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Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia ma non aspettatevi che la cosa venga ricordata stasera al TG tra un Regina Coeli di Benedetto XVI e uno scudetto XVII della pazza Inter, come fosse una cosa importante come la giornata contro il fumo.
L’omofobia viene raccontata attraverso i suoi atti sui media ma solo quando serve per far risaltare la nostra “normalità” e la loro “”anormalità” e non viene mai chiamata con il suo nome.
Il resoconto mediatico degli atti omofobici è sempre usato come manganello metaforico contro le pretese di uguaglianza nei diritti civili delle persone omosessuali.

Avete sentito parlare dell’aggressione a mezzo spranga di due ragazze transessuali a Firenze, di recente? No, perchè probabilmente coinvolgeva “ragazzi perbene” e non si voleva turbare la tranquillità borghese delle famigliole. Inoltre, l’aggressione era rivolta all’auto delle ragazze, quindi è stata una ragazzata, come tante che accadono di notte quando i bravi ragazzi si annoiano e si va a molestare i diversi.

Avete però sentito oggi dell’aggressione mortale di due rumeni ad un pensionato napoletano.
Prima di agguantare le torce in fiamme ed avviarvi verso il campo rom, tranquillizzatevi. Il vecchio aveva avuto rapporti a pagamento con uno dei due ragazzini minorenni, quindi in questo caso il delitto successivo non è proprio un delitto, è frocicidio, quindi non costituisce reato. Non dicono chiaramente che i rumeni hanno fatto bene ad accopparlo ma il senso era quello. Chissà che non diano un paio di permessi di soggiorno in premio anche a loro.

Quindi, guai se i rumeni si azzardano a toccare le nostre donne (che noi normali preferiamo stuprare e picchiare in proprio) ma se vogliono divertirsi con qualche frocio glielo facciamo fare.
Insomma, l’omicidio, quando colpisce una persona omosessuale, è prima di tutto un atto di giustizia e di ristabilimento dell’ordine naturale delle cose, poi si vedrà.
In ogni caso, di atti di omofobia si parla sui media solo se ci scappa il morto, e il morto se l’è sempre cercata.
E’ così dai tempi di Pasolini, ammazzato per motivi politici in un’imboscata organizzata, ma per tutti “giustiziato” da un povero ragazzo che si era ribellato alle oscene richieste del vecchio maiale.

Ieri a Mosca, botte da orbi della polizia dell’amico Putin sui partecipanti al Gay Pride. Il vero maschio russo, comunista o no, non tollera lustrini e fronzoli. Gli amici li bacia sulla bocca ma non fatevi strane idee. In quel paese che il nostro premier womanizer considera uno dei più moderni, solo nel 1999 l’omosessualità ha cessato di essere considerata una malattia mentale e fino al 1993 era considerata un crimine.
Non è però che, oltre all’omofoba Russia, se in Iran e in altri paesi canaglia gli omosessuali li lapidano o li impiccano, noi possiamo considerarci migliori.
I paesi che consentono alle persone omosessuali di sposarsi e godere di semplici diritti che dovrebbero essere scontati per qualunque essere umano, come ereditare e subentrare nell’affitto dal proprio compagno, sono pochi e l’Italia non è certo messa bene, tra Dico, Pacs, ed altre leggi abortite per colpa degli abortisti cattolici di diritti civili.

Ho visto l’altro giorno il bel film di Gus Van Sant dedicato a Harvey Milk, il “sindaco di Castro Street”, attivista dei diritti civili e primo assessore gay della municipalità di San Francisco, ammazzato assieme al suo sindaco da un collega. Ho trovato interessante l’ipotesi, neanche tanto larvata, suggerita da Van Sant, che l’omicidio possa essere stato motivato dall’omosessualità repressa dell’assassino. Succede spessissimo. Chi non riesce a superare la paura (omofobia) della propria componente omosessuale si vendica sugli omosessuali uccidendoli, illudendosi con ciò di estirpare la vergogna, il peccato e soprattutto la tentazione da sé.
L’assassinio di Harvey Milk può essere considerato a tutti gli effetti un caso da manuale di omofobia. Basta leggere come andò il processo. Si cercarono tutte le possibili scusanti per l’assassino. Si tirò perfino in ballo l’abuso di junk food, di cibo spazzatura.
Nel paese che per molto meno ti frigge a 2000 volt, l‘omicidio a sangue freddo di due persone fu punito con una pena di sette anni e otto mesi di prigione.

