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Quanto siamo ridicoli con la nostra spocchia, come se fossimo ancora nel Rinascimento con i Da Vinci e i Medici e non  fossimo diventati invece delle malecopie fatte in Cina degli italiani che fummo. 
Quanto è ridicolo il mai-stato-bocciato Dead Premier Walking con il suo “spezzeremo le reni alla culona inchiavabile se la Grecia non fa prima il culo a noi”. La tragedia di un popolo ridicolo e del suo capocomico impazzito che fa chicchirichì sul proscenio sotto una pioggia di uova marce.
Quanto siamo ridicoli ad offenderci per una manifestazione, una volta tanto, di sincerità nei nostri confronti. Ridicola l’opposizione che, come sempre più spesso gli capita, non ha capito una minchia tanta del senso profondo dell’ilarità franco-tedesca. Ridicolo chi si offende tentando la carta di un tardivo orgoglio patrio che, con noi italiani, è sempre fuori luogo. Abbiamo appena pugnalato l’ennesimo alleato alla schiena, un po’ di contegno, suvvìa, e rispetto per le salme ancora calde. 
Chi fa l’offeso allora è convinto che il piazzista di aspirapolvere che ci governa ci rappresenti veramente tutti come popolo, compresi noi che non lo avremmo voluto nemmeno come amministratore di condominio. Chi si adonta evidentemente crede che un offesa a lui richieda l’immediato lavacro dell’onore domattina all’alba con due testimoni. Insomma, come si permettono quel nanerottolo alto quanto una baguette e la culona Kartoffeln di irridere il nostro meraviglioso governo dell’arraffare?
Dovremmo vergognarci noi che ci siamo affidati ai servigi ed alla protezione della Banda del Nano dell’Ortiga. Talmente brava che i conti pubblici ce li avrebbero tenuti meglio il Libanese e il Secco della Banda della Magliana.
Angela e Nicolas ridevano del nano, coglioni, non dell’Italia e hanno fatto benissimo a ridere, anzi, dovevano pure ombrellarlo e fargli vedere le natiche abbassandosi i pantaloni. Peccato che né in Francia né in Germania abbiano dimestichezza con ‘o pernacchio, perché uno di quelli alla “Duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari”con la mano molle, ci sarebbe stato a pennello. Angela e Nicholas, la prossima volta abbiate la compiacenza di nascermi napoletani.
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Il logo suggerisce che dal 2011 in poi dobbiamo andare “avanti veloce”?

Com’è difficile, essendo italiani, parlare di patria. Non si sa da che parte cominciare. Le idee si accavallano e si parlano sopra, in un gran casino. Oppure non ci sono proprio idee, il vuoto assoluto.
Sembra di essere all’esame di maturità di fronte ad un tema che il nostro cervello non si aspettava e che non si decide ad elaborare. E’ una parte del testo che avevi saltato a pié pari perché figurati se esce proprio quello.
Eppure per gli altri popoli è così facile descrivere il concetto di patria. Prendi gli americani o i francesi, perfino quelli che consideriamo con sussiego come troppo meridionali: egiziani, tunisini, algerini. Ti riempirebbero dieci fogli protocollo sull’argomento e alla fine non riusciresti nemmeno a leggere tutte le parole perché i fogli sarebbero macchiati dalle lacrime di commozione che provoca loro il concetto.
Dunque, facciamo uno sforzo, possiamo farcela anche noi. L’Italia sta per compiere 150 anni come nazione, bisogna parlarne, anche se nessuno sembra voler festeggiare la ricorrenza, a cominciare dalla nostra classe dirigente. Su questo ritorneremo più avanti.
La patria, vediamo. “Fratelli (coltelli) d’Italia” è il nostro inno, il tricolore la nostra bandiera. Nostri? Nostri di chi? Di noi italiani. E chi sono gli italiani?

