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C’è solo da raccontare un brutto sogno, in questo 25 aprile, l’incubo nel quale siamo precipitati senza che nessuno venga per pietà a darci il calcio del risveglio.
Ecco i veri revisionisti, scatenati nel loro indomabile revanscismo. Il fascismo come malattia endemica del capitalismo, come suo cancro, per questo non riusciamo ad estirparlo. Manifesti sconci a Roma e la comunità ebraica tace, dimentica delle Fosse Ardeatine, del Ghetto di Roma, delle deportazioni. Anche loro stanno sognando, perduti nel sogno dell’utopia fallita, della terra promessa nella quale non vuole andare più nessuno, che però i fascisti gli permettono di continuare a sognare finché il sogno non si sgretolerà del tutto.
L’Italia non l’ha liberata la Resistenza ma gli alleati, dicono i revisionisti di cui nessuno ha paura e che nessuno addita al pubblico linciaggio. (In questo brutto sogno sono i blogger la minaccia, non i fascisti al governo.)
Certo, gli alleati, quelli che hanno scatenato le orde di stupratori e bombardato a tappeto i civili  ma che hanno permesso a loro, i fascisti, di continuare ad esistere anche dopo. In stand-by, in coma vigile, fintanto che non fosse arrivato l’uomo giusto per rianimarli e permettergli di vomitare ancora le loro teorie così consone al sistema da mantenere ad ogni costo.
Poveri partigiani che hanno liberato un popolo che voleva solo essere dominato da un dittatore e che tanto ha fatto per trovarsene un altro, peggiore del primo. Uno che oggi non ha niente da festeggiare, giustamente, essendo il campione del revanscismo.
Un 25 aprile che coincide con la Pasquetta. Il 1° maggio che sarà la grande celebrazione dell’orgoglio vaticano. Quest’anno la Chiesa ci scippa le uniche feste laiche del calendario. Anche questo è un segno che viviamo nel peggiore degli incubi.
Cercate segni dell’esistenza di Dio, per caso? 
Un santo è stato assassinato ma, nel giorno di Pasqua, anche se la nostra fede era fortissima, non è risorto. Non riesco ad immaginare una prova più evidente di questa della non esistenza di un Dio, se non profondamente malvagio. Un Dio che fa di tutto per far credere che non esiste.
Tra una settimana un santo lo faranno, in pompa magna, ma sarà Woytila, non Monsignor Romero. Quel Woytila che disse chiaramente a Romero che non doveva inimicarsi il governo fascista del Salvador che poi l’avrebbe massacrato sull’altare. Quel Woytila che, per coerenza, non volle inimicarsi il generale Pinochet e che ora sarà il primo megasanto dell’anticomunismo. Oltre che malvagio, il Dio del sogno nel quale siamo precipitati dev’essere un Dio fascista.
Ripropongo un mio pezzo di tre anni fa, in occasione del trentesimo anniversario del brutale assassinio di Monsignor Romero in El Salvador. Sull’altare, mentre sta celebrando la Messa.
Vedrete quanto ne parleranno oggi, di questa ricorrenza, nei TG del Santo Papi. O forse preferiranno andare a cercare con il lanternino qualche improbabile miracolo compiuto da colui che, con la sua connivenza con le logiche imperiali, contribuì a farne un martire. Uno vero. Non un santo televisivo.
Dedicato a tutti i preti che lottano contro i pretacci.

Il 24 marzo 1980, mentre sta dicendo messa e celebrando l’Eucaristia, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador divenuto il difensore dei diritti dei campesinos, viene ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto d’Aubuisson, leader del partito di estrema destra ARENA.

Il percorso che conduce Romero al martirio è quello proprio dei santi, che in principio non immaginano nemmeno di poterlo diventare un giorno.
Di origini umili, è figlio di un telegrafista, da ragazzo lavora come garzone per un falegname. E’ un bravo ed umile seminarista e un prete molto tradizionalista. Anche quando si trasferirà nella capitale El Salvador come segretario della Conferenza episcopale salvadoregna rimarrà assolutamente fedele a Roma. Piace agli oligarchi perché si oppone alla nascente “teologia della liberazione” degli “eretici” Boff e Camara.
E’ un prete comodo che non si oppone e che obbedisce senza discutere. Da direttore del giornale diocesano Orientacion attacca il progressismo e tutti coloro che vogliono opporsi allo status quo. E’ quasi un reazionario.

