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A Firenze, un uomo da due giorni vive su un albero per protestare contro l’abbattimento delle piante necessario per la realizzazione di una tramvia. Sembra una notizia da niente ma mi ha colpito perché anch’io forse avrei fatto la stessa cosa. Tagliare un albero, cosa vuoi che sia?
Quante volte sentiamo i nostri vicini di casa che si lamentano perché le piante “portano via luce”, “fanno sporco e le foglie bisogna raccoglierle”.
Per me tagliare un albero è come uccidere un essere umano o un animale. Ci vuole forse una particolare sensibilità per rispettare un albero? Se però tutti imparassimo a considerarli esseri viventi, rispettare la Natura nel suo insieme sarebbe forse più facile. E’ che siamo così insopportabilmente antropocentrici. Il tram serve a noi per spostarci, fanculo gli alberi e i barbalberi.

Venerdì mattina, a Sesto in Val Pusteria, 60.000 metri cubi di roccia dolomitica si sono staccati dalla Cima Uno (2.598 metri), ricoprendo di polvere millenaria impalpabile la Val Fiscalina, creando una Ground Zero per fortuna senza vittime.
La mancanza di vittime umane ha fatto immediatamente uscire dalle prime pagine questo evento, che è solo l’ultimo di una lunga catena di crolli e dissesti avvenuti in quella zona del mondo negli ultimi quindici anni, come si legge in questo articolo di Paolo Rumiz:

“In quindici anni è venuto giù di tutto: la cresta dell’Hoernli sul Cervino, il ghiacciaio della Est del Rosa e del Mont Blanc de Tacul, mezzo Monte Nero sulla Presanella. Sulle Dolomiti sono crollati pezzi del Vajolett sul Catinaccio, del Pomagagnon e delle Cinque Torri sopra Cortina; è franata forcella Ciampei, e con lei lo strapiombo sopra il rifugio Tuckett nel gruppo del Brenta. E poi il Piccolo e il Grande Cir, la Cima Uomo sulla Marmolada, la Cima Dodici e la Cima di Canssles sulle Odle, regno di Reinhold Messner. Per non parlare della Est dell’Eiger, l’Orco malfamato delle Alpi Bernesi, che sta in bilico con due milioni di metri cubi di roccia. Trenta volte la Cima Una.”

Perché allora ci si affanna ad intervistare esperti che sostengono che “è un fenomeno normale e non c’è da preoccuparsi”? Normale forse nell’arco dei millenni ma non se le montagne cadono a pezzi nel giro di pochi anni.

L’estate scorsa ho visitato il Museo di Bolzano che ospita i resti dell’Uomo di Similaun. Quest’uomo è rimasto sepolto nel ghiaccio per 5000 anni. E’ una mummia umida, il che vuol dire che se si alzasse la temperatura dell’ambiente che lo ospita inizierebbe subito a decomporsi. Per questo riposa dentro un avveniristico frigorifero dotato di sistemi di allarme e di controllo del clima.
Mi chiedo, da allora, come è stato possibile che in 5000 anni il ghiaccio che lo ricopriva non si sia mai sciolto al punto da farlo marcire? Evidentemente l’ecoclima della zona è rimasto pressochè inalterato per tutto quel tempo, fino a quando è iniziato lo scongelamento che ha permesso il ritrovamento della mummia nel 1991.

Nel 2003, anno della più grande calura estiva degli ultimi decenni, durante le mie escursioni in montagna notavo dei cartelli che avvertivano di non toccare eventuali reperti bellici riaffiorati dai ghiacci disciolti. Molte salme di caduti della Prima Guerra Mondiale sono state ritrovate in quel periodo. Mi meraviglio che nessuno scrittore alla Stephen King abbia ancora avuto l’idea per un romanzo dove il virus dell’influenza Spagnola riaffiora dai morti del 1918 e causa una pandemia catastrofica.

Tra un due di picche Al Gore che vince il Premio Nobel per la Pace per un documentariuccio sull’ambiente e un’amministrazione americana che ogni volta che le si ricordano gli impegni di Kyoto fanculeggia il resto del mondo qual è la speranza per il futuro?
Ben poca se l’Impero non si assume l’unica responsabilità morale che gli competerebbe, la difesa ad oltranza dell’ambiente, dell’unico mondo che abbiamo.
Quanti segnali, quanti 11 settembre ambientali abbiamo visto verificarsi negli ultimi anni e quante volte abbiamo scelto di ignorarli? Sempre. La cosa tragica è che cadono nel dimenticatoio anche le catastrofi da migliaia di morti, non solo quelle a costo umano zero.

Chi parla più della colossale nube tossica che ricoprirebbe l’Asia, tendendo a spostarsi sempre più verso l’Europa? Si è dissolta oppure è sempre lì a minacciare la nostra salute? Ci ricordiamo più della bella New Orleans e della devastazione provocata dall’uragano Katrina o dello tsunami catastrofico che, sempre nel 2005, ci fece andare per traverso il panettone mentre migliaia di persone morivano?
Chi si interessa delle conseguenze a medio e lungo termine della sistematica contaminazione da uranio impoverito degli ultimi teatri di guerra, dai Balcani alla Mesopotamia? Solo qualche famigliare di militare colpito da cancro che ha la costanza di rompere i coglioni ai media ogni giorno per farsi ascoltare. I bambini nati con atroci deformità in Iraq non interessano a nessuno, figuriamoci a coloro che vorrebbero ripristinare il nucleare perché il business dei proiettili all’uranio impoverito non dobbiamo farcelo scappare.
Continuiamo a massacrare milioni di persone per accaparrarsi le ultime gocce di petrolio e l’unica alternativa che riusciamo a pensare è il nucleare, l’arma di Prometeo che ci piace tanto perché ci ha fatto simili a Dio con il fuoco distruggitore.

