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Un partito progressista maturo, che ha superato le sue malattie infantili, compreso l’infantilismo, raggiungendo una buona autostima e che mira a governare addirittura una nazione intera non avrebbe paura. Non temerebbe un movimento d’opinione da percentuali sotto il cinque per cento – attualmente attorno al 3.0% nelle intenzioni di voto –  che sotto l’involucro di puro marketing ha forse solo il volatile entusiasmo dei suoi sostenitori e che probabilmente non sottrae voti solo a lui ma anche a destra. Magari cercherebbe di capire cosa, di quel movimento, attira gli elettori, soprattutto giovani. Quali sono i suoi argomenti vincenti. Vedrebbe se è il caso di copiarne qualche idea ed iniziativa, se valide, per attirare a sé il consenso di quegli elettori. Insomma si comporterebbe da adulto razionale e consapevole.
Invece, come ha dimostrato l’ultimo caso, quello delle elezioni regionali del Molise, vinte dal candidato di centrodestra per un venticello di corpo sul PD, il partito democratico, invece di prendersela con sé stesso, come fanno gli adulti, ha trovato subito il responsabile della sua sconfitta, il Grillo espiatorio. 
Insomma, il piccolo Piddì ha frignato pestando i piedini per terra e chiedendosi, pieni di pianto gli occhi, come osavano gli elettori italiani di sinistra non votare il meraviglioso partito di Bersani e della Dama Grigia. Stronzi anche loro, sottinteso, come i radicali.
Se perfino la sconfitta nel minuscolo Molise, una regione con poco più di 300.000 abitanti (la popolazione di una città come Bari), riesce ad affossare l’autostima di un grande (numericamente) partito mandandolo in panico per un 3% perso e portandolo a chiedere metaforicamente la testa di un comico pensionatosi in politica, credo ci sia ben poco da fare.
Il bipartitismo in Italia ha prodotto un curioso effetto. Uno dei partiti del duopolio, invece di diversificare l’offerta e tenerci a distinguersi dall’altro, si è quasi completamente identificato con l’aggressore, ovvero con l’impresario di avanspettacolo sceso in politica. Di conseguenza, ragionando ormai in termini di palcoscenico e borsettate reciproche tra primedonne, soffre se un comico gli ruba la scena.  Che i due siano uguali e complementari, aggressore ed aggredito, e che ragionino allo stesso modo, lo dimostra il fatto che B., il Barnum del consiglio, applaude Grillo che “porta via i voti alla sinistra”
Non c’è solo avanspettacolo ma anche una mentalità da presidente del Borgorosso Football Club nei due PD (con L o senza) . L’importante non è partecipare ma vincere, se abbiamo perso non è perché siamo delle pippe ma perché ci hanno dato contro un rigore che non c’era, e poi ce l’hanno tutti con noi, e c’è la sudditanza psicologica degli arbitri.
Grillo, con tutto il rispetto per l’entusiasmo e la costanza nel difendere le sue costose idee, può far paura solo a partiti così. A partiti per i quali il problema non sono loro, i loro dirigenti e programmi, sono gli altri che sono grillini.

Perfino Gianni Letta e Fidel Confalonieri gli avrebbero suggerito di farsi da parte. Quando si dice gli amorevoli consigli degli amici.
Dovrebbe seguirli, prima che arrivino quelli degli amici degli amici.

Oggi ascoltavo quel Brunetta cresciuto del ministro del Welfare. Ne ascoltavo la protervia di chi è appena sceso dall’auto blu perché lui è lui e lo guardavo gesticolare come un attore di telenovela colombiana contro i “bastardi anni 70”. Quelli che hanno permesso, tra l’altro, a quei socialisti d’Italia come lui di imperversare nei successivi anni Ottanta, con la banda dei magliari di Craxi e dei suoi compagni di tangente. Anni non bastardi ma bastardissimi che hanno incubato e nutrito a spezia e pappa reale quell’autentico flagello della democrazia che è il berlusconismo, che poi si è sdebitato arruolando nel governo del fare (schifo) tutti i cascami della vecchia politica sopravvissuta a Tangentopoli.