Nei feroci anni ’70 sudamericani dell’Operazione Condor, la violenza in El Salvador diviene però spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos, che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Il 5 marzo del 1977 Romero è nominato arcivescovo di San Salvador. Lo stesso giorno l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

La sempre più frequente vicinanza al lutto, alle tragedie e al dolore dei suoi fratelli scava nell’animo di monsignore, che piano piano, come un Don Abbondio che conquista il coraggio che non si sarebbe mai potuto dare, accetta di mettere in discussione le proprie certezze e di cambiare la propria visione del mondo.
Il punto di non ritorno è l’assassinio del padre gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, centro agricolo poverissimo. Davanti al cadavere di Padre Rutilio, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, Romero vede in tutta la loro crudezza l’ingiustizia, l’oppressione dei poveri, la violenza sui corpi e sulle menti, le torture e i morti. La luce fa male, e lui non può più tacere nè soffocare il proprio dolore empatico.

Nei tre anni che lo separano dall’appuntamento con una morte preannunciata in vari modi, tanto che una volta dirà: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”, denuncia le torture e gli omicidi, parla alla radio, sostiene attivamente l’opera di Marianella Garcìa Villa, l’avvocato che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Conforterà Marianella dopo la brutale violenza che i militari le faranno subire.
Va perfino a Roma con un corposo dossier sui crimini contro l’umanità nel suo paese a chiedere al Papa aiuto e comprensione. Ne riceverà solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…” e un freddo invito a non opporsi alla lotta contro la sovversione.
Il santo subito negherà al vero santo, ma mai riconosciuto tale, l’aiuto per il suo popolo disperato.
Non solo, ma quando verrà pubblicato il cosiddetto terzo segreto di Fatima, il Papa polacco ruberà la scena e vorrà vedere se stesso nel vescovo vestito di bianco che cade sotto i colpi dei soldati ai piedi della croce e non piuttosto il monsignore sudamericano, morto veramente da martire sull’altare, con il proprio sangue che si mescola nel calice a quello di Cristo.

Il giorno prima di essere assassinato, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero aveva detto: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.

Il martirio di monsignor Romero nasce dal suo essersi ribellato all’ordine costituito sia clericale, le gerarchie vaticane, sia secolare, incarnato dal potere dittatoriale allevato e nutrito a pane ed anticomunismo dalla School of the Americas di Fort Benning, USA. Quel potere oligarchico e fascista che doveva a tutti i costi impedire che i popoli sudamericani si emancipassero dalla situazione di sfruttamento e asservimento feudale nel quale avevano sempre vissuto. Un potere a parole difensore dei valori cristiani ma tanto sprezzante nei confronti di Cristo da arrivare a sparare ai preti sull’altare.

Da quell’ultima messa sono trascorsi trent’anni, durante i quali sono stati nominati più di 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, non abbastanza santo per un Vaticano timoroso di riconoscere un vero martire ma dell’anticomunismo.
D’Aubuisson, invece, prima di morire di cancro, impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”. Cose che capitano.

Qui di seguito due estratti video da una puntata di “La storia siamo noi”:
L’ultima omelia e L’assassinio di Monsignor Romero

Chi è convinto che in Vaticano si respiri un’aria di cristiana pace e tolleranza e che tutti obbediscano al Papa a suon di “jawohl”, sarà meglio si legga le ultime cronache d’oltretevere, contrassegnate dal seguente grido d’allarme: “il Papa è solo”.
Solo nel senso di isolato, emarginato da una sorta di fronda episcopale che non ha gradito le sue ultime debolezze lefebvriane, oltre ad altre prese di posizione papali giudicate troppo reazionarie.
Pare che Ratzinger abbia contro diversi episcopati. E mica episcopati qualsiasi, ma nientemeno che quelli austriaci, tedeschi, svizzeri e francesi, con il contagio della ribellione che si allarga ogni giorno di più nei pianeti dell’Impero.

Anche dal Sud America giungono mormorii di scontento. Ricordate il vescovo di Recife che ha scomunicato i medici e la madre della bambina messa incinta di due gemelli dal patrigno pedofilo? L’episcopato brasiliano lo ha apertamente sconfessato (bontà loro) e, a causa di questa presa di posizione, è arrivata con leggero ritardo la nota vaticana di solidarietà per il dramma della piccola. Dramma offuscato però, secondo le parole dell’Osservatore Romano, dalla troppa pubblicità data dal vescovo di Recife alla scomunica strombazzata ai quattro venti. Sembra quasi che si abbia più paura dello scandalo che del fatto criminale in sè. Echi del Crimen Sollicitationis?

