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B. è come Bruce Willis ne “Il sesto senso”, un morto che non sa di esserlo e che crede ancora di essere vivo e noi italiani siamo un po’ tutti come il bambino che vedeva la gente morta. 
E’ una situazione terribile, poveretto, da fare una pena immensa. Avrebbe bisogno di essere liberato, e noi con lui, da questa maledizione. 
Non sa di essere ormai andato, eppure i segni per capire la sua vera condizione, come dire la semeiotica della Sindrome del Dead Premier Walking, ci sarebbero tutti.  
Non è solo l’aspetto inquietante dato da un colorito terreo malamente coperto dal fondotinta stile tanatoprassi fai-da-te. Non è l’abito inappuntabile che però ti dà un che da camera ardente. Ci sono segni ben più gravi ed indicativi. 
Lui vede la gente che lo circonda ma questa si comporta come se lui non esistesse. I suoi compagni di potere addirittura ridono parlando di lui come se il de cuius non potesse più offendersi. Con quella strana allegria che spesso segue la fine delle esequie. Come un senso di liberazione.
Lui dice e proclama che farà e provvederà ma hai la sensazione che l’auditorio non lo prenda in considerazione più della musica di sottofondo. Le sue, oramai, sono apparizioni per fedeli inossidabili, per Bernadette e piccoli di Fatima. Una Madonna barzellettiera con sempre meno credenti.
Forse, uno di questi giorni, il tapino incontrerà Muhammar, gli rivolgerà la parola, lo vedrà tendergli la mano all’inizio di un tunnel di luce e capirà.
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Il senso di “Hereafter”, l’ultimo bellissimo film da regista di Clint Eastwood, è tutto in quella terrificante onda di tsunami iniziale. Un evento improvviso contro il quale non puoi far nulla, che ti travolge e ti trascina via. E’ la metafora visiva migliore che si potesse trovare per simboleggiare la morte ma soprattutto il dolore che accompagna la morte e che affligge chi resta. Dolore che, chi ha perduto una persona cara lo sa, arriva  a ondate e sembra non volerti lasciar più respirare. Non a caso si dice annegare nel dolore.

E’ stupefacente come l’ottantenne Clint, a un età in cui di solito si preferisce non pensarci perché si comincia ad esserne sempre più quotidianamente terrorizzati, sia riuscito a comporre un affresco così pieno di serenità nei confronti della morte, senza imporre certezze religiose o superstiziose sull’aldilà ma suggerendoci che le risposte che cerchiamo, riguardo ad argomenti così dolorosi come la perdita e il lutto e l’angosciosa questione se dopo finisca tutto o meno, sono dentro di noi, nella nostra mente. Occorre solo qualcuno o qualcosa che ci aiuti a tirarle fuori.

“Hereafter” è un poderoso film sull’elaborazione del lutto e sul suo significato profondo di fattore di crescita di personalità. Proprio per questo è straordinariamente ottimistico e positivo. La prospettiva del dolore della perdita non è il dolore infinito ma la trasformazione della propria esistenza in qualcosa di non necessariamente negativo.

Nessuna contaminazione religiosa nel discorso sull’aldilà, dicevo. C’è solo una brevissima scena, quasi un flash amaramente sarcastico, dove un sacerdote, di fronte al feretro di un bambino, parla di angeli, di lui che ora ci protegge ed è lassù a fianco di Gesù, concludendo: “Le ceneri saranno a disposizione nel retro della chiesa. Avanti il prossimo”.
Le frasi che abbiamo sentito mille volte pronunciare senza convinzione nei funerali cattolici e che ci hanno lasciato solo un gran senso di rabbia per la loro inadeguatezza di fronte, ad esempio, al dolore cosmico di una madre che ha perduto un figlio.
E’ paradossale perché, per la loro fede, la morte dovrebbe significare il ricongiungimento con Dio e quindi qualcosa di assolutamente gioioso, ma i religiosi (l’osservo continuamente nel mio lavoro) sono le persone più spaventate dalla morte, coloro che ne affrontano i rituali meno volentieri. Forse perché l’hanno popolata di demoni infernali e noiosissimi paradisi e la considerano un evento scontato e prevedibile dal quale non si può ricavare null’altro che un’impressione molto negativa e fine a sé stessa.

