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Cosa c’è di meglio del gossip e delle mollezze dei potenti per distrarsi dalle tristezze quotidiane, dal mutuo da pagare, dalla prossima bolletta del gas che dovremo aprire con cautela, avendo preso prima delle gocce di Coramina per non schiattarci sopra.
Sulla coppia di chiappe più chiacchierate del momento si potrebbero fare battute su battute fino a far diventare questo blog una succursale del Salone Margherita. La figa in Egitto, Sarkò che fa vedere l’obelisco a Carla, la campagna (pubblicitaria) d’Egitto e mi fermo per carità di patria.

Il “corto” (ogni riferimento alla statura del presidente francese è puramente casuale) nasce da questo post di Galatea, che ringrazio dello spunto.

Leggere lì che la Carletta si è portata dietro mamma’ in vacanza con l’illustre ganzo mi ha fatto diabolicamente venire in mente questa stupenda versione di “Io, mammeta e tu di Carosone, realizzata da Karl Zero ed inserita nell’episodio “Improbable” di X-Files.

Karl Zero è uno dei più grandi autori satirici di Francia, un francese che canta in napoletano è irresistibile e quindi il mix è interessante come un Martini mescolato e non agitato.

Questo per augurarvi un Buon 2008, ricco di tanta tanta felicità.


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Cosa c’è di meglio del gossip e delle mollezze dei potenti per distrarsi dalle tristezze quotidiane, dal mutuo da pagare, dalla prossima bolletta del gas che dovremo aprire con cautela, avendo preso prima delle gocce di Coramina per non schiattarci sopra.
Sulla coppia di chiappe più chiacchierate del momento si potrebbero fare battute su battute fino a far diventare questo blog una succursale del Salone Margherita. La figa in Egitto, Sarkò che fa vedere l’obelisco a Carla, la campagna (pubblicitaria) d’Egitto e mi fermo per carità di patria.

Il “corto” (ogni riferimento alla statura del presidente francese è puramente casuale) nasce da questo post di Galatea, che ringrazio dello spunto.

Leggere lì che la Carletta si è portata dietro mamma’ in vacanza con l’illustre ganzo mi ha fatto diabolicamente venire in mente questa stupenda versione di “Io, mammeta e tu di Carosone, realizzata da Karl Zero ed inserita nell’episodio “Improbable” di X-Files.

Karl Zero è uno dei più grandi autori satirici di Francia, un francese che canta in napoletano è irresistibile e quindi il mix è interessante come un Martini mescolato e non agitato.

Questo per augurarvi un Buon 2008, ricco di tanta tanta felicità.


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Questa mattina, lo confesso, il primo pensiero è stato togliermi un dubbio che quasi mi aveva tolto il sonno stanotte.
Ma era proprio vero che la serata inaugurale della Scala, il nostro sette dicembre, la nostra Pirla Harbor è trascorsa sottotono a causa della tragedia di Torino?
Eppure il TG1 di ieri sera aveva dato quell’impressione. La Tiziana Ferrario non ci aveva fatto vedere nemmeno una toilette elegante, era tutta compunta mentre descriveva come stava andando la serata, iniziata con ben un minuto di silenzio in memoria delle vittime di Torino. Nemmeno un parterre de roi, una Valentina Cortese, una Milano da bere o da vomitare, nulla di nulla.

Il pensiero delle sciurette che avevano dovuto rinunciare all’abito strafirmato da qualche migliaia di euro per correre in tutta fretta all’Oviesse a comperare qualcosa di più modesto; che avevano optato per il colore fatto in casa con la crema dell’Oréal invece del parrucchiere da 300 euro e che, per non sembrare troppo allegre, avevano deciso per un giorno di non prendere l’antidepressivo, era veramente intollerabile.