Per tornare alla solitudine di Ratzinger, lui, sul vescovo Williamson, si è giustificato dicendo di non essere stato capito, si è detto rammaricato che un gesto di pietà (??) fosse stato male interpretato. Sa, è obiettivamente difficile capire come non si dovrebbe aver pietà di una madre che vuol salvare la vita di una figlia o dimostrare di non comprendere le ragioni dei divorziati, e muoversi invece ad umana pietà per uno che nega la Shoah.

Secondo una delle possibili spiegazioni dell’atteggiamento ratzingeriano spericolato verso questioni così scottanti, il Papa sarebbe troppo impegnato sul piano teologico, penserebbe troppo ai suoi libri, volerebbe troppo alto e, come un monarca autocentrico, trascurerebbe le beghe politiche vaticane salvo, ogni tanto, uscirsene con una clamorosa stecca, altro che l’armonia degli organi e delle voci bianche che da secoli diffondono note di celestiale cerchiobottismo tra i muri della Casa di Pietro.
Un errore imperdonabile per un Papa pianista. Per le sue ultime uscite di condiscendenza e perdono nei confronti dei vescovi negazionisti, quelli che le camere a gas dei lager erano una specie di autoclave per disinfettare gli ebrei e “in fondo cosa sarà mai successo”, l’effetto è stato altrettanto dirompente di quello che avrebbe provocato il sentir provenire dai tasti del santo pianoforte, invece delle note di Bach, “Great Balls of Fire” con tanto di piede pestato per terra alla Jerry Lee Lewis.

Tra qualche giorno ricorrerà il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Romero. Un bel gesto di riconciliazione con l’episcopato sudamericano in rivolta potrebbe essere, da parte del Papa, lo sveltimento della causa di canonizzazione del vescovo martire, che giace sepolta da anni nei meandri del Vaticano, ignorata bellamente da Papa Wojtyla.

Le ultime liaisons dangereuses papali con i lefebvriani hanno scontentato, per usare un eufemismo, e a ragione, inutile dirlo, il mondo ebraico e Israele.
Con i fratelli maggiori la relazione della Santa Sede è sempre difficile. Si ha l’impressione che spesso e volentieri, dai giri di minuetto in Vaticano e dai tè in Sinagoga si passi al braccio di ferro e alla volgarissima tradizione di ritrovarsi sulla tomba del canguro, “per veder chi l’ha… ” eccetera eccetera.

Sono due grandi religioni con grande potere entrambe e a volte si ha l’impressione che i titani lottino a mani nude dietro la facciata dei baci e degli abbracci.

Israele ha fatto la voce grossa contro il Vaticano per il pasticciaccio brutto dei lefebvriani, poi però è capitato che il Vaticano abbia protestato presso il governo israeliano a causa di un programma televisivo che avrebbe irriso a Cristo e alla Madonna e il programma sia stato stato censurato.
Sembra uno di quegli estenuanti ultimi scambi di un set di tennis, quello dove si passa dal quaranta pari al vantaggio per Pinco, deuce, vantaggio per Pallino, deuce, vantaggio di nuovo per
Pinco e via fino allo sfinimento o ad un provvidenziale “gioco, partita, incontro”.

Oggi le cronache ci rassicurano, il Papa non è solo e tutto va bene in fondo a Via della Conciliazione, ma staremo a vedere. Forse qualche altra stecca, se tendiamo bene l’orecchio verso gli appartamenti papali, la potremo sentire.


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Chi è convinto che in Vaticano si respiri un’aria di cristiana pace e tolleranza e che tutti obbediscano al Papa a suon di “jawohl”, sarà meglio si legga le ultime cronache d’oltretevere, contrassegnate dal seguente grido d’allarme: “il Papa è solo”.
Solo nel senso di isolato, emarginato da una sorta di fronda episcopale che non ha gradito le sue ultime debolezze lefebvriane, oltre ad altre prese di posizione papali giudicate troppo reazionarie.
Pare che Ratzinger abbia contro diversi episcopati. E mica episcopati qualsiasi, ma nientemeno che quelli austriaci, tedeschi, svizzeri e francesi, con il contagio della ribellione che si allarga ogni giorno di più nei pianeti dell’Impero.

