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Tutti parlano di un prossimo cambio di governo. Una curiosità: chissà se da qualche parte c’è una trattativa in corso.

Il 19 luglio 1992 in Via d’Amelio a Palermo un’autobomba uccide il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Sono passati diciannove anni. E’ una strage di mafia, si, ma non solo. E’ a quel solo che non riusciamo a dare un volto ma che sappiamo  nascondersi dietro una famigerata ed infame trattativa tra Stato e mafia, con quest’ultima che cerca di scrivere le regole della Seconda Repubblica a suo vantaggio.
Paolo ci manca enormemente, ogni giorno di più, assieme a Giovanni.

Già, Giovanni Falcone e la strage di Capaci, 23 maggio 1992.
Mi fermo a pensare. Ci sono stati altri anniversari, di recente, ed altri si aggiungeranno nei prossimi giorni, in un rosario di misteri e lutti che decenni di mancanza di giustizia rendono quasi senza speranza di elaborazione.

Domani 20 luglio saranno dieci anni dai giorni del G8 Genova. Un morto, Carlo Giuliani, e nessun processo a stabilire chi veramente lo uccise; la Scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, le botte in Corso Italia, centinaia di feriti e soprattutto la democrazia sospesa e la volontà di dare una bella lezione a suon di legnate a chi osasse di nuovo in futuro protestare contro il modo in cui va il mondo e dovrà continuare ad andare. Secondo loro e perché lo hanno stabilito loro.

Il 27 giugno abbiamo ricordato i trentun’anni di silenzi, omissioni e misteri della strage di Ustica e il 2 agosto si commemoreranno anche, della schiera degli affamati di giustizia, gli 85 morti della strage di Bologna.

C’è un politico, un certo Garagnani, del partito degli onesti, che invoca per la prossima cerimonia di commemorazione del 2 agosto a Bologna la presenza dell’esercito in piazza. Per fronteggiare le contestazioni al governo, dice. L’esercito in piazza. Nemmeno più i celerini dal tonfa facile, l’esercito. Basterà il fosforo bianco o ci facciamo prestare un po’ di quel gas famoso del teatro Dubrovka da Putin?
L’esercito. Di questo dovremmo preoccuparci. Di un governo che non esiterà ad usare qualsiasi mezzo pur di non mollare la presa. Di questo dobbiamo parlare. Altro che  stare a sferruzzare mufole di lana caprina sulla vera identità di Spider-coso. 

Mentre si ciancia di Cesare e Marcellus, a Palermo sono state danneggiate le statue in gesso commemorative dei giudici Falcone e Borsellino, alla vigilia dell’anniversario della strage di Via D’Amelio.
Qui ci vuole Pasolini.

“Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
[…]
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
[…]
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè
non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.”

Pier Paolo Pasolini
Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, Roma, 2 novembre 1975

Testo tratto dal “Corriere della sera” del 14 novembre 1974, con il titolo “Che cos’è questo golpe?”; testo poi confluito in Scritti corsari, Garzanti 1975.

E’ tutto concatenato. La legge bavaglio, ovvero l’imposizione per legge del silenzio sulla conoscenza e l’informazione e l’elogio dell’omertà; il delirio sull’immortalità (con Don Verzé che urla “si… può… fareee!”) e la pretesa dell’intoccabilità assoluta. Tutto al più presto possibile, tanto non ci sono altri che degli incapaci da circonvenire con qualche doppia porzione abbondante di lenticchie federaliste e qualche poltrona d’oro per la progenie somara. La peste manzoniana v.2 sarebbe ancora troppo poco per questi venduti.
E se non abbiamo ancora capito chi sono Loro veramente ci seminano le prove e gli indizi sotto al naso, tanto siamo bambini di sette anni, disse iddu. Per provare. Per provare, per provare la loro insospettabilità.

