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Ci sono date che la storia rende per sempre punti di riferimento per la memoria condivisa. L’8 settembre, il 4 luglio, il 14 luglio, il 25 aprile, ecc. Sono date che hanno segnato le liberazioni dalle dittature, lo scoppio delle rivoluzioni, la fine delle guerre. Eventi positivi che li rendono giorni di festa, di celebrazione, di gioia.
Poi ci sono date che fanno paura, perché hanno segnato la nostra vita e la collettività con morte e distruzione: il 2 agosto, il 12 dicembre, il 6 agosto. Date di bombe, ad esempio. 
La data che fa più paura in assoluto è l’11 settembre. Fa paura non solo per ciò che ricorda, un’incredibile concatenazione di eventi che portò alla morte in diretta di 2948 persone nel crollo delle Twin Towers e di molte decine di altre persone a bordo degli aerei coinvolti negli attentati.
L’11 settembre fa paura perché qualcuno ha deciso che diventasse la data più spaventosa, il ricordo più angosciante anche a distanza di questi dieci anni; rappresentante una minaccia che ancora ci perseguita e della quale dobbiamo essere terrorizzati. Un terrore che non deve essere limitato all’America ma a tutto il mondo.
Starete tutti pensando a Bin Laden e ad Al Qaeda, al terrorismo islamico, all’Eurabia ed è normale, questa è la reazione che si voleva ottenere. Peccato che la realtà dell’11 settembre, quella dei burattinai che muovono i pupi saraceni in turbante e scimitarra, sia molto diversa e, se possibile, ancora più spaventosa.
Sulla tragedia di quel giorno ci sarebbero ancora mille cose da domandarsi, da discutere, da indagare. Tanti dubbi da sciogliere non negando il diritto di domandare ma sforzandosi di rispondere ai quesiti.
Invece i giornali, non sapendo e non volendo (o forse non potendo) parlare di cosa è stato veramente l’11 settembre, lavorano di phon e spazzola con il giochino “Dove eravate quel giorno?” La fuffa al posto dei fatti.
Va bene, giochiamo. L’11 settembre ero a Gubbio, per una vacanza in Umbria. Non vidi nulla in televisione, niente in diretta, in quel primo pomeriggio. Seguii gli eventi più tardi per radio. La prima sensazione che ebbi, ascoltando il resoconto degli avvenimenti, fu di falso, di cosa fabbricata ad arte. Sembrava seguissero una traccia, un copione, come nella celeberrima radiocronaca della “Guerra dei Mondi”. Una cosa per fare paura, per terrorizzare. Si, pensai ad Orson Welles e mi venne un dubbio.
Il secondo dubbio mi venne ascoltando il cronista che raccontava, poche ore dopo, alle diciannove, che erano addirittura stati rinvenuti i passaporti degli attentatori e che il capo di costoro si chiamava Mohammed Atta. Avevano già il colpevole e le prove. Troppo facile.
Le immagini, quelle degli aerei che si infilano come nel burro nelle torri e che ci sarebbero state riproposte fino alla nausea durante la Cura Ludovico dei mesi successivi, le vidi per la prima volta nel TG di quella sera e poi nel “Porta a Porta” di Vespa, del quale ricordo soprattutto la sparata dei “ventimila morti all’interno delle torri”. 
La mia sorprendente conclusione di quel primo impatto con l’11 settembre e la sua mitologia fu la convinzione che  in America quel giorno vi fosse stato un golpe, un colpo di stato. Una conclusione che ovviamente mi faceva guardare come una specie di coso strano da parte di coloro che, sicuramente in buona fede, si erano bevuti fino all’ultima goccia una versione ufficiale assolutamente incredibile fin dal primo istante senza osare discuterla.
Io non ho cambiato idea e per fortuna in questi dieci anni i dubbi sono venuti a tanti, a sempre più persone, e sono state dimostrate molte cose che quei dubbi li rafforzano invece di cancellarli. Vediamone qualcuna.
