi arrivano in ritardo e in pratica non fanno che raccogliere in mare alcuni dei cadaveri dei passeggeri e il cono di coda dell’aereo.
I periti dell’aeronautica diranno che l’aereo si è spezzato in volo per un cedimento strutturale con morte istantanea per tutti i passeggeri. […]
II generale Rana che è a capo del registro aeronautico, dirà che si è trattato di un missile ma il Ministro competente la considera una sua supposizione.
D’Avanzati, Presidente dell’Itavia, dirà anch’esso che il suo aereo è stato abbattuto da un missile.
Di lì a una settimana una rivista specializzata inglese, sulla base di un diagramma radar reso pubblico perché considerato innocuo, scriverà che è stata un’azione da manuale, una tipica conversione con lancio di missile a 90°.
Ma l’aeronautica italiana ha parlato di cedimento strutturale e il Ministro non deflette. Il Ministro dei Trasporti, che è Formica, provvede a firmare il decreto di scioglimento della compagnia. […]
Il Presidente dell’Itavia che aveva parlato di un missile, viene raggiunto da una comunicazione giudiziaria per propagazione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico. Per più di 8 anni sarà l’unico ad essere stato raggiunto da una comunicazione giudiziaria per l’affare Ustica.
Dopo che l’Itavia è stata sciolta quale compagnia inaffidabile, anche se per la verità l’Itavia faceva perfino la manutenzione di altre compagnie minori, si comincia a dubitare del cedimento strutturale. […]

Allora l’aeronutica comincia a sposare la tesi dell’esplosione a bordo, anzi della sicurezza di un’esplosione a bordo. Questo che dovrebbe essere il punto di partenza delle indagini per scoprire i colpevoli, è invece considerato da tutte le istituzioni come il punto di arrivo: è stata una bomba e il caso è chiuso, tanto in Italia si è abituati a non sapere mai chi ha commesso le stragi. Ipotesi tante, come dire nessuna.
Per tutti, all’estero, l’aereo è stato abbattuto da un missile. La BBC manda perfino in onda un servizio intitolato “Murder in the sky”.
L’aeronautica italiana esclude nella maniera più assoluta che l’aereo possa essere stato abbattuto. Non ci sono tracce radar di altri aerei nelle vicinanze, i nastri radar però o non ci sono o non si trovano o sono stati distrutti o si è interrotto il rilevamento radar per esercitazioni in corso, ecc.

L’aeronautica militare comincia a essere messa sotto accusa dall’opinione pubblica, anche perché un Mig libico precipita nella Sila, ufficialmente durante un esercitazione che simulava proprio un attacco del nemico da sud. L’aereo sarebbe arrivato sul territorio nazionale senza che l’aeronautica se ne accorgesse e proprio in un momento di massima allerta.
Se poi aggiungiamo che il Mig libico non può avere l’autonomia per raggiungere quel punto, che il pilota morto calzerebbe gli stessi stivaletti di ordinanza dei piloti della Nato e che i periti che devono fare l’autopsia sul morto ricevono pesanti interferenze da parte di un “militare in borghese” presso una caserma dei Carabinieri, ce n’è abbastanza per fare entrare l’aeronautica nell’occhio del ciclone.

Dopo 8 anni e dopo un recupero parziale dell’aereo precipitato, presso alcune basi radar periferiche (prima ignorate dall’inchiesta), sarà possibile reperire le tracce dell’aereo Itavia che precipitava e si avrà la conferma che in quel momento, in quello spazio aereo, c’erano anche altri aeroplani.
Uno dei canali della televisione di Stato manderà in onda una sua ricostruzione dell’incidente, attribuendo l’abbattimento del DC9 a un missile sfuggito a un nostro aereo durante un’esercitazione.
Dai vertici dell’aeronautica vengono sdegnate smentite, un generale urla in pubblico: “Non siamo stati attori ma spettatori” e ricorda alla classe politica che l’ira all’interno dell’aeronautica sta montando.[…]
Ormai tutte le perizie parlano di missile, gli unici a insistere sulla bomba sono i periti dell’aeronautica o quelli a loro vicini.
Viene deciso anche il recupero di quella parte di aereo che è rimasto in fondo al mare ma la credibilità delle istituzioni, di tutte quelle che si sono occupate del caso Ustica, è perduta. […]