E’ un mondo di merda ma per colpa nostra, l’abbiamo cagata noi. Dovevamo rimanere i custodi di questo meraviglioso pianeta ma abbiamo cominciato a comportarci come se ne fossimo i padroni.
Continuiamo a credere in quella chimera che è la Crescita quando dovremmo impegnarci solo ed esclusivamente nella Decrescita. Il Titanic sta affondando ma i ricchi continuano a pensare che tanto per loro ci saranno le scialuppe di salvataggio e saranno solo quelli delle classi povere che affogheranno.
I segnali di una coscienza ambientalista ci sono ma mancano i suoi megafoni che, anzi, sono incaricati di minimizzare. Se un uomo si incatena ad un albero è un povero esaltato, le montagne crollano ma nessun turista è morto. Non è successo nulla.

Questo post è il mio contributo per il BlogActionDay 2007.


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Due anni di seguito non può essere un caso. Scegliere come luogo di vacanza la Val di Sole e vederla tramutarsi nella Val di Pioggia quattro giorni su sei, con gli indigeni che cominciano a guardarti male, devo ammetterlo, non è da tutti.
In questi casi di solito, per consolarti, ti dicono: “pensa allora a quelli che erano al mare”.
Sinceramente, che piova in montagna o al mare quando sei in vacanza e ti aspetti un po’ di bel tempo è una enorme, implacabile e continuata rottura di maroni.

Il tempo si è sistemato verso la fine della settimana ma di passeggiate lunghe non se n’è parlato. Il massimo della trasgressione è stata una mezza giornata su a 1800 su un prato tempestato di bovini che si sono fatti docilmente fotografare. Bello il contatto con la natura e gli animali ma dopo un po’, effettivamente, ti senti un pochino imbecille.

Se in montagna non fai passeggiate, che fai? Se sei in appartamento guardi la tv, giochi a carte, oppure esci lo stesso con l’ombrello per dedicarti allo shopping. Dopo aver fatto incetta di grappe e formaggi da portare agli amici e ciondolato negli unici centri commerciali disponibili per trovare i quali sei disposta a fare chilometri, e ti riduci perfino a fare uno squallido giro all’unico LIDL della vallata, non rimane che andare a mangiare.
Qui sono dolori perchè il cibo di montagna è pensato per riempire di calorie organismi stremati dal freddo invernale e anche d’estate in Agosto è difficile scansare l’onnipresente polenta e cervo o i leggerissimi “piatti del boscaiolo”, buoni ma terribili. Per la modica spesa di 16 euro ti portano un tagliere di legno che contiene tutte assieme le seguenti sostanze detonanti: crauti, polenta, formaggio di malga fuso, fagioli, wurstel e spezzatino di cervo. Facile immaginare le conseguenze a breve e lungo termine di una simile mistura di potenziali armi chimiche.

Un altro classico delle giornate di pioggia in vacanza è la deriva culturale con l’inevitabile visita al museo. Ci siamo fatti una cinquantina di chilometri per tornanti fino a Bolzano perchè ci è venuto l’uzzolo di andare a vedere Ötzi, l’Uomo di Similaun. Un’ora di fila fuori, per fortuna graziati dal sole appena spuntato dalle nuvole e otto euri di biglietto a cranio per ritrovarsi di fronte ad un enorme frigorifero con oblò dal quale è possibile sbirciare nella penombra, per meno di 15 secondi netti altrimenti quelli dietro ti menano, l’omarello rinsecchito da 5000 anni di mummificazione. Posso dirlo? Una delusione e tre quarti.
Si, bella la ricostruzione del berretto di Ötzi, della giubba di Ötzi, nella scarpa di Ötzi, dell’ascia, della faretra e di tutto l’armamentario che gli hanno trovato attorno sul ghiacciaio. Alla fine con Ötzi di qua e Ötzi di là, le tazze e il calendario con Ötzi e le gambe che ti fanno male per essere stata un’ora in piedi ne hai una borsa così.

Sono già tornata al duro lavoro ma non mi lamento. Forse, se la nuvola anomala di Lameduck si distrae e ritorna a seguire Fantozzi come da tradizione, il giorno di Ferragosto per me ci sarà il barbecue in campagna via dalla pazza folla e domenica me la passerò al mare a sbafo da una zia ricca che staziona in un hotel da 200 euro al dì. Hasta l’aragosta siempre!

Altro pezzo anni ’60 in omaggio, che i cinefili tarantiniani riconosceranno subito. Non c’entra un piffero nè con la montagna nè con le mummie ma ve lo propongo lo stesso perchè mi piace e poi mi fa impazzire l’uomo in primo piano che non sa dove tenere le mani. Provate voi ad avere una biondona che vi shakera il sederone a pochi centimetri dalle parti intime e a tenere i tentacoli a posto. Ma li avrà ascoltati poi Dick Dale & The Del-Tones?


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