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Parliamo dei trent’anni di Tony Manero, il papà spirituale e l’archetipo di tutti i burini e coatti del globo terracqueo e il santo patrono delle balere.
“La febbre del sabato sera” uscì nel 1977 come ritratto quasi sociologico di un certo proletariato newyorchese visto con l’occhio da entomologo curioso del regista John Badham e fu invece subito mito musicale.

La disco music c’era già da qualche anno, ci eravamo già abituati ai mugolii da doppiaggio di film porno di Barry White e di Donna Summer e ai ritmi pulsanti dell’italo-crucco Giorgio Moroder ma chissà perchè tutti credono che questo genere musicale danzereccio e meravigliosamente spensierato sia stato inventato dai fratelli Gibb, i gemelli-con del melodico sciroppato australo-britannico, coetanei dei Pooh e a quel tempo, metà anni settanta, a differenza dei nostri, in lento ma inesorabile declino. Grazie ad una di quelle botte di culo che passano solo ogni ottant’anni come certe comete, i Bee Gees azzeccano una manciata di motivetti e si garantiscono una vecchiaia serena.
Il film, da quasi politicamente impegnato e francamente drammatico quale è in realtà, si trasforma, nel grande successo mediatico che lo investe, in una specie di musical senza cervello.

Tony Manero è un coatto sfigato che lavora in un negozio di vernici. Ha una famiglia che più italoamericana di così si muore, litigiosa, insoddisfatta e bigotta. Ha perfino un fratello prete che però prima dell’inizio del secondo tempo getterà la tonaca alle ortiche.
L’unico momento di gloria nella vita di Tony è il sabato sera quando diventa il re della discoteca (ma meglio sarebbe chiamarla balera) dove può sfoderare tutto il suo repertorio da perfetto truzzo. Sua maestà stronzeggia con tutti, soprattutto con le donne che se non sono sua madre sono automaticamente delle troie, ma quando balla tutti si fermano ad ammirarlo, come un tronfio pavone nella danza di corteggiamento.
Il film contiene anche una notevole metafora sulla lotta di classe quando compare Stephanie, una spocchiosa pidocchia riunta di Manhattan che frequenta, chissà perchè, la sordida scuola di ballo di Brooklyn dove regna Manero, forse in cerca di forti emozioni ma più probabilmente di guai. Da quel momento, visto che i due devono prepararsi in coppia per la memorabile gara di ballo fulcro del film, iniziano un duello a chi è più stronzo, se il grezzo mandrillo broccolino o la paracula di Manhattan.
Dopo aver vinto la gara ma aver sportivamente ceduto il premio ad una coppia di portoricani che si sospetta siano stati boicottati per razzismo, Manero e i suoi sudditi vanno allo sbando in una notte brava dove una ragazza viene stuprata e il debole del gruppo si suicida. Forse ci sarà un futuro diverso per Tony e Stephanie ma non ne saremmo tanto sicuri. Il film è drammatico, cazzo, non è “Sette spose per sette fratelli”.

Guardando John Travolta nel suo indimenticabile numero sulla pista multicolore, con le ginocchia i cui menischi non conoscono ostacoli, magro e scattante come un bacchetto, viene una massima che nemmeno Confucio durante le sue fumate migliori: “per quanto tu stia a dieta, non ritornerai mai più magro come quando avevi vent’anni”. Dedicato a tutti i dietologi del sabato sera.


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