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Aldo Togliatti, 1925-2011
Un figlio malato, malato fisicamente di qualunque malattia organica, anche la più inesorabile e devastante, raramente viene respinto dai genitori e lasciato al suo destino. Qualche padre o madre possono decidere di fuggire, di rifiutarsi di accettare una vita di sacrifici da costruire attorno alle esigenze del figlio sfortunato ma è più frequente l’accettazione, fino all’eroismo, del proprio destino.
Tra i casi più estremi di eroismo genitoriale tutti ricordiamo la storia commovente e incredibile della famiglia Oddone, di quei genitori che si reinventarono biologi per scoprire la sostanza che avrebbe potuto alleviare le sofferenze del loro figlio Lorenzo affetto da adrenoleucodistrofia
Questi genitori agiscono spinti dall’amore e dalla consapevolezza che un figlio malato ha ancora più bisogno di amore e dedizione.
La modernità e un nuovo senso di civiltà dei rapporti umani, dopo averci permesso di piangerne la morte come qualcosa di profondamente ingiusto ed innaturale, ci hanno insegnato che i figli hanno diritto alle cure e all’amore anche e soprattuto se imperfetti o deboli. La Rupe Tarpea ci fa orrore, l’aborto selettivo e le teorie eugenetiche che pretenderebbero di ripulire le razze eliminando gli infelici con il gas sono stigmatizzate culturalmente come disumane ed illegali. 
Avere un figlio malato o disabile non costituisce più di solito motivo di vergogna e di emarginazione sociale. Ci si aspetta che la famiglia in questione riceva comprensione e aiuto dalla società, e comportamenti diversi dalla solidarietà nei confronti di una madre con un figlio affetto da leucemia o distrofia sarebbero considerati sicuramente bizzarri o devianti.
Cosa succede però se il figlio malato è malato di mente? Cosa succede se quegli stessi genitori devono avere a che fare con un figlio schizofrenico, maniaco-depressivo, bipolare; imprevedibile, a volte violento, ingestibile perché appare assolutamente riottoso ad ogni regola sociale? 
Non rendendosi conto che anche la malattia mentale è una malattia organica come le altre, perché la follia è vista ancora oggi come qualcosa di misterioso e chi ne è toccato, anche trasversalmente in quanto famigliare del matto, è come fosse maledetto; non sapendo che il malato non ha alcuna colpa di esserlo e che le sue bizzarrie non sono volute ma subite da una mente sconvolta, questi genitori si trovano completamente impreparati a gestire un figlio del genere e la reazione è quella di rifiuto, di distacco e di profonda vergogna per essere stati colpiti dalla peggiore delle disgrazie: avere un figlio matto.  
Se per qualunque altra malattia la società ha fatto indubbiamente passi da gigante per riconoscerne il diritto alla cura ed al sostegno alle famiglie che hanno malati al loro interno, per quanto riguarda la malattia mentale siamo fermi ad un misto di superstizione ed ignoranza che non curano ma perpetuano la sofferenza di chi ne è coinvolto.
Il malato di mente, da questo punto di vista, è la persona più sola, disperata e disgraziata della terra. Alla sofferenza patita a causa della malattia, di uno stato mentale in cui la realtà e il sogno si mescolano in un caos ingestibile, oppure dalla malinconia che ti rode dal di dentro ogni speranza per il futuro, si aggiunge il rifiuto palese e percepito di coloro che dovrebbero invece amarti e proteggerti ed anzi, arrivano a dirti che si vergognano di te. I veri dimenticati della terra sono i matti. Leggere “Il cimitero dei pazzi – I quattromila dimenticati di Cadillac” per rendersene conto.
Ci sono motivi sociali e psicologici per i quali avviene il rifiuto nei confronti del malato di mente anche se questi è tuo figlio.
Un genitore è capace di accettare che un figlio “dia di matto” perché un medico gli ha detto che la mielina che sostiene i suoi neuroni è distrutta, ma non ne sarà altrettanto capace se un figlio “dà di matto” e basta, magari è un po’ troppo ribelle e libero per i suoi gusti e non c’è alcuna dotta spiegazione medica a giustificarne il comportamento. Di un figlio matto allora ci si può vergognare ed averne paura perché la sua follia ci ricorda che potenzialmente possiamo impazzire tutti e la cosa ci terrorizza. Il terrore di perdere il controllo che la società ci impone così rigidamente di osservare. Si può soltanto maledire il destino che ci ha colpiti così ingiustamente. 
