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Ci racconteranno una storia:
“C’era una volta un ragazzo, troppo idealista e generoso, forse un po’ esaltato, che voleva fare il pacifista e aveva scelto di vivere a Gaza, per aiutare i palestinesi. Un brutto giorno fu rapito da islamici cattivi, anzi ancora più cattivi di quelli normalmente cattivi, che lo ammazzarono. Non bisogna mai fidarsi degli islamici e Gaza non è un buon posto per fare l’attivista, se a qualcuno venisse in mente di andarci.”
Per uno di quei presentimenti che non riesci a spiegarti, quando ieri sera è stata data la notizia del rapimento di Vittorio Arrigoni al telegiornale, ho capito che non ne sarebbe uscito vivo. Troppo brutta quell’immagine di un uomo malmenato, sanguinante e bendato, già sulla scaletta del patibolo, che non si aveva nemmeno interesse a mostrare in buona salute al fine di ottenere il cosiddetto riscatto o contropartita. 
Ma quale contropartita,  la morte di Vittorio Arrigoni è stata un’esecuzione. Fare il pacifista in territorio di guerra è più pericoloso che andare a sminare. Ancora più pericoloso se sei l’unico che, nel silenzio omertoso e mafioso dell’Occidente, racconta ogni giorno ciò che succede a Gaza: assolutamente niente per la maggioranza dei media, un lento ma inesorabile massacro di uomini e dignità umana per quei pochi che ne erano testimoni come lui.
Vittorio, alias Vik o Utopia, dava fastidio. Non è un luogo comune. Come idealista e uomo di pace probabilmente dava fastidio a tutte le fazioni in lotta a causa della manifesta incompatibilità dell’idealismo con la politica. La sua invocazione preferita era “Restiamo umani”, titolo anche del suo libro. 
Era stato arrestato dagli israeliani quando, con la Freedom Flotilla, voleva portare aiuti e forzare il blocco imposto alla popolazione di Gaza dalle autorità israeliane. Addirittura era nell’elenco dei ricercati. Gli avevano sparato dalle motovedette in altre occasioni mentre era con i suoi amici pescatori, ma lui era rimasto a vivere a Gaza ed a testimoniare.
Oltre al blog Guerrilla Radio, sul quale scriveva regolarmente, lasciava le sue note giornaliere su Facebook. Era una di quelle tante voci che riescono a rendere il social network qualcosa di socialmente utile e perfino di rivoluzionario, spezzando la consegna del silenzio dei media ufficiali. 
Si può anche credere che una fazione estremista islamica lo abbia ucciso perché portava la corruzione morale occidentale a Gaza ma ci vuole una tale fede, come quella che necessita per credere ad Al Qaeda o ad altre incarnazioni del Male come il Diavolo, che io temo di non avere.
Sicuramente da delitti come questo la politica dei guerrafondai di ogni genere trae beneficio e ci sono morti che riescono ad accontentare entrambi i contendenti, nemmeno i due si fossero messi d’accordo.
Ecco un noioso pacifista di meno, una voce fuori dal coro che tacerà per sempre sui crimini di una parte e la corruzione dell’altra e, con l’occasione, ecco un po’ di odio rinfocolato per il nemico globale. Quel nemico islamico che, rassegnamoci, dovremo imparare ad odiare, anche a calci se necessario, per almeno altri trent’anni. 
Della morte di Vittorio siamo però colpevoli anche noi che non abbiamo avuto la voglia di riprendere le sue note, i suoi scritti, per aiutarlo a divulgarli amplificando la conoscenza. Ci siamo illusi per comodità che fosse al sicuro ma era invece un morto che camminava. Lo sapevamo ma abbiamo lasciato perdere. Lo abbiamo lasciato solo, ci siamo lasciati distrarre in massa dai bunga bunga e dalle faide mafiose che devono tenerci impegnati per non pensare all’infinita ingiustizia del mondo. 
Avremmo dovuto sapere che correva dei rischi ma forse per capire cosa è Gaza e cosa è la guerra, cosa è la realtà vista dagli occhi di chi soffre, bisogna proprio vederla con i propri occhi, altrimenti non ci credi. 
L’unico modo per far smettere ad Israele di fare il bimbetto viziato al quale, caso unico al mondo, è consentito attaccare paesi della Nato senza che la Nato abbia nulla da ridire, perchè la Imperial Mom lo permette, è che quel bell’uomo che sta alla Casa Bianca, oltre alla falla del Golfo del Messico, si convinca della necessità di chiudere il rubinetto che da decenni sottrae risorse agli Stati Uniti per deviarle verso un paese ultra-armato anche in senso atomico, prepotente, che tiene sotto apartheid un intero popolo, che fa strame delle leggi internazionali e che, francamente, ha già da tempo rotto i coglioni.
Oggi, per un’anomala e repentina accelerazione del fenomeno della deriva dei continenti, l’Italia si è allontanata ancora di più dall’America. Non vorrei esagerare ma la sensazione è che se Colombo dovesse partire oggi per terre assai luntane, troverebbe un enorme Catai che si frappone tra noi, paese sempre più miserabilmente condotto e il Nuovo Mondo, ormai “Altro” Mondo. Non sono migliaia di chilometri a dividerci ora, ma milioni di anni luce.
Mentre noi dovevamo sorbirci, a mo’ di olio di fegato di merluzzo, il purgante di un premier sempre più nano di statura morale a praticare il solito chiagni e fotti in televisione, okkupata perfino sulle reti del nemico Murdoch (che incassa il gettone) e si compiva l’ennesimo atto della tragedia di un uomo sempre più ridicolo, tra noi e l’America si apriva l’abisso.

