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Lo confesso, noi psicologi siamo bastardi, come quel Zimbardo che mise su l’esperimento del carcere, dimostrando che, nella parte del secondino, ognuno di noi ha, nei meandri dell’inconscio, un Abu Ghraib da ricreare.
Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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Lo confesso, noi psicologi siamo bastardi, come quel Zimbardo che mise su l’esperimento del carcere, dimostrando che, nella parte del secondino, ognuno di noi ha, nei meandri dell’inconscio, un Abu Ghraib da ricreare.
Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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Lo confesso, noi psicologi siamo bastardi, come quel Zimbardo che mise su l’esperimento del carcere, dimostrando che, nella parte del secondino, ognuno di noi ha, nei meandri dell’inconscio, un Abu Ghraib da ricreare.
Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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La propaganda ha un odore inconfondibile e una volta che l’hai sentito lo riconosci subito, anche se hai il naso chiuso dalla sinusite, perchè è estremamente penetrante.
Non è necessario fare della propaganda oggetto di studio e conoscerne i meccanismi che nascono da semplici regole di funzionamento mentale per nulla evoluto e corticale ma limbico, emotivo. Con un po’ di allenamento la si può riconoscere subito, come i vecchi contadini che, andando per funghi, vanno a colpo sicuro sul porcino.

La storia la sapete perchè Repubblica e i TG, sulla notizia, ci hanno fatto una vera e propria malattia. Cloro riassume esaustivamente i termini della questione.
Un sindacato, il FLAICA – uniti – CUB, avrebbe ipotizzato il boicottaggio dei negozi di proprietà di ebrei di Roma in segno di protesta per la tonnara di Gaza.
Esiste la scannerizzazione del famigerato comunicato, pubblicata su FocusOnIsrael, il sito che ha lanciato l’allarme antisemitismo ma, d’altra parte, c’è stata subito una smentita ufficiale del FLAICA, (meno stambureggiata della notizia originale dai TG), la quale sostiene che l’intenzione della protesta era non di boicottare i negozi ebrei ma i prodotti Made in Israel, quelli contrassegnati dal famoso 729 nel codice a barre.

Alla stupidità umana non v’è limite ma io dubito fortemente che si potesse pensare di far passare un messaggio idiota come “boicottare i negozi ebrei”. Secondo me hanno “beccato” tutti.
Infatti, invece di verificare subito la notizia, con il riflesso automatico di un sol cane di Pavlov, sindaci ex fascisti, esponenti politici bipartizan e tutto il cucuzzaro si sono precipitati a compiere quello che alla fine non è stato un atto di omaggio alla comunità ebraica romana ma un atto di sottomissione ad Israele.
Proprio mentre a Gaza si spara sulla Croce Rossa e si creano cumuli di terra per ostacolare i soccorsi ai feriti (carognata infinita), i morti e i feriti civili aumentano di giorno in giorno e l’indignazione aumenta, capita a fagiolo il pretesto dell’antisemitismo per farsi scudo ancora una volta dei poveri, carissimi morti della Shoah e gettare le loro ceneri negli occhi a chi li stava aprendo sulle atrocità commesse da Israele sui palestinesi.
Un atto che è sempre e comunque di un cinismo estremo e che è l’arma principale di quella che Norman Finkelstein chiama “industria dell’olocausto”.

La verità sull’affaire boicottaggio non la sapremo mai ma se perfino il Giornale parla prudentemente al condizionale usando i “parrebbe” e i “forse” e dimostra di non prendere troppo sul serio la cosa, la notizia potrebbe essere una montatura o manipolazione. In più, qualche recente montaturina anche sugli aiuti a Gaza non aiuta a non pensar male.

Intanto comunque si è stabilito un importante principio: vera o falsa che sia la notizia in sè, abbiamo dimostrato che la Sinistra è un nemico perchè è antisemita. Non sottovalutiamo questo aspetto, solo apparentemente marginale della polemica.
Se Israele ha un nemico numero uno, gli arabi e i palestinesi, il secondo in ordine di importanza è senz’altro la Sinistra. Pensare che una volta i fascisti accusavano gli ebrei di essere comunisti. Come si cambia.
Ora gli ebrei della diaspora, quelli incondizionatamente fedeli al sionismo canaglia, fanno a gara a chi è più a destra di chi.
Diciamo che la maggioranza non guarda a Fini solo perchè indossa così bene la kippah. Non è Fini che è diventato buono, è la comunità ebraica che è sbandata sempre più a destra. E’ la montagna che è andata a Maometto, più che altro.
Così, ogni ragione è buona per non vedere più l’antisemitismo di destra e cattolico, ancora vivo e vegeto, anzi scalciante e puntare tutte le ogive al veleno su quello “di sinistra”.