L’ho sentito infine rivendicare, tra i fischi di una platea cattolica, mica di punkabbestia, che non ne apprezzava il tono inutilmente scalmanato,  un orgoglioso anticomunismo, forse l’ultima cedola rimastagli nel carnet di buoni salvaculo da spendere per tentare di salire sulla scialuppa di salvataggio ora che l’iceberg si sta avvicinando.
Alla fine, dopo tanto sbracciarsi, il Ministro del Welfare ha rimediato solo il nocchino sul capo nientemeno che dal Cardinal Bertone, che gli ha raccomandato di non fare strame delle cooperative. Un avvertimento oneroso in porpora magna.

Perché Sacconi è quello che voleva cancellare il riscatto di università e naja ma in realtà si è sbagliato sui calcoli; pensava che i laureati interessati fossero solo 4000 ma erano invece 600.000, e ha fatto fare la figura d’Italia al nano capo.
Sarebbe infine, giusto per non infierire, pure quello che ha rifilato alle finanze sanitarie regionali un conto di 184.000.000 di euro per quel vaccino contro l’influenza maiala H1N1 che ora sta andando a male sugli scaffali. Ancora un paio di punzonature sulla scheda raccoglipunti e una bella interdizione perpetua dai pubblici uffici gli starebbe a pennello.

Prima ho citato Brunetta, altro rivolo di percolato socialista che inquina da troppi anni il terreno della politica. Ricordate quando, tutto sudato ed in preda ad un accesso di autoerotismo millantatorio, raccontava a Mentana di essere un Nobel mancato per l’economia?
Per combinazione, l’altro giorno, leggevo su “Inchiesta sul Potere”, la raccolta di articoli ed inchieste di Giuseppe D’Avanzo appena pubblicata da Repubblica, una vecchia intervista del giornalista scomparso con Francesco De Lorenzo, il mai dimenticato Ministro della Sanità (liberale) dei begli anni di Tangentopoli.
Anche lui a millantare di essere un quasiNobel e a sbatterci in faccia un ego ipertrofico. L’intervista era del 1992 e non ho potuto fare a meno di notare come nulla sia cambiato,  di come abbiamo a che fare sempre con i soliti personaggi tronfi e pieni di sé,  che se li tocchi saltano su come vipere a dare dei cretini a tutti. Nullità assolute, nani di fuori e nani di dentro, incapaci alla resa dei conti di fronte ai problemi concreti ma con una grandiosa coscienza di sé ed un potere immenso in mano e per questo pericolosi come black mamba in libertà.
Arroganti so-tutto-io buoni solo ad arraffare e a cadere vittime – sia benedetta la nemesi – di chi è ancora peggio di loro e riesce ad estorcer loro il jackpot di una vita. Che l’Italia sia un paese dove tutte le valvole etiche sono saltate lo dimostra il fatto che ormai i ladri rubano in casa ai colleghi e sono convinta che chi paga non sa nemmeno più perché lo fa.
“Mi dia 500.000 euro, se no parlo”. “Eccoli, qualcosa avrò fatto senz’altro”.

Visto che sono bravissimi a fottersi le scialuppe di salvataggio, se la nave affonderà c’è il rischio concreto di ritrovarci questi bastardi senza Nobel tra qualche mese riciclati per l’ennesima volta. Non più socialisti né berlusconiani, democristiani,  forzitalioti o pidiellini ma riformaqualcosa sicuramente. Cerchiamo di ricordarci le loro facce almeno, non dimentichiamole mai, appendiamoci il loro ritratto in bagno e tagliamoci la mano con una roncola piuttosto che votarli di nuovo.

“Il delfino”

“Noi dobbiamo lavorare per un partito degli onesti”. (Angelino Alfano, oggi)

Si sedettero dalla parte degli onesti visto che i posti per i disonesti erano finiti.