L’orientamento sessuale di ciascuno di noi è il prodotto di una serie di variabili e casualità. Nessuno ha diritto di sentirsi superiore ad un altro solo perchè fa parte dell’orientamento ben accetto dal Potere e dalla Chiesa, perchè non vi è alcun merito nell’essere eterosessuale piuttosto che omosessuale.
L’omofobia è come il razzismo, come l’antisemitismo: un atteggiamento incivile.
Di omofobia non devono parlare solo gli omosessuali sui loro giornali, blog e volantini che non raggiungono mai la grande audience, ingozzata dalle fanfaluche dei media mainstream come un’oca all’ingrasso.
Il problema riguarda soprattutto coloro che spesso e volentieri di autodefiniscono persone normali e perbene, quelle che avrebbero l’esclusiva dei posti a sedere in metropolitana a Milano, per intenderci. I media dovrebbero parlarne dalla mattina alla sera.
Siamo noi, persone che credono nell’uguaglianza degli esseri umani a prescindere da qualunque segno di distinzione, che dobbiamo oggi parlare di omofobia, gridarne la inaccettabilità e vergognarcene.


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“Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!” (Totò – “Totò truffa”)

Un allenatore completamente cieco, sordo e muto, un Lippi dei Miracoli, oppure troppo fedele alla consegna dell’omertà ambientale-mafiosa calcistica sull’omosessualità, dice (a Klaus Davi!) che non ha mai incontrato giocatori gay in quarant’anni di carriera. Forse perchè essi non girano in tacchetti a spillo sul campo, come dice deliziandoci Galatea.
Oppure perchè, mettendo i calciatori a fare i testimonials per le mutandine di Dolce & Gabbana, gay dichiarati, nessuno penserà che siano anche loro della partita, in quel senso. Chi meglio di un gruppetto di masculi a prova di bomba per una campagna gaia che più gaia non si può? Per la serie: tecniche avanzate di mascheramento sociale.

In attesa di conoscere le preferenze politiche e sessuali di Beckham (per il quale non metterei la mano sul fuoco, nel senso che non penso sia comunista), è un tripudio di interviste ai nuovi maîtres à penser in parastinchi.
Se Totti banalmente mette in dubbio la virtù e l’onestà dell’Inter, Buffon ci rivela che ammira Fini (ma va?) maanche Bertinotti e forse sulla guerra in Palestina dice cose più di sinistra di Fassino.
Per ultimo ‘o capitano Cannavaro, bello guaglione che, sfogandosi con Alfonso Signorini, se l’è presa con “Gomorra” il film, dicendo che, signora mia, “non giova all’immagine dell’Italia”.

Sono d’accordo. Per rappresentare i problemi della Campania di oggi, secondo la moda berlusconiana dell’ottimismo della volontà, era meglio mandare agli Oscar “Un posto al sole”.
L’unica attenuante che ha Cannavaro è il fatto che “Gomorra” sarà pure lo specchio della realtà di Scampia, una denuncia della camorra eccetera ma a me è parsa una pizza tanta. Saranno stati l’obbligo dei sottotitoli e la maledetta presa diretta mania del cinema italiano che non fa capire una michia tanta dei dialoghi e l’eccessiva lunghezza ma io l’ho trovato pesante (e non per l’argomento) come i pizzoccheri della Valtellina e continuo a pensare che sia meglio il libro. Magari un giorno di questi, con un paio di Red Bull in corpo me lo rivedo e provo a ricredermi.

***
Questi qui non sono più fascisti, girano in kippah perchè sono i migliori amici diegli ebrei e di Israele, dopo aver gettato alle ortiche i vecchi numeri de “La Difesa della Razza” dove scriveva Almirante, il segretario del partito della loro gioventù.
Però quando si parla di Salò, cioè del lato peggiore del fascismo, quello demussolinizzato e più filonazista che mai, è più forte di loro e non riescono proprio a trattenerlo, il vento revanscista.
Ultimamente il meteorismo è sempre più fastidioso ed imbarazzante.