Sinistra che ha l’unica colpa di continuare a lasciarsi impietosire dal tristissimo destino del popolo palestinese.
La Sinistra è il nemico e si preferisce fare lingua in bocca con chi magari, in camera caritatis, ti considera ancora un “ebreo” ma è disposto ad avallare le porcate dei falchi israeliani per semplici affinità elettorali.
Questa cosa, passassero mille anni, non riuscirò mai a capirla.


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La storia la sapete perchè Repubblica e i TG, sulla notizia, ci hanno fatto una vera e propria malattia. Cloro riassume esaustivamente i termini della questione.
Un sindacato, il FLAICA – uniti – CUB, avrebbe ipotizzato il boicottaggio dei negozi di proprietà di ebrei di Roma in segno di protesta per la tonnara di Gaza.
Esiste la scannerizzazione del famigerato comunicato, pubblicata su FocusOnIsrael, il sito che ha lanciato l’allarme antisemitismo ma, d’altra parte, c’è stata subito una smentita ufficiale del FLAICA, (meno stambureggiata della notizia originale dai TG), la quale sostiene che l’intenzione della protesta era non di boicottare i negozi ebrei ma i prodotti Made in Israel, quelli contrassegnati dal famoso 729 nel codice a barre.

Alla stupidità umana non v’è limite ma io dubito fortemente che si potesse pensare di far passare un messaggio idiota come “boicottare i negozi ebrei”. Secondo me hanno “beccato” tutti.
Infatti, invece di verificare subito la notizia, con il riflesso automatico di un sol cane di Pavlov, sindaci ex fascisti, esponenti politici bipartizan e tutto il cucuzzaro si sono precipitati a compiere quello che alla fine non è stato un atto di omaggio alla comunità ebraica romana ma un atto di sottomissione ad Israele.
Proprio mentre a Gaza si spara sulla Croce Rossa e si creano cumuli di terra per ostacolare i soccorsi ai feriti (carognata infinita), i morti e i feriti civili aumentano di giorno in giorno e l’indignazione aumenta, capita a fagiolo il pretesto dell’antisemitismo per farsi scudo ancora una volta dei poveri, carissimi morti della Shoah e gettare le loro ceneri negli occhi a chi li stava aprendo sulle atrocità commesse da Israele sui palestinesi.
Un atto che è sempre e comunque di un cinismo estremo e che è l’arma principale di quella che Norman Finkelstein chiama “industria dell’olocausto”.

La verità sull’affaire boicottaggio non la sapremo mai ma se perfino il Giornale parla prudentemente al condizionale usando i “parrebbe” e i “forse” e dimostra di non prendere troppo sul serio la cosa, la notizia potrebbe essere una montatura o manipolazione. In più, qualche recente montaturina anche sugli aiuti a Gaza non aiuta a non pensar male.

Intanto comunque si è stabilito un importante principio: vera o falsa che sia la notizia in sè, abbiamo dimostrato che la Sinistra è un nemico perchè è antisemita. Non sottovalutiamo questo aspetto, solo apparentemente marginale della polemica.
Se Israele ha un nemico numero uno, gli arabi e i palestinesi, il secondo in ordine di importanza è senz’altro la Sinistra. Pensare che una volta i fascisti accusavano gli ebrei di essere comunisti. Come si cambia.
Ora gli ebrei della diaspora, quelli incondizionatamente fedeli al sionismo canaglia, fanno a gara a chi è più a destra di chi.
Diciamo che la maggioranza non guarda a Fini solo perchè indossa così bene la kippah. Non è Fini che è diventato buono, è la comunità ebraica che è sbandata sempre più a destra. E’ la montagna che è andata a Maometto, più che altro.
Così, ogni ragione è buona per non vedere più l’antisemitismo di destra e cattolico, ancora vivo e vegeto, anzi scalciante e puntare tutte le ogive al veleno su quello “di sinistra”.