Nell’aldilà laico di Eastwood, invece, per alcune anime l’inferno è il rimorso di aver fatto del male e di non aver avuto tempo di chiedere perdono alle loro vittime. Siamo noi, però, attraverso il nostro processo di guarigione dal passato e di crescita, senza dimenticare l’ausilio del perdono, che possiamo render loro la pace, lasciandoli finalmente andare. Prima di tutto dalla nostra testa.

“Hereafter” è anche e soprattutto un film che descrive mirabilmente l’empatia e la difficoltà che prova chi quotidianamente si trova ad interagire con persone che stanno elaborando un lutto. 
Attraverso le vicende che portano la donna, il bambino e il sensitivo al loro incontro ravvicinato con la morte, possiamo renderci conto che il dolore non è mai fine a se stesso ma ha un significato che dobbiamo arrivare a scoprire con l’aiuto degli altri. 
Il sensitivo aiuterà il bambino a crescere ed affrancarsi dall’ingombrante figura fraterna; la donna fornirà al sensitivo le risposte che cercava, liberandolo infine dalla “maledizione” del contatto iperempatico con i dolenti e i fantasmi che li affliggono. In questo senso, i tre formano una simbolica triade i cui membri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro ed il cui significato è: non è isolandosi che si guarisce dalla malattia del dolore ma passando attraverso l’esperienza dell’empatia, della pietas, della condivisione e dell’amore che ci vengono dall’altro da sé. Un percorso accidentato, doloroso e che a volte sembra di difficoltà insormontabile ma che ci rende alla fine persone migliori. 
Il merito di Raimondo Vianello come artista è quello di aver contribuito a far conoscere in Italia l’umorismo nero, il sarcasmo, la capacità di ridere anche in situazioni tragiche senza paura di apparire crudeli. Una merce raramente apprezzata in un paese che preferisce ridere più comodamente in maniera volgare e scatologica. La sua comicità era più vicina a Marco Ferreri ed al suo cinema crudele che ai cinepanettoni.
Il meglio di sé e di questo black humor molto British, lo diede in coppia con Ugo Tognazzi nel celebre programma “Un, due, tre” degli anni 50. Facevano satira, perfino più audace di quella odierna, pensando a quei tempi di oscurantismo democristiano, e furono censurati. Era raffinato e colto. Per questo ci si domanda come cavolo fosse finito nel regno della Volgarità Berlusconiana.

Nel 1994 fu protagonista di un imbarazzante coming out televisivo con Antonella Elia dove dichiarò pubblicamente che avrebbe votato per Silvio Berlusconi.
Non fu l’unico a farlo in quel periodo, per la verità. Si prestarono allo spottone elettorale mascherato Iva Zanicchi ed altri stipendiati Fininvest come Mike Bongiorno, che però vendette il prodotto Silvio con lo stesso tono con il quale normalmente invitava a comperare il Rovagnati.
Non credo lo facessero per soldi extra ma per quella antica usanza servile borghese che ti fa sentire in obbligo di essere riconoscente in eterno al ricco che ti ha dato un lavoro. Come se lavorare fosse una regalìa e non un diritto. Sfruttando questo sentimento nei suoi maggiordomi e fantesche, Berlusconi risparmiò un bel pò in campagne pubblicitarie elettorali. Oggi si deve sforzare un po’ di più con le farfalline e i ministeri. I tempi cambiano.
Vianello aderì alla R.S.I. in gioventù. Beh, lo fecero in tanti, compresi illustri personaggi che poi passarono alla sinistra per opportunismo. Possiamo stare ore a discutere se è più grave aderire a Salò o a Segrate. Non è quello il punto, trattandosi oltretutto di persone che crebbero durante il fascismo e ne furono imprintate.
Il problema forse è la pericolosa attrazione di Raimondo verso la dittatura, compresa quella personale famigliare dell’uomo oppresso, perfino un tantino masochista e sottomesso ad una moglie troppo petulante e dispotica che lui recitava così bene nelle scenette con Sandra.
Rubare la scena al morto durante i funerali è una cosa ignobile ma succede più spesso di quanto si possa immaginare. Per le persone affette da ipertrofia dell’Ego è una tentazione irresistibile e qui il clima era propizio.
Muore Vianello e la preoccupazione dei media è “Oddìo Sandra!”.
Scusate, ma il morto è Vianello, sta all’obitorio, è finito, kaputt, poverino.
“Si, ma adesso Sandra?” “Dov’è Sandra? ” “E adesso che farà, Sandra?” “Pensiamo a Sandra”. Ma come, scusate di nuovo, è morto Raimondo, Ra-i-mon-do.
Raimondo è nella camera ardente. Sfilano le persone comuni, quelle che fanno la fila per andare a vedere il morto famoso. “Era tanto buono”. Un giorno diranno, sempre nella stessa cornice,”Ha fatto tanto del bene al nostro paese”. Le solite cose, niente di nuovo. La banalità del lutto che non ti colpisce di persona.
Raimondo è nella camera ardente. Sfila un generone vip grasso, bolso, accanto a dei Frankenstein ricuciti e tirati, ben nutriti dal latte vitaminizzato Fininvest ma con un aria di sfattume, di decadente che fa paura.
La Santanchè con le coscette da rana galvanica, la Parietti in canotto, la Ventura in stile Madonna pellegrina a lutto, la vedova Bongiorno, la sindachessa con il capello da moglie di Frankenstein.
Non manca la politica-spettacolo, come l’ormai prezzemolato La Russa che, nei ritagli di tempo tra una comparsata e l’altra, fa anche il ministro della difesa. Tanto non ha niente da difendere. Guerre non ce ne sono in giro, solo pacifiche missioni di pace dove al massimo ti capita la cacatina addosso della colomba bianca.
Tutti in nero d’ordinanza tranne Sandra, in uno spettacolare rosso-nero. Stendhal o Ronaldinho?
Sandra in carrozzella. Raimondo precipita in secondo piano con feretro, fiori e tutto. Ecco Sandra, arriva Sandra. Dai, Sandra, resisti!
(Ricordiamo che il morto è Raimondo)
Il volpone dai capelli disegnati coglie la palla al balzo. il vecchio uomo di spettacolo protagonista della giornata non è Raimondo, è Lui. Si avventa su Sandra, le sussurra qualcosa, la fa finalmente sorridere! Non avviene la guarigione miracolosa ma abbiamo sfiorato l’effetto “Mein Fuhrer!! Io… cammino!”

