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A leggere l’encomiabile inchiesta di Fabrizio Gatti sulle condizioni igieniche del Policlinico Umberto I di Roma, dove lui si è confuso tra il personale delle pulizie (si fa per dire) per un mese, registrando orrori ben peggiori di quelli descritti da Lars Von Trier in “The Kingdom”, vengono i brividi, è vero.

Tra le perle dell’inchiesta, corredata da foto eloquenti che valgono più di mille parole, troviamo le sostanze radioattive incustodite – e poi si parla tanto di terrorismo biologico, i frigoriferi aperti con le fialette contenenti bacilli e virus pericolosi alla portata di tutti (questa è vera democrazia! Mica come quelli del CDC di Atlanta che tengono tutto sotto chiave), le cacche di cane così decorative da essere lasciate per giorni nei corridoi dove passano i pazienti, ovvero i malati.

Soprattutto, ciò che fa più schifo vedere e sentire descritto è l’atteggiamento di quella categoria della quale facevo parte pure io fino a qualche mese fa, i fumatori.
Signori, diciamolo una volta per tutte, i fumatori sono degli incivili. Se qualcuno di loro riesce ad essere un minimo rispettoso della salute altrui, andando a fumare in disparte e all’esterno, quelli descritti da Gatti sono dei criminali. Fumare nei pressi di un reparto di pediatria, con il fumo che ristagna e impregna i locali dove ci sono dei bambini malati, come me lo definireste?
Dice che loro sono in pausa e devono fumare. Ma per favore, ci si può liberare dalla merda che ci intossica i polmoni in pochi giorni, basta un po’ di buona volontà. Che cazzo, non è mica eroina. Su cento fumatori ce ne sono 60 che possono smettere subito perché in realtà a loro non è mai piaciuto veramente fumare. Per i rimanenti incalliti – che in realtà sono affetti da un delirio di autodistruzione che andrebbe analizzato a parte, e che si attaccano alla nicotina perché è la droga più disponibile sul mercato, offriamo loro degli incentivi, sconti sulle tasse, viaggi premio, mignotte di alta classe, ma che smettano, perdìo. Si, adesso ditemi che devo farmi i cazzi miei e che parlo così perché sono diventata la classica stronza che ha smesso.
Potete immaginare una cosa più folle che essere malati gravi di cuore e continuare a fumare? Nel reparto dove è ricoverata mia madre, Cardiologia, ad un passo dalla Terapia intensiva coronarica, l’altro giorno hanno beccato una paziente che andava a fumare in bagno e le infermiere le hanno fatto giustamente un cazziatone.

A parte il problema del fumo, ho letto diversi post nei quali l’inchiesta di Gatti viene interpretata come una denuncia dei dissesti della Sanità pubblica. Io mi permetto di analizzare il problema da un altro punto di vista.

Nella mia regione, la rossa Emilia Romagna, ho trovato quasi sempre situazioni di grande efficienza e pulizia. Ho detto quasi perché mi ricordo padelle non svuotate per ore nel cesso dell’Ospedale “S. Giorgio” di Cervia, o un coso per reggere le flebo che doveva essere quello descritto da Hemingway in “Addio alle Armi” al “S. Orsola” di Bologna, menefreghismo e arroganza del personale di un paio di cliniche private.
Dell’ospedale della mia città, Faenza, non posso che dire bene. Si fa fatica a girare per i corridoi perché bisogna scansare le moldave che ti cacciano lo spazzettone tra i piedi ad ogni ora del giorno. I bagni sono pulitissimi, che ci potresti mangiare dentro. Il vitto è abbondante e buono. A Natale c’era anche il pandoro, la minestra ripiena e i cioccolatini. Le infermiere sono premurose, soprattutto con gli anziani e se sei gentile e paziente con loro si fanno letteralmente in quattro. Si viene chiamati per nome, in reparto ci sono piante, l’albero di Natale e il presepe, c’è un’atmosfera di famiglia.

Da cosa dipende quest’ottima qualità del servizio? Sicuramente da persone abili che gestiscono la baracca, ma credo anche dal fatto che la Sanità pubblica siamo noi, e se le cose vanno male, gira che ti rigira è perché noi portiamo i nostri difetti all’interno degli ospedali.
Se il tessuto sociale attorno a noi è mafioso, anche la sanità sarà mafiosa; se la cultura locale rispetta l’anziano, anche in ospedale ci sarà lo stesso rispetto. Se il mio stile di vita è il laissez-faire (ovvero il chemmefrega) non meravigliamoci delle cacche per terra e del fumatore che appesta il piccolo paziente. Medici, infermieri, dirigenti, inservienti e pazienti siamo noi, non una razza aliena venuta a colonizzarci.
Ci vuole controllo, e qui fanno bene i vari ministri competenti a inviare ispezioni e all’occorrenza menare di brutto, ma dobbiamo soprattutto cambiare noi. La Sanità è un bene comune e dipende da noi se farla funzionare bene o no.