Ormai dalle facce di settentrionali ghepensimì e meridionali intellettuali la buccia sta cadendo a brandelli per mostrare, come i Visitors dei telefilm di quando eravamo ragazzini, la sottostante pelle della piovra. Ci ridono in faccia: “Guarda, guarda cosa siamo veramente, guarda la pelle viscida” ma noi siamo ancora distratti dalla figura di merda rimediata dai miliardari pallonari.
Vogliono vedere se qualcuno avrà il coraggio di toccarli. E’ una sfida, una gara estrema di onnipotenza, uno schiaffo andato a dare, con il saltino, direttamente in faccia a Dio, un Dio che si sta pericolosamente invecchiando, visto che non li fulmina all’istante. Un Dio rammollito, una specie di Mickey Rourke rintronato ed imbolsito lontano millenni da quello di Ezechiele che scatenava sui malvagi il suo furiosissimo sdegno. Un Dio che si sbaglia e ci toglie i giovani, lasciando vivere e ciulare i vecchi maiali.

Il bavaglio urge perchè si comincia a percepire una certa insofferenza tra gli italiani che hanno sciaguratamente votato il nano truccato. La si può sentire, per esempio, ascoltando i discorsi dei bottegai al mercato, una delle zoccole dure dell’elettorato berlusconiano. Stamattina si lamentavano ad alta voce che uno pur condannato per mafia non avrebbe fatto un giorno di galera. Mi pare perfino di aver udito un “è una vergogna”. Tutta gente che ha l’abbonamento di Sky, immagino, perchè dal TG1 non l’ha di certo saputo.
Chissà se in qualche angolino recondito del portaneuroni di costoro c’è spazio per un ravvedimento oneroso, per un “Cazzo, ma io non avrò mica votato dei mafiosi?”
Prima che il papiminkia si svegli dal coma e il bottegaio giuri di non votarli mai più è necessario imbavagliare la stampa, quella rimasta a fare il suo lavoro e dovere di informare, dopo aver asservito le televisioni ed averle fatte diventare dei luoghi di fantasia dove le condanne diventano assoluzioni. Perchè gli elettori non vengano a sapere troppo e continuino a credere che ci sia un governo capace di governare.

Ci sono ancora molti nodi da sciogliere e tanti processi che potrebbero riaprirsi. Ecco la fretta di dichiarare l’intoccabilità retroattiva del ghepensimì.
Pisanu, che ama giocare ultimamente nel ruolo del fluidificante, nel senso che dice e non dice, ondivaga, mastica e sputa e ogni tanto butta là con nonchalance la stoccatina, dice che “Ci fu una trattativa”, intendendo tra Mafia e Istituzioni. Non dice però tanticchia di più. Dice che non fu lo Stato a trattare ma poi si sa chi risultò vincente dopo la trattativa, e allora? Quale nuora , tra le tante, dovrebbe intendere?

Nel corso della lunga e complessa operazione di demolizione controllata dello Stato italiano, la cosca governativa siculo-brianzola capitanata dal padrino tascabile con la faccia da varano incazzato impiastricciato di fondotinta, piazza, per bocca del cumpari palermitano, un’altra bella carica, una bomba affettuosa, diciamo, sotto al concetto di eroismo.

Aggiornatevi, voi che siete rimasti al carabinierino Salvo D’Acquisto che porge il petto al fuoco del nemico in vece dei civili rastrellati per rappresaglia, oppure ai giudici martiri Falcone e Borsellino che hanno offerto la vita saltando su seicento chili di esplosivo in difesa dell’onore di una nazione minacciata dall’avanzare del cancro del malaffare criminale e mafioso.
Il nuovo eroe, non importa se mafioso conclamato, assassino e trafficante di droga, è, come nella tradizione dell’epica della mala, chi non parla, chi non ha fatto i nomi. Iu ninti sacciu e ninti taliai.
E quali nomi non fece? Quelli eccellenti, quelli dei politici, degli innominabili. Di coloro che alla fine saranno pure innocenti ma sembrano così tanto colpevoli. Di quelli che hanno stampato in fronte il “prova a prendermi”.