Ecco Raimondo cosa succede ad avere l’attrazione fatale per i dittatori. Sei morto e ti hanno rubato la scena al funerale.
E perfino parlando qui della tua morte si è parlato più di Berlusconi** che di te.

** Berlusconi che ride (ma che te ridi?) e si permette anche di fare la comunione ad personam nonostante sia severamente vietata ai divorziati (grazie a Claudio Messora che ha immortalato il momento, mostrato spudoratamente in TV dalle reti Mediaset) alla faccia di tante brave persone credenti che, essendo semplici cittadini e non unti del Signore, vengono privati del conforto della comunione perchè anch’essi divorziati, risposati, conviventi, gay e lesbiche.

***
“Vilipendio di cadavere” di Marco Travaglio

C’era una volta un popolo, quello italiano, che sapeva amare un uomo chiamato Sandro Pertini e riconoscere come tali, distinguendole dalla rettitudine, la cattiveria e disonestà dei personaggi interpretati da un grandissimo attore, Alberto Sordi. Ora quegli italiani non ci sono più o sono ridotti ad una minoranza sempre più silenziosa ed annichilita.

Sandro Pertini è stato, senza se e senza ma, il più grande Presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto. Un uomo di sani e robusti principi costituzionali. Altro che i paladini del bene e le altre minchiate del padrino delle ferriere.
Sandro era uno che, alla domanda su cosa pensasse della corruzione, avrebbe saputo cosa rispondere, magari con durezza, ma non avrebbe mai detto, fuggendo, “Non dovete chiederlo a me”. (Ogni riferimento a presidenti esistenti ed attualmente in carica è puramente casuale.)

Alberto Sordi era l’artista che impersonava spesso l’italianità peggiore , quella furbetta, opportunista, vigliacchetta con i forti e bastarda con i deboli. Ai suoi tempi erano macchiette, esagerazioni per il pubblico che ci facevano solo ridere. Oggi tutto ciò che Albertone ha incarnato in decine e decine di film siamo noi, che ci piaccia o no. Con l’aggravante inedita della cattiveria razzista e dell’assoluta disinibizione delinquenziale dei profittatori e ladri di regime. Questi personaggi non ci fanno ridere affatto. Ci fanno solo rabbia.

Sandro e Alberto ci lasciarono il 24 febbraio, rispettivamente di venti e sette anni fa.