(parafrasando B. Brecht)


“Qua crolla tutto.” (Daniela Santanché)


Io Brunetta lo capisco. Appena ha visto la stangona che è salita sul palco si è sentito male. Ma non per l’inevitabile effetto “articolo il”, perché ha capito che non era una ragazza irriverente curiosa di scoprire se è vero ciò che si dice attorno ai nani ma una con degli argomenti e con delle domande da porre ad uno che per lavoro dovrebbe stare ad ascoltare chi lo paga.
Per giunta, quanto ha sentito la parola “precari” ha avuto la tipica reazione di fuga ed è scappato come lo scarafaggio quando metti mano al flit in polvere. 
E’ stato troppo, in una sola volta, ricordargli quanto è piccolo in tutti i sensi ma soprattutto quanto sta diventando precario, per non dire pericolante, il suo posto di ministro
Per questa compagnia di giro di buffoni, con in testa il capocomico, è quasi pronto il biglietto Roma – Antigua, solo andata, e sono disperati, perché il popolo comincia ad armarsi di fiaccole e forconi e a guardare male il Palazzo. Meglio che si affrettino al terminal, prima che comincino a cigolare le ghigliottine.
Il video merita un posto in cineteca accanto alla famosa invettiva di Paolo Pillitteri contro i tassisti dell’epoca di Tangentopoli. Sempre reparto socialisti. A futura imperitura memoria.
Oggi, dopo più di cinquant’anni, i tedeschi sono ripiombati nell’incubo di dover ascoltare un pazzo farneticare in Cancelleria.
Tra l’altro, parlando del paese che ama, il pazzo ha detto che se la FIAT se ne andasse dall’Italia, farebbe bene.
Ho un suggerimento per il nome del nuovo partito. Visto che si vuole stuprare il sacro nome dell’Italia, avevo pensato a “Minorenne Italia”, visto che l’obsoleto e mazziniano Giovane Italia è già preso. Poi ho riflettuto, sentite le ultime infami bestemmie contro i giudici e i lavoratori, e sono giunta alla conclusione che l’unico nome adatto al partito di un tale pezzo di è una parola di cinque lettere che comincia per emme. E non è mamma.

Povera Mara che credeva di essere diventata, dopo il miracolo del ministero piovutole addosso in premio, qualcosa di più di un grazioso soprammobile, di una sex doll alla quale un dio benevolo diversamente alto aveva concesso la parola, il movimento ed il pensiero.  Proprio il pensiero la sta fregando, altro che Bocchino.
Sta a vedere che, frequentando l’ambiente, magari ci aveva preso gusto, si era messa in testa di combinare qualcosa e addirittura di sparigliare i giochi di potere all’interno del partito. Illudendosi magari di fare le scarpe a Cosentino in Campania.
Il PDL è governato dagli affaristi, me ne vado. Certo, Mara, che ti credevi?

Mara si lamenta che il partito non le dà spazio? Che non la valorizza nella sua regione come meriterebbe? Premesso che forse un tantinello la testa se la deve essere montata, bisogna dire alla ragazza che questo regime è un peronismo che non vuole Evite tra le palle. Se ci sono, che se ne stiano buone sotto la scrivania.  Questi non sono dei e neppure grandi uomini capaci di stare ad ascoltare e farsi perfino consigliare da una donna.  Sono papponi che dalle donne vogliono solo il ricavo quotidiano, con la consegna del mangia (anzi, succhia) e taci. Magari in pubblico ti chiamano “dottoressa” ma in privato sei solo l’ultima delle troie che sono passate da quella porta.