Poi vado a leggere i resoconti stamattina e mi tranquillizzo. La faccenda del sottotono era per modo di dire, un depistaggio per gli animalisti che avrebbero altrimenti contestato le pellicce, frutto di tanto sudore delle cosce; per la stampa, forse anche per i servizi segreti, vista la presenza di emiri, “sceicche” conturbanti, musulmani ricchi, anzi straricchi, petrolieri amici della petroliera Moratti, quindi amici dell’Occidente, mica quegli straccioni dei talebani o dei palestinesi. Eurabia? Ma quando mai.
Le eleganze c’erano come sempre, gli sbrilluccichii dei diamanti pure, il vecchio e il nuovo borghesume in libera uscita ma la parola d’ordine per gli scribacchini del regime era “sobrietà”.
Dite al popolo che eravamo sobri, che eravamo tutti vestiti di nero e staranno buoni.
I contestatori fuori dalla Scala c’erano, si, ma fanno folklore, come le bancarelle degli obej obej.

Presidenti, politici, tutti rigorosamente con le mogli e i mariti perchè per gli amanti non è serata. E’ il trionfo del “domani è un altro giorno”. L’inchiesta sulla Moratti? «Non questa sera, non voglio parlare di cose brutte», risponde giustamente la petroliera. Cicciobello Rutelli: «Stasera festeggiamo la Scala. Un traguardo che era a rischio, di leggi e contratti parliamo da domani». Ecco, bravo.

E la famosa cena finale, quella di cui si è sempre favoleggiato, a base di risotto alla milanese con le scaglie di oro zecchino sopra?
C’è stata, c’è stata. Come racconta con l’acquolina in bocca il Corriere della Serva:
“Dopo lo spettacolo, il Comune ha organizzato come di tradizione un ricevimento per 900 persone a Palazzo Marino, dove il grande cortile è stato trasformato in un doppio salone di atmosfera rinascimentale. Menu a base di risotto alla milanese, aletta di vitello con polentina e cappella di fungo porcino alla genovese”.
Potevano le sciurette farsi mancare la cappella?
Piuttosto non si è ancora capito chi pagherà il conto per il catering, se la Moratti di tasca sua o i milanesi di tasca loro. Tenendo conto che per quattro pizzette, due olive e uno spumantino per l’inaugurazione di un negozio si spendono 1000 euro, fate un po’ voi.

Scusate, si, la mondanità ma, e la musica? Non penserete mica che il 90% di chi va alla prima della Scala ci vada per l’opera in sé?
Del resto con un “Tristano e Isotta” c’è poco da stare allegri. Amore e morte, Eros e Thanatos, non è il Gianni Schicchi, come giustamente si è lamentato qualcuno. Si è sussurrato di sbadigli in platea. Beh, consideriamo i tre atti di Wagner, di sublime sperimentazione armonica, di straordinaria modernità quasi dodecafonica la giusta punizione per essersi potuti permettere di spendere in una serata, tra biglietto, ristorante, parrucchiere e affini quanto un operaio di quelli morti a Torino guadagnava in un mese e forse anche due.
Se le sciurette e i sciuretti preferiscono, per l’anno prossimo si potrebbe dedicare un minuto a Wagner e tre ore ai problemi della sicurezza sul lavoro.

Questa mattina, lo confesso, il primo pensiero è stato togliermi un dubbio che quasi mi aveva tolto il sonno stanotte.
Ma era proprio vero che la serata inaugurale della Scala, il nostro sette dicembre, la nostra Pirla Harbor è trascorsa sottotono a causa della tragedia di Torino?
Eppure il TG1 di ieri sera aveva dato quell’impressione. La Tiziana Ferrario non ci aveva fatto vedere nemmeno una toilette elegante, era tutta compunta mentre descriveva come stava andando la serata, iniziata con ben un minuto di silenzio in memoria delle vittime di Torino. Nemmeno un parterre de roi, una Valentina Cortese, una Milano da bere o da vomitare, nulla di nulla.