Ad ogni modo, grazie Fabrizio per averci ricordato quanto noi italiani possiamo essere zozzoni. E adesso fateci il telefilm, “Dr. Monnezza”.

Per una volta voglio segnalare un caso di buona sanità. Voglio testimoniare la bravura e la gentilezza dei medici e degli infermieri del Pronto Soccorso che ieri hanno prestato le prime cure alla mia mamma che ha avuto un grave malore. Ho apprezzato anche la delicatezza con la quale mi hanno accolto al mio arrivo e il modo in cui mi hanno informato delle sue condizioni.

Non mi meraviglio perchè vivo in una realtà ancora umana, in un tessuto sociale rimasto tutto sommato contadino dove vige il culto dell’anziano ma mi è venuto da chiedermi cosa sarebbe accaduto se mia mamma, invece di sentirsi male per strada qui in questa piccola città romagnola, dove è stata soccorsa immediatamente da tante persone che hanno avvertito il 118 e noi parenti, si fosse accasciata in una via trafficata di una grande metropoli. Mi è tornato in mente il film “Collateral”, dove Tom Cruise racconta a Jamie Foxx di quel tizio che si sentì male in metropolitana e rimase lì, ormai senza vita, al suo posto, girando tutto il giorno avanti e indietro di fermata in fermata senza che nessuno gli prestasse aiuto.
Per fortuna, nella nostra disastrata Italia, abbiamo ancora questo immenso patrimonio di umanità e di solidarietà che dobbiamo difendere a tutti i costi e che non deve essere paralizzato dalla paura dell’altro, dell’estraneo e infettato dal morbo del “farsi i cavoli propri”.
Esiste la mala sanità ma anche il suo contrario, esistono egoisti, menefreghisti e spaccamaroni ma anche tante brave persone che ti aiutano nel momento del bisogno. Forse esistono anche gli angeli e io ho voluto testimoniarlo. Grazie.

Non si ride degli anziani che cadono, razza di bulletti del Tubo, vergogna!
Cosa c’è da ridere se il Cavalier Berlusconi s’è inteso male? E anche Ghezzi… basta infierire con le blobbate al TG3 sul discorso che si inceppa, sull’eloquio che scema, e il sensorio che si ottenebra. E’ successo a tutti di svenire checcazz.., non è mica un divertimento.
C’è una cosa da dire però. Anche se Scapagnini lo illude di essere immortale – ogni grande uomo ha al suo orecchio sinistro un medico suadente che gli racconta una quintalata abbondante di balle a un tanto al chilo, Silvio ha una certa età.
In “Viale del Tramonto” William Holden apostrofa la vecchia diva del muto Norma Desmond con una famosa battuta: “Non c’è niente di male ad avere cinquant’anni, se non se ne vogliono avere per forza venti”.
Ecco, Berlusconi dovrebbe capire che deve riguardarsi, dato che di primavere ne ha settanta, sull’illustre schiena (non mi permetterei mai di chiamarlo groppone).

Ho letto che alcuni malevoli hanno dato la colpa a Venere del malore, altri hanno persino insinuato che sia stato un coup de théatre, insomma una finta, come il miglior Inzaghi in area di rigore.
Vergogna, e ancora vergogna. Forse avete visto quel film americano, “Bob Roberts”, di quel sovversivo di Tim Robbins, che racconta di un politico piuttosto corsaro che, trovandosi nelle canne per problemi giudiziari, organizza un finto attentato per catturare le simpatie degli elettori? Avete pensato alle accuse di brogli e avete fatto due più due quattro. Vi siete chiesti come mai si abbarbicasse tanto al palchetto e avete notato l’occhio ancora aperto. Ma bravi. Sempre a fare insinuazioni cattive.

Ora però dobbiamo essere tutti contenti che sta bene, che ha fatto la battuta sulla barba talebana del medico accorso al suo fianco – quanto è simpatico! – che ha chiesto cosa c’era per cena al S. Raffaele – dove non servono sushi, per fortuna e che sta facendo i soliti esami di routine che gli anziani devono fare in questi casi: reidratazione, esami del sangue, una TAC ecc.
So per certo che i dipendenti simpatizzanti di Forza Italia lo stanno seguendo con grande dedizione, nonostante i colleghi comunisti che remano contro.

Pare inoltre che il fido Apicella stia approntando la cover di un famoso successo, da dedicare all’illustre svenuto. In esclusiva per voi la prima strofa.

“San Raffaé”

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son infermiero del San Raffaè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a questo ospedale dall ’83
e al centesimo pateracchio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al piano centrale
c’è un uomo geniale che parla co’ mme.

Tutto il giorno con quattro dottori
insolenti, marpioni, cornuti e lacchè
tutte ll’ore co’ ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’ ‘a piglia co’ mme
ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o ggiurnale
sto con Silvio al San Raffaè
mi spiega che penso e bevimm’ ‘o ccafè.
Ah, che bellu ccafè
sulo ad Arcore ‘o sanno fà
co’ ‘a recetta ch’a Don Pecorella
compagno a Mastella ci ha dato mammà …

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