Noi e gli americani; una partita finita oggi con la proverbiale fagiolata ai nostri danni. Noi con il dubbio di Kakà o non Kakà, nonostante l’olio di ricino; noi e Berlusconi, con le insopportabili parole armate d’odio ideologico di bassa lega da vecchio rancoroso rompicoglioni, che viene voglia di dirgli: “Ma con tutti i soldi e la figa che hai, che cazzo ti lamenti, cos’altro vuoi?”
Loro Obama, un presidente che oggi ha fatto la Storia all’ombra delle piramidi, pronunciando un discorso che parlava di pace in Medio Oriente, messo assieme con parole di una semplicità e chiarezza disarmanti. Senza, vivaddio, pronunciare la frase “i signori della sinistra” ad ogni piè sospinto.

Noi a trastullarci con le vicende di “AirPapi”, compagnia di giro di saltimbanchi aviotrasportati, loro con l’Air Force One che ha portato Obama in Egitto a dire cose che solo gli idioti fanatici non riconoscono come grandi verità: l’Islam non è il male ma lo è solo l’estremismo. L’Iran ha diritto al nucleare civile, come tutti i paesi, rispettando i trattati sulla non proliferazione atomica. Gli ebrei hanno sofferto pene indicibili ma ciò non giustifica l’oppressione ai danni dei palestinesi, che hanno diritto al loro stato. Gli israeliani devono smammare dagli insediamenti illegali (oplà!). La pace in Medio Oriente, in Palestina, è nell’interesse dell’America. L’America se ne andrà da Iraq e Afghanistan.

Ma era proprio il presidente degli Stati Uniti, a parlare, o una specie di Klaatu venuto da un altro mondo per dare l’ennesimo ultimatum alla Terra ? O fate la pace, terrestri di merda, o Gort, questo mio Golem moderno, vi distruggerà come scarafaggi.
Se Obama riuscirà veramente a convincere il mondo a seguirlo nel suo progetto di pacificazione dell’area mediorientale, sarà un miracolo e dovranno farlo santo.
Le cose che dice però non piacciono a chi ha governato l’impero fino all’anno scorso, non dobbiamo nascondercelo.
Ogni tanto qualche segnalino i neocon lo mandano, come il pesce incartato che si usa tra le ‘ndrine calabresi.
Basti pensare alla pagliacciata del morto vivente Osama Bin Laden che viene tirato fuori dalla bara come spauracchio ogni volta che per l’Islam si mette meno male del solito. Osama che manda pizzini alla nuora sperando che suocera intenda.

Noi dovremmo essere così dolci di sale da credere che, appena si parla di dare la terra ai palestinesi, sono gli islamici cattivi, questi giostrai degli autoscontri tra civiltà che vi si oppongono e scatenano il terrorismo. Ma certo. Ricordo perfettamente che persino Bush aveva promesso di risolvere il problema palestinese entro il 2002. Lo disse poco prima dell’11 settembre 2001.
Magari Obama, tra un miracolo e l’altro, potrebbe mettere assieme anche quella famosa commissione d’inchiesta sull’11 settembre che faccia chiarezza sui suoi tanti misteri, senza paura di rendere vero quel detto: “dagli amici mi guardi Iddio…”

E’ andata così, oggi. Noi abbiamo trascorso la giornata con il premieruccio aggrappato a penne e fogli di carta agitati nervosamente che parlava di complotti di Grandi Vecchi e Grandi Architetti per danneggiarlo (comincio a credere che sia vero che abusa di cortisone, dagli effetti collaterali notoriamente paranoidei).
Loro, gli americani, con un presidente che ha parlato di cambiare il mondo e che corre rischi concreti, non certo dai morti che camminano ma da coloro che li manovrano.

Comunque, il fatto che dopo un Bush sia venuto un Obama potrebbe essere di buon auspicio anche per noi. Non può piovere per sempre.


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Oggi, per un’anomala e repentina accelerazione del fenomeno della deriva dei continenti, l’Italia si è allontanata ancora di più dall’America. Non vorrei esagerare ma la sensazione è che se Colombo dovesse partire oggi per terre assai luntane, troverebbe un enorme Catai che si frappone tra noi, paese sempre più miserabilmente condotto e il Nuovo Mondo, ormai “Altro” Mondo. Non sono migliaia di chilometri a dividerci ora, ma milioni di anni luce.
Mentre noi dovevamo sorbirci, a mo’ di olio di fegato di merluzzo, il purgante di un premier sempre più nano di statura morale a praticare il solito chiagni e fotti in televisione, okkupata perfino sulle reti del nemico Murdoch (che incassa il gettone) e si compiva l’ennesimo atto della tragedia di un uomo sempre più ridicolo, tra noi e l’America si apriva l’abisso.

Noi e gli americani; una partita finita oggi con la proverbiale fagiolata ai nostri danni. Noi con il dubbio di Kakà o non Kakà, nonostante l’olio di ricino; noi e Berlusconi, con le insopportabili parole armate d’odio ideologico di bassa lega da vecchio rancoroso rompicoglioni, che viene voglia di dirgli: “Ma con tutti i soldi e la figa che hai, che cazzo ti lamenti, cos’altro vuoi?”
Loro Obama, un presidente che oggi ha fatto la Storia all’ombra delle piramidi, pronunciando un discorso che parlava di pace in Medio Oriente, messo assieme con parole di una semplicità e chiarezza disarmanti. Senza, vivaddio, pronunciare la frase “i signori della sinistra” ad ogni piè sospinto.

Noi a trastullarci con le vicende di “AirPapi”, compagnia di giro di saltimbanchi aviotrasportati, loro con l’Air Force One che ha portato Obama in Egitto a dire cose che solo gli idioti fanatici non riconoscono come grandi verità: l’Islam non è il male ma lo è solo l’estremismo. L’Iran ha diritto al nucleare civile, come tutti i paesi, rispettando i trattati sulla non proliferazione atomica. Gli ebrei hanno sofferto pene indicibili ma ciò non giustifica l’oppressione ai danni dei palestinesi, che hanno diritto al loro stato. Gli israeliani devono smammare dagli insediamenti illegali (oplà!). La pace in Medio Oriente, in Palestina, è nell’interesse dell’America. L’America se ne andrà da Iraq e Afghanistan.