Il pensiero delle sciurette che avevano dovuto rinunciare all’abito strafirmato da qualche migliaia di euro per correre in tutta fretta all’Oviesse a comperare qualcosa di più modesto; che avevano optato per il colore fatto in casa con la crema dell’Oréal invece del parrucchiere da 300 euro e che, per non sembrare troppo allegre, avevano deciso per un giorno di non prendere l’antidepressivo, era veramente intollerabile.

Poi vado a leggere i resoconti stamattina e mi tranquillizzo. La faccenda del sottotono era per modo di dire, un depistaggio per gli animalisti che avrebbero altrimenti contestato le pellicce, frutto di tanto sudore delle cosce; per la stampa, forse anche per i servizi segreti, vista la presenza di emiri, “sceicche” conturbanti, musulmani ricchi, anzi straricchi, petrolieri amici della petroliera Moratti, quindi amici dell’Occidente, mica quegli straccioni dei talebani o dei palestinesi. Eurabia? Ma quando mai.
Le eleganze c’erano come sempre, gli sbrilluccichii dei diamanti pure, il vecchio e il nuovo borghesume in libera uscita ma la parola d’ordine per gli scribacchini del regime era “sobrietà”.
Dite al popolo che eravamo sobri, che eravamo tutti vestiti di nero e staranno buoni.
I contestatori fuori dalla Scala c’erano, si, ma fanno folklore, come le bancarelle degli obej obej.

Presidenti, politici, tutti rigorosamente con le mogli e i mariti perchè per gli amanti non è serata. E’ il trionfo del “domani è un altro giorno”. L’inchiesta sulla Moratti? «Non questa sera, non voglio parlare di cose brutte», risponde giustamente la petroliera. Cicciobello Rutelli: «Stasera festeggiamo la Scala. Un traguardo che era a rischio, di leggi e contratti parliamo da domani». Ecco, bravo.

E la famosa cena finale, quella di cui si è sempre favoleggiato, a base di risotto alla milanese con le scaglie di oro zecchino sopra?
C’è stata, c’è stata. Come racconta con l’acquolina in bocca il Corriere della Serva:
“Dopo lo spettacolo, il Comune ha organizzato come di tradizione un ricevimento per 900 persone a Palazzo Marino, dove il grande cortile è stato trasformato in un doppio salone di atmosfera rinascimentale. Menu a base di risotto alla milanese, aletta di vitello con polentina e cappella di fungo porcino alla genovese”.
Potevano le sciurette farsi mancare la cappella?
Piuttosto non si è ancora capito chi pagherà il conto per il catering, se la Moratti di tasca sua o i milanesi di tasca loro. Tenendo conto che per quattro pizzette, due olive e uno spumantino per l’inaugurazione di un negozio si spendono 1000 euro, fate un po’ voi.

Scusate, si, la mondanità ma, e la musica? Non penserete mica che il 90% di chi va alla prima della Scala ci vada per l’opera in sé?
Del resto con un “Tristano e Isotta” c’è poco da stare allegri. Amore e morte, Eros e Thanatos, non è il Gianni Schicchi, come giustamente si è lamentato qualcuno. Si è sussurrato di sbadigli in platea. Beh, consideriamo i tre atti di Wagner, di sublime sperimentazione armonica, di straordinaria modernità quasi dodecafonica la giusta punizione per essersi potuti permettere di spendere in una serata, tra biglietto, ristorante, parrucchiere e affini quanto un operaio di quelli morti a Torino guadagnava in un mese e forse anche due.
Se le sciurette e i sciuretti preferiscono, per l’anno prossimo si potrebbe dedicare un minuto a Wagner e tre ore ai problemi della sicurezza sul lavoro.

P.S. Per favore leggete tutti questo articolo di Gennaro Carotenuto.