Detto questo, non farò anch’io la scontata battuta del giorno che “le zoccole cominciano ad abbandonare la nave” anzi, devo confessare di provare un disagio sempre più forte a leggere i commenti in giro sulle annunciate dimissioni di Mara Carfagna. Come se fosse lei l’unico motivo per il Parlamento di vergognarsi. 
Sinceramente, è peggio un ministro Carfagna o un senatore Dell’Utri? 
Non so, mi pare che stiamo solo agendo il nostro sconfinato disprezzo per le donne, che il berlusconismo ha elevato a livelli cosmici, attraverso l’insulto libero contro una che, in fondo, ha fatto meno danni come ministro di altri personaggi dello stesso livello.
Certo non ne faremo un’eroina. Non abbiamo dimenticato l’imbarazzo provato quando il nano la nominò  ministro, visto che si sapeva da un pezzo che era chiacchierata come una delle sue storiche amanti, di cui si conoscevano pure le presunte specialità erotiche.
Però, se quello era un sistema ed il criterio di assunzione era quello, dobbiamo dedurre che di miracolate, di altre specialiste con tanto di insegna fuori come nei casini pompeiani ve ne siano altre, magari più nascoste. Ecco, non date della zoccola solo alla Carfagna per difendere le criptozoccole. Almeno, se derattizzazione deve essere, che sia completa. 

Non credo perciò, come sostiene il “Riformista”, che la vendetta del metodo Boffo colpirà la Mara traditrice e che verranno finalmente fuori le famose intercettazioni hard del primo sexgate del nanoquelle che tutti i direttori dei giornali pare abbiano letto ma che non hanno voluto pubblicare. Lasciando, ad esempio, che la scuola italiana venisse distrutta.

Le intercettazioni non verranno fuori perché pare coinvolgano altre ministre, finora fedeli al loro protettore e  quindi resteremo ancora con la curiosità inappagata. Almeno fintanto che non crolleranno le mura del tempio spappolando nani e ballerine e il berlusconismo sarà solo un rifiuto speciale da termovalorizzare.
Per ora accontentiamoci delle borsettate tra le ex attricette e le ex soubrette, dei reciproci insulti a base di “cagna” e “vajassa”, del clima da ultima difesa della fetta di marciapiede. Un bello spettacolo, non c’è che dire. 

Dietro alla notizia che sta facendo piangere Nina Moric e sghignazzare l’Italia intera, ovvero la scoperta della costosa tresca tra Lele Mora e l’uomo illustrato Fabrizio Corona non c’è che la solita omofobia incancrenita nel tessuto nazionale, il solito riflesso ridanciano verso le relazioni omosessuali, a pagamento o meno, oltre ad un discreto dispregio dell’altrui privacy.
Sia chiaro, entrambi i personaggi mi stanno cordialmente sui maroni. Di Mora specialmente  mi preoccupa più la svastica sul telefonino che l’arredamento total-white stile “Cage aux folles”, ma qualcuno mi spieghi cosa ci sarebbe di interessante a livello pubblico nel fatto che due personaggi del mondo dello spettacolo si siano scambiati liquidi organici. Interessante al punto di farne una notizia (si fa per dire) da telegiornale, anche nei TG che si atteggiano ad esempio di antiminzolinismo militante.
Ho l’impressione che questa bagattella serva ancora una volta, come la cucina componibile di Montecarlo e l’orso che va a fare il bagno nel laghetto in montagna, a distrarre l’opinione pubblica da ben altri commerci carnali, che forse non coinvolgono orifizi più o meno chiacchierati ma qualcosa di peggio: la dignità e l’onestà di gente che dovrebbe servire NOI  perchè da noi eletta e non un nanetto da circo per disgrazia divenuto presidente del consiglio.