Ma era proprio il presidente degli Stati Uniti, a parlare, o una specie di Klaatu venuto da un altro mondo per dare l’ennesimo ultimatum alla Terra ? O fate la pace, terrestri di merda, o Gort, questo mio Golem moderno, vi distruggerà come scarafaggi.
Se Obama riuscirà veramente a convincere il mondo a seguirlo nel suo progetto di pacificazione dell’area mediorientale, sarà un miracolo e dovranno farlo santo.
Le cose che dice però non piacciono a chi ha governato l’impero fino all’anno scorso, non dobbiamo nascondercelo.
Ogni tanto qualche segnalino i neocon lo mandano, come il pesce incartato che si usa tra le ‘ndrine calabresi.
Basti pensare alla pagliacciata del morto vivente Osama Bin Laden che viene tirato fuori dalla bara come spauracchio ogni volta che per l’Islam si mette meno male del solito. Osama che manda pizzini alla nuora sperando che suocera intenda.

Noi dovremmo essere così dolci di sale da credere che, appena si parla di dare la terra ai palestinesi, sono gli islamici cattivi, questi giostrai degli autoscontri tra civiltà che vi si oppongono e scatenano il terrorismo. Ma certo. Ricordo perfettamente che persino Bush aveva promesso di risolvere il problema palestinese entro il 2002. Lo disse poco prima dell’11 settembre 2001.
Magari Obama, tra un miracolo e l’altro, potrebbe mettere assieme anche quella famosa commissione d’inchiesta sull’11 settembre che faccia chiarezza sui suoi tanti misteri, senza paura di rendere vero quel detto: “dagli amici mi guardi Iddio…”

E’ andata così, oggi. Noi abbiamo trascorso la giornata con il premieruccio aggrappato a penne e fogli di carta agitati nervosamente che parlava di complotti di Grandi Vecchi e Grandi Architetti per danneggiarlo (comincio a credere che sia vero che abusa di cortisone, dagli effetti collaterali notoriamente paranoidei).
Loro, gli americani, con un presidente che ha parlato di cambiare il mondo e che corre rischi concreti, non certo dai morti che camminano ma da coloro che li manovrano.

Comunque, il fatto che dopo un Bush sia venuto un Obama potrebbe essere di buon auspicio anche per noi. Non può piovere per sempre.


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Mentre noi dovevamo sorbirci, a mo’ di olio di fegato di merluzzo, il purgante di un premier sempre più nano di statura morale a praticare il solito chiagni e fotti in televisione, okkupata perfino sulle reti del nemico Murdoch (che incassa il gettone) e si compiva l’ennesimo atto della tragedia di un uomo sempre più ridicolo, tra noi e l’America si apriva l’abisso.

Noi e gli americani; una partita finita oggi con la proverbiale fagiolata ai nostri danni. Noi con il dubbio di Kakà o non Kakà, nonostante l’olio di ricino; noi e Berlusconi, con le insopportabili parole armate d’odio ideologico di bassa lega da vecchio rancoroso rompicoglioni, che viene voglia di dirgli: “Ma con tutti i soldi e la figa che hai, che cazzo ti lamenti, cos’altro vuoi?”
Loro Obama, un presidente che oggi ha fatto la Storia all’ombra delle piramidi, pronunciando un discorso che parlava di pace in Medio Oriente, messo assieme con parole di una semplicità e chiarezza disarmanti. Senza, vivaddio, pronunciare la frase “i signori della sinistra” ad ogni piè sospinto.

Noi a trastullarci con le vicende di “AirPapi”, compagnia di giro di saltimbanchi aviotrasportati, loro con l’Air Force One che ha portato Obama in Egitto a dire cose che solo gli idioti fanatici non riconoscono come grandi verità: l’Islam non è il male ma lo è solo l’estremismo. L’Iran ha diritto al nucleare civile, come tutti i paesi, rispettando i trattati sulla non proliferazione atomica. Gli ebrei hanno sofferto pene indicibili ma ciò non giustifica l’oppressione ai danni dei palestinesi, che hanno diritto al loro stato. Gli israeliani devono smammare dagli insediamenti illegali (oplà!). La pace in Medio Oriente, in Palestina, è nell’interesse dell’America. L’America se ne andrà da Iraq e Afghanistan.

Ma era proprio il presidente degli Stati Uniti, a parlare, o una specie di Klaatu venuto da un altro mondo per dare l’ennesimo ultimatum alla Terra ? O fate la pace, terrestri di merda, o Gort, questo mio Golem moderno, vi distruggerà come scarafaggi.
Se Obama riuscirà veramente a convincere il mondo a seguirlo nel suo progetto di pacificazione dell’area mediorientale, sarà un miracolo e dovranno farlo santo.
Le cose che dice però non piacciono a chi ha governato l’impero fino all’anno scorso, non dobbiamo nascondercelo.
Ogni tanto qualche segnalino i neocon lo mandano, come il pesce incartato che si usa tra le ‘ndrine calabresi.
Basti pensare alla pagliacciata del morto vivente Osama Bin Laden che viene tirato fuori dalla bara come spauracchio ogni volta che per l’Islam si mette meno male del solito. Osama che manda pizzini alla nuora sperando che suocera intenda.

Noi dovremmo essere così dolci di sale da credere che, appena si parla di dare la terra ai palestinesi, sono gli islamici cattivi, questi giostrai degli autoscontri tra civiltà che vi si oppongono e scatenano il terrorismo. Ma certo. Ricordo perfettamente che persino Bush aveva promesso di risolvere il problema palestinese entro il 2002. Lo disse poco prima dell’11 settembre 2001.
Magari Obama, tra un miracolo e l’altro, potrebbe mettere assieme anche quella famosa commissione d’inchiesta sull’11 settembre che faccia chiarezza sui suoi tanti misteri, senza paura di rendere vero quel detto: “dagli amici mi guardi Iddio…”

E’ andata così, oggi. Noi abbiamo trascorso la giornata con il premieruccio aggrappato a penne e fogli di carta agitati nervosamente che parlava di complotti di Grandi Vecchi e Grandi Architetti per danneggiarlo (comincio a credere che sia vero che abusa di cortisone, dagli effetti collaterali notoriamente paranoidei).
Loro, gli americani, con un presidente che ha parlato di cambiare il mondo e che corre rischi concreti, non certo dai morti che camminano ma da coloro che li manovrano.