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Le favole esistono, eccome, solo che a volte non si svolgono secondo il solito copione ma con una trama che sembra scritta da dei Fratelli Grimm reduci da una scorpacciata di amanita muscaria. Quella di Camilla e del Principe Racchio è talmente scombiccherata e destrutturata che avrebbe fatto felice un amante dell’assurdo come Lewis Carroll. Come in tutte le favole c’è una regina né buona né cattiva ma diremo borderline; c’è un Principe che però non è Azzurro ma Racchio; una principessa bella e giovane alla quale il Principe preferisce una borghese brutta e vecchia. Raccontiamola allora questa favola, come farebbe Morticia Addams ai suoi bambini, prima di dormire.
Eccoci appunto a raccontare di un Principe che, nonostante la racchiezza, tutte se lo vogliono sposare. Lui, con qualche promessa di farle tutte regine, cucca alla grande. Che culo, direbbe a questo punto in coro il popolino, e invece no, lui intorta a malincuore perché il suo cuore è solo per Camilla, una ragazza che non è bellissima come di solito nelle fiabe, ma bruttarella anche lei.

A mammà, ossia alla Regina, Camilla non piace, nonostante sia matura, amante appassionata e sia un vero appoggio per suo figlio. No, mammà vuole per lui una vacua, giovine spendacciona che lo renda perfettamente infelice.

Dopo aver sgamato per una decina d’anni il matrimonio il Principe Racchio alla fine capitola e viene indetta la gara d’appalto per trovare la sposa perfetta. Lui prova a dire a mammà: “Ci sarebbe Camilla già bell’e pronta…” ma la vecchiaccia non vuole sentire ragioni. Dev’essere aaalta, beeellla, giovane e vergine. Su quest’ultimo punto il Principe non può proprio dir nulla. La data dello spulzellamento della sua amata Camilla si perde nella notte dei tempi.

L’appalto se lo aggiudica una ragazza che si chiama Diana come le sigarette e ha l’espressione di colei alla quale bisogna insegnare tutto dell’amor. Come regalo di fidanzamento si accontenta di un modesto anellone con zaffiro grosso e pacchiano che potrebbe benissimo servire ad un camionista per abbagliare l’autovelox. Tutta timidina e con la guancia perennemente arrossata di virginale pudore, si aggrappa alla zampa del Rospo mettendo bene in mostra l’anellone per i giornalisti e intanto comincia a fare i suoi conti: “La vecchia non potrà campare in eterno. Quando lui sarà Re io sarò la Regina e Elton sarà il gran ciambellano. Il principe sarà pure racchio, ma vuoi mettere come farò la mia porca figura con la corona?”
Che c’è una Camilla tra di loro lo sa benissimo, ci ha fatto già il suo bel pianto, ma confida nel fatto che nelle favole non si è mai visto un Principe preferire una strega ad una Principessa beella e aaalta.

Il giorno delle fastose nozze in mondovisione, la bistrattata Camilla, soffocando chissà quante lacrime, prende lavoro a maglia e Settimana Enigmistica e va a sedersi sulla riva del fiume preparandosi ad una lunga attesa.
Come volevasi dimostrare, il matrimonio è un inferno. La sposa è più perfetta di quanto la Regina non sperasse.
Nonostante la nascita di due principini, uno dei quali è forse troppo somigliante ad un amico della mamma, disgraziatamente riconoscibilissimo perché rosso malpelo, il Principe Racchio non demorde e appena ha un minuto di tempo tra il non far nulla e il non fare un cacchio, scappa da Camilla. Insieme cavalcano, in tutti i sensi, fanno giardinaggio, strigliano i cavalli, lui parla con le piante e lei lo asseconda senza richiedere il T.S.O. Si scambiano perfino le sottane. Sono culo e camicia.

Intanto la Principessa snobbata diventa sempre più triste, ma così triste che nemmeno quattordici amanti riuscivano a consolarla.
Un giorno, stufa del continuo tradimento del Principe, (i suoi non sono veri tradimenti, sono solo amici che cercano di tirarla su), si veste tutta di nero, prende mastella, Marsiglia, Omino Bianco e ammorbidente e, smunta dai continui digiuni, va in televisione a lavare 6 o 7 chili di panni sporchi della famiglia reale.
Quella grandissima cornutazza di mia suocera è una vecchia insopportabile, mio suocero è uno stronzo e pure nazista, i cortigiani dei bastardi che si rubano l’argenteria, mio marito un farabutto e io sono tanto triste. Tutto il popolo piange con lei. La regina comincia a convincersi di aver preso una colossale cantonata ma preferirebbe essere rinchiusa nella Torre, che ammetterlo. Camilla, sulla riva del fiume, è intenta a risolvere il Quesito della Susi.