In quello che potremmo definire il Lodo Tarallucci, un manipolo di parlamentari del PDL vuole istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di medaglia e vitalizio per tutti coloro che combatterono nell’ultima guerra, soprattutto i repubblichini. Dice che erano ragazzi, che lo fecero per idealismo. I comunisti partono sempre da un orrendo complotto per sovvertire il mondo, premeditano; i fascisti invece sono dei romantici, ça va sans dire.
Resta da spiegare come si possono conciliare l’atlantismo ed il filosionismo a braghe calate di oggi con l’antisemitismo e la “lotta contro l’invasore americano” di allora. Attendiamo fiduciosi l’illuminazione.

***

A Gaza sono state introdotte le pause-caffé tra un bombardamento e l’altro. Non escludo che prossimamente si possano interrompere le guerre con i consigli per gli acquisti.
“Ed ora facciamo una piccola pausa per la pubblicità, non andate a seppellire i vostri morti, restate con noi.”


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Oppure perchè, mettendo i calciatori a fare i testimonials per le mutandine di Dolce & Gabbana, gay dichiarati, nessuno penserà che siano anche loro della partita, in quel senso. Chi meglio di un gruppetto di masculi a prova di bomba per una campagna gaia che più gaia non si può? Per la serie: tecniche avanzate di mascheramento sociale.

In attesa di conoscere le preferenze politiche e sessuali di Beckham (per il quale non metterei la mano sul fuoco, nel senso che non penso sia comunista), è un tripudio di interviste ai nuovi maîtres à penser in parastinchi.
Se Totti banalmente mette in dubbio la virtù e l’onestà dell’Inter, Buffon ci rivela che ammira Fini (ma va?) maanche Bertinotti e forse sulla guerra in Palestina dice cose più di sinistra di Fassino.
Per ultimo ‘o capitano Cannavaro, bello guaglione che, sfogandosi con Alfonso Signorini, se l’è presa con “Gomorra” il film, dicendo che, signora mia, “non giova all’immagine dell’Italia”.

Sono d’accordo. Per rappresentare i problemi della Campania di oggi, secondo la moda berlusconiana dell’ottimismo della volontà, era meglio mandare agli Oscar “Un posto al sole”.
L’unica attenuante che ha Cannavaro è il fatto che “Gomorra” sarà pure lo specchio della realtà di Scampia, una denuncia della camorra eccetera ma a me è parsa una pizza tanta. Saranno stati l’obbligo dei sottotitoli e la maledetta presa diretta mania del cinema italiano che non fa capire una michia tanta dei dialoghi e l’eccessiva lunghezza ma io l’ho trovato pesante (e non per l’argomento) come i pizzoccheri della Valtellina e continuo a pensare che sia meglio il libro. Magari un giorno di questi, con un paio di Red Bull in corpo me lo rivedo e provo a ricredermi.

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Questi qui non sono più fascisti, girano in kippah perchè sono i migliori amici diegli ebrei e di Israele, dopo aver gettato alle ortiche i vecchi numeri de “La Difesa della Razza” dove scriveva Almirante, il segretario del partito della loro gioventù.
Però quando si parla di Salò, cioè del lato peggiore del fascismo, quello demussolinizzato e più filonazista che mai, è più forte di loro e non riescono proprio a trattenerlo, il vento revanscista.
Ultimamente il meteorismo è sempre più fastidioso ed imbarazzante.

In quello che potremmo definire il Lodo Tarallucci, un manipolo di parlamentari del PDL vuole istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di medaglia e vitalizio per tutti coloro che combatterono nell’ultima guerra, soprattutto i repubblichini. Dice che erano ragazzi, che lo fecero per idealismo. I comunisti partono sempre da un orrendo complotto per sovvertire il mondo, premeditano; i fascisti invece sono dei romantici, ça va sans dire.
Resta da spiegare come si possono conciliare l’atlantismo ed il filosionismo a braghe calate di oggi con l’antisemitismo e la “lotta contro l’invasore americano” di allora. Attendiamo fiduciosi l’illuminazione.