Tre anni fa, infine, proprio in queste ore, mi lasciava la donna responsabile di tutto ciò che sono io adesso, a quasi …anta anni, l’ispiratrice e maestra di tutti i miei valori e principi. L’amica, la guida e il sostegno dei momenti difficili. La dispensatrice di un amore gigantesco, che ancora sento scorrermi addosso impetuoso. Mi lasciava l’amore della mia vita. Mia madre.

Vorremmo voi foste qui. La vostra mancanza fa male.

Parlando del terremoto di Haiti, un amico mi ha confessato oggi, con molto imbarazzo ma altrettanta ammirevole sincerità, il fatto che non riusciva a provare alcun dolore a riguardo. Tanti morti, un numero enorme, una tragedia inenarrabile ma, orrore, solo una sensazione di estraneità, di lontananza, di “non me ne frega niente”. Un’insensibilità rettiliana dal tracciato emotivo piatto ai limiti della sociopatia, ovvero dell’incapacità di provare sentimenti di solidarietà ed empatia per gli altri.
Se proprio doveva ammettere di provare qualcosa era solo la rabbia ed il fastidio per la commozione a comando indotta dai media verso esseri umani che, fino a qualche giorno prima, crepavano lo stesso ma nell’indifferenza del mondo.
“Ma ti pare possibile che, solo perchè ne sono morti a migliaia tutti assieme, dobbiamo improvvisamente accorgerci della loro esistenza?”

E’ ciò che si è chiesto anche Massimo Fini nel suo articolo per il Fatto. Siamo quotidianamente addestrati all’indifferenza verso l’uomo che sta male o addirittura muore per strada, per l’extracomunitario sfruttato dal caporale e vittima del nostro razzismo, per l’operaio che perde il lavoro e dà di matto, ma se avviene la catastrofe a migliaia di chilometri di distanza con i mucchi di cadaveri sbattuti in televisione, dobbiamo sentirci improvvisamente tutti fratelli.
E’ incredibile come riesca a manipolare le menti la suggestione delle immagini e delle parole. Oggi ho sentito persone normalmente intolleranti verso gli extracomunitari e razziste verso i neri, sciogliersi di fronte all’orfanello di Haiti e fare addirittura propositi di adozione.
Mi sentirei quasi di considerare più patologico questo atteggiamento rispetto all’insensibilità provata dal mio amico.

Infatti non si capisce come ci si debba smuovere solo di fronte ai grandi numeri, diciamo dai 10.000 morti in su e non per il singolo fratello sfortunato.
In parte, a causa degli spaventosi genocidi del secolo scorso, si è formata ormai una specie di “estetica” dell’olocausto su larga scala. Si combattono addirittura battaglie ideologiche per stabilire se il mio genocidio lavi più bianco del tuo e se le mie migliaia di morti valgano meno dei tuoi milioni.
Da un punto di vista psicodinamico, ragionare di milioni di morti finisce invece paradossalmente per diluire il senso di angoscia che ci provoca normalmente il lutto singolo, quello che abbiamo provato tutti in occasione della perdita di una persona cara. Il milione di morti, siccome è difficilmente immaginabile e rappresenta un’idea quasi intollerabile, diventa un’astrazione, un concetto che si allontana dalla nostra sfera emotiva, innescando il meccanismo di difesa dal dolore che ci porta all’insensibilità.

In una società che non vuole veramente eliminare la miseria ma solo utilizzarla a scopi spettacolari, per far risaltare “quanto sono buoni i bianchi” e ridisegnare certi assetti geopolitici con gli strumenti della shock economy, è più facile manipolare le coscienze e spingerle ad agire per alleviare le sofferenze di migliaia di persone piuttosto che di un singolo individuo.
Se noi siamo milioni e mandiamo milioni di SMS da un euro avremo aiutato migliaia di persone ma non vi sarà stato alcun contatto, alcun impegno realmente emotivo tra noi e loro.
In fondo non ce ne frega nemmeno di sapere se i soldi che versiamo andranno veramente a buon fine o non finiranno piuttosto nelle tasche dei gatti e delle volpi che sappiamo esistere nel campo della cooperazione e della solidarietà. L’importante è l’atto simbolico. Con un euro ho aiutato le vittime dello Tsunami, o del terremoto di Haiti – il che è assurdo, con un euro non si fa nulla, ma me ne lavo le mani del problema a monte: la povertà endemica di quelle terre.