Lo stalliere muto diventa un eroe, l’eroe personale, l’eroe ad personam del senatore condannato in tribunale ed assolto dai servi mediatici. Quello che sta cominciando a far incazzare il papiminkia modello base.
E’ il suo eroe ma non il nostro, credo di poter parlare per tutti coloro che hanno avuto il conato di vomito a sentire l’elogio dell’omertoso. C’è una differenza incolmabile tra noi e questi governanti e lo rivendichiamo e rivendicheremo sempre con orgoglio.
Non riusciranno mai a farci considerare eroi dei delinquenti.

“In carcere, ammalato, fu invitato a parlare di Berlusconi e di me in maniera non positiva, non ha detto nulla, solo che eravamo due persone per bene, anche se gli era stato promesso di uscire.”
(Marcello dell’Utri, novembre 2009)

Il governo che perora la causa di santità di un boss della mafia, lo stalliere Mangano, eroe perchè muto come un pesce, è quello che si vanta di aver fatto di più contro la mafia negli ultimi 150 anni. Per esempio arrestando vecchi boss bolliti spacciandoli per pezzi da novanta il giorno dopo la deposizione in aula del pentito Spatuzza, che apre gli armadi e fa prendere aria a vecchi scheletri di una gravità inaudita: connivenza con la mafia e terrorismo di coloro che sono i nostri attuali governanti.
Che dei boss vengano messi fuori dal gioco non ha mai significato nulla nella lotta alla criminalità organizzata. Da che mondo è mondo i nuovi scalzano i vecchi. Esistono le guerre di mafia. Le faide, le famiglie sconfitte e quelle emergenti.
Nel finale del Padrino chi sferra un colpo mortale alla Mafia, facendo fuori una mappata di capi, è proprio Michael Corleone, il boss emergente.
Sarà quindi come dice Maroni che il governo ha quasi sconfitto la Piovra – e quando lo dice, cosa grave, lo pensa veramente, il Bobo – ma così, a pelle, mi va di credere di più ad uno come Gioacchino Genchi che sostiene che l’arresto dei due boss Nicchi e Fidanzati sia servito soprattutto per gettare fumo negli occhi ai telespettatori incuriositi da cosa aveva testé rivelato uno che la mafia la conosce bene dall’interno. Un pentito non è automaticamente depositario della verità assoluta ma è imperativo che le sue rivelazioni vengano sottoposte a riscontri oggettivi e indagini, vista la gravità dei reati in gioco.

Questo è un governo che in altri tempi aveva avuto un atteggiamento più tollerante nei confronti della Piovra:

“Con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole.”

(Pietro Lunardi, ministro del governo Berlusconi, agosto 2001)

Accompagnato sempre da un certo fastidio per il problema in sé:

“Noi trasmettiamo sempre un messaggio negativo. Ad esempio, se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l’immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell’aeroporto… “
(Gianfranco Miccichè, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, ottobre 2007, riferendosi all’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo.)

Gli aeroporti intitolati a coloro che morirono per mano mafiosa proprio non vanno giù ai berlusconidi e quindi si vuole togliere l’intitolazione a Pio la Torre dell’aeroporto di Comiso. Se abbiamo fede, un giorno un aeroporto lo intitoleranno proprio a Vittorio Mangano. L’eroe “di quei che parlen no”.

Chi comunque, pur combattendo la Piovra tentacolo per tentacolo come nemmeno Benito e il prefetto Mori, non riesce proprio a mandar giù l’antimafia è il sodale di Dell’Utri. Iddu in persona.

“Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo.” (Silvio Berlusconi, 28 novembre 2009)

Lui non lo fa apposta ma sembrano proprio le parole di un mafioso.
Quella frase Freud l’avrebbe definita un atto mancato. Silvio dimentica che le serie della Piovra sono dieci e non nove e che l’ultima è particolarmente interessante perchè narra della fine di Tano Cariddi. Suicida all’interno del cratere di un vulcano dopo una serie infinita di malefatte, compreso l’uxoricidio, non coperto da alcun Lodo Alfano. Forse a Silvio piace solo il lieto fine – e vissero mafiosi e contenti – ed ha rimosso il Tano flambé.

Il governo più antimafioso di tutti che però è allergico all’antimafia è un’altra delle stranezze italiane. Il problema è che la mafia la combattono i giudici e il nemico del governo Berlusconi sono i giudici.
L’ultima trovata dei berlusconidi rettiliani sui magistrati è fresca come l’ovetto appena uscito dal culo della gallina. Angelino Alfano sostiene, rinvigorendo una nota leggenda metropolitana, che i magistrati non lavorino e passino il loro tempo, invece di indagare, a fare i tronisti in televisione.
Ricordiamo al guardasigilli che le procure chiudono alle 13,30 (lo so perchè ogni tanto mi capita di utilizzarle per lavoro) e così i tribunali, non per colpa dei magistrati ma di un sistema della Giustizia che non ha i soldi per pagare gli stipendi di uscieri ed altro personale di supporto per l’intera giornata. Diano più soldi alla Giustizia, alle forze dell’ordine, comprino i toner per le stampanti cosicchè un cittadino possa farsi stampare la denuncia e vedrà, caro Angiolino, che i magistrati saranno ben contenti di lavorare il pomeriggio in ufficio invece di doversi portare i faldoni a casa.

A proposito di magistrati fancazzisti. Ieri pomeriggio, giusto per far fare una cattiva figura al mio paese e fare un dispetto al Papi, che non guasta, ho visto un DVD pescato domenica in fiera tra i 3×10 euro: “Paolo Borsellino”. Una fiction, nulla di più, un buon prodotto con ottimi interpreti come era stata “La Piovra” ma con una lezione storica da ricordare: negli anni ’80-’90, chi combatteva la mafia facendo sul serio, andando ad indagare anche il sottobosco delle connivenze e delle collusioni – quello che oggi Silvio vorrebbe rendere un non-reato, il concorso esterno in associazione mafiosa, chi insomma ha fatto sul serio lavorando giorno e notte (capito Angeli’?) per scoprire gli intrecci tra criminalità e affari, ci ha lasciato la pelle. Giuseppe Montana, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutti dello stesso gruppo di lavoro. Segno che avevano toccato il nervo scoperto.
Fatti fuori perchè forse non rivelassero quali sarebbero stati i nuovi referenti della mafia dopo il crollo della Prima Repubblica. E’ così evidente come nemmeno uno scarafaggio su un tappeto bianco.

Eppure basta un Maroni che va in tv a millantare successi inesistenti – cosa sta facendo il governo, per esempio, contro i Casalesi, O Sistema, le ‘ndrine e la Sacra Corona Unita? – per far credere ai buoi leghisti che l’unico loro problema sono i nègher.

Qualcuno sostiene che dietro le rivelazioni di Spatuzza contro Dell’Utri e Berlusconi, i compagni di frequenze, non vi sia una questione d’onore o di principio ma solo un messaggio mafioso che riguarda dei volgarissimi “piccioli”. Un recupero crediti, insomma. Oppure è venuto il tempo di ricambiare qualche favore. In ogni caso è gente che non si accontenta di promesse elettorali. Quelli fanno offerte che non si possono rifiutare e che rispondono al principio: morto un papi se ne fa un altro.
Mi ha colpito una frase pronunciata da Gioacchino Genchi nel filmato: “La mafia sta presentando il conto a qualcuno che sta andandosene ma la preoccupazione nasce dal pensiero di chi lo sostituirà, visto che in Italia al peggio non v’è fine.”
La mafia cerca nuovi referenti? Finiremo per rimpiangere Berlusconi? L’incubo continua.

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