E’ una storiella che ha raccontato ieri Repubblica. Vi si narra del mercatino di onorevoli nuovi ed usati al tempo della caduta dell’ultimo governo Prodi, mercimonio già comprovato da numerose telefonate del nanerottolo al suo attendente in Rai, fatte allo scopo di piazzare attricette amiche di coloro che si dovevano acquisire. Tu me la assumi (a spese del servizio pubblico, cioè del contribuente), le fai fare una fiction e l’onorevole, che si frulla la passera in oggetto, è contento e ci vota a favore o fa addirittura il salto della quaglia. E’ una vicenda narrata in tutti i dettagli nel libro “Papi”, il bignami della mignottocrazia berlusconiana.
Se in quel caso specifico si attiravano gli uomini della concorrenza con il vecchio sistema del pelo e del carro di buoi, nella vicenda che coinvolge due onorevoli del nordest, già in forze al centrodestra per parte leghista, si è invece utilizzato il più tradizionale sistema dell’elargizione in denaro, uno dei più potenti incentivi a far cedere anche il più riottoso e virtuoso dei maschietti.
Non quindi le Bentley con le quali sfrecciare a 250 all’ora in autostrada come il monellaccio Corona, non la valigetta con le mazzette come nei gangsta movie ma un bel contratto di collaborazione a progetto, una decina di milioni al mese, poco meno del costo di un onorevole, elargito generosamente con soldi pubblici, a spese del contribuente. Perchè Berlusconi è un maestro, un gran maestro a far soldi risparmiando i suoi. Come diceva Ricucci? “Fare i froci col culo dell’artri.” Volgare ma pertinente. Generoso con i soldi altrui, i nostri, insomma.

E, a proposito di porci, tutto questo mercimonio di scaldapoltrone è dovuto al porcellum, alla legge elettorale della quale, come si è lasciato sfuggire freudianamente l’altro giorno il neosettantaquattrenne, lui assieme ai suoi giannizzeri “sta approfittando”. Se di una legge elettorale non si può approfittare per il proprio vantaggio, che gusto c’è? Siccome i candidati sono pedine da spostare a piacimento sulla scacchiera, si può chiedere loro di farsi eleggere o di farsi trombare a comando, secondo le esigenze giornaliere del capo. Se sarai trombato avrai comunque in cambio un bello stipendio (secondo il punto di vista del comprato, perchè per il compratore sono cifre ridicole) e per un po’ stai tranquillo.  E’ fortunato il brevilineo, trova pure quelli che si accontentano di poco. In fondo, potevano chiedergli molto di più. Che, ci si vende per meno di un milione di euro, al giorno d’oggi?

Per la cronaca friulana, giusto in caso si ripresentassero candidati in qualche tornata elettorale. I due ex leghisti che al grido assai poco nordico di “teniamo famiglia” hanno accondisceso a divenire berlusconiani convinti  per appena 120 milioni di euro cadauno, si chiamano Pottino (da potta?) e  Gabana. Nomen omen. Se l’altro si fosse chiamato Volta sarebbe stato il duo perfetto, peccato.

“Paoloooo! hai visto che pezzo di fica dietro di te? Perché non allunghi la mano e non le tocchi il culo?” (Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri.)

Sarà stata senz’altro una maldicenza quella dell’onorevolessa che ha accusato certe colleghe di essersi vendute per uno scranno in Parlamento. Sta di fatto che il perfido transfuga dal PDL Paolo Guzzanti dice che avrebbe voluto intitolare il suo prossimo libro sulla mignottocrazia, termine con il quale definisce la gestione berlusconiana della cosa pubblica come fosse un casino senza l’accento finale, “La sera andavamo a ministre”.
Aggiunge però il fulvocrinito antiberlusconiano di ritorno che sulla irreprensibilità della Prestigiacomo, che è appunto ministra, è disposto a mettere la mano sul fuoco. Quindi, come nei migliori gialli, il cerchio degli indiziati, anzi delle indiziate, si restringe e non bisogna andare a cercare per forza personagge con calze a rete, chiome antinebbia e minigonne giropassera, perchè magari, come si sussurra da tempo, le più zoccole sono quelle in filo di perle, camicetta col fiocco e crocifisso sul Golgota siliconato. Le classiche acque chete che scassano i ponti.