Come è finita lo sappiamo. La principessa triste muore e alla regal suocera tocca pure di andare al funerale a sentire Elton il ciambellano mancato che strimpella il piano in cattedrale.
Passano gli anni e l’amore di Racchio e Camilla è sempre più forte. Che sia una delle storie d’amore più commoventi degli ultimi secoli ormai lo ammette anche la vecchia che, un giorno, chiama suo figlio e gli dice: “E sposati ‘sta Camilla, va.”

Sono giorni di giubilo nel regno dell’Incontrario quando finalmente, dopo anni e anni di sofferenze e forzata separazione Racchio e Camilla si sposano, con la benedizione della vecchia, dei principini e del popolo che non solo approva ma vorrebbe Camilla addirittura regina.
Della bella principessa triste e defunta non si parla più tranne che su Retequattro a tarda notte tra una televendita di materassi e l’altra di pignatte, e a dieci anni dalla morte non si trova più neppure uno scandaletto piccolo piccolo sul quale far uscire l’ennesimo libro.
Un fiore sulla tomba, una schitarrata di un manipolo di vecchi tromboni rocchettari allo stadio di Wembley con i principini che aizzano il pubblico: “Siete già caldi, oh yeah!?” e bon, ci siamo tolti anche questo pensiero.
E vissero tutti felici e contenti.

Le favole esistono, eccome, solo che a volte non si svolgono secondo il solito copione ma con una trama che sembra scritta da dei Fratelli Grimm reduci da una scorpacciata di amanita muscaria. Quella di Camilla e del Principe Racchio è talmente scombiccherata e destrutturata che avrebbe fatto felice un amante dell’assurdo come Lewis Carroll. Come in tutte le favole c’è una regina né buona né cattiva ma diremo borderline; c’è un Principe che però non è Azzurro ma Racchio; una principessa bella e giovane alla quale il Principe preferisce una borghese brutta e vecchia. Raccontiamola allora questa favola, come farebbe Morticia Addams ai suoi bambini, prima di dormire.
Eccoci appunto a raccontare di un Principe che, nonostante la racchiezza, tutte se lo vogliono sposare. Lui, con qualche promessa di farle tutte regine, cucca alla grande. Che culo, direbbe a questo punto in coro il popolino, e invece no, lui intorta a malincuore perché il suo cuore è solo per Camilla, una ragazza che non è bellissima come di solito nelle fiabe, ma bruttarella anche lei.

A mammà, ossia alla Regina, Camilla non piace, nonostante sia matura, amante appassionata e sia un vero appoggio per suo figlio. No, mammà vuole per lui una vacua, giovine spendacciona che lo renda perfettamente infelice.

Dopo aver sgamato per una decina d’anni il matrimonio il Principe Racchio alla fine capitola e viene indetta la gara d’appalto per trovare la sposa perfetta. Lui prova a dire a mammà: “Ci sarebbe Camilla già bell’e pronta…” ma la vecchiaccia non vuole sentire ragioni. Dev’essere aaalta, beeellla, giovane e vergine. Su quest’ultimo punto il Principe non può proprio dir nulla. La data dello spulzellamento della sua amata Camilla si perde nella notte dei tempi.