Anche dal Sud America giungono mormorii di scontento. Ricordate il vescovo di Recife che ha scomunicato i medici e la madre della bambina messa incinta di due gemelli dal patrigno pedofilo? L’episcopato brasiliano lo ha apertamente sconfessato (bontà loro) e, a causa di questa presa di posizione, è arrivata con leggero ritardo la nota vaticana di solidarietà per il dramma della piccola. Dramma offuscato però, secondo le parole dell’Osservatore Romano, dalla troppa pubblicità data dal vescovo di Recife alla scomunica strombazzata ai quattro venti. Sembra quasi che si abbia più paura dello scandalo che del fatto criminale in sè. Echi del Crimen Sollicitationis?

Per tornare alla solitudine di Ratzinger, lui, sul vescovo Williamson, si è giustificato dicendo di non essere stato capito, si è detto rammaricato che un gesto di pietà (??) fosse stato male interpretato. Sa, è obiettivamente difficile capire come non si dovrebbe aver pietà di una madre che vuol salvare la vita di una figlia o dimostrare di non comprendere le ragioni dei divorziati, e muoversi invece ad umana pietà per uno che nega la Shoah.

Secondo una delle possibili spiegazioni dell’atteggiamento ratzingeriano spericolato verso questioni così scottanti, il Papa sarebbe troppo impegnato sul piano teologico, penserebbe troppo ai suoi libri, volerebbe troppo alto e, come un monarca autocentrico, trascurerebbe le beghe politiche vaticane salvo, ogni tanto, uscirsene con una clamorosa stecca, altro che l’armonia degli organi e delle voci bianche che da secoli diffondono note di celestiale cerchiobottismo tra i muri della Casa di Pietro.
Un errore imperdonabile per un Papa pianista. Per le sue ultime uscite di condiscendenza e perdono nei confronti dei vescovi negazionisti, quelli che le camere a gas dei lager erano una specie di autoclave per disinfettare gli ebrei e “in fondo cosa sarà mai successo”, l’effetto è stato altrettanto dirompente di quello che avrebbe provocato il sentir provenire dai tasti del santo pianoforte, invece delle note di Bach, “Great Balls of Fire” con tanto di piede pestato per terra alla Jerry Lee Lewis.

Tra qualche giorno ricorrerà il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Romero. Un bel gesto di riconciliazione con l’episcopato sudamericano in rivolta potrebbe essere, da parte del Papa, lo sveltimento della causa di canonizzazione del vescovo martire, che giace sepolta da anni nei meandri del Vaticano, ignorata bellamente da Papa Wojtyla.

Le ultime liaisons dangereuses papali con i lefebvriani hanno scontentato, per usare un eufemismo, e a ragione, inutile dirlo, il mondo ebraico e Israele.
Con i fratelli maggiori la relazione della Santa Sede è sempre difficile. Si ha l’impressione che spesso e volentieri, dai giri di minuetto in Vaticano e dai tè in Sinagoga si passi al braccio di ferro e alla volgarissima tradizione di ritrovarsi sulla tomba del canguro, “per veder chi l’ha… ” eccetera eccetera.

Sono due grandi religioni con grande potere entrambe e a volte si ha l’impressione che i titani lottino a mani nude dietro la facciata dei baci e degli abbracci.

Israele ha fatto la voce grossa contro il Vaticano per il pasticciaccio brutto dei lefebvriani, poi però è capitato che il Vaticano abbia protestato presso il governo israeliano a causa di un programma televisivo che avrebbe irriso a Cristo e alla Madonna e il programma sia stato stato censurato.
Sembra uno di quegli estenuanti ultimi scambi di un set di tennis, quello dove si passa dal quaranta pari al vantaggio per Pinco, deuce, vantaggio per Pallino, deuce, vantaggio di nuovo per
Pinco e via fino allo sfinimento o ad un provvidenziale “gioco, partita, incontro”.

Oggi le cronache ci rassicurano, il Papa non è solo e tutto va bene in fondo a Via della Conciliazione, ma staremo a vedere. Forse qualche altra stecca, se tendiamo bene l’orecchio verso gli appartamenti papali, la potremo sentire.


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Solo nel senso di isolato, emarginato da una sorta di fronda episcopale che non ha gradito le sue ultime debolezze lefebvriane, oltre ad altre prese di posizione papali giudicate troppo reazionarie.
Pare che Ratzinger abbia contro diversi episcopati. E mica episcopati qualsiasi, ma nientemeno che quelli austriaci, tedeschi, svizzeri e francesi, con il contagio della ribellione che si allarga ogni giorno di più nei pianeti dell’Impero.