Sinistra che ha l’unica colpa di continuare a lasciarsi impietosire dal tristissimo destino del popolo palestinese.
La Sinistra è il nemico e si preferisce fare lingua in bocca con chi magari, in camera caritatis, ti considera ancora un “ebreo” ma è disposto ad avallare le porcate dei falchi israeliani per semplici affinità elettorali.
Questa cosa, passassero mille anni, non riuscirò mai a capirla.


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La propaganda ha un odore inconfondibile e una volta che l’hai sentito lo riconosci subito, anche se hai il naso chiuso dalla sinusite, perchè è estremamente penetrante.
Non è necessario fare della propaganda oggetto di studio e conoscerne i meccanismi che nascono da semplici regole di funzionamento mentale per nulla evoluto e corticale ma limbico, emotivo. Con un po’ di allenamento la si può riconoscere subito, come i vecchi contadini che, andando per funghi, vanno a colpo sicuro sul porcino.

La storia la sapete perchè Repubblica e i TG, sulla notizia, ci hanno fatto una vera e propria malattia. Cloro riassume esaustivamente i termini della questione.
Un sindacato, il FLAICA – uniti – CUB, avrebbe ipotizzato il boicottaggio dei negozi di proprietà di ebrei di Roma in segno di protesta per la tonnara di Gaza.
Esiste la scannerizzazione del famigerato comunicato, pubblicata su FocusOnIsrael, il sito che ha lanciato l’allarme antisemitismo ma, d’altra parte, c’è stata subito una smentita ufficiale del FLAICA, (meno stambureggiata della notizia originale dai TG), la quale sostiene che l’intenzione della protesta era non di boicottare i negozi ebrei ma i prodotti Made in Israel, quelli contrassegnati dal famoso 729 nel codice a barre.

Alla stupidità umana non v’è limite ma io dubito fortemente che si potesse pensare di far passare un messaggio idiota come “boicottare i negozi ebrei”. Secondo me hanno “beccato” tutti.
Infatti, invece di verificare subito la notizia, con il riflesso automatico di un sol cane di Pavlov, sindaci ex fascisti, esponenti politici bipartizan e tutto il cucuzzaro si sono precipitati a compiere quello che alla fine non è stato un atto di omaggio alla comunità ebraica romana ma un atto di sottomissione ad Israele.
Proprio mentre a Gaza si spara sulla Croce Rossa e si creano cumuli di terra per ostacolare i soccorsi ai feriti (carognata infinita), i morti e i feriti civili aumentano di giorno in giorno e l’indignazione aumenta, capita a fagiolo il pretesto dell’antisemitismo per farsi scudo ancora una volta dei poveri, carissimi morti della Shoah e gettare le loro ceneri negli occhi a chi li stava aprendo sulle atrocità commesse da Israele sui palestinesi.
Un atto che è sempre e comunque di un cinismo estremo e che è l’arma principale di quella che Norman Finkelstein chiama “industria dell’olocausto”.

La verità sull’affaire boicottaggio non la sapremo mai ma se perfino il Giornale parla prudentemente al condizionale usando i “parrebbe” e i “forse” e dimostra di non prendere troppo sul serio la cosa, la notizia potrebbe essere una montatura o manipolazione. In più, qualche recente montaturina anche sugli aiuti a Gaza non aiuta a non pensar male.

Intanto comunque si è stabilito un importante principio: vera o falsa che sia la notizia in sè, abbiamo dimostrato che la Sinistra è un nemico perchè è antisemita. Non sottovalutiamo questo aspetto, solo apparentemente marginale della polemica.
Se Israele ha un nemico numero uno, gli arabi e i palestinesi, il secondo in ordine di importanza è senz’altro la Sinistra. Pensare che una volta i fascisti accusavano gli ebrei di essere comunisti. Come si cambia.
Ora gli ebrei della diaspora, quelli incondizionatamente fedeli al sionismo canaglia, fanno a gara a chi è più a destra di chi.
Diciamo che la maggioranza non guarda a Fini solo perchè indossa così bene la kippah. Non è Fini che è diventato buono, è la comunità ebraica che è sbandata sempre più a destra. E’ la montagna che è andata a Maometto, più che altro.
Così, ogni ragione è buona per non vedere più l’antisemitismo di destra e cattolico, ancora vivo e vegeto, anzi scalciante e puntare tutte le ogive al veleno su quello “di sinistra”.