Quel giorno tutte le difese aeree degli Stati Uniti, normalmente attentissime anche al più piccolo ultraleggero che vada fuori rotta, erano state azzerate, non si è mai saputo perché. C’era anche un’esercitazione militare che avrebbe simulato dei dirottamenti aerei. (!) Di conseguenza, quattro aerei poterono essere dirottati senza che alcun intercettore si alzasse in volo. Il Pentagono poté essere colpito (da un missile, perché la storia dell’aereo è troppo grossa anche per i bambini piccoli) senza che nessuno battesse ciglio. Il cuore del potere militare americano, mica una pizzeria a Broccolino.
Quel giorno il presidente George D. W. Bush si trovava in visita in una scuola elementare in Florida. Le immagini lo mostrano che riceve la notizia del primo attacco ma rimane lì a cazzeggiare con i bambini fino alla fine della visita. Poi fa una breve dichiarazione, si confonde dicendo di aver visto il primo aereo colpire il WTC (immagini che sarebbero state rese note solo in seguito) e se ne va, rimanendo in volo sull’Air Force One tutto il giorno. Finalmente alla Casa Bianca, quella sera, lui e lo staff presidenziale cominciarono ad assumere il “Cipro”, un farmaco che, oltre a combattere le infezioni urinarie, è un antidoto contro l’antrace. Tenete a mente questa parola per dopo: antrace.
Quel giorno, dopo che le torri furono colpite, ci sarebbe stato tutto il tempo per evacuarle quasi completamente. Invece, al personale degli uffici fu detto di tornare al lavoro, che non sarebbe successo nulla e di stare tranquilli. Come sappiamo, i sacerdoti della versione ufficiale sostengono che le torri erano talmente delicate di struttura che è bastata la vampa del fuoco del carburante degli aerei per polverizzarle completamente. Perché quindi i civili e i pompieri di New York furono, a questo punto consapevolmente, mandati a morire in strutture prossime al collasso, è una bella domanda da rivolgere ai debunkers ed ai loro simpatizzanti.
Quel giorno John O’Neill, un agente dell’F.B.I. estromesso dal suo incarico all’antiterrorismo a causa dell’ostracismo dell’ambasciatrice americana Barbara Bodine mentre era in procinto di sbaragliare la cellula di Al Qaeda in Yemen – proprio quella che si è ritenuta in seguito conivolta nell’11 settembre –  prendeva servizio come capo della sicurezza al WTC, incarico trovatogli dal suo capo all’F.B.I. Morirà nel crollo della Torre Nord. La Bodine, in seguito, sarà nominata governatrice dell’Iraq occupato. 
Pochi giorni dopo l’11 settembre, ai primi di ottobre, una mano misteriosa invia lettere all’antrace ai senatori democratici che in quei giorni stavano temporeggiando per evitare che fosse approvata in tutta fretta e senza l’adeguata discussione parlamentare una legge fortemente restrittiva delle libertà personali di tutti gli americani, il Patriot Act. La crisi dell’antrace, che fece quattro morti tra coloro che avevano maneggiato le lettere contaminate, ufficialmente non è mai stata spiegata, né sono stati individuati i colpevoli. Ricorderete però che il personale della Casa Bianca fu sottoposto fin dalla sera dell’11 settembre alla terapia d’antidoto per l’infezione da antrace. 
Ricapitolando. C’è un gruppo di potere politico, economico e militare di estrema destra che identifichiamo con la sigla Neocon e il cui manifesto è il  “Progetto per un nuovo secolo americano”, una specie di piano di rinascita piduista che contiene già nel 1999 tutta l’agenda delle guerre a venire: Iraq e Afghanistan in prima fila. Il piano di espansione imperiale auspicato dai Neocon sarà di difficile esecuzione “se non avverrà un evento catalizzatore, una nuova Pearl Harbor che possa accelerarne i tempi”, come si legge nel manifesto.  Ovviamente i neocon sono l’ultima mutazione del vecchio Complesso Militare Industriale, forse la più agguerrita.