All’estero e in tutti gli ambienti italiani solitamente ben informati, si racconta una storia di questo genere: inglesi e francesi con l’aiuto logistico degli americani, avrebbero progettato di abbattere l’aereo del leader libico Gheddafi ma all’appuntamento avrebbero trovato il DC9 dell’Itavia che era in ritardo sul piano di volo.
C’è anche una versione lievemente diversa: all’appuntamento avrebbero trovato altri caccia; nella battaglia aerea che ne sarebbe seguita veniva abbattuto il DC9 Itavia, che passava da quelle parti e dietro il quale si sarebbe rifugiato uno degli aerei in procinto di essere colpito da un missile. Il DC9 Itavia avrebbe intercettato un missile diretto ad altri.
Quello che si dice in più, però, è che i Libici sarebbero stati informati dell’attentato preparato contro di loro, dai nostri servizi segreti filo-arabi. Non è inverosimile perché già in un’altra occasione i nostri servizi segreti avevano avvertito il leader libico di un attentato progettato contro di lui.
Certo che se tutto questo è vero, e all’estero lo danno per tale, i nostri servizi segreti avrebbero
realizzato un bel colpo: avrebbero salvato un leader che ci ha mandato contro perfino dei missili (ricordare Lampedusa) e sarebbero la causa indiretta dell’abbattimento di un nostro aereo e della morte di 81 italiani.
Non sarebbe tutto qui perché le risposte del leader libico al suo mancato abbattimento sarebbero due: una, verificabile, è stata quella di far pubblicare un necrologio di una pagina intera per i morti di Ustica su un quotidiano di Palermo, città d’arrivo del DC9 Itavia; l’altra sarebbe la bomba di Bologna, città di partenza dello stesso aereo.
I morti dell’affare Ustica potrebbero quindi essere non 80 ma quasi il doppio. […]

In molti cominciano a parlare, memorie assopite riaffiorano. Dall’interno della stessa aeronautica, se si escludono i vertici, si riescono a ricostruire tanti particolari. Particolari apparentemente del tutto secondari ma che possono avere un senso preciso per la ricostruzione della verità, che appare ancor più sconcertante di quanto si potesse immaginare, al punto di potere ipotizzare che l’aereo pieno di ignari passeggeri sia stato deliberatamente portato davanti all’aereo killer.

L’aereo del leader libico Gheddafi passava abbastanza frequentemente dai cieli italiani e sembra che fosse riuscito ad ottenere, per i caccia di scorta, delle basi in aeroporti militari italiani e specificatamente in quello di Grosseto.
Avvisato da una componente dei servizi segreti italiani dell’attentato che era stato preparato per lui, Gheddafi avrebbe utilizzato la copertura aerea prevista per il proprio aereo che non c’era, per scortare il DC9 dell’Itavia, in modo da portarlo davanti all’aereo killer e farlo abbattere. Infatti, dai tracciati, si scopre che due velivoli non identificati seguirono in coda il DC9 Itavia da Bologna sino in Toscana, per poi scomparire (atterrati a Grosseto?).
Nella ricostruzione del volo, effettuata dai periti di parte civile, si rileva la presenza sulla scia dell’aereo Itavia di un aereo misterioso, che compare sui radar a partire dalla verticale del Lago di Bolsena a 40 km a nord-est di Roma, cioè nel momento in cui il DC9, che viaggiava nell’aerovia Ambra 14, effettuò due manovre per immettersi nell’aerovia Ambra 13. Da dove veniva quell’aereo? Forse da Grosseto?
Al momento del suo abbattimento il DC9 dell’Itavia ha questo aereo nella sua scia, che però non è il vero destinatario del missile.
Il missile è proprio lanciato contro il DC9 Itavia scambiato per l’aereo di Gheddafi. Sul radar dell’aereo che gira in circolo sul Tirreno all’altezza della Corsica, il rilevamento indica un aereo passeggeri con scorta: è il via libera per l’aereo killer. A quel punto l’aereo misterioso, presumibilmente un Mig, risponde al fuoco o almeno è molto probabile che lo faccia, dal momento che tra le varie voci che affiorano a livello internazionale, c’è anche quella che un caccia Nato non sarebbe rientrato alla sua base. Il Mig sarebbe stato inseguito e abbattuto sulla Sila.

