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Certo il cinema estivo, all’aperto, è insopportabilmente scomodo in confronto al mio salotto attrezzato con 32″ HDReady, lettore DVD, possibilità di stendere i piedi ed essere avvolti da morbidi cuscini, provvidenziali a conciliare il sonno in caso di pellicola soporifera. Nell’arena estiva non puoi rilassarti. Sfido chiunque a riuscire a dormire anche di fronte all’ennesimo capolavoro di Muccino.
Tra le scomodità conclamate della visione open air di un film citerò, a caso, la qualità di solito pessima della copia, l’audio a singhiozzo e sempre troppo stridulo, le terribili sedie, fornite di cuscinetto ridotto a piadina dall’essere stato schiacciato da troppe chiappe e praticamente inservibile a confortare il fondoschiena da due ore e mezza di proiezione. Per non parlare della presenza costante ed indisponente di insetti di varia provenienza e molestia.
Stranamente però, nonostante i disagi da giungla vietnamita, i ricordi legati alle non moltissime volte che ho assistito a film all’aperto d’estate, mi sono rimasti particolarmente cari, come retaggio di un modo di fruire del cinema ormai quasi desueto. Una nostalgia alla “Nuovo Cinema Paradiso”, per intenderci.

Ricordo un cinema parrocchiale di Cesenatico, mezzo all’aperto e mezzo no, dove venivano proiettati i più assurdi film d’avventura e l’avventura, per noi spettatori, era riuscire a tenere per l’intera proiezione le gambe sollevate dal terreno, invaso da scarafaggi di dimensioni epiche. E ancora la curiosità che ispirava l’ascolto dell’audio di un film “proibito” a noi bambini, proveniente da dietro il muro di cinta dell’arena.
Oppure una delle pochissime recenti esperienze con la tradizionale rassegna faentina dell’Arena Borghesi, un “28 giorni dopo” visto per modo di dire, dato che eravamo impegnati a difenderci da un nugolo di zanzare immuni all’Autan, anzi forse addirittura autandipendenti e molto incazzate.
All’aperto d’estate ho visto “La vita è bella” di Benigni, “Molto rumore per nulla” di Branagh e soprattutto “Shine”di Scott Hicks, tutti film che mi sono rimasti impressi in modo particolare.

Insomma, nonostante le zanzare, l’umidità che si raccoglie in certe arene troppo alberate, le seggioline in ferro per culi formato mini e le pellicole piene di righe, graffi e bruciature, amo il cinema all’aperto e ne sento nostalgia.
Tra l’altro, uno dei motivi per frequentare le arene estive è il ripescaggio di film perduti durante l’inverno o da rivedere nonostante li abbiamo già nel frattempo gustati in DVD.
Ve ne consiglierò qualcuno, cominciando questa sera da “The Reader” e proseguendo domani con “Lasciami entrare”.
Giusto una scusa per rifilarvi un paio di velenose recensioni. Vediamo pure se dopo questo trattamento avrete ancora il coraggio di andarli a vedere.

“The Reader” di Stephen Daldry

Trattasi di film KonradLorenziano, che parla del fenomeno dell’imprinting sessuale maschile. Ovvero: quando il maschio scopre la sessualità vera, mica le seghette, generalmente sui quindici anni, si fissa sulla prima paperina che gli si para davanti e non la scorda più. Potete portargliene di tutti i colori, comprese le più proverbiali strafighe, ma lui continuerà ad amare solo Mamma Passera, anche se è una stronza kapò nazista (intuizione letteraria geniale numero 1).
Voi ridete, ma l’imprinting è l’assunto sul quale poggiano quintalate di letteratura biografica del genere “Anche se mi sono trombato Marilyn Monroe non ho mai dimenticato la tata cinquantenne con i baffi e le gambe pelose che me la faceva vedere di nascosto.”
Che palle, noi donne non siamo così sentimentali. Il grande amore è sempre l’ultimo che stiamo vivendo.

Invece Ralph Fiennes, con la solita espressione da Buscopan che non gli ha ancora fatto effetto e accompagnato in ogni fotogramma da una musica insopportabile e smielata, che non si cheta un attimo, per tutta la vita corre dietro a Kate Winslet che se lo era trombato all’età della scuola (lei più vecchia) e che lo chiama, in maniera agghiacciante, “ragazzo“, come il Peppino barbiere di “Totò, Peppino e i fuorilegge”.
Kate è analfabeta e non sa leggere ma se ne vergogna (intuizione letteraria geniale numero 2) e quindi obbliga il giovane stallone a leggere per lei prima del coito. Solo uno scrittore poteva immaginare una tale perversione da librai.