I neocon prendono il potere negli Stati Uniti grazie ad elezioni truccate nel 2000, eleggendo una specie  di “Trota” della famiglia Bush, George Dubya, un individuo che è riuscito a fallire come petroliere venendo da una famiglia di petrolieri del Texas ed avendo un padre ex presidente degli Stati Uniti ed ex capo della CIA.
Gli americani sanno che Dubya è un usurpatore che ha vinto lo scudetto a tavolino, all’inauguration gli tirano i pomodori ma nel settembre del 2001, il giorno 11, accade qualcosa che metterà tutte le contestazioni a tacere. 
Un gruppo di terroristi islamici ruba quattro aerei e si lancia contro il WTC e il Pentagono, mettendo in ginocchio l’America. Al Qaeda e Osama Bin Laden sono i nuovi spauracchi del terrorismo globale. Brutti, arabi e cattivi. Questo è ciò che ci raccontano i Neocon con i loro media addomesticati mentre disinseriscono le difese militari aeree, deportano il TrotaBush in Florida ad evitare che faccia danni e piazzano tutte le telecamere possibili puntate sul WTC affinché lo shock in diretta scuota tutto il mondo. 
Quando la democrazia americana si mette di mezzo osteggiando leggi che invece di perseguire i terroristi islamici, chissà perché, limitano fortemente le libertà personali degli americani, spargono un po’ di polverina magica, et voilà: i democratici firmano il Patriot Act più veloci di Napolitano.
Di lì a poco i Neocon avranno tutte le loro guerre, anche grazie a qualche attentato di rinforzo a Londra e Madrid della famigerata e fantomatica Al Qaeda. L’Afghanistan e poi l’Iraq. Saddam appeso alla corda e migliaia di morti, soprattutto civili. Comprese quelle migliaia di ragazzi americani morti o devastati nel fisico e nella mente. Uccisi da immondi guerrafondai.
A dieci anni dall’11 settembre, il terrorismo islamico e la relativa “guerra al” sono dispersi in chissà quale romanzo di spionaggio, sostituiti dal terrorismo della Crisi Economica e dalle battaglie a colpi di titoli tossici e derivati. 
Probabilmente sono sempre gli stessi burattinai di allora che hanno cambiato metodo e gioco da tavolo. Hanno cambiato anche presidente, ma si sa che i presidenti passano, e loro restano.
E’  la dittatura della shock economy che occupa i paesi non con le divisioni corazzate ma con le agenzie di rating, crea scompigli e disastri, sventolando il terrore più grande, quello della retrocessione nella miseria.
Osama, visto che non serviva più, è morto due volte, la prima volta di malattia e la seconda in una delle fiction belliche che hanno sostituito le guerre. 
Le guerre ora si combattono  su due livelli: nel primo con i morti e le armi. Nel secondo livello, che è quello che fa notizia e che giunge alle nostre orecchie, con la propaganda. Chi vince lo decide lo sceneggiatore. E così le rivolte, le rivoluzioni, i cambi di regime, come il Risiko che si sta giocando in Medio Oriente.  Gheddafi, lo zio di Ruby, la Tunisia, la Siria. Solo Gaza non cambia. Rimane quell’enorme laboratorio per la vivisezione di un popolo che era e che deve rimanere.
La guerra e l’economia come affabulazioni, come illusioni del mago Copperfield. Sembra una cosa, la TV te la mostra come se fosse, ma invece la realtà è un’altra.  Dopo l’11  settembre e le sue torri che crollano come fossero di pan di spagna perché l’ha detto il governo possiamo credere tutto, anzi dobbiamo, se no saranno botte e leggi speciali. Il dubbio è dei pazzi o di chi ci vede troppo bene.