Durante la prima trasmissione del Telefono Giallo condotta da Corrado Augias sull’affare Ustica, intanto che un militare di alto grado dell’aeronautica si affannava a spiegare che il DC9 era caduto a causa di una bomba a bordo, un testimone oculare telefonò dicendo di aver visto, nella stessa sera del disastro, sulla costa della Calabria un Mig che volava a bassa quota, diretto verso l’interno e inseguito da due aerei italiani (o dello stesso tipo di quelli utilizzati anche dall’Italia) con relativo lancio di missili. Quello che è certo è che sei persone che in quel tempo avevano a che fare con l’aeroporto di Grosseto e che vennero a contatto con la strage di Ustica, sono poi scomparse in modi più o meno misteriosi. Tra di loro il comandante della base di Grosseto Giorgio Tedoldi e Maurizio Gari, responsabile della sala operativa del radar di Poggio Ballone (Grosseto).

Se questa è la ricostruzione reale dell’affare Ustica è facile immaginare perché siano state raccontate tante menzogne e sia stato innalzato il famoso muro di gomma.
Come spiegare che, senza che l’aeronautica militare muovesse un dito, il DC9 Itavia fosse stato scortato fin davanti all’aereo killer?
Come spiegare che una qualche nostra istituzione ha avallato un’attentato a Gheddafi nei nostri cieli e che un’altra nostra istituzione ha avvertito Gheddafi e che di conseguenza è stato abbàttuto il nostro aereo?
Molto probabilmente anziché tentare di coprire il tutto, sarebbe stato più facile dire che l’aereo era stato abbattuto per errore durante un’esercitazione.
[…]
Per esigenze di facciata ad uso interno c’è chi preme per un compromesso: né bomba né missile ma collusione con un oggetto esterno, la cui ipotesi potrebbe non risultare incompatibile con i rottami ripescati: può succedere anche questo, tanto i resti del velivolo sono in un capannone dell’Aeronautica Militare, una delle parti in causa. Per una banale collisione, come si potrebbero però spiegare quei comportamenti definiti da Andrea Purgatori “depistanti ed omissivi di altissimi ufficiali dei nostri servizi e dell’Aeronautica, con il contorno di strani episodi che hanno per protagonisti e vittime gli stessi investigatori o i periti?”
Gli episodi strani sarebbero finora una ventina, almeno quelli noti. Tra gli altri la “visita e perquisizione”, ad opera di ignoti, dell’alloggio sottoposto a stretta sorveglianza armata del generale Zeno Tascio, inquisito dalla Magistratura per i fatti di Ustica. Poi l’uccisione a Bruxelles di chi aveva avuto in quel tempo il comando operativo dell’area di Grosseto, nel corso di una finta rapina.
Nell’aprile del 1993 i servizi segreti russi rivelano di aver seguito i fatti di Ustica attraverso un loro radar in Libia e danno la loro versione: l’aereo killer è un caccia USA. Nel maggio successivo viene depositata in tribunale la perizia sul Mig libico. Non può essere partito dalla Libia, per mancanza di autonomia; inoltre la scatola nera consegnata dalle autorità preposte ai giudici, risulta falsa.”

(tratto da: Giancarlo Martelli “Imbrogli e conflitti nell’Italia contemporanea” ed. Maripa, pp. 172-179, 1993)


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Nel 27° anniversario della tragedia di Ustica vi propongo questo testo, che riassume in maniera efficace gli scenari inquietanti che avrebbero potuto fare da fondo a questo mistero insoluto italiano. Vere o false che siano queste ipotesi, l’omertà e l’assoluta incapacità di magistratura e governi di giungere ad una soluzione del caso fanno pensare che quel giorno effettivamente i giochi fossero troppo grandi per gli stessi giocatori. Con la speranza che un giorno giustizia sia fatta e quelle 81 persone innocenti possano avere finalmente pace, assieme ai loro famigliari.