Comunque, il fatto che dopo un Bush sia venuto un Obama potrebbe essere di buon auspicio anche per noi. Non può piovere per sempre.


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L’Italia, nella persona del nostro fantomatico BigJimme gli esteri, non parteciperà ad una certa conferenza ONU a Ginevra contro il razzismo, denominata Durban II e seguito della prima tenutasi a Durban in Sud Africa nel 2001, “se non ne verrà modificata la dichiarazione d’intenti, contenente frasi antisemite.”
La notizia è stata data così dai TG, senza specificare nel merito e soprattutto senza citare le famigerate frasi. Nemmeno i giornali si sono preoccupati di riportare le frasi incriminate affinchè possiamo farcene un’idea. Per la serie: se ci dicono che la tal cosa è male ci dobbiamo sentire oltraggiati sulla fiducia, per procura, perchè ce lo dicono loro. Informare, spiegare e raccontare le cose come stanno e citare le parole esatte potrebbe innescare nei telespettatori pericolose reazioni neuroniche chiamate pensiero e facoltà di giudizio e la cosa è inaccettabile di questi tempi di falsa democrazia.

Riassumo i fatti concreti perchè poi si andrà sul kafkiano.
Dal 20 al 25 aprile si dovrebbe tenere, dicevo, una conferenza ONU contro il razzismo, la cosiddetta Durban II. Un tema importantissimo che coinvolge numerosi paesi del mondo. Però, siccome tra i paesi sotto osservazione per i diritti umani e considerati colpevoli di crimini contro l’umanità a causa dei recenti avvenimenti di Gaza c’è anche il monellaccio viziato Israele, già citato un paio di volte nella precedente relazione finale del Durban I in maniera assolutamente innocua come si può giudicare leggendo il testo che segue, ecco che le mamme e i babbi biologici e putativi del pargolo al quale si danno tutte vinte minacciano di disertare la prossima conferenza. BigJimme arriva a qualche lunghezza dopo gli Stati Uniti, i primi a scattare sugli attenti, e ad altri paesi, terrorizzati di dover partecipare a qualcosa che potrebbe dispiacere Israele, perchè è di ciò che si tratta. Altro che antisemitismo.

Prima di tutto, cosa diceva il testo rilasciato dalla conferenza sudafricana del 2001 a proposito dell’Innominabile? Ecco il testo, originale e da me tradotto in italiano.

63. Siamo preoccupati per la condizione del popolo Palestinese sotto occupazione straniera. Riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno stato indipendente e riconosciamo il diritto alla sicurezza per tutti i paesi della regione, incluso Israele, ed invitiamo tutti gli stati a supportare il processo di pace affinchè venga portato a conclusione.
“We are concerned about the plight of the Palestinian people under foreign occupation. We recognize the inalienable right of the Palestinian people to self-determination and to the establishment of an independent State and we recognize the right to security for all States in the region, including Israel, and call upon all States to support the peace process and bring it to an early conclusion”.

151. Riguardo la situazione in Medio Oriente, auspichiamo la fine della violenza e la rapida riapertura dei negoziati di pace, il rispetto dei diritti umani e delle leggi umanitarie, il rispetto per il principio di autodeterminazione e la fine di ogni sofferenza, permettendo inoltre ad Israele ed ai palestinesi di riprendere il processo di pace, di svilupparsi e prosperare in sicurezza e libertà.
As for the situation in the Middle East, calls for the end of violence and the swift resumption of negotiations, respect for international human rights and humanitarian law, respect for the principle of self-determination and the end of all suffering, thus allowing Israel and the Palestinians to resume the peace process, and to develop and prosper in security and freedom;

Frasi antisemite? Ma davvero, e dove? Chiedere che due popoli cessino finalmente le ostilità e che uno non venga più soggiogato dall’altro è antisemitismo o semplice richiamo alla buona volontà?

Questo è il passato. Venendo alla prossima conferenza di Ginevra ed alle sue eventuali future dichiarazioni programmatiche, i media hanno iniziato una vera e propria offensiva stile precrimine, inventandosi intenti discriminatori contro Israele ed obbrobri antisemiti che semplicemente non esistono perchè non vi sono ancora documenti ufficiali, tranne quelli che certi giornali come Haaretz dicono di aver letto e spulciato in anteprima. Oppure perchè Tzipi Livni li ha letti e suo cuggino l’ha detto ad Haaretz. Un vero e proprio processo kafkiano alle intenzioni.

Il dispiego di forze mediatico è impressionante. Provate a cercare su Google tracce del fantomatico documento antisemita, giusto per soddisfare la curiosità di leggerlo: verrete sommersi da una marea di articoli “contro” il documento ma non troverete traccia del medesimo. Pagine e pagine dedicate ad una grande illusione ottica. Un prestigio di altissima raffinatezza.

Una pagliuzza nell’occhio dell’ONU che proviene da un’enorme coda di paglia, per tutto ciò che è stato fatto, in assoluta impunità, da Israele a Gaza alla fine dell’anno scorso.