Diciamo pure che l’ideuzza del complesso dell’analfabetismo era già stata sfruttata in maniera ben più interessante da Claude Chabrol ne “Il buio nella mente“, con un’Isabelle Huppert che sterminava a fucilate una famiglia di borghesacci stronzi perchè l’amichetta colf al loro servizio si vergognava troppo di non saper leggere. Roba da erigere monumenti ad Alberto Manzi in ogni piazza d’Italia, per aver evitato tante simili tragedie.

L’analfabeta e pure nazista Kate, processata e condannata per crimini orrendi, imparerà a leggere in carcere ascoltando le cassette che gli registrerà imperterrito, per anni, il suo anatroccolo devoto, leggendogli i più terrificanti mattoni, compreso “Guerra e Pace”.
Fino ovviamente al solito ed immancabile tragico finale. Del resto l’espressione di Ralph non prometteva nulla di buono fin dall’inizio.


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Esiste la non remota possibilità che i preti siano coloro che hanno il più fottuto timore della morte.

Lo constato ogni giorno. Ogni volta che c’è un morto da benedire, delegherebbero volentieri il compito a chiunque altro, perfino al diavolo con il rischio che se ne porti via l’anima, pur di non doversi confrontare con quella che è evidentemente una fobia.
Lo percepisci dal tono della voce, dalla loro reazione di fuga, dal disagio che esprimono nei confronti di chi li pone di fronte alla ineluttabilità della morte.

Un antico precetto della via del samurai dice: “Pensa un poco ogni giorno alla morte e non la temerai più”.
I preti, abituati a celebrare funerali, dovrebbero guardare a Sorella Morte come ad un’amica che finalmente conduce i fratelli al cospetto di quel Dio che adorano, eppure rimangono inattaccabili dalla serenità che ti dà la frequentazione quotidiana della morte.
E’ vero, quando celebrano la Messa di fronte ai parenti affranti ti parlano di gioia e del caro Filippuccio che ora è in braccio a Gesù ma una volta in sacrestia, tolti i paramenti e la maschera, riemerge la paura nei confronti di quel contenitore freddo ed ingombrante che temono non risorgerà affatto né tra tre giorni né mai ed anzi, andrà incontro ad effetti collaterali molto ma molto spiacevoli. Lazzaro non verrà fuori dal sepolcro.
Sembra quasi che la morte faccia vacillare in loro la Fede, soprattutto in quella miracolosa resurrezione che non si è voluto limitare al Dio come sommo privilegio ma estendere presuntuosamente a tutti i suoi figli. Li mette in crisi, quindi deve essere rimossa.

E’ forse la tanatofobia che spinge i preti ad avere un’ossessiva attrazione per la vita, una perversione biofila.
Dico perversione perchè l’oggetto non è la Vita piena, vissuta, sana, lo splendore di Eros, il sesso. Per carità.
E’ la vita purchessìa, a qualunque costo, anche quella senza gambe, braccia e sensi di Johnny e di tutti i disgraziati tormentati dalla malattia. La vita di sofferenza di coloro che vivono con il dolore fisico che li divora.
Quella alla quale i preti si aggrappano in special modo, considerandola di valore inestimabile, è la vita in coma, in quanto simula la morte senza che la vita venga dichiarata sconfitta e possiamo illuderci ancora che venga la resurrezione. Lazzaro che si sveglia e mangia la minestrina seduto sul letto.

Ecco perchè amano la vita senza la luce del pensiero e della volontà di quel corpo disconnesso dalla mente nel quale è prigioniera Eluana e con comprendono il dolore di un padre che è costretto a tenere la figlia nel limbo della non-vita. Per una tragica ironia poi, è proprio la scienza materialista ad aiutare i preti a tener in vita il simulacro delle loro angosce.

Dovremmo credere alla sincerità delle loro smorfie e grida isteriche in difesa della Vita e contro quella che chiamano eugenetica, quando nella Germania nazista furono eliminati, ancora in tempo di pace e ben prima che iniziasse la Soluzione Finale, migliaia di bambini malati, deformi, minorati e malati di mente che non volevano di certo morire, senza che qualcosa di più che un alito di sdegno si alzasse dal Vaticano di Piododici? Oltretutto vogliono farlo santo. Il problema dell’inferno è che non ci sarà mai abbastanza posto per gli ipocriti.

Alla fine di questa tragica storia, vedrete se non sarà così, solo la morte avrà avuto pietà della povera Eluana.


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Esiste la non remota possibilità che i preti siano coloro che hanno il più fottuto timore della morte.

Lo constato ogni giorno. Ogni volta che c’è un morto da benedire, delegherebbero volentieri il compito a chiunque altro, perfino al diavolo con il rischio che se ne porti via l’anima, pur di non doversi confrontare con quella che è evidentemente una fobia.
Lo percepisci dal tono della voce, dalla loro reazione di fuga, dal disagio che esprimono nei confronti di chi li pone di fronte alla ineluttabilità della morte.