“Il 27 giugno 1980 un DC9 dell’Itavia partito da Bologna per Palermo, si ferma per sempre a Ustica. I soccorsi arrivano in ritardo e in pratica non fanno che raccogliere in mare alcuni dei cadaveri dei passeggeri e il cono di coda dell’aereo.
I periti dell’aeronautica diranno che l’aereo si è spezzato in volo per un cedimento strutturale con morte istantanea per tutti i passeggeri. […]
II generale Rana che è a capo del registro aeronautico, dirà che si è trattato di un missile ma il Ministro competente la considera una sua supposizione.
D’Avanzati, Presidente dell’Itavia, dirà anch’esso che il suo aereo è stato abbattuto da un missile.
Di lì a una settimana una rivista specializzata inglese, sulla base di un diagramma radar reso pubblico perché considerato innocuo, scriverà che è stata un’azione da manuale, una tipica conversione con lancio di missile a 90°.
Ma l’aeronautica italiana ha parlato di cedimento strutturale e il Ministro non deflette. Il Ministro dei Trasporti, che è Formica, provvede a firmare il decreto di scioglimento della compagnia. […]
Il Presidente dell’Itavia che aveva parlato di un missile, viene raggiunto da una comunicazione giudiziaria per propagazione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico. Per più di 8 anni sarà l’unico ad essere stato raggiunto da una comunicazione giudiziaria per l’affare Ustica.
Dopo che l’Itavia è stata sciolta quale compagnia inaffidabile, anche se per la verità l’Itavia faceva perfino la manutenzione di altre compagnie minori, si comincia a dubitare del cedimento strutturale. […]

Allora l’aeronutica comincia a sposare la tesi dell’esplosione a bordo, anzi della sicurezza di un’esplosione a bordo. Questo che dovrebbe essere il punto di partenza delle indagini per scoprire i colpevoli, è invece considerato da tutte le istituzioni come il punto di arrivo: è stata una bomba e il caso è chiuso, tanto in Italia si è abituati a non sapere mai chi ha commesso le stragi. Ipotesi tante, come dire nessuna.
Per tutti, all’estero, l’aereo è stato abbattuto da un missile. La BBC manda perfino in onda un servizio intitolato “Murder in the sky”.
L’aeronautica italiana esclude nella maniera più assoluta che l’aereo possa essere stato abbattuto. Non ci sono tracce radar di altri aerei nelle vicinanze, i nastri radar però o non ci sono o non si trovano o sono stati distrutti o si è interrotto il rilevamento radar per esercitazioni in corso, ecc.

L’aeronautica militare comincia a essere messa sotto accusa dall’opinione pubblica, anche perché un Mig libico precipita nella Sila, ufficialmente durante un esercitazione che simulava proprio un attacco del nemico da sud. L’aereo sarebbe arrivato sul territorio nazionale senza che l’aeronautica se ne accorgesse e proprio in un momento di massima allerta.
Se poi aggiungiamo che il Mig libico non può avere l’autonomia per raggiungere quel punto, che il pilota morto calzerebbe gli stessi stivaletti di ordinanza dei piloti della Nato e che i periti che devono fare l’autopsia sul morto ricevono pesanti interferenze da parte di un “militare in borghese” presso una caserma dei Carabinieri, ce n’è abbastanza per fare entrare l’aeronautica nell’occhio del ciclone.