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A Gaza sono state introdotte le pause-caffé tra un bombardamento e l’altro. Non escludo che prossimamente si possano interrompere le guerre con i consigli per gli acquisti.
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Un allenatore completamente cieco, sordo e muto, un Lippi dei Miracoli, oppure troppo fedele alla consegna dell’omertà ambientale-mafiosa calcistica sull’omosessualità, dice (a Klaus Davi!) che non ha mai incontrato giocatori gay in quarant’anni di carriera. Forse perchè essi non girano in tacchetti a spillo sul campo, come dice deliziandoci Galatea.
Oppure perchè, mettendo i calciatori a fare i testimonials per le mutandine di Dolce & Gabbana, gay dichiarati, nessuno penserà che siano anche loro della partita, in quel senso. Chi meglio di un gruppetto di masculi a prova di bomba per una campagna gaia che più gaia non si può? Per la serie: tecniche avanzate di mascheramento sociale.

In attesa di conoscere le preferenze politiche e sessuali di Beckham (per il quale non metterei la mano sul fuoco, nel senso che non penso sia comunista), è un tripudio di interviste ai nuovi maîtres à penser in parastinchi.
Se Totti banalmente mette in dubbio la virtù e l’onestà dell’Inter, Buffon ci rivela che ammira Fini (ma va?) maanche Bertinotti e forse sulla guerra in Palestina dice cose più di sinistra di Fassino.
Per ultimo ‘o capitano Cannavaro, bello guaglione che, sfogandosi con Alfonso Signorini, se l’è presa con “Gomorra” il film, dicendo che, signora mia, “non giova all’immagine dell’Italia”.

Sono d’accordo. Per rappresentare i problemi della Campania di oggi, secondo la moda berlusconiana dell’ottimismo della volontà, era meglio mandare agli Oscar “Un posto al sole”.
L’unica attenuante che ha Cannavaro è il fatto che “Gomorra” sarà pure lo specchio della realtà di Scampia, una denuncia della camorra eccetera ma a me è parsa una pizza tanta. Saranno stati l’obbligo dei sottotitoli e la maledetta presa diretta mania del cinema italiano che non fa capire una michia tanta dei dialoghi e l’eccessiva lunghezza ma io l’ho trovato pesante (e non per l’argomento) come i pizzoccheri della Valtellina e continuo a pensare che sia meglio il libro. Magari un giorno di questi, con un paio di Red Bull in corpo me lo rivedo e provo a ricredermi.

***
Questi qui non sono più fascisti, girano in kippah perchè sono i migliori amici diegli ebrei e di Israele, dopo aver gettato alle ortiche i vecchi numeri de “La Difesa della Razza” dove scriveva Almirante, il segretario del partito della loro gioventù.
Però quando si parla di Salò, cioè del lato peggiore del fascismo, quello demussolinizzato e più filonazista che mai, è più forte di loro e non riescono proprio a trattenerlo, il vento revanscista.
Ultimamente il meteorismo è sempre più fastidioso ed imbarazzante.

In quello che potremmo definire il Lodo Tarallucci, un manipolo di parlamentari del PDL vuole istituire l’Ordine del Tricolore, con tanto di medaglia e vitalizio per tutti coloro che combatterono nell’ultima guerra, soprattutto i repubblichini. Dice che erano ragazzi, che lo fecero per idealismo. I comunisti partono sempre da un orrendo complotto per sovvertire il mondo, premeditano; i fascisti invece sono dei romantici, ça va sans dire.
Resta da spiegare come si possono conciliare l’atlantismo ed il filosionismo a braghe calate di oggi con l’antisemitismo e la “lotta contro l’invasore americano” di allora. Attendiamo fiduciosi l’illuminazione.

***

A Gaza sono state introdotte le pause-caffé tra un bombardamento e l’altro. Non escludo che prossimamente si possano interrompere le guerre con i consigli per gli acquisti.
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E’ vero, il nostro è un paese magico ma proprio nel senso della magia, della prestidigitazione, dell’illusione. La grandezza del prestigio è che mentre tu guardi attento il mago muovere le mani, lui ti inganna e il coniglio salta fuori da dove meno te l’aspetti. Oppure scompare, oplà, sparito. Con il pubblico che si spella le mani ad applaudire.

In questo paese scompaiono le manifestazioni. Basta che il ministro del lavoro dica in TV: “è stata un fallimento, non c’è andato nessuno” e lo sciopero generale, puf! sparito. Le istanze di migliaia di persone scese in piazza in un pomeriggio di pioggia finiscono dentro una cassapanca a doppio fondo. Meraviglia!
Un gran merito ce l’hanno senza dubbio i compari del mago, coloro che gli tengono bordone e fingono di essere imparziali, comprese quelle graziose assistenti che leggono le notizie sbattendo le ciglia e che, grazie alle generose scollature, contribuiscono alla riuscita del prestigio, distraendo chi vorrebbe smascherarlo.