Veniamo alla trave.
Il nuovo governo israeliano che sarà formato da destra ed estrema destra, per essere sicuri di fare la faccia abbastanza feroce con i palestinesi ma soprattutto con gli americani, avrà come ministro degli esteri tal Avigdor Lieberman. Un tizio inquisito per aver assalito e minacciato un ragazzino di una colonia e per corruzione ma soprattutto uno che ha sempre predicato il separatismo tra arabi ed israeliani, che ha fatto fantasie erotiche su bombardamenti atomici a Gaza e che una volta disse che gli sarebbe piaciuto far spronfondare i prigionieri palestinesi nel Mar Morto.
Il Borghezio della Terra Santa ora viene dipinto come convertito al moderatismo ma se il giornale Haaretz lo paragona a Jorg Haider, considerandolo ben peggiore del defunto leader della Carinzia non c’è sicuramente da stare tranquilli. Haider, scrive Haaretz, non si sognò mai di chiedere l’espulsione di cittadini che risiedevano da decenni in Austria. Lieberman invece voleva cacciare gli arabi israeliani togliendo loro la cittadinanza.
Ci diranno che è un moderato, una mammoletta, ma è uno che ha sempre predicato la volontà di fare di Israele uno stato etnicamente uniforme. Se non fosse ebreo lo si potrebbe tranquillamente definire razzista.

Code di paglia, travi colossali che spariscono al cospetto di invisibili pagliuzze. E chi non diserta Ginevra antisemita è.


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“Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata)

http://www.youtube.com/v/oY8qMJRxudQ&hl=it&fs=1

(Avverto che il filmato contiene immagini molto crude. Qui la seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte.)

Ora che Gaza è sparita dai media, come se non fosse mai esistita e sparita in base ad un preciso piano che imponeva la fine degli schiamazzi e dei fuochi artificiali al fosforo in tempo per non disturbare l’inizio della presidenza Obama e i relativi festeggiamenti, possiamo continuare a parlare di Gaza, di giornalismo, di propaganda e di diritto all’informazione.
Per farlo dobbiamo fare riferimento non già al giornalismo orizzontale italiano ma a quello ancora orgoglioso di fare informazione, quello anglosassone, di qualunque orientamento politico esso sia.
Dobbiamo anche fottercene di copyright ed altre delicatessen e rilanciare i documenti televisivi che troviamo in rete per vedere di far arrivare un briciolo di informazione ai nostri connazionali intontiti dai telegiornali di regime.

“Unseen Gaza” è un documentario di Channel 4, canale televisivo britannico, andato in onda l’altra sera con grande clamore, non ovviamente sui nostri schermi. Ringrazio Grazia che, nel commento al post precedente, mi ha segnalato questo programma che ho visto oggi e che vi riposto qui, direttamente da Youtube. Il programma è in inglese e non sottotitolato e quella che segue è una sintesi riassuntiva che ho preparato per chi volesse conoscerne il contenuto.

Jon Snow, il conduttore del programma, è un giornalista molto agguerrito, sulla falsariga dei suoi colleghi americani di “60 Mintues”, della serie: “Ommioddìo, questi fanno ancora le domande e le inchieste!”
Per avere un idea del tipino che è Jon, guardatelo in questo battibecco con il portavoce del governo israeliano Mark Regev. Snow chiede conto a Regev dell’uso di armi proibite da parte di Israele, Regev risponde che non è vero ma Snow insiste nel fare domande e ad incalzare il suo interlocutore portandogli le testimonianze di coloro che le armi le hanno viste usare. In Italia un’intervista condotta a quel modo sarebbe pura fantascienza e sarebbe andata più o meno così: “Signor Regev, è vero che Israele ha usato armi al fosforo, DIME e a frammentazione?” Risposta: “No”. “Grazie per essere stato con noi, signor Regev, passiamo alle notizie sportive”.

“Unseen Gaza” è il resoconto di come questa guerra, forse per la prima volta nell’era moderna, sia stata condotta tenendo i corrispondenti dei media occidentali al di fuori del teatro dei combattimenti, confinandoli su una collina del disonore dal quale poter avere sempre la stessa visuale precotta. Come un pubblico che sente il parlato di un film provenire da dietro il muro di un cinema all’aperto ma non riesce a capire cosa stia succedendo sullo schermo e quindi non potrà certo raccontartene la trama. Da qui la difficoltà e l’insopportabilità, per dei media seri che vogliano fare informazione, di avere una visione completa di ciò che stava accadendo, e l’impossibilità di un resoconto obiettivo dei fatti.

Jon Snow arriva a Gerusalemme all’inizio del conflitto. Nel palazzo destinato a sede della stampa internazionale, all’ingresso, vi sono i resti di un razzo Qassam disposti come in un allestimento museale. “Il messaggio era chiaro” racconta Jon, “Israele è sotto attacco.” Ai giornalisti occidentali, ai quali non sarà permesso entrare a Gaza, ufficialmente per motivi di sicurezza, vengono consegnati opuscoli intitolati “Operazione Piombo Fuso”, come i press book di un festival cinematografico, percepiti né più né meno dai cronisti come pura propaganda. Forse abbiamo capito da dove traggono spunto certe penne nostrane. Ma lasciamo perdere.

La cosa che appare subito chiara a chi vorrebbe raccontare questa guerra secondo i metodi tradizionali è che non sarà possibile ascoltare la voce dell’altro contendente, cioè di Hamas.
Una giornalista israeliana intervistata da Snow spiega che il motivo consiste nell’evitare che succeda come in Libano nel 2006 dove i giornalisti, in sostanza, ruppero le palle “perchè a loro veniva suggerito cosa dire e non dire da Hezbollah”. Allora perchè non farli andare a Gaza, stavolta? “Perchè in ogni caso parlerebbero male di Israele.” Ah, beh.

Con i media occidentali appollaiati sulla collina a guardare i fuochi artificiali, gli unici luoghi di distruzione ai quali le autorità israeliane permettono di avvicinarsi sono quelli colpiti, in territorio israeliano, dai razzi Qassam. Viene fatto notare però nel documentario che, dall’inizio del conflitto, vi sono state solo una vittima civile israeliana e una decina di militari. La sproporzione tra la necessità di difendersi e il volume di fuoco effettivamente scatenato su Gaza come rappresaglia è evidente.