Un antico precetto della via del samurai dice: “Pensa un poco ogni giorno alla morte e non la temerai più”.
I preti, abituati a celebrare funerali, dovrebbero guardare a Sorella Morte come ad un’amica che finalmente conduce i fratelli al cospetto di quel Dio che adorano, eppure rimangono inattaccabili dalla serenità che ti dà la frequentazione quotidiana della morte.
E’ vero, quando celebrano la Messa di fronte ai parenti affranti ti parlano di gioia e del caro Filippuccio che ora è in braccio a Gesù ma una volta in sacrestia, tolti i paramenti e la maschera, riemerge la paura nei confronti di quel contenitore freddo ed ingombrante che temono non risorgerà affatto né tra tre giorni né mai ed anzi, andrà incontro ad effetti collaterali molto ma molto spiacevoli. Lazzaro non verrà fuori dal sepolcro.
Sembra quasi che la morte faccia vacillare in loro la Fede, soprattutto in quella miracolosa resurrezione che non si è voluto limitare al Dio come sommo privilegio ma estendere presuntuosamente a tutti i suoi figli. Li mette in crisi, quindi deve essere rimossa.

E’ forse la tanatofobia che spinge i preti ad avere un’ossessiva attrazione per la vita, una perversione biofila.
Dico perversione perchè l’oggetto non è la Vita piena, vissuta, sana, lo splendore di Eros, il sesso. Per carità.
E’ la vita purchessìa, a qualunque costo, anche quella senza gambe, braccia e sensi di Johnny e di tutti i disgraziati tormentati dalla malattia. La vita di sofferenza di coloro che vivono con il dolore fisico che li divora.
Quella alla quale i preti si aggrappano in special modo, considerandola di valore inestimabile, è la vita in coma, in quanto simula la morte senza che la vita venga dichiarata sconfitta e possiamo illuderci ancora che venga la resurrezione. Lazzaro che si sveglia e mangia la minestrina seduto sul letto.

Ecco perchè amano la vita senza la luce del pensiero e della volontà di quel corpo disconnesso dalla mente nel quale è prigioniera Eluana e con comprendono il dolore di un padre che è costretto a tenere la figlia nel limbo della non-vita. Per una tragica ironia poi, è proprio la scienza materialista ad aiutare i preti a tener in vita il simulacro delle loro angosce.

Dovremmo credere alla sincerità delle loro smorfie e grida isteriche in difesa della Vita e contro quella che chiamano eugenetica, quando nella Germania nazista furono eliminati, ancora in tempo di pace e ben prima che iniziasse la Soluzione Finale, migliaia di bambini malati, deformi, minorati e malati di mente che non volevano di certo morire, senza che qualcosa di più che un alito di sdegno si alzasse dal Vaticano di Piododici? Oltretutto vogliono farlo santo. Il problema dell’inferno è che non ci sarà mai abbastanza posto per gli ipocriti.

Alla fine di questa tragica storia, vedrete se non sarà così, solo la morte avrà avuto pietà della povera Eluana.


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Lo constato ogni giorno. Ogni volta che c’è un morto da benedire, delegherebbero volentieri il compito a chiunque altro, perfino al diavolo con il rischio che se ne porti via l’anima, pur di non doversi confrontare con quella che è evidentemente una fobia.
Lo percepisci dal tono della voce, dalla loro reazione di fuga, dal disagio che esprimono nei confronti di chi li pone di fronte alla ineluttabilità della morte.

Un antico precetto della via del samurai dice: “Pensa un poco ogni giorno alla morte e non la temerai più”.
I preti, abituati a celebrare funerali, dovrebbero guardare a Sorella Morte come ad un’amica che finalmente conduce i fratelli al cospetto di quel Dio che adorano, eppure rimangono inattaccabili dalla serenità che ti dà la frequentazione quotidiana della morte.
E’ vero, quando celebrano la Messa di fronte ai parenti affranti ti parlano di gioia e del caro Filippuccio che ora è in braccio a Gesù ma una volta in sacrestia, tolti i paramenti e la maschera, riemerge la paura nei confronti di quel contenitore freddo ed ingombrante che temono non risorgerà affatto né tra tre giorni né mai ed anzi, andrà incontro ad effetti collaterali molto ma molto spiacevoli. Lazzaro non verrà fuori dal sepolcro.
Sembra quasi che la morte faccia vacillare in loro la Fede, soprattutto in quella miracolosa resurrezione che non si è voluto limitare al Dio come sommo privilegio ma estendere presuntuosamente a tutti i suoi figli. Li mette in crisi, quindi deve essere rimossa.