La sconfinata ipocrisia del Sistema stabilisce che finchè si muore in modica quantità e per una malattia incurabile come la miseria, malattia che dipende quasi totalmente dall’egoismo e dalla cupidigia umane, si è in numero insufficiente per scatenare gli appelli delle star dello sport, dei chitarrosi (come li chiamava Sergio Saviane) e in genere dei ricchi che ogni tanto sentono il bisogno di svuotare gli armadi degli stracci vecchi per sentirsi le buone Dame di San Vincenzo che fanno del bene ai miserabili.
I poveri sono come la serva di Totò, servono, ma solo per far risaltare la straordinaria generosità del calciatore, dell’uomo di spettacolo, del politico in auge o di quello bollito o addirittura riesumato per l’occasione che magari se la cavano solo con l’atto di presenza, l’ appello filmato, il fiocchetto sul bavero e non tirano fuori neanche l’euro che noi, nel nostro piccolo, regaliamo con il messaggino.

Credo sia giusto che l’immagine atroce di Stefano Cucchi sul telo azzurro dell’obitorio stia perseguitando i nostri sogni e risulti sconvolgente anche per chi è abituato a guardare ogni giorno in faccia le conseguenze della morte.
Per quanto doloroso possa essere per la famiglia penso che sia stato un gesto necessario violare l’intimità di un corpo non ancora ricomposto nella sua dignità e ripulito dei segni che la vita lascia con le unghie sul viso e sul corpo dei morti quando ne viene strappata via a forza.

Non dimentichiamo che anche per Federico Aldrovandi la macchina della giustizia si mosse solo dopo che sua madre divulgò in Internet le immagini della salma del figlio, ancora vestita degli ultimi abiti di vita, gonfia ed insanguinata dalla violenza subìta.
Perchè c’è un segno inconfondibile in entrambi i corpi di Stefano e Federico ed è il marchio della morte violenta, prematura ed ingiusta.

E’ stato quindi giusto mostrarla, quella tremenda immagine, nella sua spietatezza, in questo paese di santommasi che se non ci infilano il dito, nella piaga, e lo rigirano ben bene, non credono a nulla. Come La Russa che giura e spergiura che non è successo nulla di male ancora prima di sapere come si sono svolti i fatti. Come quelli che si passano la palla come fosse una bomba a mano pronta ad esplodere: “L’avevano in consegna loro”. “No, era sotto la tutela di quegli altri”. Noi non siamo stati”, “Noialtri nemmeno.”
E allora chi ha rotto la schiena a Stefano? Come si è provocato quella lesione orbitale? A parte il livor mortis che ha certamente la sua parte nella creazione di questa maschera sconvolgente che ci riporta ai morti consunti per fame e per lager, quello è il corpo di una persona che è stata oggetto di violenza. Botte, trascuratezza, crudeltà, menefreghismo, incompetenza, leggerezza, non lo sappiamo. Per questo è fondamentale indagare e fare giustizia.

E’ strano che qualcuno si scandalizzi di queste immagini crude quando ogni giorno siamo sommersi da decine di morti ammazzati ed ammassati dentro la scatola magica televisiva. Certo quelli sono morti lontani, come nel caso delle vittime di guerra, che o non vediamo o ci giungono già inscatolate e pronte per i funerali di stato dove si deve stare attenti a non scivolare sul pavimento ricoperto di retorica.
Oppure sono morti finti, da cinema, che allo “stop!” si rialzano e ne girano un’altra. O ancora morti da cartone animato, come Wil Coyote che viene giù dal canyon e si stropiccia solo un poco la pelliccia.

La morte vera invece è questa. E’ quella che si è dipinta sulla schiena e sul volto di Stefano ma è anche l’incubo del dolore che mai più potrà essere alleviato di due genitori che si sono visti restituire un figlio in quello stato.

E’ curioso che ci si scandalizzi e si invochi il velo pietoso. E’ perchè si può mostrare tutto ma non, come dice Gilioli, “la verità”? Non vedrete nei TG, ad esempio, le immagini di questi bambini nati deformi dopo il bombardamento di Fallujah, in Iraq. Troppo impressionanti, vi direbbero. I vostri, di bambini, potrebbero impressionarsi. Quelli che rischiano di deformarsi solo per le troppe merendine.
Ipocriti. Il morto di Napoli la prima sera non ce l’hanno fatto vedere per intero. “Abbiamo deciso di non mostrare per intero… bla bla bla bla”. Poi, la sera dopo, pum pum, anche gli spari. E poi ancora una volta e un’altra ancora, perfino al rallentatore. Nel caso non avessimo capito bene. Ipocriti.