Se i media internazionali sono tenuti fuori da Gaza, ciò non significa che non vi siano voci che trasmettono cronache e reportages dall’inferno, e sono gli inviati dei giornali e delle tv arabe, come Al Jazeera. In quei servizi, destinati ad un pubblico islamico ma non solo, visto che i media occidentali le riprendono, compaiono molte più informazioni, sicuramente anche quelle suggestionate dalla propaganda di Hamas ed immagini che nei media occidentali verrebbero censurate. Ufficialmente per ragioni di fascia protetta e buon gusto. Questi reporters arabi presenti sul territorio, come i volontari e i bloggers, sono spesso vittima del fuoco israeliano ma continuano a far uscire dall’inferno le immagini della devastazione, quelle che rendono meglio l’orrore della guerra.

Viene riportato a questo punto, nel documentario, il caso di un servizio arrivato alle televisioni occidentali da un’emittente araba, nel quale veniva mostrato il corpicino carbonizzato di una bimba. Un’immagine sconvolgente che le emittenti occidentali hanno censurato.
In un intervista, Jeremy Bowen, corrispondente dal Medio Oriente della BBC, si lamenta del fatto che queste immagini sono comunque decontestualizzate e non rendono paradossalmente il dramma della guerra. “Ho visto una cosa terribile l’altro giorno, un padre che baciava con tenerezza infinita il figlio morto. Se mi fosse stato possibile andare a Gaza, sarei andato nella casa di quest’uomo, se fosse stata ancora in piedi, avrei raccontato la sua storia. Ma questo è impossibile”. L’impossibilità di raccontare la guerra. “Se vedi un mucchio di corpi di bambini sei sconvolto, ma lo sei ancora di più se puoi raccontare lo strazio delle madri e dei padri”.

Gaza, quindi, è stata raccontata in maniera parziale, secondo i dettami della propaganda israeliana, dai media occidentali, i quali hanno potuto utilizzare in maniera limitata il materiale di provenienza araba presente sul campo. Le tv arabe invece hanno mostrato la guerra senza veli e in diretta. Il rischio, secondo alcuni, è che ciò possa estremizzare il risentimento islamico verso l’Occidente. Forse proprio ciò che si vuole. Se gli occidentali avessero potuto filmare dall’interno i combattimenti, la prospettiva sarebbe cambiata?

Viene presentato poi il caso della scuola dell’ONU bombardata, nella quale avevano trovato rifugio molti civili palestinesi. Vengono posti a confronto, nel documentario, la versione del portavoce israeliano che insiste nel considerare la scuola una base missilistica di Hamas e la testimonianza di un giornalista americano del New York Times, che dice che i colpi dei miliziani non provenivano dalla scuola ma dalle sue vicinanze.

L’ultima parte di “Unseen Gaza” è dedicata al racconto dei tentativi da parte di Israele di fare pressione su media normalmente obiettivi come la BBC, accusata di essere sbilanciata a favore di Hamas per il fatto che i suoi militanti non vengono chiamati terroristi.
Jon Snow commenta che Hamas, piaccia o no, è stata votata democraticamente dai cittadini di Gaza. Una cosa che viene spesso dimenticata.

Finalmente, con il cessate il fuoco, la stampa internazionale viene ammessa a Gaza ad assistere alla devastazione lasciata da venti giorni di fuoco.
L’ultima osservazione di Jon Snow è amara: se i media fossero stati in grado di mostrare tutto questo in diretta, si sarebbe potuti giungere prima al cessate il fuoco? Si sarebbero potute salvare delle vite?

Questo è quanto è stato raccontato agli inglesi l’altra sera.
Da noi invece su un importante giornale si è scritto che i morti non sono 1300 ma 500, si è fatto qualcosa di molto simile al revisionismo a base di letti vuoti all’ospedale, quindi niente vittime. Era la parola di un giornalista contro quella di centinaia di testimoni ed immagini ma l’articolo è subito diventato un’appendice delle sacre scritture. Se fate un giro sulla stampa filosionista, il nuovo profeta dei morti al ribasso è citatissimo.
Non importa che perfino il Jerusalem Post abbia scritto un onestissimo e lungo articolo dove dichiarava non ancora certo il numero delle vittime. Non importa che lo stesso IDF abbia affermato, in contrasto con le parole del Corriere, che i morti sono probabilmente proprio 1300 (seppur per la maggior parte non civili innocenti ma miliziani di Hamas) e per questo si sia beccato il rimbrotto dal governo israeliano (lo racconta sempre il JP).

L’importante è leggersi fino in fondo il libretto di istruzioni, rimanere sulla collina e suggerire al lettore che le cifre raccontate dai palestinesi sono false, perchè gli arabi sono bugiardi e dicono sempre il falso. Noi giornalisti invece, diciamo sempre la verità. Per definizione. Oh, ma solo quelli embedded, è ovvio. Gli altri sono sbilanciati.


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“…Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa”. (Lucia Annunziata ad AnnoZero, via Robecchi)

“Israele per il momento si limita purtroppo a spazzare via le mele marce da sotto l’albero mentre dovrebbe tagliare l’albero stesso : nuclearizzi l’Iran, per cominciare, e quei vigliacchi di arabi si calmeranno tutti ; si fanno grandi perché sanno che rischiano poco o niente. Poi l’imbelle occidente se ne farà una ragione”. (Commento di un lettore a caso beccato sul Giornale).

“A Gaza non vi è alcuna emergenza umanitaria”. (Tzipi Livni)

Cara signora Annunziata, da donna a donna, di che si preoccupa? Non sente come sono già belli orientati gli italiani e anche le italiane? Mi potrebbe solo spiegare lei, che è maestra di giornalismo, cos’è questa mania delle bombe atomiche delle sciurette? Il tampax atomico sarebbe finalmente una gran bella botta, lo capisco, ma alla fine resterebbero troppi “frutti delle circostanze” da raccattare con il Mocio Vileda.