Tanto per gettare benzina sul fuoco, l’onorevole (“‘ndranghete!“, direbbe Totò) Squacqueronio, del PDL, ha risposto alla collega che se qualcuna o qualcuno (uhm, interessante) si prostituisce per ottenere un posto in Parlamento non c’è niente di male e non dovrebbe certo dimettersi per quello.
Ricordatevi, en passant, che sono gli stessi che, solo qualche mese fa, capitanati da una ministra molto chiacchierata, volevano fare le retate di clienti e prostitute low cost per le strade. E sempre gli stessi il cui putiniere capo è abituato a portarsi a letto, invece dello scaldino, due escort per volta. Ovviamente non è lui che le paga, se le trova lì e nessuno sa chi le ha pagate. Come certi appartamenti. Offre la ditta. Sta tutto pagato.
Non so voi ma io ho avuto l’impressione che Squacqueronio, quando parlava ieri sera da Mentana, tutto sudato, di compravendita di canali anatomici, stesse riferendosi a sé. Una sorta di Puttan Pride celebrato in diretta.
“Alla fine è sempre il popolo che giudica”, ha chiosato Scilinguagnolo. Attento onorevole. A volte il popolo giudica e capita che qualche testa rotoli nel cesto. Non stuzzicare il popolo che dorme.

Intanto, al grido “il vostro culo per il mio regno”, il putiniere nano non sa come fare per mandare definitivamente a puttane il paese che gli è stato sciaguratamente affidato. E’ tutto in vendita, tutto all’asta, l’Italia intera, dignità compresa, su Ebay. Base d’asta, 1 centesimo.
Magari fosse solo questione di buchi. Il mercimonio è soprattutto morale, ed è totale.
“Mi vendo”, cantava tanti anni fa Renato Zero. Se continua così potrebbe diventare il nuovo inno nazionale. Altro che Nabucco. Magari ce lo canta Stracquadanio.

Non è stato proprio un 25 luglio ma resta comunque una buona imitazione. Non male, non male.

Chi dice che non si fida di Fini perchè sono sedici anni o giù di lì che sta con il nano e si domanda perchè si è svegliato solo ora ed altre amenità del genere, mi dispiace ma non fa un’analisi molto profonda del regime in carica e dei meccanismi della politica in generale.
Forse chi parla così crede che Berlusconi sia un fenomeno facile da debellare, come lo sporco con il Cillit Bang, dove basta una passata. Oppure pensa che Fini sia ancora il vecchio fascista dei tempi che furono. Non riesce a vedere l’evoluzione che ha indubbiamente avuto negli ultimi anni, per cui gli fa strano che un supposto fascista si metta contro il megaloman fascistone sui tacchi.
A volte per sconfiggere un nemico è meglio stargli vicino che osservarlo di lontano. Le operazioni di infiltrazione durano molti mesi, anni addirittura. Che Fini avrebbe rotto con il nano lo si era capito ai tempi del Signor Schultz. Basterebbe paragonare le posizioni sulla laicità, ad esempio, di Fini e di quel baciapile per opportunismo di Berlusconi, per capire la differenza che ormai separa i due. Differenza politica e di statura, non è una battuta, politica.
Pazienza, pazienza, pazienza. Non mi riferisco all’amico di merende sardegnolo ma a ciò che ha dovuto e dovrà avere Fini per liberarsi del piccoletto e liberare forse anche noi. Cosa per la quale passerà alla storia comunque.
Al di là di tutto, Fini dimostra di difendere la legalità. Vi pare poco? Io penso che lo faccia perchè ha le spalle coperte, perchè qualcuno ha deciso di muoversi e di rimettere un paio di cose a posto in Italia visto che qualcun’altro si sta allargando troppo e lui è l’agente designato a rimettere ordine.
Non mi preoccupa affatto la prospettiva di avere un domani un ex fascista come premier, visti i disastri che ha combinato un ex comunista come presidente della repubblica.
Mi preoccupano piuttosto coloro che invocano le elezioni anticipate.