L’ostensione del corpo inanimato di Stefano Cucchi non è un gesto gratuito. Serve a denunciare l’inaccettabilità di una nostra situazione carceraria ai limiti della civiltà. Carceri dove i suicidi sono all’ordine del giorno, dove i soprusi e le violenze non possono essere accettati come un male necessario. Il carcere non può essere un inferno dove finiscono solo gli untermenschen e non certo gli squali della finanza creativa ma dev’essere un luogo dove sia possibile la redenzione per chi ha sbagliato. In ogni caso non esiste che uno entri vivo in carcere e ne esca morto.

Guardare certe immagini fa male ma è necessario fintantoché accadranno tragedie come queste. Fatevene una ragione.

Prendo spunto da un articolo pubblicato su “L’Espresso” e ripreso dal Tafanus, dove si narra della simbologia massonica sparsa a piene grembialate nella Villa Certosa e soprattutto nel giardino mausoleo di Arcore del presdelcons per qualche riflessione a margine di stampo necrofilo.
So che è brutto parlare di certe cose, mi riferisco al mausoleo ed alla sua funzione ultima, quella cioè di configurarsi come l’utilizzatore finale delle spoglie mortali del premier, però siete pregati di non volgere il capo dall’altra parte come al solito quando si parla di certi argomenti e di far partire la manina verso le parti basse perchè non è il caso. Prima o poi è un argomento che dovremo affrontare noi Italiani. La sua dipartita, intendo. Anche perchè temo si tratterà di funerali di Stato a nostro carico. Tenendo conto che per Pavarotti si dice siano stati spesi 50.000,00 euro per le esequie, fatevi una botta di conti.

Una delle poche volte a memoria d’uomo nelle quali Vittorio Feltri rise di gusto (forse nervosamente ed in modo catartico come spesso accade quando si parla di morte) fu ascoltando il racconto di Marco Travaglio della visita al famoso mausoleo a lui raccontata da Indro Montanelli.

Per farvi un’idea delle alte vette di architettura cimiteriale raggiunte dal mausoleo di Berlusconi non perdetevi i filmati incastonati nel post. Ce n’è uno incredibilmente profetico del 1989 con la visita di Ugo Gregoretti al luogo del commiato della libertà e un contributo di Enrico Deaglio sull’argomento.
“Non mi faccia una cosa macabra”, aveva ordinato il cavaliere al suo Imhotep e lui obbedì riempiendogli il giardino con un tripudio di marmi, un’accozzaglia di simboletti massonici messi alla rinfusa così c’era pure il divertimento di andare a scovarli, come in un cubo di Rubik funerario, e addirittura, secondo alcuni, un simbolo svasticheggiante sulla scalinata che conduce all’avello. Una cosa orrenda, diciamolo. Meglio la classica tomba di famiglia con la donna piangente e un grande uccello ad ali spiegate sulla croce in travertino. Vuoi mettere?

Come raccontano i fortunati che l’hanno visitato, appena si scende nella cripta compare il sarcofago, o meglio l’arca destinata a raccogliere il di lui corpo. Un coso informe molto rozzo che ingombra tutta la stanza. Attorno una sezione loculi per ospitare i 36 sodali più fedeli.
Una cosa strana: dei nomi che sono stati fatti finora per un posto salma accanto a Lui non compaiono donne ma solo uomini: Dell’Utri, Fede, Confalonieri, Montanelli (che pose il gran rifiuto) e Feltri (che forse oramai l’offerta del loculo l’ha ricevuta assieme, chissà, a Minzolini, Vespa, Ferrara, Cicchitto, Bondi). Escludendo che, al momento del trapasso, il faraone Silvio decida di seppellire vive tutte le sue protette e concubine per portarsele dietro, cosa che metterebbe in evidenza problemi logistici di spazio, ci si domanda se chi ha amato tanto la f..emmina in vita possa tollerare di trascorrere l’eternità in mezzo a cadaveri eccellenti si ma maleodoranti come tutti gli altri e soprattutto maschi.