L’appalto se lo aggiudica una ragazza che si chiama Diana come le sigarette e ha l’espressione di colei alla quale bisogna insegnare tutto dell’amor. Come regalo di fidanzamento si accontenta di un modesto anellone con zaffiro grosso e pacchiano che potrebbe benissimo servire ad un camionista per abbagliare l’autovelox. Tutta timidina e con la guancia perennemente arrossata di virginale pudore, si aggrappa alla zampa del Rospo mettendo bene in mostra l’anellone per i giornalisti e intanto comincia a fare i suoi conti: “La vecchia non potrà campare in eterno. Quando lui sarà Re io sarò la Regina e Elton sarà il gran ciambellano. Il principe sarà pure racchio, ma vuoi mettere come farò la mia porca figura con la corona?”
Che c’è una Camilla tra di loro lo sa benissimo, ci ha fatto già il suo bel pianto, ma confida nel fatto che nelle favole non si è mai visto un Principe preferire una strega ad una Principessa beella e aaalta.

Il giorno delle fastose nozze in mondovisione, la bistrattata Camilla, soffocando chissà quante lacrime, prende lavoro a maglia e Settimana Enigmistica e va a sedersi sulla riva del fiume preparandosi ad una lunga attesa.
Come volevasi dimostrare, il matrimonio è un inferno. La sposa è più perfetta di quanto la Regina non sperasse.
Nonostante la nascita di due principini, uno dei quali è forse troppo somigliante ad un amico della mamma, disgraziatamente riconoscibilissimo perché rosso malpelo, il Principe Racchio non demorde e appena ha un minuto di tempo tra il non far nulla e il non fare un cacchio, scappa da Camilla. Insieme cavalcano, in tutti i sensi, fanno giardinaggio, strigliano i cavalli, lui parla con le piante e lei lo asseconda senza richiedere il T.S.O. Si scambiano perfino le sottane. Sono culo e camicia.

Intanto la Principessa snobbata diventa sempre più triste, ma così triste che nemmeno quattordici amanti riuscivano a consolarla.
Un giorno, stufa del continuo tradimento del Principe, (i suoi non sono veri tradimenti, sono solo amici che cercano di tirarla su), si veste tutta di nero, prende mastella, Marsiglia, Omino Bianco e ammorbidente e, smunta dai continui digiuni, va in televisione a lavare 6 o 7 chili di panni sporchi della famiglia reale.
Quella grandissima cornutazza di mia suocera è una vecchia insopportabile, mio suocero è uno stronzo e pure nazista, i cortigiani dei bastardi che si rubano l’argenteria, mio marito un farabutto e io sono tanto triste. Tutto il popolo piange con lei. La regina comincia a convincersi di aver preso una colossale cantonata ma preferirebbe essere rinchiusa nella Torre, che ammetterlo. Camilla, sulla riva del fiume, è intenta a risolvere il Quesito della Susi.

Come è finita lo sappiamo. La principessa triste muore e alla regal suocera tocca pure di andare al funerale a sentire Elton il ciambellano mancato che strimpella il piano in cattedrale.
Passano gli anni e l’amore di Racchio e Camilla è sempre più forte. Che sia una delle storie d’amore più commoventi degli ultimi secoli ormai lo ammette anche la vecchia che, un giorno, chiama suo figlio e gli dice: “E sposati ‘sta Camilla, va.”

Sono giorni di giubilo nel regno dell’Incontrario quando finalmente, dopo anni e anni di sofferenze e forzata separazione Racchio e Camilla si sposano, con la benedizione della vecchia, dei principini e del popolo che non solo approva ma vorrebbe Camilla addirittura regina.
Della bella principessa triste e defunta non si parla più tranne che su Retequattro a tarda notte tra una televendita di materassi e l’altra di pignatte, e a dieci anni dalla morte non si trova più neppure uno scandaletto piccolo piccolo sul quale far uscire l’ennesimo libro.
Un fiore sulla tomba, una schitarrata di un manipolo di vecchi tromboni rocchettari allo stadio di Wembley con i principini che aizzano il pubblico: “Siete già caldi, oh yeah!?” e bon, ci siamo tolti anche questo pensiero.
E vissero tutti felici e contenti.