Uno dei prestigi più soprendenti del nostro paese è quello di far scomparire il pudore e la vergogna. Il presdelcons insulta impunemente un avversario politico ed i suoi elettori e simpatizzanti, definendo “un’abiezione morale” votare per Antonio Di Pietro. Ed io che credevo che abiezione volesse significare il vivere nel vizio, nella perversione e nella disonestà. Per esempio vivere in funzione dell’arricchimento, vivere nell’inganno e nell’ipocrisia. Ebbene, siamo talmente distratti dal grande prestigio del fiume Tevere che, puf! la vergogna sparisce sotto i colpi della bacchetta del mago e non si sa se mai riapparirà, un giorno.

In questo paese anche la sacralità della famiglia è un immenso gioco di prestigio, uno dei più facili da realizzare. Non occorre essere David Copperfield o Houdini, basta avere tanti soldi e molta faccia tosta. Se per i comuni mortali a volte la Chiesa parla con preoccupazione di famiglia allargata, in quest’ultimo caso partorito dalla cronaca rosa (in tutti i sensi) parlerei di famiglia allagata, anche in omaggio alle piene di questi giorni.
Prestigio è avere, al matrimonio della figlia del mago, la moglie 1 e la moglie 2, i figli di primo e secondo letto, le fidanzate di copertura, i conviventi, gli ex di lei e di lui, gli amanti, i figli nati in stato di concubinaggio (una volta li avrebbero definiti bastardi, ohibò che orrore!) senza che nemmeno un chierichetto abbia qualcosa da ridire. Una grande tracimazione di acqua benedetta e amen.
Eh si, quelli che con un bel matrimonio passa tutto, anche la gaiezza. Per i gay il matrimonio del resto non è che un falso problema. Basta sposare una donna.


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E’ vero, il nostro è un paese magico ma proprio nel senso della magia, della prestidigitazione, dell’illusione. La grandezza del prestigio è che mentre tu guardi attento il mago muovere le mani, lui ti inganna e il coniglio salta fuori da dove meno te l’aspetti. Oppure scompare, oplà, sparito. Con il pubblico che si spella le mani ad applaudire.

In questo paese scompaiono le manifestazioni. Basta che il ministro del lavoro dica in TV: “è stata un fallimento, non c’è andato nessuno” e lo sciopero generale, puf! sparito. Le istanze di migliaia di persone scese in piazza in un pomeriggio di pioggia finiscono dentro una cassapanca a doppio fondo. Meraviglia!
Un gran merito ce l’hanno senza dubbio i compari del mago, coloro che gli tengono bordone e fingono di essere imparziali, comprese quelle graziose assistenti che leggono le notizie sbattendo le ciglia e che, grazie alle generose scollature, contribuiscono alla riuscita del prestigio, distraendo chi vorrebbe smascherarlo.

Uno dei prestigi più soprendenti del nostro paese è quello di far scomparire il pudore e la vergogna. Il presdelcons insulta impunemente un avversario politico ed i suoi elettori e simpatizzanti, definendo “un’abiezione morale” votare per Antonio Di Pietro. Ed io che credevo che abiezione volesse significare il vivere nel vizio, nella perversione e nella disonestà. Per esempio vivere in funzione dell’arricchimento, vivere nell’inganno e nell’ipocrisia. Ebbene, siamo talmente distratti dal grande prestigio del fiume Tevere che, puf! la vergogna sparisce sotto i colpi della bacchetta del mago e non si sa se mai riapparirà, un giorno.