Alle elezioni con il nano in sala comandi, con le panzertelevisionen schierate in suo favore e Bobo il sassofonista agli Interni? Chi si fida? La Lega lo sa benissimo che il suo potere è sopravvalutato e la sua influenza sulla politica nazionale è dopata e che, tolta di mezzo la piovra e la sua testa di minchia, tornerebbero a fare i pirla in riva al Po con le cornazze in testa. Per questo amano tanto il nano mafioso, come lo chiamavano tanti anni fa sulla “Padania”. Ma nemmeno tanti, in fondo.
Di quali venti milioni ciancia il grande statista dal cui schizzo è uscita una trota? Ma mi facciano il piacere. Venti milioni di mona li voglio proprio vedere tutti assieme e in fila per tre col resto di due. Si ricordino, quando sbarellano di secessione, di Aviano e di quanto non siano affatto padroni in casa propria come non lo siamo noi italiani. Finchè si fanno le pirlate folk con le ampolle, passi, ma ci si ricordi del problema che rappresenta la Lega in Europa e che preoccupa chi ha a cuore la stabilità della geopolitica. Per l’osservatore internazionale la Lega è nient’altro che un partito razzista, ben più a destra di altre cloache nazionaliste tipo quella di Haider buonanima. Nessun impero permetterà mai sclerate secessioniste. Si accontentino delle poltrone che hanno arraffato per sé e per i figli ciuchi e delle mollezze che ancora per poco lo stare attaccati ai tentacoli della mamma Roma gli saranno permesse. Quando questi cialtroni torneranno ad infettare solo i loro territori, ridimensionati al vero valore di quell’otto per cento di voti che è fin troppo per loro, staremo meglio tutti.

Ancora più ridicola è la posizione delle opposizioni. Dovremmo andare alle elezioni anticipate con il PD in questo stato? Con PD e IDV che litigheranno un giorno si e l’altro pure perchè nessuno vorrà sedersi di dietro ma solo davanti e sulle ginocchia dei guidatori collaborazionisti con il regime?
Ma davvero il Sor Pampurio e i suoi piddini grigi pensano di poter trarre vantaggio dalle disgrazie del nano, (anche se oggi, bontà sua, dice che le elezioni non le vuole?) Gente che ha rimediato trombate epocali che nemmeno Jessica Rizzo?
Un partito con un segretario premier che è calvo ma anche no, con quei capelli incerti sul da farsi e che bisognerebbe sottoporre alla macchinetta tosamarines, è esteticamente e politicamente improponibile e Vendola… mon dieu, non è un frontman per questa Italia di merda e l’Italia di merda non è pronta per un premier con l’orecchino. Con il fondotinta e i tacchi e i dané si ma con l’orecchino no.
Intendiamoci, Vendola è caruccio quando parla. Dice cose molto cool specialmente quando è intervistato da Daria Bignardi ma non verrebbe mai votato dalle megere del Nord con il terrore del grosso negro schwanstuck. Primo perchè Nichi è terrone, secondo perchè gay e terzo perchè comunista. Sembra la barzelletta americana che dice: “Signor Hermann, lei è gay, ebreo e americano. Quando si è reso conto di essere americano?”

Vendola è una pura fantasia. E’ il sogno ad occhi aperti di un Italia finalmente normale e moderna. Oserei dire europea. Lo vedrei molto bene come ministro ma la possibilità che gli italiani lo votino come premier è pura fantascienza e di quella parecchio lisergica.
Berlusconi è la testa ma ci sono anche i tentacoli e i tentacoli sono rozzi, ignoranti, pieni di pregiudizi, razzisti, omofobi e bacchettoni. Ai tentacoli piacciono i mostri alla Gentilini, la “toleransa zero”, le fintemonache alla Gelmini, le redente alla Carfagna. Vendola non è Milk e l’Italia non è la California.

Ci vuole pazienza, pazienza, pazienza. Sia che stiano per esplodere le bombe atomiche o meno, forse il piano sul quale siede il nano sta diventando veramente e sempre più pericolosamente inclinato.
A proposito di bombe, è inquietante nominarle alla vigilia del trentesimo anniversario della strage di Bologna ma non bisogna meravigliarsi del governo che non si presenta alle celebrazioni perchè questo non è altro che un puro atto mancato freudiano. Non ci va perchè nell’inchiesta c’entrarono Gelli e Pazienza. Perchè forse Gheddafi ha avuto un ruolo e loro sono troppo amici di Gheddafi. Gli baciano addirittura le mani. E forse perchè all’impiccato non piace sentir parlare di corde.

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