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Mi sembra doveroso accogliere anch’io l’invito a dar voce su questo blog a Paolo Ravasin ed al proprio testamento biologico affidato a questo video.
Ravasin, presidente della cellula di Treviso dell’Associazione Luca Coscioni è affetto da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e, come già Piergiorgio Welby, si batte affinchè venga riconosciuto ai malati senza possibilità di guarigione il diritto (sacrosanto, aggiungo io) di poter decidere di rinunciare all’alimentazione forzata e ad altre forme di prolungamento artificiale dell’esistenza in vita, compresa la somministrazione di farmaci non strettamente atti a lenire il dolore. A tutto ciò insomma che si definisce ,per comodità, accanimento terapeutico.

Questo appello arriva qualche giorno dopo la sentenza che ha finalmente preso in considerazione la richiesta del padre di Eluana Englaro, costretta da sedici anni in uno stato vegetativo permanente, di poter interrompere l’alimentazione artificiale della donna, l’unica cosa che la tiene materialmente in vita, scatenando l’ira di coloro che vogliono continuare a poter decidere per gli altri quando, dove e come questi possono finalmente morire.

Non fossero bastati Ferrara con le sue bottiglie e i soliti Don Budget e Bozzo, ci si è messa per ultima pure la Carfagna a dire che la Vita deve’essere rispettata e che non è il caso di fare una legge che regolamenti le ultime volontà dei malati con una cosa come il testamento biologico. Pari opportunità per sani e malati, insomma.
Non è la Vita che interessa a questi soloni, è il mantenimento del potere sulla vita degli altri, senza il quale non sarebbero più nessuno. Chiamano in causa Dio dimenticando quanto Dio possa essere cattivo (avrei voluto usare un termine molto più crudo) nel condannare i suoi figli ad un’esistenza come quella di Piergiorgio, di Paolo o di Eluana e di migliaia di altri.
Siccome sono per la massima parte i cattolici che pensano di potersi ergere a giudici dell’esistenza altrui, giova ricordare come al Santo Padre Giovanni Paolo II sia stato concesso di rifiutare l’accanimento terapeutico negli ultimi giorni della sua malattia. “Lasciatemi andare”, pare abbia detto. Sarebbe bello che fossero lasciati andare anche loro, i malati comuni, quelli senza la tiara in testa.

Mi sono chiesta in questi giorni, nel caso di Eluana, se per caso non sia colpa delle immagini che di lei vengono diffuse se ci si ostina, nel campo dei difensori a zona della Vita, a negarle il diritto ad andar via con un furibondo pressing.

Eluana in quelle foto è bellissima. Sorridente, giovane, radiosa, piena di vita. Chi mai vorrebbe “condannare a morire di fame e sete” una così bella ragazza. Ma quella Eluana non esiste più, non solo perchè ora ha sedici anni di più.
La sua condizione in neurologia si riassume con un termine terribile: coma decorticato. La corteccia, ovvero la parte di cervello che ci permette di muoverci, parlare, pensare, udire, vedere è permanentemente disconnessa dai centri più elementari sottocorticali di sopravvivenza. E’ un corpo che respira e continua a vivere, ormai separato per sempre dalla mente che lo governava, solo grazie a quella che Beppino Englaro ha definito “una violenza fatta alla natura”. Una condizione che comporta una grave limitazione alla dignità della persona.

“Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto.” (da La storia di Eluana Englaro di Luca Carra)

Non abbiamo immagini di quella Eluana e forse non si può chiedere alla famiglia di mostrarcele ma forse farebbero capire a coloro ai quali le parole non bastano ma che sulle cose hanno bisogno di sbatterci contro il grugno, la condizione che questa donna è costretta a vivere. Con la beffa di aver oltretutto confidato un giorno a suo padre, ancora sana e perfetta, di provare orrore a pensare di trovarsi in una situazione così. E’ in nome di quella intenzione, di quel desiderio, che Beppino pensa di dover rispettare la volontà di sua figlia. Accettando oltre tutto, accordandogliela con un enorme atto d’amore, di perderla per sempre.

Piergiorgio e Paolo si sono mostrati ed immolati nella loro difficoltà, nella loro impotenza, con le loro voci metalliche che ci hanno ferito il cuore. Cosa faremmo noi nei loro panni? Potremmo volere ancora vivere, ancora un giorno, ancora un minuto, prego, disperatamente aggrappati alla vita. Oppure, potremmo desiderare solo di morire e porre fine alla sofferenza e ad una vita che non è più vita.
La nostra opinione in fondo non conta nulla, come quella dei filosofi o dei teologi anche se penso nessuno si augurerebbe di vivere da corpo inerte senza più la luce del pensiero. Io non lo vorrei.

L’unica cosa che conta è che se questi malati desiderano che tutto finisca, perdio, noi abbiamo il dovere di aiutarli a compiere fino in fondo la loro scelta.
Paolo, Piergiorgio e il babbo di Eluana si battono affinchè ognuno di noi possa decidere, volendolo, con un testamento biologico, cosa fare della propria esistenza qualora non vi fosse più speranza di guarigione o uscita da un coma depassée. Potremmo anche non scegliere, lasciar fare al destino. E’ una battaglia di libertà, non di assolutismo.
Negare ai malati aiuto in nome di una cieca ortodossia ideologica, di un ottuso attaccamento al potere di vita e di morte sugli altri è non solo incivile, ma profondamente disumano.


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