Sinistra che ha l’unica colpa di continuare a lasciarsi impietosire dal tristissimo destino del popolo palestinese.
La Sinistra è il nemico e si preferisce fare lingua in bocca con chi magari, in camera caritatis, ti considera ancora un “ebreo” ma è disposto ad avallare le porcate dei falchi israeliani per semplici affinità elettorali.
Questa cosa, passassero mille anni, non riuscirò mai a capirla.


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Chissà perchè ogni tanto i paesi democratici, per allentare la tensione e lo sforzo di sembrare appunto democratici, come in preda ad un impulso irrefrenabile, si comportano come se democratici non lo fossero assolutamente.
Norman Finkelstein, professore americano di scienze politiche e autore di testi molto critici sulla politica di Israele verso i palestinesi e teorico di quello che lui definisce lo sfruttamento della Shoah a fini utilitaristici, per giustificare cioè qualunque atto dello stato di Israele, è stato fermato venerdì scorso all’aeroposto di Tel Aviv da agenti del servizio segreto Shin Bet, arrestato, trattenuto 24 ore e infine notificato del divieto per i prossimi 10 anni a entrare in Israele.

Finkelstein, che è figlio di un’ebrea polacca sopravvissuta ai campi di sterminio e quindi come tale avrebbe diritto, per la cosiddetta “legge del ritorno”, a diventare automaticamente cittadino israeliano, è stato trattato come terrorista e interrogato su presunti legami con Al Qaeda ed Hamas. Pare che in questi casi basta che i servizi decidono che una persona è non grata per bypassare qualunque legge.
Il giornale progressista “Haaretz” si è domandato perchè negare l’ingresso in Israele a uno studioso, pur controverso, e lasciare invece campo libero agli estremisti di destra kahanisti. Forse Haaretz finge di essere ingenuo. I kahanisti non mettono in dubbio la bontà intrinseca del sionismo.

Non c’è molto da meravigliarsi su questo clamoroso ostracismo, un pò da ex regime sovietico più che da “unico paese democratico dell’area mediorientale”.
Finkelstein è uno che con i suoi scritti ha pestato piedi illustri. Difende i palestinesi (ohibò), ha amici arabi (che avrebbe dovuto incontrare nei territori nel corso del suo viaggio, assieme agli israeliani della associazione B’Tselem), si è inimicato i sepolcri imbiancati come Elie Wiesel e ha smontato pezzo per pezzo un best-seller come i “volonterosi carnefici” di Daniel J. Goldhagen.

Il suo peggior nemico, comunque, è Alan Dershovitz, grande difensore di Israele in primis e avvocato di grido, per arrotondare. La specialità dello studio Dershovitz è riuscire a far assolvere uxoricidi illustri. Grazie ai suoi servigi l’hanno fatta franca O.J. Simpson e Claus Von Bulow.
Dershovitz non dorme la notte per studiare il modo di danneggiare Finkelstein.
E’ riuscito, la scorsa estate, a far annullare una serie di lezioni che il rivale avrebbe dovuto tenere alla De Paul University, tanto che alla fine questi ha dovuto dare le dimissioni. E’ talmente ossessionato da lui che se uno si apposta sotto le sue finestre e grida “Finkelstein!!!” si sente il suo cavallo nitrire.

Al di là delle dispute accademiche, è comunque inquietante che si venga arrestati per un’opinione e che soprattutto il fatto non diventi notizia. Chi ha sentito parlare di questo fatto in tv? La cosa diventa normale se accade in Israele? La tesi sarebbe interessante da discutere.
Immagino il casino se un intellettuale cubano anticastrista fosse stato fermato all’Avana e bandito per 10 anni dall’isola. Voi no?


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Chissà perchè ogni tanto i paesi democratici, per allentare la tensione e lo sforzo di sembrare appunto democratici, come in preda ad un impulso irrefrenabile, si comportano come se democratici non lo fossero assolutamente.
Norman Finkelstein, professore americano di scienze politiche e autore di testi molto critici sulla politica di Israele verso i palestinesi e teorico di quello che lui definisce lo sfruttamento della Shoah a fini utilitaristici, per giustificare cioè qualunque atto dello stato di Israele, è stato fermato venerdì scorso all’aeroposto di Tel Aviv da agenti del servizio segreto Shin Bet, arrestato, trattenuto 24 ore e infine notificato del divieto per i prossimi 10 anni a entrare in Israele.