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Veronica, la Penelope di Arcore, si è rotta le palle e ha inviato una lettera alla “Repubblica”, con preghiera di divulgazione all’esimio consorte e per conoscenza al popolo italiano.
Nei giorni scorsi la sopportazione di questa donna deve aver raggiunto il livello di massa critica e per evitare una reazione a catena che avrebbe rischiato di incenerire l’intera Brianza, ha preso carta, penna e calamaio e ha vergato la sua richiesta di pubbliche scuse al marito per il suo comportamento anti-matrimoniale.
Pensate, non ha potuto nemmeno usufruire del suo giornale personale, “Il Foglio”, viste le tirature da Eco della Val Trompia che non avrebbero dato il giusto risalto al suo epico scazzo. Meglio indirizzare la missiva ad un giornale che è pure anti-Silvio, tiè!

Eh si, la misura era colma. Va bene fare e disfare la tela, ma in pochi giorni le è toccato prima di sentire la rediviva lady delle pentole in fascia protetta alla domenica parlare del ventennale delle imprese erotiche da dieci-e-lode di suo marito. Poi l’anziano ganimede si è fatto cogliere dai microfoni alla serata dei telegatti mentre cantava la romanza alla celeste Aida Yespica e rivolgeva alla telegatta morta Mara Carfagna la fatal frase: “Se non fossi già sposato me la sposerei subito”.
E’ lì che secondo me Veronica non ci ha visto più e alla moglie delle libertà sono saltate le valvole col botto.

Passi la vecchia amante, il palco di corna ostentate dalla Ventura a commento dell’intervista alla vecchia fiamma, ma che lui, lo strenuo difensore della famiglia, faccia pubbliche profferte matrimoniali proprio a colei che nei pianerottoli e nelle portinerie si sussurra malignamente essere la sua nuova, di amante, è troppo. “Son cose poco belle”, avrebbe detto la Signora Coriandoli.

Non c’è niente da ridere su ciò che Veronica chiede, r-i-s-p-e-t-t-o come donna. Purtroppo, impegnati come siamo a trovare i burqa nell’occhio altrui non ci rendiamo conto della maleducazione e della trave del maschilismo nel nostro. Non è perché si copre una donna di diamanti grossi come ceci che ci si può permettere di insultarla pubblicamente.

C’è stato un iniziale imbarazzo tra le file berlusconiane alla notizia della lettera aperta all’illustre marito. Non una parola sui giornali della real casa, del cognato e dei parenti tutti. Voci di “complotto” girate nel pomeriggio. L’ira funesta delle cagnette azzurre che si rivolgono alla vera moglie con queste parole sublimi: “Cara signora si vede che non ha cose importanti a cui pensare se per queste scemenze perde tempo a scrivere ad un giornale altrettanto cretino! Suo marito si merita di meglio!“, parola della “moglie del presidente“.
Evidentemente anche qui aveva ragione Montanelli. Per vaccinarsi da Silvio, anche come marito, bisogna fare la malattia, esserci passate.

Apprendiamo in questo momento che Lui avrebbe chiesto scusa con una lettera, magari dettata dalla penna del Petrarca di Fivizzano, Sandro Bondi.

Possiamo immaginare come finirà questa storia. Già domani lui dirà che è stato frainteso e che non ha mai detto le cose che ha detto alla Carfagna e alla Yespica. Anzi, dirà che quella sera non era neanche ai telegatti, che non conosce quella certa signora Veronica, che lui non chiede scusa e darà la colpa di tutto ai comunisti.

Nella foto, un’immagine di Veronica Lario nel film di Dario Argento “Tenebre”.

Metti una domenica pomeriggio tra una linea di febbre e l’altra sotto il plaid di pile con in sottofondo il cazzeggio televisivo di “Quelli che il Calcio”.
Simona Ventura intervista Fabrizia Carminati, un residuato inesploso della televisione anni 80. Me l’ero quasi dimenticata, ma a sentire il suo nome e all’ondeggiar dei boccoli d’oro, per automatismo ho salivato subito come il cane di Pavlov, “Ah, quella delle pentole”.