Voi che dite, senza sprofondare dalla vergogna:

“E’ una missione fondamentale, una missione di pace, combattuta per la nostra sicurezza e per il bene del popolo afghano.” (Ministro Frattini)
“E’ una missione contro il terrorismo.” (Ministro “ForzaInter” La Russa).
“Non è una guerra”. (Piersbugiardando Casini),

brutti bugiardi complici di una cricca di guerrafondai ai quali vi siete venduti per una tanica di benzina, mandateci i vostri figli, nipoti, cognati, amici, servi, lacché, massaggiatrici e sgrullatrici, a morire in Afghanistan.
In GUERRA.

Prima di abbracciare e baciare Obama, che da oggi diventa il 44° presidente degli Stati Uniti, dopo aver accompagnato Giorgino alla porta senza rimpianti e aver spinto fuori la carrozzella di Dick Cheney (peccato non fossimo ad Odessa sulla scalinata), bisognerebbe chiedersi: i neocon, i guerrafondai del PNAC, si levano anch’essi dai coglioni o rimangono a sorvegliare la bottega e a far in modo che Barack cambi l’America ma non troppo, ed in ogni caso non la cambi contro i loro sporchi interessi?

Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

Auguri Obama, in culo ai portasfiga e che la Forza sia con te. E attento al lato oscuro.


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Prima di abbracciare e baciare Obama, che da oggi diventa il 44° presidente degli Stati Uniti, dopo aver accompagnato Giorgino alla porta senza rimpianti e aver spinto fuori la carrozzella di Dick Cheney (peccato non fossimo ad Odessa sulla scalinata), bisognerebbe chiedersi: i neocon, i guerrafondai del PNAC, si levano anch’essi dai coglioni o rimangono a sorvegliare la bottega e a far in modo che Barack cambi l’America ma non troppo, ed in ogni caso non la cambi contro i loro sporchi interessi?

Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

Auguri Obama, in culo ai portasfiga e che la Forza sia con te. E attento al lato oscuro.


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Prima di abbracciare e baciare Obama, che da oggi diventa il 44° presidente degli Stati Uniti, dopo aver accompagnato Giorgino alla porta senza rimpianti e aver spinto fuori la carrozzella di Dick Cheney (peccato non fossimo ad Odessa sulla scalinata), bisognerebbe chiedersi: i neocon, i guerrafondai del PNAC, si levano anch’essi dai coglioni o rimangono a sorvegliare la bottega e a far in modo che Barack cambi l’America ma non troppo, ed in ogni caso non la cambi contro i loro sporchi interessi?

Certo questo Barack non è un pupo con i fili da manovrare come quell’altro, ed è stato eletto dal popolo, non dal gioco delle tre macchinette e dall’amico alla Corte Suprema. E’ uno con due cosi così, uno tosto. Uno che in testa ha un cervello ed ha tutta l’intenzione di usarlo.
Tuttavia io non mi farei troppe illusioni. Ci sono troppe aspettative attorno a questa presidenza. Troppe vuol dire che non lo aiuteranno, tanto non può farcela comunque.

Toccare i sacri templi della sanità più cara ed iniqua del mondo? Prendere il figlio Israele, al quale finora le si è date tutte vinte, sdraiarselo sulle ginocchia e sculacciarlo sonoramente, dopo avergli dimezzato la paghetta e tagliata la cresta? Prendere i ladroni della finanza che hanno gettato l’economia sul lastrico e sbatterli per un ultimo giro di valzer a Guantanamo?
Non mi illudo. Lo lasceranno fare fino ad un certo punto. Oltre non potrà andare, a meno che una crisi veramente con le controminchie amare non permetta all’America una clamorosa ridefinizione delle sue priorità internazionali.

Ricordiamolo. E’ il cittadino Barack Obama, è uno strafigo ma non è un Supereroe.

Intanto, se permettete, mi tocco anche in un altro senso. Vorrei che i soliti cronisti la smettessero, ogni volta che si parla del nuovo presidente americano, di citare Abramo Lincoln (tié), John Fitzgerald Kennedy (tié) e Martin Luther King (tiè, tiè). Non è carino accogliere il nuovo presidente distribuendo le mortine.

Auguri Obama, in culo ai portasfiga e che la Forza sia con te. E attento al lato oscuro.


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Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po’ come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l’America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po’, per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l’aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d’estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall’altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l’altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all’11 settembre 2001.
Fu l’unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L’11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l’M16 e correre in salvo dell’America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: “Per carità, George, non toccare nulla”.
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: “Ma che pilota scarso, quello!” Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all’estero alla “non si sa per che cazzo combattiamo”, costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l’11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E’ stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell’Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall’Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell’11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all’ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l’invasione dell’Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E’ stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell’11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l’americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l’America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all’America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va’ George, e che Dio ti perdoni.

Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente questo pezzo di televisione vintage, la sigla finale di “Non Stop” del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase “si sba-rac-ca!”. Un omaggio ed un ricordo.


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Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po’ come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l’America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po’, per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l’aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d’estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall’altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l’altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all’11 settembre 2001.
Fu l’unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L’11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l’M16 e correre in salvo dell’America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: “Per carità, George, non toccare nulla”.
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: “Ma che pilota scarso, quello!” Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all’estero alla “non si sa per che cazzo combattiamo”, costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l’11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E’ stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell’Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall’Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell’11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all’ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l’invasione dell’Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E’ stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell’11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l’americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l’America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all’America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va’ George, e che Dio ti perdoni.

Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente questo pezzo di televisione vintage, la sigla finale di “Non Stop” del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase “si sba-rac-ca!”. Un omaggio ed un ricordo.


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Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po’ come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l’America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po’, per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l’aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d’estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall’altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l’altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all’11 settembre 2001.
Fu l’unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L’11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l’M16 e correre in salvo dell’America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: “Per carità, George, non toccare nulla”.
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: “Ma che pilota scarso, quello!” Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all’estero alla “non si sa per che cazzo combattiamo”, costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l’11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E’ stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell’Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall’Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell’11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all’ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l’invasione dell’Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E’ stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell’11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l’americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l’America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all’America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va’ George, e che Dio ti perdoni.

http://www.youtube.com/v/JSFxLvtPDjs&hl=it&fs=1

Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente questo pezzo di televisione vintage, la sigla finale di “Non Stop” del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase “si sba-rac-ca!”. Un omaggio ed un ricordo.


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In fondo cosa chiedono mai coloro che non si sono convinti in questi sette anni della bontà e della credibilità della versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre e continuano a fare domande su questioni di non poca importanza come, per citarne solo una, “perchè quel giorno tutte le agenzie governative americane hanno dormito e nessuno dei loro funzionari è stato licenziato con ignominia per questa gravissima negligenza?”
Chiedono solo che le loro perplessità vengano fugate con spiegazioni semplici ed oneste, tutto qui. Auspicano un’altra commissione governativa, non quella specie di “Commissione Warren 2 la Vendetta” che ha redatto un corposo quanto inutile Rapporto ufficiale. Lo ha ammesso anche il presidente della stessa Commissione, il quale ha dichiarato che è necessaria un’ulteriore indagine per stabilire tutta la verità su quella tragedia.

Se tutto fosse stato chiaro e lineare quel giorno, se per esempio avessimo assistito ad una battaglia aerea con dei caccia intercettori disperatamente all’inseguimento di almeno due dei quattro aerei dirottati; se non avessimo visto un Presidente degli Stati Uniti perdere minuti preziosi a cazzeggiare in una scuola elementare e rimanere vigliaccamente in volo sull’Air Force One fino a tarda sera invece di precipitarsi a prendere in mano l’emergenza; se non avessimo saputo che i membri del governo cominciarono a prendere i pastiglioni di “Cipro” un mese prima che scoppiasse la crisi dell’antrace; se non avessimo, infine, visto crollare quelle due torri in maniera perfettamente identica e non ci avessero detto che è stato solo a causa della fiammata degli aerei, non ci sarebbe bisogno di alcuna teoria della cospirazione.

I dubbi su Babbo Natale ti vengono quando i genitori continuano a dirti che il vecchio passa per il camino con tanto di sacco dei regali e tu non hai nemmeno il caminetto.
Così i dubbi sull’11 settembre nascono quando ti rendi conto che la spiegazione non regge ma vogliono che tu la creda per forza perchè è così, perchè non si discute.
Ormai possiamo tranquillamente affermarlo, sull’11 settembre non è permesso avere dubbi. E’ come mettere in discussione la verginità della Madonna. E’ un dogma che ha i suoi solerti difensori, alcuni volontari, altri a pagamento.