Finkelstein, che è figlio di un’ebrea polacca sopravvissuta ai campi di sterminio e quindi come tale avrebbe diritto, per la cosiddetta “legge del ritorno”, a diventare automaticamente cittadino israeliano, è stato trattato come terrorista e interrogato su presunti legami con Al Qaeda ed Hamas. Pare che in questi casi basta che i servizi decidono che una persona è non grata per bypassare qualunque legge.
Il giornale progressista “Haaretz” si è domandato perchè negare l’ingresso in Israele a uno studioso, pur controverso, e lasciare invece campo libero agli estremisti di destra kahanisti. Forse Haaretz finge di essere ingenuo. I kahanisti non mettono in dubbio la bontà intrinseca del sionismo.

Non c’è molto da meravigliarsi su questo clamoroso ostracismo, un pò da ex regime sovietico più che da “unico paese democratico dell’area mediorientale”.
Finkelstein è uno che con i suoi scritti ha pestato piedi illustri. Difende i palestinesi (ohibò), ha amici arabi (che avrebbe dovuto incontrare nei territori nel corso del suo viaggio, assieme agli israeliani della associazione B’Tselem), si è inimicato i sepolcri imbiancati come Elie Wiesel e ha smontato pezzo per pezzo un best-seller come i “volonterosi carnefici” di Daniel J. Goldhagen.

Il suo peggior nemico, comunque, è Alan Dershovitz, grande difensore di Israele in primis e avvocato di grido, per arrotondare. La specialità dello studio Dershovitz è riuscire a far assolvere uxoricidi illustri. Grazie ai suoi servigi l’hanno fatta franca O.J. Simpson e Claus Von Bulow.
Dershovitz non dorme la notte per studiare il modo di danneggiare Finkelstein.
E’ riuscito, la scorsa estate, a far annullare una serie di lezioni che il rivale avrebbe dovuto tenere alla De Paul University, tanto che alla fine questi ha dovuto dare le dimissioni. E’ talmente ossessionato da lui che se uno si apposta sotto le sue finestre e grida “Finkelstein!!!” si sente il suo cavallo nitrire.

Al di là delle dispute accademiche, è comunque inquietante che si venga arrestati per un’opinione e che soprattutto il fatto non diventi notizia. Chi ha sentito parlare di questo fatto in tv? La cosa diventa normale se accade in Israele? La tesi sarebbe interessante da discutere.
Immagino il casino se un intellettuale cubano anticastrista fosse stato fermato all’Avana e bandito per 10 anni dall’isola. Voi no?


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Chissà perchè ogni tanto i paesi democratici, per allentare la tensione e lo sforzo di sembrare appunto democratici, come in preda ad un impulso irrefrenabile, si comportano come se democratici non lo fossero assolutamente.
Norman Finkelstein, professore americano di scienze politiche e autore di testi molto critici sulla politica di Israele verso i palestinesi e teorico di quello che lui definisce lo sfruttamento della Shoah a fini utilitaristici, per giustificare cioè qualunque atto dello stato di Israele, è stato fermato venerdì scorso all’aeroposto di Tel Aviv da agenti del servizio segreto Shin Bet, arrestato, trattenuto 24 ore e infine notificato del divieto per i prossimi 10 anni a entrare in Israele.

Finkelstein, che è figlio di un’ebrea polacca sopravvissuta ai campi di sterminio e quindi come tale avrebbe diritto, per la cosiddetta “legge del ritorno”, a diventare automaticamente cittadino israeliano, è stato trattato come terrorista e interrogato su presunti legami con Al Qaeda ed Hamas. Pare che in questi casi basta che i servizi decidono che una persona è non grata per bypassare qualunque legge.
Il giornale progressista “Haaretz” si è domandato perchè negare l’ingresso in Israele a uno studioso, pur controverso, e lasciare invece campo libero agli estremisti di destra kahanisti. Forse Haaretz finge di essere ingenuo. I kahanisti non mettono in dubbio la bontà intrinseca del sionismo.

Non c’è molto da meravigliarsi su questo clamoroso ostracismo, un pò da ex regime sovietico più che da “unico paese democratico dell’area mediorientale”.
Finkelstein è uno che con i suoi scritti ha pestato piedi illustri. Difende i palestinesi (ohibò), ha amici arabi (che avrebbe dovuto incontrare nei territori nel corso del suo viaggio, assieme agli israeliani della associazione B’Tselem), si è inimicato i sepolcri imbiancati come Elie Wiesel e ha smontato pezzo per pezzo un best-seller come i “volonterosi carnefici” di Daniel J. Goldhagen.