In questo paese anche la sacralità della famiglia è un immenso gioco di prestigio, uno dei più facili da realizzare. Non occorre essere David Copperfield o Houdini, basta avere tanti soldi e molta faccia tosta. Se per i comuni mortali a volte la Chiesa parla con preoccupazione di famiglia allargata, in quest’ultimo caso partorito dalla cronaca rosa (in tutti i sensi) parlerei di famiglia allagata, anche in omaggio alle piene di questi giorni.
Prestigio è avere, al matrimonio della figlia del mago, la moglie 1 e la moglie 2, i figli di primo e secondo letto, le fidanzate di copertura, i conviventi, gli ex di lei e di lui, gli amanti, i figli nati in stato di concubinaggio (una volta li avrebbero definiti bastardi, ohibò che orrore!) senza che nemmeno un chierichetto abbia qualcosa da ridire. Una grande tracimazione di acqua benedetta e amen.
Eh si, quelli che con un bel matrimonio passa tutto, anche la gaiezza. Per i gay il matrimonio del resto non è che un falso problema. Basta sposare una donna.


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E’ vero, il nostro è un paese magico ma proprio nel senso della magia, della prestidigitazione, dell’illusione. La grandezza del prestigio è che mentre tu guardi attento il mago muovere le mani, lui ti inganna e il coniglio salta fuori da dove meno te l’aspetti. Oppure scompare, oplà, sparito. Con il pubblico che si spella le mani ad applaudire.

In questo paese scompaiono le manifestazioni. Basta che il ministro del lavoro dica in TV: “è stata un fallimento, non c’è andato nessuno” e lo sciopero generale, puf! sparito. Le istanze di migliaia di persone scese in piazza in un pomeriggio di pioggia finiscono dentro una cassapanca a doppio fondo. Meraviglia!
Un gran merito ce l’hanno senza dubbio i compari del mago, coloro che gli tengono bordone e fingono di essere imparziali, comprese quelle graziose assistenti che leggono le notizie sbattendo le ciglia e che, grazie alle generose scollature, contribuiscono alla riuscita del prestigio, distraendo chi vorrebbe smascherarlo.

Uno dei prestigi più soprendenti del nostro paese è quello di far scomparire il pudore e la vergogna. Il presdelcons insulta impunemente un avversario politico ed i suoi elettori e simpatizzanti, definendo “un’abiezione morale” votare per Antonio Di Pietro. Ed io che credevo che abiezione volesse significare il vivere nel vizio, nella perversione e nella disonestà. Per esempio vivere in funzione dell’arricchimento, vivere nell’inganno e nell’ipocrisia. Ebbene, siamo talmente distratti dal grande prestigio del fiume Tevere che, puf! la vergogna sparisce sotto i colpi della bacchetta del mago e non si sa se mai riapparirà, un giorno.

In questo paese anche la sacralità della famiglia è un immenso gioco di prestigio, uno dei più facili da realizzare. Non occorre essere David Copperfield o Houdini, basta avere tanti soldi e molta faccia tosta. Se per i comuni mortali a volte la Chiesa parla con preoccupazione di famiglia allargata, in quest’ultimo caso partorito dalla cronaca rosa (in tutti i sensi) parlerei di famiglia allagata, anche in omaggio alle piene di questi giorni.
Prestigio è avere, al matrimonio della figlia del mago, la moglie 1 e la moglie 2, i figli di primo e secondo letto, le fidanzate di copertura, i conviventi, gli ex di lei e di lui, gli amanti, i figli nati in stato di concubinaggio (una volta li avrebbero definiti bastardi, ohibò che orrore!) senza che nemmeno un chierichetto abbia qualcosa da ridire. Una grande tracimazione di acqua benedetta e amen.
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Eh no, adesso come risarcimento vogliamo “Querelle de Brest”, il capolavoro maledetto di Fassbinder, su Raiuno in prima serata e in versione uncut, con Brad Davis in tutto il suo splendore. Con Fabrizio del Noce versione Alex De Large, legato alla sedia e con i divaricatori alle palpebre, obbligato ad assistere a tutto, compresa la sodomizzazione di Querelle. Così imparano, i bacchettoni della Rai.
Io mi rifiuto da anni di vedere film in TV tranciati con la motosega ma immagino cosa potranno aver capito gli spettatori che lo vedevano per la prima volta del film “Brokeback Mountain” evirato delle scene che fanno capire la vera natura del rapporto tra i due protagonisti.
Io vidi il film l’anno scorso e non mi entusiasmò più di tanto. Più avanti spiego perchè.
Sostituendomi al servizio pubblico, visto che la RAI ha tagliato i fondamentali, ricapitolo la trama per gli ignoranti (in senso buono, che ignorano), aggiungendo la descrizione delle scene tagliate.