Di questo però hanno parlato un po’ tutti. Del mausoleo, intendo. Adesso mi pongo la domanda cruciale. Come pensa tecnicamente di affrontare l’Aldilà il nostro eroe? Escludendo evidentemente la sepoltura in terra e la troppo definitiva cremazione, si farà tumulare nell’arca o sceglierà l’ipotesi che io considero più probabile, ovvero opterà per l’imbalsamazione?
Ad Arcore gira una leggenda metropolitana secondo la quale nel mausoleo vi sarebbe un’anomalo consumo elettrico tale da far pensare a qualche diavoleria atta a conservare criogenicamente in eterno (a scanso di black-out svizzeri) l’illustre salma. L’ibernazione però sembra di difficile realizzazione. Intanto non bisogna essere morti ma quasi, essere lì lì per e si dovrebbe cogliere esattamente il momento adatto a surgelare il soggetto prima che venga dichiarata la morte cerebrale. Non è certo questione di soldi ma di difficoltà di realizzazione.
Scartata l’ipotesi del nano ghiacciato, quella più probabile per chi è sempre voluto rimanere sul palcoscenico è l’imbalsamazione. E chi se ne frega se Deaglio ci ricorda che i più famigerati dittatori comunisti sono tutti imbalsamati. Io lo dico sempre che Silvio, segretamente, oltre che interista è comunista.

Risolta eventualmente una disputa tra i fautori della plastinazione a base di siliconi e quelli della imbalsamazione classica, un pool di professionisti venuti dall’America e coadiuvati dai grandi artigiani nostrani della scuola dei Signoracci compirà il miracolo di fissare per l’eternità il nostro Silvio nell’espressione che più lo caratterizza e che già oggi ricorda vagamente il lavoro del tanatoprattore.
Secondo me l’anonimo sarcofagone in marmo di Arcore nasconde un meccanismo interno. Un pulsante nascosto farà risalire al momento opportuno una teca in cristallo da favola con dentro lui, il Biancanano in un meraviglioso Caraceni blu e cravatta di Marinella. Talmente realistico che, avvicinandosi alla bara trasparente e guardando l’eterno sorriso da stregatto fissato con il formolo qualcuno penserà che si tratti di uno scherzo. Adesso si tira su e ci stressa ancora con una barzelletta sconcia. Ma no, tranquilli, era solo un’impressione.


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Che brutta fine stanno facendo gli anni 80. Ancora così giovani eppur fatali a chi in quegli anni faceva faville e dettava le mode ed i comportamenti di noi tutti che eravamo già tra i vivi.
E’ in atto una morìa di miti di quegli anni e chi non è ancora in rigor mortis non se la passa tanto bene.

Che sia l’effetto tossico della stronzaggine degli yuppies, del rampantismo dei Gordon Gekko ( i padri di tutti gli speculatori finanziari attuali) e della superficialità ed idiozia che allora ci venivano irrorate addosso a tonnellate attraverso i media per rincoglionirci meglio?
Se un decennio è riuscito a compiere tanta devastazione nei personaggi delle ultime cronache mortuarie, avevamo ragione a lamentarcene allora. C’è un motivo per cui non ricordiamo volentieri gli anni ottanta mentre ci viene la lacrimuccia per i sessanta e settanta. Erano anni di merda, che hanno seminato alcune delle peggiori male piante di oggi.
Sarà interessante vedere le fotografie (prima e dopo) dei personaggi citati in questo macabro post, per ribadire che gli anni 80 nuociono gravemente a chi li ha vissuti e a chi sta loro vicino.

Michael Jackson (prima e dopo) è già alla seconda autopsia (come se il tossicologico non fosse stato da fare immediatamente, in casi del genere, benedetto coroner!) e immagino che il lavoro del tanatoprattore, dopo tanto taglia e cuci, sarà destinato a diventare più ostico del previsto. Non lo invidio. Non tanto per la ricucitura del taglio a T, visto che sarà coperto dalla divisa del moonwalker, ma per il naso che, essendo già pericolante da vivo, sarà già andato e dovrà essere sostituito da una protesi in silicone. Gran lavoro anche sulla pelle che, sottoposta a trattamenti sbiancanti e a chirurgia plastica intensiva per anni ed anni, sarà già più agée di quella di Ramses II, una mummia che i suoi anni se li porta alla grande.
Un consiglio, però. Fatecelo vedere da morto altrimenti, con le voci che già circolano e la morte simil-Elvis, rischiamo di ritrovarcelo tra i non morti assieme ad Elvis, appunto, e Moana. Non morti ma vivi e vegeti da qualche parte (universo tangente?) per sfuggire a varie miserie esistenziali.