Anche dal Sud America giungono mormorii di scontento. Ricordate il vescovo di Recife che ha scomunicato i medici e la madre della bambina messa incinta di due gemelli dal patrigno pedofilo? L’episcopato brasiliano lo ha apertamente sconfessato (bontà loro) e, a causa di questa presa di posizione, è arrivata con leggero ritardo la nota vaticana di solidarietà per il dramma della piccola. Dramma offuscato però, secondo le parole dell’Osservatore Romano, dalla troppa pubblicità data dal vescovo di Recife alla scomunica strombazzata ai quattro venti. Sembra quasi che si abbia più paura dello scandalo che del fatto criminale in sè. Echi del Crimen Sollicitationis?

Per tornare alla solitudine di Ratzinger, lui, sul vescovo Williamson, si è giustificato dicendo di non essere stato capito, si è detto rammaricato che un gesto di pietà (??) fosse stato male interpretato. Sa, è obiettivamente difficile capire come non si dovrebbe aver pietà di una madre che vuol salvare la vita di una figlia o dimostrare di non comprendere le ragioni dei divorziati, e muoversi invece ad umana pietà per uno che nega la Shoah.

Secondo una delle possibili spiegazioni dell’atteggiamento ratzingeriano spericolato verso questioni così scottanti, il Papa sarebbe troppo impegnato sul piano teologico, penserebbe troppo ai suoi libri, volerebbe troppo alto e, come un monarca autocentrico, trascurerebbe le beghe politiche vaticane salvo, ogni tanto, uscirsene con una clamorosa stecca, altro che l’armonia degli organi e delle voci bianche che da secoli diffondono note di celestiale cerchiobottismo tra i muri della Casa di Pietro.
Un errore imperdonabile per un Papa pianista. Per le sue ultime uscite di condiscendenza e perdono nei confronti dei vescovi negazionisti, quelli che le camere a gas dei lager erano una specie di autoclave per disinfettare gli ebrei e “in fondo cosa sarà mai successo”, l’effetto è stato altrettanto dirompente di quello che avrebbe provocato il sentir provenire dai tasti del santo pianoforte, invece delle note di Bach, “Great Balls of Fire” con tanto di piede pestato per terra alla Jerry Lee Lewis.

Tra qualche giorno ricorrerà il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Romero. Un bel gesto di riconciliazione con l’episcopato sudamericano in rivolta potrebbe essere, da parte del Papa, lo sveltimento della causa di canonizzazione del vescovo martire, che giace sepolta da anni nei meandri del Vaticano, ignorata bellamente da Papa Wojtyla.

Le ultime liaisons dangereuses papali con i lefebvriani hanno scontentato, per usare un eufemismo, e a ragione, inutile dirlo, il mondo ebraico e Israele.
Con i fratelli maggiori la relazione della Santa Sede è sempre difficile. Si ha l’impressione che spesso e volentieri, dai giri di minuetto in Vaticano e dai tè in Sinagoga si passi al braccio di ferro e alla volgarissima tradizione di ritrovarsi sulla tomba del canguro, “per veder chi l’ha… ” eccetera eccetera.

Sono due grandi religioni con grande potere entrambe e a volte si ha l’impressione che i titani lottino a mani nude dietro la facciata dei baci e degli abbracci.

Israele ha fatto la voce grossa contro il Vaticano per il pasticciaccio brutto dei lefebvriani, poi però è capitato che il Vaticano abbia protestato presso il governo israeliano a causa di un programma televisivo che avrebbe irriso a Cristo e alla Madonna e il programma sia stato stato censurato.
Sembra uno di quegli estenuanti ultimi scambi di un set di tennis, quello dove si passa dal quaranta pari al vantaggio per Pinco, deuce, vantaggio per Pallino, deuce, vantaggio di nuovo per
Pinco e via fino allo sfinimento o ad un provvidenziale “gioco, partita, incontro”.

Oggi le cronache ci rassicurano, il Papa non è solo e tutto va bene in fondo a Via della Conciliazione, ma staremo a vedere. Forse qualche altra stecca, se tendiamo bene l’orecchio verso gli appartamenti papali, la potremo sentire.


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DIGLI DI SMETTERE DI BACIARMI!