Dopo 8 anni e dopo un recupero parziale dell’aereo precipitato, presso alcune basi radar periferiche (prima ignorate dall’inchiesta), sarà possibile reperire le tracce dell’aereo Itavia che precipitava e si avrà la conferma che in quel momento, in quello spazio aereo, c’erano anche altri aeroplani.
Uno dei canali della televisione di Stato manderà in onda una sua ricostruzione dell’incidente, attribuendo l’abbattimento del DC9 a un missile sfuggito a un nostro aereo durante un’esercitazione.
Dai vertici dell’aeronautica vengono sdegnate smentite, un generale urla in pubblico: “Non siamo stati attori ma spettatori” e ricorda alla classe politica che l’ira all’interno dell’aeronautica sta montando.[…]
Ormai tutte le perizie parlano di missile, gli unici a insistere sulla bomba sono i periti dell’aeronautica o quelli a loro vicini.
Viene deciso anche il recupero di quella parte di aereo che è rimasto in fondo al mare ma la credibilità delle istituzioni, di tutte quelle che si sono occupate del caso Ustica, è perduta. […]

All’estero e in tutti gli ambienti italiani solitamente ben informati, si racconta una storia di questo genere: inglesi e francesi con l’aiuto logistico degli americani, avrebbero progettato di abbattere l’aereo del leader libico Gheddafi ma all’appuntamento avrebbero trovato il DC9 dell’Itavia che era in ritardo sul piano di volo.
C’è anche una versione lievemente diversa: all’appuntamento avrebbero trovato altri caccia; nella battaglia aerea che ne sarebbe seguita veniva abbattuto il DC9 Itavia, che passava da quelle parti e dietro il quale si sarebbe rifugiato uno degli aerei in procinto di essere colpito da un missile. Il DC9 Itavia avrebbe intercettato un missile diretto ad altri.
Quello che si dice in più, però, è che i Libici sarebbero stati informati dell’attentato preparato contro di loro, dai nostri servizi segreti filo-arabi. Non è inverosimile perché già in un’altra occasione i nostri servizi segreti avevano avvertito il leader libico di un attentato progettato contro di lui.
Certo che se tutto questo è vero, e all’estero lo danno per tale, i nostri servizi segreti avrebbero
realizzato un bel colpo: avrebbero salvato un leader che ci ha mandato contro perfino dei missili (ricordare Lampedusa) e sarebbero la causa indiretta dell’abbattimento di un nostro aereo e della morte di 81 italiani.
Non sarebbe tutto qui perché le risposte del leader libico al suo mancato abbattimento sarebbero due: una, verificabile, è stata quella di far pubblicare un necrologio di una pagina intera per i morti di Ustica su un quotidiano di Palermo, città d’arrivo del DC9 Itavia; l’altra sarebbe la bomba di Bologna, città di partenza dello stesso aereo.
I morti dell’affare Ustica potrebbero quindi essere non 80 ma quasi il doppio. […]

In molti cominciano a parlare, memorie assopite riaffiorano. Dall’interno della stessa aeronautica, se si escludono i vertici, si riescono a ricostruire tanti particolari. Particolari apparentemente del tutto secondari ma che possono avere un senso preciso per la ricostruzione della verità, che appare ancor più sconcertante di quanto si potesse immaginare, al punto di potere ipotizzare che l’aereo pieno di ignari passeggeri sia stato deliberatamente portato davanti all’aereo killer.

L’aereo del leader libico Gheddafi passava abbastanza frequentemente dai cieli italiani e sembra che fosse riuscito ad ottenere, per i caccia di scorta, delle basi in aeroporti militari italiani e specificatamente in quello di Grosseto.
Avvisato da una componente dei servizi segreti italiani dell’attentato che era stato preparato per lui, Gheddafi avrebbe utilizzato la copertura aerea prevista per il proprio aereo che non c’era, per scortare il DC9 dell’Itavia, in modo da portarlo davanti all’aereo killer e farlo abbattere. Infatti, dai tracciati, si scopre che due velivoli non identificati seguirono in coda il DC9 Itavia da Bologna sino in Toscana, per poi scomparire (atterrati a Grosseto?).
Nella ricostruzione del volo, effettuata dai periti di parte civile, si rileva la presenza sulla scia dell’aereo Itavia di un aereo misterioso, che compare sui radar a partire dalla verticale del Lago di Bolsena a 40 km a nord-est di Roma, cioè nel momento in cui il DC9, che viaggiava nell’aerovia Ambra 14, effettuò due manovre per immettersi nell’aerovia Ambra 13. Da dove veniva quell’aereo? Forse da Grosseto?
Al momento del suo abbattimento il DC9 dell’Itavia ha questo aereo nella sua scia, che però non è il vero destinatario del missile.
Il missile è proprio lanciato contro il DC9 Itavia scambiato per l’aereo di Gheddafi. Sul radar dell’aereo che gira in circolo sul Tirreno all’altezza della Corsica, il rilevamento indica un aereo passeggeri con scorta: è il via libera per l’aereo killer. A quel punto l’aereo misterioso, presumibilmente un Mig, risponde al fuoco o almeno è molto probabile che lo faccia, dal momento che tra le varie voci che affiorano a livello internazionale, c’è anche quella che un caccia Nato non sarebbe rientrato alla sua base. Il Mig sarebbe stato inseguito e abbattuto sulla Sila.