Due rudi cowboy si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi, complici la natura e la bellezza dei due, che succede? (scena tagliata: Ennis va al sodo con Jack, e lo fa suo piuttosto sbrigativamente. La scena è doverosamente brutale, visto che non stiamo guardando Candy Candy, ma non si vede assolutamente niente al di sotto del busto.)

Ennis è uno di quelli che, dopo essersi abbuffati, si fanno venire la nausea al momento del conto. E’ evidente che l’altro, Jack Twist, quello innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all’amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai. Che abbia studiato dai preti?
Tornato all’ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti. (Chissà se hanno tagliato anche la scena dove il maritino rigira la mogliettina alla maniera delle pecorine di montagna?)

Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. (Questa è una delle scene più belle del film, che mi dicono avere tagliato di netto. Un bacio appassionato e molto realistico tra Heath e Jake.) Tagliando il bacio non si sarà capito il perchè della faccia della moglie, immagino. Sarà diventato un momento surreale alla Buñuel.

Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent’anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack però è sempre rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro, ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall’altro tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell’ipocrisia del “toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca”. Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.

Come da manuale hollywoodiano, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, le lacrime da coccodrillo e la camicia dell’amato che diventa la reliquia dell’amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro. Un momentino trash, se vogliamo.

Il film a suo tempo mi ha deluso, come dicevo, perchè è piuttosto lento, noiosetto e scontato, con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli. E poi soprattutto perchè in fondo fa il gioco di chi vuole colpevolizzare l’omosessualità.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo “Thelma e Louise,” con Ennis e Jack che lasciano le rispettive stronzissime mogli con un “hasta la vista baby” e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città, trombando beati come ricci. Con un finale dove, passando dalla Spagna, si sposano e invecchiano felici finchè uno non muore nelle braccia dell’altro.

Ora pensate. Hanno preso un film che non premia la gaiezza ma la rende scelta tragica come sempre e dove chi ama muore e se ne sono fatti spavento. Hanno temuto che qualche vero maschio italico potesse deviare dalla retta vita della gnocca e potesse bagnarsi in sogno pensando a Heath e Jake. Hanno chiamato Facciadicuoio e lo hanno fatto divertire con la motosega. Come sempre si considera più accettabile la violenza della censura della forza rivoluzionaria del sesso.


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Io mi rifiuto da anni di vedere film in TV tranciati con la motosega ma immagino cosa potranno aver capito gli spettatori che lo vedevano per la prima volta del film “Brokeback Mountain” evirato delle scene che fanno capire la vera natura del rapporto tra i due protagonisti.
Io vidi il film l’anno scorso e non mi entusiasmò più di tanto. Più avanti spiego perchè.
Sostituendomi al servizio pubblico, visto che la RAI ha tagliato i fondamentali, ricapitolo la trama per gli ignoranti (in senso buono, che ignorano), aggiungendo la descrizione delle scene tagliate.

Due rudi cowboy si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi, complici la natura e la bellezza dei due, che succede? (scena tagliata: Ennis va al sodo con Jack, e lo fa suo piuttosto sbrigativamente. La scena è doverosamente brutale, visto che non stiamo guardando Candy Candy, ma non si vede assolutamente niente al di sotto del busto.)

Ennis è uno di quelli che, dopo essersi abbuffati, si fanno venire la nausea al momento del conto. E’ evidente che l’altro, Jack Twist, quello innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all’amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai. Che abbia studiato dai preti?
Tornato all’ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti. (Chissà se hanno tagliato anche la scena dove il maritino rigira la mogliettina alla maniera delle pecorine di montagna?)

Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. (Questa è una delle scene più belle del film, che mi dicono avere tagliato di netto. Un bacio appassionato e molto realistico tra Heath e Jake.) Tagliando il bacio non si sarà capito il perchè della faccia della moglie, immagino. Sarà diventato un momento surreale alla Buñuel.

Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent’anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack però è sempre rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro, ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall’altro tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell’ipocrisia del “toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca”. Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.

Come da manuale hollywoodiano, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, le lacrime da coccodrillo e la camicia dell’amato che diventa la reliquia dell’amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro. Un momentino trash, se vogliamo.