Psicodramma Grottesco – ATTO UNICO

LE PERSONE DEL DRAMMA:
Madre Teresa
Povero malato di cancro terminale

La scena:
Una stanza spoglia tranne pochi miseri giacigli a terra, ma pulita, a Calcutta.
Poche comparse, uomini e bambini, distesi sulla nuda terra o sui giacigli, chi immobile, chi contorcendosi e lamentandosi.
Entra MADRE TERESA e prende la mano del POVERO MALATO, che rantola in preda ad atroci sofferenze

MADRE TERESA (in piedi, guardando il pubblico): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando.

POVERO MALATO: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi!

Fine del dramma

Tratto dal libro pluricensurato di Christopher Hitchens “La Posizione della Missionaria (1997).

Nel decimo anniversario della morte della prima “instant blessed” della storia della Chiesa, mentre Monsignor Romero sta ancora aspettando uno straccio di beatificazione dopo venticinque anni nonostante il martirio sull’altare, non si trova un misero secondo miracolo che porterebbe Madre Teresa alla promozione nella serie A dei santi ed è un guaio, perchè uno solo non basta.

Morta quasi all’unisono con la sua grande amica e santerellina Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta, della quale oggi si rievocano solo i tormenti e i dubbi di credente, secondo alcuni non fu affatto una santa, o quanto meno, se raccolse milioni di dollari in offerte non li impiegò per migliorare le condizioni dei disgraziati che aveva in carico, visto che essi continuavano a cercare di non affogare nell’onda lunga di merda nella quale vivevano.
Questo mentre lei girava il mondo, rimaneva affascinata e affascinava a sua volta i potenti. Andava d’accordissimo con i grandi reazionari come la Thatcher e Reagan ma non le faceva schifo nemmeno frequentare veri e propri dittatori fascisti come quel grassone di Duvalier jr., aka Baby Doc di Haiti che ben ci ha raccontato il film “The Agronomist”, o il feroce Menghistu in Etiopia, per citare solo alcune delle “relazioni pericolose” della beata.

Il libro di Hitchens è il più forte atto d’accusa contro questa missionaria e un getto di vetriolo in faccia all’ipocrisia della Chiesa.

Dal sito della casa editrice Minimum Fax e dalla recensione di Radio Radicale del libro ivi presente:

“La Posizione della Missionaria descrive e documenta i seguenti fatti:
1) Madre Teresa ha accettato somme miliardarie dai tanti ingenuoni e marpioni, di ogni paese, che pensavano così di alleviare le pene dei più miseri e anche i propri sensi di colpa per la provenienza illecita del denaro. Non ha mai restituito un soldo delle somme donatele da truffatori condannati;
2) Non ha mai voluto usare questi soldi per migliorare le condizioni di vita dei degenti nei suoi centri, ha sempre professato infatti un disprezzo per le cose materiali, che però pagavano i poveracci in termini di disagio. Non ha neanche mai voluto investire i soldi per creare efficienti strutture ospedaliere e per acquistare moderni strumenti di diagnosi o cura;
3) Conseguentemente la suora e i suoi centri accoglienza non hanno mai curato nessuno. Per Madre Teresa di Calcutta la sofferenza (altrui) era un dono divino e pertanto riteneva di dover assistere, più che combattere, il trapasso dei suoi sventurati ospiti. Uomini, donne e bambini sono stati lasciati nell’incuria, (ma lei se li è curati i suoi malanni, ed in cliniche di lusso!)e segretamente battezzati in punto di morte;
4) Direi che è scontato menzionare il suo rifiuto bigotto della modernità, la sua assoluta contrarietà ad aborto, (storico l’appello alle donne violentate di Bosnia a tenere i figli della violenza subita). Ma anche qui con possibili eccezioni “pro domo sua”: Condanna del divorzio, ma approvazione espressa di quello del’”amica” Diana; contraccezione come sacrilegio, ma sodalizio con l’Indira Gandhi delle sterilizzazioni forzate delle donne indiane”.

Padre Pio almeno fece costruire un ospedale a San Giovanni Rotondo, lei invece preferiva tenere i suoi lebbrosi accatastati per terra perchè la sofferenza era un dono di Dio. Cosa ne facesse allora dei miliardi raccolti è un mistero che mi piacerebbe scoprire, assieme al senso che può avere una santità del genere: preservare la povertà come un valore invece di battersi per eliminare la peggiore piaga che affligge l’umanità.