Io amo (in senso ironico) i debunkers ed i loro siti pizzaware.
Per loro, chiunque cominci a parlare di 11 settembre con un “ma perchè..” è un complottista. Cioè saltano subito alle conclusioni, il che dimostra il loro pregiudizio. Pubblicano libri che si intitolano “La cospirazione impossibile”. Non esistono cospirazioni impossibili ma tant’è, il titolo è un atto di fede.
Non esiste il complottismo, come lo chiamano loro, quella specie di odioso negazionismo della cristallina onestà di Bush e soci, esiste solo la richiesta di chiarezza. Parlare di complottismo e definirlo ripugnante significa non voler dare risposte ma difendere il dogma, farsi sacerdoti dell’unica verità rivelata, quella ufficiale.
C’è più religiosità di quanto si immagini, nell’11 settembre. La propaganda utilizza gli stessi strumenti che servono per la diffusione del dogma religioso, compresa la condanna dell’eresia. Non dispongono ancora dei roghi ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I difensori dell’ortodossia neocon assomigliano a quelli che nel medioevo ti strappavano gli occhi perchè non volevi credere che la terra era piatta e che nel Novecento ti spedivano in qualche campo di rieducazione per farti diventare una vera pedina del sistema.

Il caro vecchio Tommaso era uno che, poveretto, non si accontentava di credere ma voleva una prova. Era uno scienziato, in fondo. La scienza si nutre di dubbi, di messa in discussione di teorie che ieri sembravano intoccabili.
Se ci fate caso non è che viviamo un periodo di grandi progressi scientifici e la scienza viene vissuta come qualcosa di stregonesco, di confondibile con la ciarlataneria, che scatena paure irrazionali. Il motivo di questo clima antiscientifico è che viviamo un momento di involuzione culturale dove i regimi governano brandendo le armi della paura e della superstizione. Basti pensare al grande spauracchio, Osama Bin Laden. A nessuno viene il dubbio che il tizio sia morto, visto che non è più apparso in pubblico dal 2001?

Tutto ciò che necessita, per legittimarsi, di atti di fede (ad esempio il calore del carburante che polverizza due grattacieli di acciaio e cemento armato), per definizione non ha niente di logico o di scientifico, può solo essere accettato acriticamente. Eppure i debunkers a tempo pieno sono convinti che il loro ripetere meccanicamente la storiella sia sufficiente a spiegare tutto e si incazzano se ancora non sei convinto. Allora sei proprio scemo, stronzo di un complottista!
Ti fanno vedere un foro d’uscita perfettamente tondo nel Pentagono e tu devi credere che un Boeing ha trapassato come un missile diversi strati di cemento ultrafortificato, uscendo poi dall’altra parte (praticamente intatto?)

E’ come quando ti mostrano una reliquia rinsecchita in un’urna e ti dicono che è il Santo Prepuzio. Non è importante se quel lembo di pelle appartenga veramente a Lui, l’importante è credere che lo sia. E’ un atto di fede e come tale non si può mettere in discussione.
Alla faccia di Tommaso.


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In fondo cosa chiedono mai coloro che non si sono convinti in questi sette anni della bontà e della credibilità della versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre e continuano a fare domande su questioni di non poca importanza come, per citarne solo una, “perchè quel giorno tutte le agenzie governative americane hanno dormito e nessuno dei loro funzionari è stato licenziato con ignominia per questa gravissima negligenza?”
Chiedono solo che le loro perplessità vengano fugate con spiegazioni semplici ed oneste, tutto qui. Auspicano un’altra commissione governativa, non quella specie di “Commissione Warren 2 la Vendetta” che ha redatto un corposo quanto inutile Rapporto ufficiale. Lo ha ammesso anche il presidente della stessa Commissione, il quale ha dichiarato che è necessaria un’ulteriore indagine per stabilire tutta la verità su quella tragedia.

Se tutto fosse stato chiaro e lineare quel giorno, se per esempio avessimo assistito ad una battaglia aerea con dei caccia intercettori disperatamente all’inseguimento di almeno due dei quattro aerei dirottati; se non avessimo visto un Presidente degli Stati Uniti perdere minuti preziosi a cazzeggiare in una scuola elementare e rimanere vigliaccamente in volo sull’Air Force One fino a tarda sera invece di precipitarsi a prendere in mano l’emergenza; se non avessimo saputo che i membri del governo cominciarono a prendere i pastiglioni di “Cipro” un mese prima che scoppiasse la crisi dell’antrace; se non avessimo, infine, visto crollare quelle due torri in maniera perfettamente identica e non ci avessero detto che è stato solo a causa della fiammata degli aerei, non ci sarebbe bisogno di alcuna teoria della cospirazione.