Durante la prima trasmissione del Telefono Giallo condotta da Corrado Augias sull’affare Ustica, intanto che un militare di alto grado dell’aeronautica si affannava a spiegare che il DC9 era caduto a causa di una bomba a bordo, un testimone oculare telefonò dicendo di aver visto, nella stessa sera del disastro, sulla costa della Calabria un Mig che volava a bassa quota, diretto verso l’interno e inseguito da due aerei italiani (o dello stesso tipo di quelli utilizzati anche dall’Italia) con relativo lancio di missili. Quello che è certo è che sei persone che in quel tempo avevano a che fare con l’aeroporto di Grosseto e che vennero a contatto con la strage di Ustica, sono poi scomparse in modi più o meno misteriosi. Tra di loro il comandante della base di Grosseto Giorgio Tedoldi e Maurizio Gari, responsabile della sala operativa del radar di Poggio Ballone (Grosseto).

Se questa è la ricostruzione reale dell’affare Ustica è facile immaginare perché siano state raccontate tante menzogne e sia stato innalzato il famoso muro di gomma.
Come spiegare che, senza che l’aeronautica militare muovesse un dito, il DC9 Itavia fosse stato scortato fin davanti all’aereo killer?
Come spiegare che una qualche nostra istituzione ha avallato un’attentato a Gheddafi nei nostri cieli e che un’altra nostra istituzione ha avvertito Gheddafi e che di conseguenza è stato abbàttuto il nostro aereo?
Molto probabilmente anziché tentare di coprire il tutto, sarebbe stato più facile dire che l’aereo era stato abbattuto per errore durante un’esercitazione.
[…]
Per esigenze di facciata ad uso interno c’è chi preme per un compromesso: né bomba né missile ma collusione con un oggetto esterno, la cui ipotesi potrebbe non risultare incompatibile con i rottami ripescati: può succedere anche questo, tanto i resti del velivolo sono in un capannone dell’Aeronautica Militare, una delle parti in causa. Per una banale collisione, come si potrebbero però spiegare quei comportamenti definiti da Andrea Purgatori “depistanti ed omissivi di altissimi ufficiali dei nostri servizi e dell’Aeronautica, con il contorno di strani episodi che hanno per protagonisti e vittime gli stessi investigatori o i periti?”
Gli episodi strani sarebbero finora una ventina, almeno quelli noti. Tra gli altri la “visita e perquisizione”, ad opera di ignoti, dell’alloggio sottoposto a stretta sorveglianza armata del generale Zeno Tascio, inquisito dalla Magistratura per i fatti di Ustica. Poi l’uccisione a Bruxelles di chi aveva avuto in quel tempo il comando operativo dell’area di Grosseto, nel corso di una finta rapina.
Nell’aprile del 1993 i servizi segreti russi rivelano di aver seguito i fatti di Ustica attraverso un loro radar in Libia e danno la loro versione: l’aereo killer è un caccia USA. Nel maggio successivo viene depositata in tribunale la perizia sul Mig libico. Non può essere partito dalla Libia, per mancanza di autonomia; inoltre la scatola nera consegnata dalle autorità preposte ai giudici, risulta falsa.”

(tratto da: Giancarlo Martelli “Imbrogli e conflitti nell’Italia contemporanea” ed. Maripa, pp. 172-179, 1993)

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