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In fondo, sotto al maglioncino di cachemire, sono uguali. Due padroni.
Il più anziano, l’esecutore materiale del Piano di Rinascita, si ritiene insoddisfatto del potere da satrapo orientale che ha raccattato in decenni di sbattimento su ogni versante utile a farlo diventare un’edizione economica di uno statista, un ducetto tascabile.
Nonostante ciò ed alla dabbenaggine di elettori convinti, votandolo, di votare il male minore ( minore rispetto a cosa non è dato sapere) che lo hanno fatto diventare presidente del consiglio già troppe volte, è costretto a millantare un 68% di consenso che è cifra fasulla come l’ottone, fabbricata dalle sue amorevoli badanti sondaggiste che entrano a piedi uniti nel suo delirio. Il padroncino vorrebbe chissà, il 99,9 % periodico dei consensi ma, conoscendolo, possiamo dire che continuerebbe a lamentarsi di non avere potere.
Ora dice perfino che medita di lasciare, di andarsene. Noi non lo tratterremo di certo, specialmente se ci farà la garbatezza di portarsi dietro tutta la sua genìa famigliare per evitare tentazioni dinastiche. Francamente un PierSilvio 2 la vendetta non lo reggeremmo.

L’altro, il grande manager, il rianimatore di catene di montaggio comatose con la semplice imposizione delle mani, manda a dire che forse Pomigliano si può salvare, bontà sua, portando la produzione della Panda dalla Polonia alla Campania. Certo c’è da sbrigare prima una pura formalità: presentare una bozza di accordo-capestro ai sindacati, indire un referendum tra i lavoratori e pretendere almeno un plebiscito con oltre il 70 % di consensi, altrimenti non se ne fa nulla. Si torna a fare il culo ai polacchi.
Naturalmente si sapeva benissimo già dall’inizio che la FIOM avrebbe impedito il raggiungimento della percentuale richiesta dal maglioncino, visti i suoi numeri di rappresentanza in fabbrica.
A parte che ormai in questo paese le parole: discussione, dibattito, democrazia non sono più tollerate, sta passando definitivamente il messaggio che i sindacati devono giacere proni, alla pecorina, pronti a ricevere e possibilmente a muoversi un po’ così il padrone gode meglio e più in fretta. E se loro non godono ringrazino comunque per l’ombrellone conficcato nel didietro, che è meglio di niente. Lo sapete, no, il principio della zia ricca: “meglio lavorare a cinque euro all’ora in nero che non lavorare”.

A me tutta la faccenda Pomigliano, ovverosìa la pretesa del plebiscito, il chiedere apposta l’impossibile per non dover poi mantenere l’impegno, pare una sceneggiata in piena regola.
Così intanto si spaccano i sindacati ancora di più e si isola la CGIL (come Gelli comanda), e alla fine, vedrete se mi sbaglio, la Fiat andrà a pietire il solito aiuto di stato più o meno occulto, che farebbe fare al governo il beau geste di “salvare i posti di lavoro”. Siccome però gli aiuti di stato non sono più ammessi dall’Europa, per la Fiat la vedo grama. Stavolta forse gli investimenti per la “crescita” le toccherà tirarli fuori di tasca propria.

Intanto la domina di Confindustria, quella che la “crescita” la fa godere più del rabbit, dice che la crisi è passata, che si riparte. Abbiamo lasciato a terra i cadaveri di qualche milione di lavoratori, abbiamo la disoccupazione al 9,2% ma che volete che sia. Si era capito che lo scopo della crisi era tagliare i rami secchi, ovvero i lavoratori, per ottimizzare i profitti. “Ti licenzio”. “Ma perchè? Stiamo lavorando.” “C’è la crisi, signora mia”.

Questo è il capitalismo del ventunesimo secolo. Una robina marcia totalmente incapace di creare benessere generalizzato ma capace solo di combinare affari, accumulare capitale, distogliere risorse dal concreto per andarsele a giocare nel virtuale della Borsa-Casinò.

Su, dite che ci avevate creduto.
Stava solo scherzando. La crescita a Pomigliano? Sorridi, sei su scherzi a Panda.

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