In una delle ultime lettere, recentemente pubblicate, la suora scriveva: “Cerco Cristo ma non lo trovo”.
Càpita, a guardare solo i soldi.


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DIGLI DI SMETTERE DI BACIARMI!

Psicodramma Grottesco – ATTO UNICO

LE PERSONE DEL DRAMMA:
Madre Teresa
Povero malato di cancro terminale

La scena:
Una stanza spoglia tranne pochi miseri giacigli a terra, ma pulita, a Calcutta.
Poche comparse, uomini e bambini, distesi sulla nuda terra o sui giacigli, chi immobile, chi contorcendosi e lamentandosi.
Entra MADRE TERESA e prende la mano del POVERO MALATO, che rantola in preda ad atroci sofferenze

MADRE TERESA (in piedi, guardando il pubblico): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando.

POVERO MALATO: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi!

Fine del dramma

Tratto dal libro pluricensurato di Christopher Hitchens “La Posizione della Missionaria (1997).

Nel decimo anniversario della morte della prima “instant blessed” della storia della Chiesa, mentre Monsignor Romero sta ancora aspettando uno straccio di beatificazione dopo venticinque anni nonostante il martirio sull’altare, non si trova un misero secondo miracolo che porterebbe Madre Teresa alla promozione nella serie A dei santi ed è un guaio, perchè uno solo non basta.

Morta quasi all’unisono con la sua grande amica e santerellina Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta, della quale oggi si rievocano solo i tormenti e i dubbi di credente, secondo alcuni non fu affatto una santa, o quanto meno, se raccolse milioni di dollari in offerte non li impiegò per migliorare le condizioni dei disgraziati che aveva in carico, visto che essi continuavano a cercare di non affogare nell’onda lunga di merda nella quale vivevano.
Questo mentre lei girava il mondo, rimaneva affascinata e affascinava a sua volta i potenti. Andava d’accordissimo con i grandi reazionari come la Thatcher e Reagan ma non le faceva schifo nemmeno frequentare veri e propri dittatori fascisti come quel grassone di Duvalier jr., aka Baby Doc di Haiti che ben ci ha raccontato il film “The Agronomist”, o il feroce Menghistu in Etiopia, per citare solo alcune delle “relazioni pericolose” della beata.

Il libro di Hitchens è il più forte atto d’accusa contro questa missionaria e un getto di vetriolo in faccia all’ipocrisia della Chiesa.

Dal sito della casa editrice Minimum Fax e dalla recensione di Radio Radicale del libro ivi presente:

“La Posizione della Missionaria descrive e documenta i seguenti fatti:
1) Madre Teresa ha accettato somme miliardarie dai tanti ingenuoni e marpioni, di ogni paese, che pensavano così di alleviare le pene dei più miseri e anche i propri sensi di colpa per la provenienza illecita del denaro. Non ha mai restituito un soldo delle somme donatele da truffatori condannati;
2) Non ha mai voluto usare questi soldi per migliorare le condizioni di vita dei degenti nei suoi centri, ha sempre professato infatti un disprezzo per le cose materiali, che però pagavano i poveracci in termini di disagio. Non ha neanche mai voluto investire i soldi per creare efficienti strutture ospedaliere e per acquistare moderni strumenti di diagnosi o cura;
3) Conseguentemente la suora e i suoi centri accoglienza non hanno mai curato nessuno. Per Madre Teresa di Calcutta la sofferenza (altrui) era un dono divino e pertanto riteneva di dover assistere, più che combattere, il trapasso dei suoi sventurati ospiti. Uomini, donne e bambini sono stati lasciati nell’incuria, (ma lei se li è curati i suoi malanni, ed in cliniche di lusso!)e segretamente battezzati in punto di morte;
4) Direi che è scontato menzionare il suo rifiuto bigotto della modernità, la sua assoluta contrarietà ad aborto, (storico l’appello alle donne violentate di Bosnia a tenere i figli della violenza subita). Ma anche qui con possibili eccezioni “pro domo sua”: Condanna del divorzio, ma approvazione espressa di quello del’”amica” Diana; contraccezione come sacrilegio, ma sodalizio con l’Indira Gandhi delle sterilizzazioni forzate delle donne indiane”.

Padre Pio almeno fece costruire un ospedale a San Giovanni Rotondo, lei invece preferiva tenere i suoi lebbrosi accatastati per terra perchè la sofferenza era un dono di Dio. Cosa ne facesse allora dei miliardi raccolti è un mistero che mi piacerebbe scoprire, assieme al senso che può avere una santità del genere: preservare la povertà come un valore invece di battersi per eliminare la peggiore piaga che affligge l’umanità.