Non si preoccupi di riorientare noi povere balene che ancora ci facciamo impressionare dai bambini morti e ci disorientiamo ancor di più illudendoci che le donne, quando governano, possano essere meglio dei maschi o almeno cercare di evitare di essere delle assassine.
Orientarci? Meglio morire spiaggiate che ragionare come la terrorista figlia d’arte.

http://www.youtube.com/v/pX4DijvBxP4&hl=it&fs=1


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http://www.youtube.com/v/sUh6xVlndhM&color1=0xb1b1b1&color2=0xcfcfcf&hl=en&feature=player_embedded&fs=1

La versione che hanno pubblicato alcuni giornali online italiani (due a caso, il Corriere della Sera e ilGiornale) non rende l’idea dell’atroce, quasi insostenibile drammaticità di questo video.
Come al solito, i fatti possono essere raccontati in maniera iperrealistica e rispettando l’unità di tempo e di luogo, lasciando la parola e l’urlo ai protagonisti ed alle loro percezioni ed emozioni, come qui, oppure se ne può fare un riassuntino, uguale a tutte le altre tragedie già viste e riviste, con il commentuccio didattico che non dice assolutamente niente. Magari togliendo anche la parte più importante del video: la voce del pianto di quest’uomo. Come suonare il Rach 3 su una tastiera finta, con il clac-clac-clac delle dita sui tasti muti.
Guardate entrambe le versioni del filmato e poi ditemi se è la stessa notizia che ha riportato il Los Angeles Times.

Abul Aish è un medico palestinese che lavora in un ospedale israeliano come ginecologo, aiutando i bimbi a nascere. Grazie proprio a questa vicinanza con la società israeliana, va e viene da Zimmo Gaza, dove vive, all’ospedale di Tel Hashomer, vicino a Tel Aviv.
Sua moglie è morta di cancro lasciandolo solo con otto figli. Collabora con una rete televisiva israeliana, la 10, per la quale racconta questa guerra, questi bombardamenti. A Shlomi, il giornalista che si vede nel video, aveva confidato più volte le sue paure per l’incolumità dei figli.

Venerdì sera, mentre stanno per intervistare Tzipi Livni, alla “10” ricevono la disperata telefonata di Abul. Un tank ha colpito la sua casa, tre delle sue figlie sono morte.
Per tre minuti, in diretta, va in onda, senza tagli e pubblicità, il suono più atroce che possa uscire dalla gola di un uomo: il pianto per i figli morti. L’abisso del dolore.
Shlomi è impietrito, cerca di farsi dire esattamente dove si trova Abul, per mandargli un ambulanza ma lui dice che non serve, le ragazze sono morte, riesce solo ad invocare disperatamente Allah. Ad un certo punto Schlomi dice: “Non posso riattaccare questa telefonata, vado via dallo studio, non posso riattaccare.”

Questo pianto, questa disperazione, ci sconvolgono (almeno coloro tra noi che riescono a rimanere umani), ma che effetto avranno su quelli che un brutto giorno si siedono ad un tavolo per decidere di mandare i loro soldati (loro no, non si sporcherebbero mai le mani di sangue) a tirare una cannonata su una casa con della gente dentro?
E’ vero, la disumanità, come dice Cloro, si diffonde peggio del virus Ebola, nonostante l’overloading di informazioni. Ci stanno allenando a disumanizzarci disumanizzando l’avversario.
Però ho visto Shlomi e la sua collega addolorati e, direi, incapaci di trovare una spiegazione a ciò che stava accadendo.
Anche questa reazione andava sottolineata, nel riportare la notizia per i lettori ruminanti italiani. E bisognava dire che i telespettatori israeliani sono rimasti sconvolti da questo filmato quando il pianto di Abul ha risuonato come una sirena d’allarme nelle loro case.
Altrimenti si può pensare che i popoli siano uguali ai sociopatici figli di puttana senza rimorso, senza emozioni e senza cuore, che li governano.


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Lo confesso, noi psicologi siamo bastardi, come quel Zimbardo che mise su l’esperimento del carcere, dimostrando che, nella parte del secondino, ognuno di noi ha, nei meandri dell’inconscio, un Abu Ghraib da ricreare.
Ci piace creare situazioni per testare le reazioni della gente. Soprattutto in circostanze emotive forti, coinvolgenti.
L’esperimento è pienamente riuscito.

Il titolo dell’ultimo post era volutamente provocatorio. Anzi disturbante. Se vi può consolare disturba anche me, però andava utilizzato come esca.
Avrei potuto usare anche la parola chutzpah, forse più appropriata ma non l’avrebbero capita che in pochi.
Pensavo ai coloni nei territori occupati, che portano si l’emblema religioso però assieme al mitra, anzi anche il mitra per loro è un emblema religioso e le due cose si confondono. E allora parliamone. Dov’è lo scandalo?
Cos’è, per caso gli emblemi religiosi, le croci, le mezzelune, le croci di david non sono mai state utilizzare come armi contundenti e letali? Ma stiamo scherzando? Non sono le religioni causa di conflitti? Gott mit uns può essere tradotto in ogni lingua e religione.
Oppure è lo stesso ragionamento che si fa per le bandiere? Bruciare una bandiera è come bruciare un intero popolo?

Nell’ultimo post raccontavo cose orribili, corredandole con la foto di cinque piccole vittime avvolte nei sudari; ho fornito, a chi avesse avuto la forza di guardarle, il link alle immagini delle gambe maciullate dalle armi DIME e ho raccontato dello stronzo che vuole bombardare Gaza con le atomiche. Uno che non è un Borghezio qualsiasi ma un ex ministro del governo israeliano.
Ho perfino parlato di tette, di capezzoli, per vedere di far salire l’adrenalina almeno nei maschi, ma niente. Lo scandalo è rimasto il titolo. Non i bambini morti, non i crimini, non la guerra ma un titolo.
Il primo commento che ho ricevuto è stato significativo. Diceva, più o meno, mi piace il tuo blog però ultimamente, parlando di Gaza, stai diventandomi antisemita. Il che vuol dire che svicolare dal pensiero dominante, di cui il titolo rassicurante e politically correct di questo post è un perfetto esempio, non è permesso perchè è ansiogeno.