Forse ci manca il file di sistema del patriottismo perché siamo un popolo troppo giovane? Può essere. Centocinquant’anni di unità nazionale non sono poi tanti. 
Se non siamo patriottici è perché non siamo tutti uguali, non siamo un popolo omogeneo, ci si giustifica. Vi sono differenze tra Nord e Sud, tra Bergamo di sopra e di sotto, tra la Contrada dell’Oca e quella della Tartuca. Fai dieci chilometri e il tuo stesso dialetto diventa incomprensibile. 
Non è così. E’ solo un’illusione, quella di essere diversi. Siamo un popolo di bastardi, geneticamente e culturalmente. Ma proprio perché siamo tutti bastardi, siamo tutti uguali. Compris?
Infatti, se vai all’estero ti riconoscono subito. Hai voglia di specificare che sei genovese, marchigiano, viterbese. Per loro sei ITALIANO, ovvero quella sfilza di stereotipi che ti marchiano a fuoco e che si possono riassumere nell’orrenda triade: mafia, spaghetti e mandolino. Curiosamente, proprio tra gli italiani all’estero, costretti ad unificarsi sotto un unico cliché, è forte il patriottismo. Qui in Italia invece, emergono le differenze e i distinguo, ognuno di noi fa provincia per conto suo.
E’ per questo che, se li intendiamo come popolo con un’identità nazionale, gli italiani sembrano materializzarsi  solo in occasione dei Mondiali di Calcio (solo però se li vinciamo). 
La patria, allora, è andare a fare i caroselli per le strade con il bandierone? Beh, non direi. Ci vogliono situazioni più serie per misurare il grado di patriottismo di un popolo. Per esempio la guerra, quando devi morire per la patria combattendo o per difenderla da un invasore.
Ecco il primo problema. Noi consideriamo la guerra un’opportunità di carriera e di solito, cominciandola da uno schieramento, non sai mai dalla parte di chi la finiremo. La sovranità nazionale, del resto, non ci interessa più di tanto. Sono più di sessant’anni che viviamo benissimo senza e ormai forse non sapremo più che farcene. Ci siamo abituati a camminare su una gamba sola.
La politica, dal canto suo, ha fatto di tutto per distruggere, in questi 150 anni, il concetto di patria. Il fascismo era riuscito ad imporcene, a calci in culo, una versione dispotica e tragicomicamente sborona che non poteva che finire i suoi giorni nella polvere e nella vergogna.
Con la Resistenza abbiamo combattuto per la libertà dalla dittatura di una nazione intera, dell’Italia, non solo della Repubblica del Nord o del Sud ma  la sinistra, finita l’emergenza della guerra civile, ha preso a deridere il concetto di patria, preferendo ad esso l’internazionalismo socialista e lasciando in eredità il sentimento nazionale ai residuati di fascismo, commettendo  un gravissimo errore.
Il regime socialdemocristiano del lungo dopoguerra, bisogna riconoscerglielo, non si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’unità del paese ma non ha fatto nulla per sviluppare un vero sentimento nazionale positivo e democratico, lasciando che emergessero e prendessero piede le leggende della Padania, del Dio Po’, della secessione del Nord e dell’indipendentismo del Sud.
La classe dirigente attuale sta completando la demolizione controllata del senso di unità nazionale comunemente detto, ovunque nel mondo, amor di patria.
Da una parte c’è l’internazionalismo imprenditoriale per il quale Italia o Serbia purché se magna, inteso come va’ dove ti porta il profitto. Per loro l’Italia vale solo se è come la serva, cioè se serve. Altrimenti se ne vanno, delocalizzano, fottendosene dei destini dei lavoratori italiani. Patriottismo degli industriali italiani? Non pervenuto.
Ecco quindi la Marcegaglia strepitare perché il 17 marzo, giorno in cui si festeggiano i 150 anni dall’unificazione di regnucoli e granducati in Regno d’Italia, visto che c’è la crisi “ohm!”, non bisogna astenersi dal lavoro. Capirai, come se un giorno facesse vendere più tubi a lei e più Punto a Marchionne.
Marchionne che non si sognerebbe di certo di costringere i lavoratori americani a lavorare il 4 luglio perché prenderebbe delle sonore cinghiate da Obama in giù , fino all’ultimo discendente di Toro Seduto.
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Anche Montezemolo dice che bisognerebbe lavorare ma propone di eliminare la Befana, ormai già trascorsa, al posto della festa del 17 marzo che, comunque e se non sbaglio, sarebbe celebrata solo quest’anno. Beh, lui ci ha provato.
In realtà agli imprenditori viene il bruciaculo al pensiero di dover retribuire la giornata festiva ai lavoratori. Tutto qui.