In una delle ultime lettere, recentemente pubblicate, la suora scriveva: “Cerco Cristo ma non lo trovo”.
Càpita, a guardare solo i soldi.

Il 24 marzo 1980, mentre sta dicendo messa e celebrando l’Eucaristia, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador divenuto il difensore dei diritti dei campesinos, viene ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto d’Aubuisson, leader del partito di estrema destra ARENA.

Il percorso che conduce Romero al martirio è quello proprio dei santi, che in principio non immaginano nemmeno di poterlo diventare un giorno.
Di origini umili, è figlio di un telegrafista, da ragazzo lavora come garzone per un falegname. E’ un bravo ed umile seminarista e un prete molto tradizionalista. Anche quando si trasferirà nella capitale El Salvador come segretario della Conferenza episcopale salvadoregna rimarrà assolutamente fedele a Roma. Piace agli oligarchi perché si oppone alla nascente “teologia della liberazione” degli “eretici” Boff e Camara.
E’ un prete comodo che non si oppone e che obbedisce senza discutere. Da direttore del giornale diocesano Orientacion attacca il progressismo e tutti coloro che vogliono opporsi allo status quo. E’ quasi un reazionario.

Nei feroci anni ’70 sudamericani dell’Operazione Condor, la violenza in El Salvador diviene però spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos, che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Il 5 marzo del 1977 Romero è nominato arcivescovo di San Salvador. Lo stesso giorno l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

La sempre più frequente vicinanza al lutto, alle tragedie e al dolore dei suoi fratelli scava nell’animo di monsignore, che piano piano, come un Don Abbondio che conquista il coraggio che non si sarebbe mai potuto dare, accetta di mettere in discussione le proprie certezze e di cambiare la propria visione del mondo.
Il punto di non ritorno è l’assassinio del padre gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, centro agricolo poverissimo. Davanti al cadavere di Padre Rutilio, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, Romero vede in tutta la loro crudezza l’ingiustizia, l’oppressione dei poveri, la violenza sui corpi e sulle menti, le torture e i morti. La luce fa male, e lui non può più tacere nè soffocare il proprio dolore empatico.

Nei tre anni che lo separano dall’appuntamento con una morte preannunciata in vari modi, tanto che una volta dirà: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”, denuncia le torture e gli omicidi, parla alla radio, sostiene attivamente l’opera di Marianella Garcìa Villa, l’avvocato che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Conforterà Marianella dopo la brutale violenza che i militari le faranno subire.
Va perfino a Roma con un corposo dossier sui crimini contro l’umanità nel suo paese a chiedere al Papa aiuto e comprensione. Ne riceverà solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…” e un freddo invito a non opporsi alla lotta contro la sovversione.
Il santo subito negherà al vero santo, ma mai riconosciuto tale, l’aiuto per il suo popolo disperato.
Non solo, ma quando verrà pubblicato il cosiddetto terzo segreto di Fatima, il Papa polacco ruberà la scena e vorrà vedere se stesso nel vescovo vestito di bianco che cade sotto i colpi dei soldati ai piedi della croce e non piuttosto il monsignore sudamericano, morto veramente da martire sull’altare, con il proprio sangue che si mescola nel calice a quello di Cristo.

Il giorno prima di essere assassinato, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero aveva detto: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.

Il martirio di monsignor Romero nasce dal suo essersi ribellato all’ordine costituito sia clericale, le gerarchie vaticane, sia secolare, incarnato dal potere dittatoriale allevato e nutrito a pane ed anticomunismo dalla School of the Americas di Fort Benning, USA. Quel potere oligarchico e fascista che doveva a tutti i costi impedire che i popoli sudamericani si emancipassero dalla situazione di sfruttamento e asservimento feudale nel quale avevano sempre vissuto. Un potere a parole difensore dei valori cristiani ma tanto sprezzante nei confronti di Cristo da arrivare a sparare ai preti sull’altare.

Da quell’ultima messa sono trascorsi ventisette anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, non abbastanza santo per un Vaticano timoroso di riconoscere un vero martire dell’anticomunismo.
D’Aubuisson, prima di morire di cancro, impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

Qui di seguito due estratti video da una puntata di “La storia siamo noi”:
L’ultima omelia e L’assassinio di Monsignor Romero


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