Non è necessario neppure che il figlio sia matto veramente, per innescare il meccanismo del rifiuto del suo disagio e viverlo non come una sua disgrazia ma nostra. Anche la devianza comportamentale, la tossicodipendenza e la ribellione innata causano rifiuto e separazione.
Se qualcuno sosterrà che le mie sono esagerazioni generalizzanti e che un figlio, anche matto o drop-out, è sempre un figlio per qualunque genitore, rispondo che, certo, ci sono genitori che sostengono ed amano disperatamente i figli disturbati mentalmente o semplicemente affetti da disagio psicologico, ma sono, almeno per la mia esperienza, molto più rari degli eroi alla Oddone. Più che eroi occorrono, in quel caso, dei veri santi.
La psichiatria repressiva ha aiutato per centinaia d’anni le famiglie a liberarsi dei figli matti o presunti tali  affidandoli agli istituti ed ai manicomi, prigioni disumane per chi non aveva altra colpa che l’essere malato, dove si subivano abusi e violenze di ogni tipo. 
L’abbandono di un figlio matto in un istituto ha sempre evocato la pietà per i poveri parenti, piuttosto che per il disgraziato condannato all’oblio sociale perpetuo. Anche quando il manicomio serviva più che altro ad eliminare uno tra gli eredi di grosse ricchezze. E’ proprio negli ambienti ricchi e di potere che la vergogna per un figlio matto e le dinamiche di espulsione del soggetto malato dalla famiglia per motivi di convenienza o mero interesse sono più crudeli e violente. E ancora maggiore è lo stigma sociale di avere una mela bacata all’interno se si pretende di far parte di un’élite di esseri superiori.
La notizia della morte di Aldo Togliatti dopo trent’anni di istituto psichiatrico, mi offre lo spunto per ricordare le vicende altrettanto tragiche di Rosemary Kennedy e Benito Albino Dalser. Tre vite accomunate dalla sofferenza provocata dal disagio mentale e ancora più dal rifiuto delle rispettive famiglie e condizionate pesantemente dalla politica, dal potere e dalla ragion di Stato.
Tre storie dove i padri ebbero forse più il compito di annientare la volontà anticonformista e ribelle dei figli che di assicurarne l’innocuità e la cura all’interno di strutture sociali di contenimento. 
Aldo, figlio del segretario del PCI e di sua moglie Rita Montagnana, ricevette una diagnosi di schizofrenia nel 1950 e, dopo decenni di cure apparentemente inefficaci e di disperata solitudine, “adottato” infine dal Partito Comunista, entrò nel 1980 in un istituto e vi rimase, praticamente dimenticato, fino alla morte.
Benito Albino Dalser, figlio di Benito Mussolini
Benito Albino Dalser era figlio di Ida Dalser e di Benito Mussolini.  Per tutta la sua infelice vita Ida sostenne disperatamente di essere l’unica legittima consorte del Duce. Fu internata in manicomio e lì vi morì e la stessa sorte toccò al figlio, condannato ad essere matto per proprietà transitiva, visto che lo era la madre, e rinchiuso per togliere di mezzo uno scomodo errore di gioventù dell’uomo che doveva essere perfetto per governare un paese di imperfetti. Benito Albino, la cui vicenda è narrata nello splendido “Vincere” di Marco Bellocchio, morì probabilmente a causa delle troppe iniezioni di insulina praticate per la terapia dello shock insulinico.
Ancora più terribile è la vicenda di Rosemary Kennedy, figlia del vecchio patriarca e sorella di presidenti e ministri.
Rosemary, dichiarata instabile di mente o ritardata ma solo probabilmente troppo libera di costumi e mentalità per il suo ruolo e per quell’epoca, fu rinchiusa in un manicomio e sottoposta per volontà del padre a lobotomia.
Un intervento che la rese un obbediente e mite vegetale. La vittima di una pratica disumana ed abietta che serviva negli anni ’50 come puro strumento repressivo di una società terrorizzata dall’inarrestabile voglia di libertà e cambiamento dei suoi cittadini e soprattutto delle sue cittadine. Rosemary sottoposta a mutilazione cerebrale femminile come la bella ed infelice Frances Farmer, la diva ribelle. Donne il cui cervello faceva talmente paura da desiderare di distruggerlo da vive, per annientarle meglio.
Rosemary prima e dopo la lobotomia.

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