In ambito governativo ci sono ovviamente i leghisti, strutturalmente contrari a festeggiare una ricorrenza italiana e non padana come la sagra della polenta taragna, a loro sicuramente più cara. Fedeli al diktat del “va’ a laura’”, vogliono che il 17 marzo si lavori comunque.
Anche la Gelmini difende l’apertura coatta delle scuole nel giorno di festa. Chissà come saranno contenti i ragazzi.
Sempre dalle parti degli italiani per forza, ecco le minoranze come i sudtirolesi  rifiutarsi di partecipare alle celebrazioni ufficiali dei 150 anni.
Notoriamente considerati da Vienna come i terroni dell’Austria, e nonostante ricevano come provincia autonoma dallo Stato Italiano benefici fiscali che il resto d’Italia si sogna, compreso il ritorno a livello locale del 90% delle tasse pagate, si sono preoccupati recentemente di salvare il governo Berlusconi con il loro voto, vendendosi l’orifizio come tutti gli altri. Sarebbe gradito un loro silenzio sulle questioni italiane per i prossimi, diciamo, mille anni.
A questo antipatriottismo legaiolo e kartoffeln, più qualche smania irredentista sicula e in attesa del risveglio dell’orgoglio etrusco e di quello villanoviano, si oppongono ovviamente i fascisti-su-marte alla La Russa e anche la ministrina Meloni, povera cocca, ma sono voci troppo flebili per poter essere ascoltate.
L’opposizione, del resto, impegnata com’è a trovare dieci milioni di firme per mandare via Berlusconi, non si è ancora pronunciata. A proposito, frega a qualcuno di ciò che eventualmente potrebbe dire Veltroni a riguardo?

Nemmeno Berlusconi, che pure è giustificato dagli enormi problemi che deve affrontare in questi giorni, ha ancora proferito parola sulla ricorrenza del 17 marzo. Penso che possiamo comunque intuire il suo pensiero. Il 17 marzo non  bisogna astenersi dal trombare.

Uno si domanda come sia possibile che un figuro come Bossi possa continuamente  vilipendere la nazione italiana e minacciarne l’integrità territoriale senza essere, se non immediatamente associato alle patrie galere, quantomeno denunciato.
E che gli fai? Hanno pensato a tutto, questi cialtroni. Non è solo questione di immunità parlamentare. Per tenersi buona la Lega, che deve papparsi il Nord in cambio della svendita del Sud alle Mafie, si stravolge anche l’ordinamento delle leggi.
C’era una volta il Codice Penale che recitava:

Art. 241. – Attentati contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato.

Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato [ o una parte di esso] alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con la morte. ergastolo

Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l’unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità. 

Questo  fino al 2006, Governo Berlusconi III, quando il testo dell’articolo è stato modificato (mentre il centrosinistra lo teneva fermo) con la legge del 24 febbraio 2006 n. 85 pubblicata in G.U. del 13 marzo 2006, n. 60 con il titolo: “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione” come segue:  

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.

La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche”.

Quindi, ricapitolando, se Berlusconi sottomette l’Italia al Putiniere russo o al terrorista internazionale in pensione di Tripoli può farlo tranquillamente a meno che non lo faccia in maniera violenta, brandendo una scimitarra o un kalashnikov, ad esempio. Limitandosi alla lingua in bocca ed al petting con i suddetti non è punibile. Questo è il famoso Partito dell’Amore, non dimentichiamolo.
Se il  cerebroleso padano offende continuamente la nazione italiana, la sua capitale, i suoi connazionali ed il sentimento di amor patrio, con l’aggravante che è purtroppo un ministro, niente più galera. Oddio,  in teoria dovrebbe pagare ogni volta una multa.
Infatti, per questi impuniti, vilipendere la nazione italiana è diventato un reato amministrativo.

291. Vilipendio alla nazione italiana. (vecchio testo)

“Chiunque pubblicamente vilipende la nazione italiana è punito con la reclusione da uno a tre anni.”

nuovo testo:

“Chiunque pubblicamente vilipende la nazione italiana è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.”

Un altro motivo per vergognarsi di Berlusconi. Di uno che ha portato questo ciarpame arraffapoltrone  e stipendi d’oro dai trogoli padani addirittura in Parlamento e nei ministeri a sputare nel piatto dove mangiano fino a strozzarvisi.
Il sindaco di Roma ha reagito, si, alle volgari ingiurie galliche ma l’ho trovato un tantinello moscio. Questi fascisti all’ammorbidente a schiuma frenata non si riconoscono più. Se ci fosse stato ancora lui avrebbe come minimo spezzato le reni alla Gallia Cisalpina e per molto meno. Alemanno invece scrive a Berlusconi. perchè  dica a Bossi di non farlo più, per favore. Capirai, che paura! Sembra papà McFly: “Ehi tu, lurido porco, levale le mani di dosso.”
Dai Alemanno, un pò più di nerbo. Sei il sindaco di Roma o di Carate Brianza? Allora tanto valeva lasciarci  Veltroni, in Campidoglio. Cantiamogliela in coro: “Alemanno, Alemanno, Ale-Ale-manno, Ale-Ale manno, ahò!”

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