Anche Farrah Fawcett (prima e dopo) è morta. Ai suoi tempi, quando scopertinava su tutte le riviste ed era la supergnocca da imitare, tutte siamo state pettinate come lei, con la sua inconfondibile scalatura di capelli biondi. Sempre che il parrucchiere capisse cosa intendevate con “scalatura alla Farrah Fawcett”. Io, per averla voluta imitare, mi ritrovai con un taglio stile marines, cortissimo, che mi causò cocenti lacrime e da allora un’odio viscerale verso i tagliatori di capelli.
Dispiace ridurre il ruolo di questa icona morta degli anni 80 ad un puro ricordo da coiffeur ma sinceramente, a parte il fatto che fu moglie dell’uomo da sei milioni di dollari e che si mise con Barry Lyndon prima (e dopo ) che costui iniziasse a gonfiarsi come un pallone di whisky, non mi viene in mente altro.

Simon Le Bon (prima e dopo) non è morto anche se è già enfisematoso, ma si è scoperto recentemente essere dedito ad allietare le feste private di un altro ex eroe degli anni 80, il manager rampante delle televisioni Silvio Berlusconi (prima e dopo), oggi ridottosi a fare il presidente del consiglio italiano.

Pur non essendo propriamente un mito anni 80, una mortina non si nega neppure a David Carradine, self-kill Bill, entrato ad honorem nella schiera dei miti del trash a causa della morte per autostrangolamento erotico.

Forse aveva ragione Donnie Darko. Un bel motore d’aereo che ci caschi in camera da letto potrebbe aprirci uno spiraglio su un universo tangente migliore di questo. Dove gli anni 80 non sono mai esistiti.


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http://www.youtube.com/v/pOfkFIEJJu8&hl=it&fs=1

Chi ha visto questo film, “Mare dentro” di Alejandro Amenabar, sa cosa significa questa scena e perchè l’ho scelta per salutare Eluana, che ora finalmente è libera di volare. Alla fine, come era prevedibile, solo la Morte ha avuto pietà di lei.

La cosa più stupida che si potrà fare ora, e i nostri politici stupidi lo sono sufficientemente, sarà legiferare su una cosa così delicata come il diritto a disporre di sé liberamente e in piena coscienza nei riguardi della propria morte, con un decreto-ukase frettoloso, rabbioso e vendicativo, oltrechè ossequioso all’inverosimile nei confronti del Vaticano temporaneamente sconfitto.

Se quella imbelle opposizione che ci ritroviamo non glielo impedirà, i cattofascisti faranno una legge che sarà un puro atto repressivo contro la ribellione dei sottomessi. Scaricheranno tutta la loro paura della morte, perchè ne hanno una paura fottuta, su chi ha osato considerarla meglio di una non-vita.
Crocifiggeranno un padre e una madre che hanno saputo andare oltre l’egoismo del “la voglio lì così com’è, purchè non vada via”, preferendo per la figlia la fine della lunga agonia. Li crocifiggeranno, non essendo assolutamente capaci di comprendere un atto d’amore come il loro.
Saranno delle vipere, vedrete.


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Chi ha visto questo film, “Mare dentro” di Alejandro Amenabar, sa cosa significa questa scena e perchè l’ho scelta per salutare Eluana, che ora finalmente è libera di volare. Alla fine, come era prevedibile, solo la Morte ha avuto pietà di lei.

La cosa più stupida che si potrà fare ora, e i nostri politici stupidi lo sono sufficientemente, sarà legiferare su una cosa così delicata come il diritto a disporre di sé liberamente e in piena coscienza nei riguardi della propria morte, con un decreto-ukase frettoloso, rabbioso e vendicativo, oltrechè ossequioso all’inverosimile nei confronti del Vaticano temporaneamente sconfitto.

Se quella imbelle opposizione che ci ritroviamo non glielo impedirà, i cattofascisti faranno una legge che sarà un puro atto repressivo contro la ribellione dei sottomessi. Scaricheranno tutta la loro paura della morte, perchè ne hanno una paura fottuta, su chi ha osato considerarla meglio di una non-vita.
Crocifiggeranno un padre e una madre che hanno saputo andare oltre l’egoismo del “la voglio lì così com’è, purchè non vada via”, preferendo per la figlia la fine della lunga agonia. Li crocifiggeranno, non essendo assolutamente capaci di comprendere un atto d’amore come il loro.
Saranno delle vipere, vedrete.


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