Il suo peggior nemico, comunque, è Alan Dershovitz, grande difensore di Israele in primis e avvocato di grido, per arrotondare. La specialità dello studio Dershovitz è riuscire a far assolvere uxoricidi illustri. Grazie ai suoi servigi l’hanno fatta franca O.J. Simpson e Claus Von Bulow.
Dershovitz non dorme la notte per studiare il modo di danneggiare Finkelstein.
E’ riuscito, la scorsa estate, a far annullare una serie di lezioni che il rivale avrebbe dovuto tenere alla De Paul University, tanto che alla fine questi ha dovuto dare le dimissioni. E’ talmente ossessionato da lui che se uno si apposta sotto le sue finestre e grida “Finkelstein!!!” si sente il suo cavallo nitrire.

Al di là delle dispute accademiche, è comunque inquietante che si venga arrestati per un’opinione e che soprattutto il fatto non diventi notizia. Chi ha sentito parlare di questo fatto in tv? La cosa diventa normale se accade in Israele? La tesi sarebbe interessante da discutere.
Immagino il casino se un intellettuale cubano anticastrista fosse stato fermato all’Avana e bandito per 10 anni dall’isola. Voi no?


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“A mio parere, l’unica vera lezione dell’Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell’attuale clima di intimidazione e «correttezza verso l’Olocausto», il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell’industria dell’Olocausto alimentano la negazione dell’Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l’antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l’industria dell’Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.”
(Norman G. Finkelstein, febbraio 2002 New York)

Questo post, necessariamente lungo ed articolato, nasce da alcune considerazioni a margine del gravissimo episodio di aggressione nei confronti di un campo rom a Napoli e soprattutto dalla mancata indignazione che la cosa ha suscitato in ambienti che, in altre occasioni, sono pronti a gridare al razzismo e alla persecuzione.

Basta andare sui siti stranieri e leggiamo che in Italia sta risorgendo un pericoloso razzismo. Stiamo ricominciando a farci rispettare all’estero, non c’è che dire.
Molte organizzazioni umanitarie denunciano lo stato pietoso nel quale versano i rom che abitano i campi italiani. Le cifre che vengono presentate sono impressionanti. Come quella che si riferisce, per esempio, al fatto che l’aspettativa di vita per i bambini Rom è 15 volte inferiore a quella dei bambini italiani.
Ovviamente di questo non si parla su giornali e TV perchè va di moda la caccia allo zingaro. Sembra quasi che si stia stabilendo un tacito accordo tra Potere e Popolaccio affinchè quest’ultimo possa sfogare liberamente le proprie pulsioni aggressive sul capro espiatorio più facile. Come diceva un mio lettore l’altro giorno, le baracche dei nomadi bruciano molto meglio delle ville blindate dei boss della camorra.

Leggevo prima su un sito americano, un’interessante ricostruzione del caso di Ponticelli, il presunto tentativo di rapimento di una bambina, che ha innescato il pogrom anti-rom.
Secondo l’indagine condotta dall’associazione umanitaria internazionale EveryOne, in quel quartiere era da giorni che si studiava il modo di liberarsi dei rom accampati li attorno. Era sorto addirittura un comitato. Molto probabilmente, secondo alcune testimonianze, per la giovane rom sarebbe scattata una trappola. Venuta per rubare sarebbe stata invece accusata di un reato ben più grave, il rapimento.
Le indagini stabiliranno forse le responsabilità di ognuna delle parti. Ciò che a me pare gravissimo, però, è che i media abbiano acriticamente sposato la tesi del rapimento, così simile alla famigerata leggenda metropolitana e forse l’abbiano incoraggiata, chissà, senza rendersi conto (voglio sperarlo) che ciò avrebbe potuto scatenare una ritorsione di imprevedibile violenza nei confronti dei campi rom .