I dubbi su Babbo Natale ti vengono quando i genitori continuano a dirti che il vecchio passa per il camino con tanto di sacco dei regali e tu non hai nemmeno il caminetto.
Così i dubbi sull’11 settembre nascono quando ti rendi conto che la spiegazione non regge ma vogliono che tu la creda per forza perchè è così, perchè non si discute.
Ormai possiamo tranquillamente affermarlo, sull’11 settembre non è permesso avere dubbi. E’ come mettere in discussione la verginità della Madonna. E’ un dogma che ha i suoi solerti difensori, alcuni volontari, altri a pagamento.

Io amo (in senso ironico) i debunkers ed i loro siti pizzaware.
Per loro, chiunque cominci a parlare di 11 settembre con un “ma perchè..” è un complottista. Cioè saltano subito alle conclusioni, il che dimostra il loro pregiudizio. Pubblicano libri che si intitolano “La cospirazione impossibile”. Non esistono cospirazioni impossibili ma tant’è, il titolo è un atto di fede.
Non esiste il complottismo, come lo chiamano loro, quella specie di odioso negazionismo della cristallina onestà di Bush e soci, esiste solo la richiesta di chiarezza. Parlare di complottismo e definirlo ripugnante significa non voler dare risposte ma difendere il dogma, farsi sacerdoti dell’unica verità rivelata, quella ufficiale.
C’è più religiosità di quanto si immagini, nell’11 settembre. La propaganda utilizza gli stessi strumenti che servono per la diffusione del dogma religioso, compresa la condanna dell’eresia. Non dispongono ancora dei roghi ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I difensori dell’ortodossia neocon assomigliano a quelli che nel medioevo ti strappavano gli occhi perchè non volevi credere che la terra era piatta e che nel Novecento ti spedivano in qualche campo di rieducazione per farti diventare una vera pedina del sistema.

Il caro vecchio Tommaso era uno che, poveretto, non si accontentava di credere ma voleva una prova. Era uno scienziato, in fondo. La scienza si nutre di dubbi, di messa in discussione di teorie che ieri sembravano intoccabili.
Se ci fate caso non è che viviamo un periodo di grandi progressi scientifici e la scienza viene vissuta come qualcosa di stregonesco, di confondibile con la ciarlataneria, che scatena paure irrazionali. Il motivo di questo clima antiscientifico è che viviamo un momento di involuzione culturale dove i regimi governano brandendo le armi della paura e della superstizione. Basti pensare al grande spauracchio, Osama Bin Laden. A nessuno viene il dubbio che il tizio sia morto, visto che non è più apparso in pubblico dal 2001?

http://www.youtube.com/v/fYmEA4O6a10&hl=it&fs=1

Tutto ciò che necessita, per legittimarsi, di atti di fede (ad esempio il calore del carburante che polverizza due grattacieli di acciaio e cemento armato), per definizione non ha niente di logico o di scientifico, può solo essere accettato acriticamente. Eppure i debunkers a tempo pieno sono convinti che il loro ripetere meccanicamente la storiella sia sufficiente a spiegare tutto e si incazzano se ancora non sei convinto. Allora sei proprio scemo, stronzo di un complottista!
Ti fanno vedere un foro d’uscita perfettamente tondo nel Pentagono e tu devi credere che un Boeing ha trapassato come un missile diversi strati di cemento ultrafortificato, uscendo poi dall’altra parte (praticamente intatto?)

E’ come quando ti mostrano una reliquia rinsecchita in un’urna e ti dicono che è il Santo Prepuzio. Non è importante se quel lembo di pelle appartenga veramente a Lui, l’importante è credere che lo sia. E’ un atto di fede e come tale non si può mettere in discussione.
Alla faccia di Tommaso.


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