E’ carino ogni tanto ricordare i personaggi che ci hanno fatto crescere, come il Supertelegattone Maaaooo, Jeeg Robot d’acciaio e Zed, il tizio con i capelli di plastica come Ken, il marito evirato di Barbie.
La Carminati, dopo un piccolo sforzo per inquadrarla nel periodo e nel contesto tra le nebbie della memoria, mi appare come la bionda sempre allegra anche ai funerali, di bellezza media, più da segretaria che da showgirl.
Valletta di Mike Buongiorno, è vero, che di lui ci dice che era tirchio perché teneva i cesti con le burrate e i capocolli tutti per sé senza dividerli con i colleghi. Lo avevamo intuito, ma poi ecco la grande rivelazione, lo sgubb, la bomba, ciò per cui è venuta in televisione, o ce l’hanno mandata dopo averla scongelata, dopo tanto oblio.
La Fabrizia racconta, dopo averlo già spiattellato ai giornali, che ha avuto una relazione con Silvio vent’anni fa e che lui era da 10 e lode in tutto, anche in quella cosa lì, che è poi l’unica che conta, il resto tipo il romanticismo è fuffa. Un mandrillone, insomma, e detto da lei c’è da crederci.

Era dai tempi delle mitiche pagelle di Moana che non si sentivano apprezzamenti sulle prestazioni sessuali dei leaders politici. Che poi, in questi casi, sono tutti delle sex-machines con un’attrezzatura da far invidia al Divo Rocco e tempi di durata da maratoneti del sesso.
Eh già, chi si azzarderebbe, tra le ex o attuali amanti dei potenti di dire:”E’ una delusione, lo fa in 9’ 85” netti, più veloce di Carl Lewis sui 100 metri, quando gli riesce e con i calzini corti”.

Un dubbio mi assale, ma il palco di corna posticce che Simona Ventura ostenta dall’inizio dell’intervista è una pesante allusione a Veronica? Tranquilli, all’epoca della tresca lui era già separato dalla prima moglie e non conosceva ancora Veronica. Anzi quest’ultima gliel’ha presentata proprio la Fabrizia, guarda un po’. Un cambio della guardia in stile Buckingham Palace. Non basta sicuramente per poter fare la Comunione (anche se lui la riceve lo stesso, mysterium fidei) ma per tranquillizzare l’elettorato medio si.

Tra parentesi, l’intrepida Ilona Staller sempre arruolata nel corpo “Poveretta, come s’offre”, aveva già raccontato alla stampa, senza scendere in particolari intimi però, di un suo week-end in Grecia con il Mandrillo della Libertà nel lontano 1974.
In piena zona adulterio questa volta, ma forse eravamo già all’epoca in cui con Carla “l’amore si trasforma in sincera amicizia”.

Tornando alla Carminati. Nel 2004, forse come tardiva ricompensa per tanta abnegazione amatoria, l’eroica Fabrizia, ripescata come i vecchi pugili negli incontri di contorno, si candidò per Forza Italia alle Europee ma fu, non sembri una battutaccia, trombata.
Cosa pensare di quest’ultimo coming-out mediatico?
A me ha fatto l’effetto di quelle lettere di raccomandazione che suonano più o meno così: “Posso testimoniare che il ragazzo si impegna nel lavoro ed è sempre puntuale e affidabile.” Una sorta di pizzino erotico, un messaggio rassicurante alle ragazze ancora da concupire dopo l’impianto delle duracell, “andate tranquille, che non sarà solo un sacrificio”. Abbastanza patetico, tutto sommato.

L’intervista del secolo con la Ventura termina con una simpatica gag nella quale la Carminati finge di essere stata anche l’amante di Prodi, facendone l’imitazione. Un momento di grande televisione. Missione compiuta, roger, portiamo a casa questo baby e rientriamo alla base. La Fabrizia fa le pentole e anche i coperchi.

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