Un mio commentatore ha scritto, nel post maledetto: “Ahi, ahi, ahi, la sindrome dell’Annunziata. Vede i bimbi morti, si turba ma non dovrebbe perchè sono piccoli wannabe terrorists, quindi piccole bestiole senza importanza. Allora si incazza con Santoro perchè le ha provocato turbamento e se ne va, così non si turba più. Questi sono i turbodemocratici.
Vedo che anche nel tuo blog le Annunziate, con i paletti o senza, si turbano e si incazzano. Ma tu continua così, che gli intellettuali ebrei scrivono anche di peggio su Israele. Quelli che sono rimasti umani, è ovvio”.

Condivido. L’Annunziata ha sbroccato esattamente un minuto secondo dopo che è stata nominata la Shoah. Prima la discussione era rimasta talmente pacata che stava risultando quasi noiosa.
E’ stato un riflesso pavloviano. Deve essersi detta, dopo essere andata internamente in Defcon 2, oddìo, qui si nomina la Shoah, devo smarcarmi. E ha sbroccato. Poi, per la serie “identifichiamoci con gli aggressori”, se n’è andata, esattamente come fece Berlusconi con lei.

Quello che trovo vergognoso, come al solito, è l’attacco a Santoro e ad una trasmissione che dichiaratamente portava a conoscenza dello spettatore italiano, inscimunito dal Serenase somministrato ogni sera dal telegiornale monocolore israeliano, il punto di vista dei palestinesi. Che sarà mai, una dose di Santoro alla settimana tra due flebo di Pagliara al giorno prima e dopo i pasti.
Una trasmissione schierata ma senza dimenticare, per la verità, anche le voci israeliane. Soprattutto quella di una persona come Manuela Dviri che ha saputo, dalla tragedia personale della perdita di un figlio, trovare la forza di battersi per la pace dialogando con “il nemico”.
Mi è piaciuto meno l’ultimo ragazzo che ha parlato, quello che ha detto che, certo, “dispiace per i bambini che sono mancati“. E’ mancato all’affetto dei suoi cari, come si dice.
No, amico in kippah, che ti adorni di un nobile simbolo religioso che non andrebbe offeso in un volgarissimo blog, sono morti ammazzati, ammazzati da una classe dirigente criminale che è responsabile anche della sofferenza dello stesso popolo israeliano, costretto a vivere in uno stato di paranoia indotta. Noi non dobbiamo permetterci di paragonare questi 1100 morti alla Shoah però anche tu la nomini un po’ troppo alla leggera.

Israele, intesa come entità nazionale collettiva, si sta comportando come si comporterebbe una persona profondamente disturbata. E’ come una donna che è stata violentata, traumatizzata. Ogni uomo che vede vorrebbe farlo sparire, annientarlo, ucciderlo. La sua non è aggressività, è aggressione, ovvero la reazione dell’essere che si sente in pericolo di vita e reagisce colpendo alla gola. Non si potrà mai fare la pace con un paese traumatizzato, che i crimini che commette è convinto di doverli compiere per autodifesa. Se stermino tutti gli uomini del mondo nessuno più potrà violentarmi. E dopo che avro sterminato gli uomini mi accorgerò che anche le donne mi guardano male.

E’ colpa della Shoah, certo ma anche di una classe politica che in sessant’anni ha sfruttato ignobilmente il ricordo del trauma, mantenendolo vivo per poter portare avanti un progetto coloniale su base razziale. Non lo dico io, lo dice un politico israeliano, Avraham Burg, che ha scritto un libro che si intitola nientepopodimeno che: “L’Olocausto è finito, dobbiamo risorgere dalle sue ceneri”.
Per Burg, Israele è una società malata, «un ghetto di bellicoso colonialismo» «paranoico» e «schizofrenico» in conseguenza dell’Olocausto. Egli parla dell’«assoluto monopolio e il predominio della Shoah su ogni aspetto delle nostre vite». Come Norman Finkelstein, anche Burg parla dell’«industria dell’Olocausto» e, spingendosi un passo oltre, dell’«epidemia della Shoah».
Nel libro di Tom Segev “Il settimo milione” è spiegato come la Shoah sia diventata l’arma più potente in mano al sionisti per difendere il loro fallimentare progetto coloniale. Perchè un paese costretto a difendersi da sessant’anni è un fallimento. La Shoah come arma e tabu assieme. La nuova Arca dell’Alleanza dai poteri tremendi.Uri AvneryImage via Wikipedia

Uri Avnery, ha inviato un appello ad Obama indicandogli la via per giungere alla pace in Medio Oriente. Il suo messaggio è veramente troppo utopistico per poter essere accolto, visti i personaggi in ballo dall’una e dall’altra parte, ma è bello che qualcuno possa ancora coltivare progetti di pace in quella parte di mondo.

Gli ostacoli alla pace sono le classi dirigenti. Compresa quella israeliana, che non è formata da dei terribili ed infallibili ma da persone che dovranno prima o poi fare un atto di umiltà.

Norman Finkelstein
ha detto di recente:

“Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scNorman Finkelstein giving a talk at Suffolk Un...Image via Wikipediaorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.
[…] Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.
[…]
Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.
E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Voci che è meglio non si ascoltino in prima serata. Meglio i Fini che parlano di livelli di indecenza, i Veltroni che si adombrano, le Annunziate che se ne vanno, gli ambasciatori israeliani che si impicciano di libertà di parola in casa d’altri e i Petruccioli che fanno si si con la testa.
La pelle si accappona un po’ a tutti in questi giorni, e non solo per le immagini della guerra e per i titoli canaglia.


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