Il film a suo tempo mi ha deluso, come dicevo, perchè è piuttosto lento, noiosetto e scontato, con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli. E poi soprattutto perchè in fondo fa il gioco di chi vuole colpevolizzare l’omosessualità.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo “Thelma e Louise,” con Ennis e Jack che lasciano le rispettive stronzissime mogli con un “hasta la vista baby” e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città, trombando beati come ricci. Con un finale dove, passando dalla Spagna, si sposano e invecchiano felici finchè uno non muore nelle braccia dell’altro.

Ora pensate. Hanno preso un film che non premia la gaiezza ma la rende scelta tragica come sempre e dove chi ama muore e se ne sono fatti spavento. Hanno temuto che qualche vero maschio italico potesse deviare dalla retta vita della gnocca e potesse bagnarsi in sogno pensando a Heath e Jake. Hanno chiamato Facciadicuoio e lo hanno fatto divertire con la motosega. Come sempre si considera più accettabile la violenza della censura della forza rivoluzionaria del sesso.


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Eh no, adesso come risarcimento vogliamo “Querelle de Brest”, il capolavoro maledetto di Fassbinder, su Raiuno in prima serata e in versione uncut, con Brad Davis in tutto il suo splendore. Con Fabrizio del Noce versione Alex De Large, legato alla sedia e con i divaricatori alle palpebre, obbligato ad assistere a tutto, compresa la sodomizzazione di Querelle. Così imparano, i bacchettoni della Rai.
Io mi rifiuto da anni di vedere film in TV tranciati con la motosega ma immagino cosa potranno aver capito gli spettatori che lo vedevano per la prima volta del film “Brokeback Mountain” evirato delle scene che fanno capire la vera natura del rapporto tra i due protagonisti.
Io vidi il film l’anno scorso e non mi entusiasmò più di tanto. Più avanti spiego perchè.
Sostituendomi al servizio pubblico, visto che la RAI ha tagliato i fondamentali, ricapitolo la trama per gli ignoranti (in senso buono, che ignorano), aggiungendo la descrizione delle scene tagliate.

Due rudi cowboy si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi, complici la natura e la bellezza dei due, che succede? (scena tagliata: Ennis va al sodo con Jack, e lo fa suo piuttosto sbrigativamente. La scena è doverosamente brutale, visto che non stiamo guardando Candy Candy, ma non si vede assolutamente niente al di sotto del busto.)

Ennis è uno di quelli che, dopo essersi abbuffati, si fanno venire la nausea al momento del conto. E’ evidente che l’altro, Jack Twist, quello innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all’amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai. Che abbia studiato dai preti?
Tornato all’ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti. (Chissà se hanno tagliato anche la scena dove il maritino rigira la mogliettina alla maniera delle pecorine di montagna?)

Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. (Questa è una delle scene più belle del film, che mi dicono avere tagliato di netto. Un bacio appassionato e molto realistico tra Heath e Jake.) Tagliando il bacio non si sarà capito il perchè della faccia della moglie, immagino. Sarà diventato un momento surreale alla Buñuel.

Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent’anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack però è sempre rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro, ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall’altro tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell’ipocrisia del “toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca”. Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.

Come da manuale hollywoodiano, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, le lacrime da coccodrillo e la camicia dell’amato che diventa la reliquia dell’amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro. Un momentino trash, se vogliamo.

Il film a suo tempo mi ha deluso, come dicevo, perchè è piuttosto lento, noiosetto e scontato, con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli. E poi soprattutto perchè in fondo fa il gioco di chi vuole colpevolizzare l’omosessualità.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo “Thelma e Louise,” con Ennis e Jack che lasciano le rispettive stronzissime mogli con un “hasta la vista baby” e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città, trombando beati come ricci. Con un finale dove, passando dalla Spagna, si sposano e invecchiano felici finchè uno non muore nelle braccia dell’altro.

Ora pensate. Hanno preso un film che non premia la gaiezza ma la rende scelta tragica come sempre e dove chi ama muore e se ne sono fatti spavento. Hanno temuto che qualche vero maschio italico potesse deviare dalla retta vita della gnocca e potesse bagnarsi in sogno pensando a Heath e Jake. Hanno chiamato Facciadicuoio e lo hanno fatto divertire con la motosega. Come sempre si considera più accettabile la violenza della censura della forza rivoluzionaria del sesso.


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