Ogni volta che succedono episodi di pericolosa discriminazione contro i rom non posso fare a meno di ricordare come questo popolo sia stato una delle vittime d’elezione della furia nazista assieme agli ebrei.
Per fortuna è giunta una nota di condanna da parte di Renzo Gattegna, presidente dell’unione delle comunità ebraiche, degli episodi di intolleranza contro i rom.
Però, se nel bel messaggio si fosse pronunciata anche la fatidica parola “razzismo” non sarebbe stato male. Se ad ogni piè sospinto si denuncia l’antisemitismo bisognerebbe forse dire qualcosa di un po’ più forte.
Invece, a parte il sempre presente Moni Ovadia e qualche timida uscita di Gad Lerner (ebrei di sinistra e quindi in via di estinzione) si ha l’impressione che l’atteggiamento dell’ebraismo dominante nei confronti dei propri ex-compagni di sventura sia rimasto quello supponente e si, diciamolo, razzista, verso il compagno di cella imbarazzante. Per non parlare dei toni volgari di certi articoli ospitati su alcuni blog sionisti che parlano senza alcuna ripugnanza e riprovazione di campi nomadi dati alle fiamme. Già, sono solo zingari e sono i nostri palestinesi.

Insomma, se avessero imbrattato una lapide in un cimitero ebraico sarebbe scattato l’allarme rosso dell’antisemitismo dal Manzanarre al Reno. Per quattro straccioni di zingari, poche parole di circostanza.
No, così non va. Così la lezione della Shoah non è di alcuna utilità all’umanità. Dagli errori della Storia si dovrebbe trarre insegnamento e monito per le generazioni successive, qualcosa tipo “noi che abbiamo subìto questo vi diciamo che nessuno più deve essere toccato”. E invece?

Invece oggi il presidente Napolitano, in una lettera ai giovani in occasione dell’anniversario della liberazione del campo di Mauthausen, ha ricordato il dovere della memoria ma limitandolo solo ai sei milioni di ebrei. Un’occasione perduta per dire che nei lager morirono a migliaia e migliaia anche coloro che in questi giorni diamo sconsideratamente alle fiamme. Ieri era anche la giornata contro l’omofobia e non sarebbe stato male ricordare anche le decine di migliaia di omosessuali periti nei lager.

La verità è che, a distanza di sessant’anni dall’olocausto, c’è ancora chi sostiene la teoria dell’Unicità, della Impossibilità a comprendere e quella sorta di diritto di esclusiva sullo status di vittima.
Chi ha descritto bene il disagio degli ebrei nel riconoscere lo status di vittime dell’olocausto ai non-ebrei è Norman Finkelstein, nel suo libro più controverso, “L’industria dell’olocausto”, del quale citerò alcuni significativi passaggi.
Inutile dire che per le cose sostenute in questo libro, Norman è stato licenziato dall’Università nella quale insegnava ed è oggetto di continuo ostracismo. La cosa più carina che dicono di lui è che è un negatore dell’olocausto.

“In verità, l’unico, vero negatore tradizionale dell’Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.
Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d’Israele; di conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l’AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero. Agendo su ordine d’Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l’istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.” (pag. 93)

Nel seguente passaggio, Norman spiega perchè ancora oggi si pretende di far sostenere esami di ammissione alle altre vittime della barbarie nazista.

“Il punto cruciale della politica del museo dell’Olocausto [di Washington], comunque, riguarda l’oggetto di quest’opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell’Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?
Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l’offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l’«esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come sempre, non si sono fermati agli ebrei.»
Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l’impresa più difficile per l’Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.
Gli scrittori dell’industria dell’Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.

Dietro la scarsa attenzione prestata al genocidio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell’organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire».
Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei rappresentanti zingari nei confronti dell’Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell’esclusiva degli ebrei sull’Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l’assioma che l’Olocausto ha segnato il culmine dell’odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l’invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.” (pag. 99 e seguenti)

Non è mancato, scrive Finkelstein, un atteggiamento negazionista ebraico nei confronti dell’olocausto zingaro.

“Saul Friedländer, uno storico dell’Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio.
Ecco qui le argomentazioni dell’autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del “sangue tedesco”». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy. “(pag. 278)

Insomma, la Storia ci ammonisce di continuo a non ripetere gli errori del passato. Ci offre la riproposizione quasi identica di concatenazioni di fatti e circostanze ma noi non vogliamo capire.
Anche il 1936 era anno di olimpiadi, quelle magnificamente filmate da Leni Riefenstahl in “Olympia”. Le autorità naziste decisero di ripulire Berlino per l’occasione e cominciarono dagli zingari. Ne sparirono a centinaia senza che alcuno battesse ciglio. Sono solo coincidenze.

Per la cronaca, Maria, la bambina rom della foto, era una delle cavie per gli esperimenti dello schedario del Dottor Mengele. Rapita dall’angelo della morte e incenerita ad Auschwitz.


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