E’ forse la tanatofobia che spinge i preti ad avere un’ossessiva attrazione per la vita, una perversione biofila.
Dico perversione perchè l’oggetto non è la Vita piena, vissuta, sana, lo splendore di Eros, il sesso. Per carità.
E’ la vita purchessìa, a qualunque costo, anche quella senza gambe, braccia e sensi di Johnny e di tutti i disgraziati tormentati dalla malattia. La vita di sofferenza di coloro che vivono con il dolore fisico che li divora.
Quella alla quale i preti si aggrappano in special modo, considerandola di valore inestimabile, è la vita in coma, in quanto simula la morte senza che la vita venga dichiarata sconfitta e possiamo illuderci ancora che venga la resurrezione. Lazzaro che si sveglia e mangia la minestrina seduto sul letto.

Ecco perchè amano la vita senza la luce del pensiero e della volontà di quel corpo disconnesso dalla mente nel quale è prigioniera Eluana e con comprendono il dolore di un padre che è costretto a tenere la figlia nel limbo della non-vita. Per una tragica ironia poi, è proprio la scienza materialista ad aiutare i preti a tener in vita il simulacro delle loro angosce.

Dovremmo credere alla sincerità delle loro smorfie e grida isteriche in difesa della Vita e contro quella che chiamano eugenetica, quando nella Germania nazista furono eliminati, ancora in tempo di pace e ben prima che iniziasse la Soluzione Finale, migliaia di bambini malati, deformi, minorati e malati di mente che non volevano di certo morire, senza che qualcosa di più che un alito di sdegno si alzasse dal Vaticano di Piododici? Oltretutto vogliono farlo santo. Il problema dell’inferno è che non ci sarà mai abbastanza posto per gli ipocriti.

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L’altra sera leggevo miriam161 che parlava della curiosità morbosa di certi telespettatori per le trasmissioni che rievocano brutali fatti di cronaca, quelli che gli americani chiamano “true crime”.

Poco prima avevo assistito al tg1 al video interruptus dell’esecuzione talebana dell’autista di Mastrogiacomo.
Il direttore, dopo aver ripetuto per almeno cinque-sei volte che si sarebbe trattato di un filmato rigorosamente destinato ad un pubblico adulto, con il risultato di far salire curiosità, aspettativa e adrenalina a qualche milione dei telespettatori di cui sopra, lo ha mandato in onda interrompendolo poi al momento dell’esecuzione vera e propria.
E meno male, ha fatto bene, non si trasmette la morte in diretta, anche per Saddam c’è stato il fermo-immagine poco prima che si aprisse la botola.

Ma allora mi chiedo: se sai già che non lo farai vedere per intero, perché crei l’aspettativa, perché vellichi in tal maniera i nostri peggiori istinti sadici e la nostra morbosa curiosità per poi lasciarci tutti con le mutande calate?
Cosa avranno fatto i più intraprendenti di quei telespettatori, i più assetati di sangue? Saranno andati su Internet a cercare il filmato in versione integrale, come per Saddam e Berg. Cosa che non avrebbero fatto in tal numero se Riotta e compari non gli avessero messo la pulce e anche la poiana nell’orecchio. Non lo sanno poi i tutori dell’informazione che in questi casi lasciare tutto all’immaginazione crea mostri peggiori delle immagini reali perché si va a pescare a strascico nell’inconscio?

Perché allora lo hanno fatto? Oltre allo scopo propagandistico che necessiterebbe di una discussione a parte, forse perché lo scopo della televisione sta diventando proprio questo: fornire piccole dosi di eccitazione, insufficiente per ottenere piena soddisfazione ma abbastanza per creare dipendenza. Sono gli oggetti che correrai frustrato a comperare per sublimare il desiderio inappagato, che potranno darti l’orgasmo consumistico.

Siccome per la Grande Sorella siamo dei bambini immaturi e difatti la televisione è tutta un’unica fascia protetta, la sessualità genitale, la forma adulta di sessualità, appagante e risolutiva, è vietata.
Nella pornografia generale del cattivo gusto e dell’orrido, l’unica cosa che la televisione generalista e gratuita ti nega è l’hardcore, i peni e le vagine. Il massimo del sesso adulto e consenziente che ti concede è quello adolescenziale degli sbaciucchiamenti oppure l’oscena allusione delle fellatio praticate sui gelati. Se resti insoddisfatto dall’ipocrisia del softcore potrai poi sfogarti con la pornografia vera e a pagamento sul canale vietato ai minori, cioè ai poveri.

Niente genitali ma a questo punto la trovata è puntare sulle perversioni che di solito non praticheresti nella realtà, ma che la televisione ti permette di sublimare come telespettatore.
La scopofilia (guardare) è l’essenza stessa della televisione. Richiede soggetti passivi che osservino e contemplino. Così come il feticismo. Il culto per gli oggetti inanimati ti viene fatto ingurgitare continuamente con la pubblicità.
Il sadismo viene sollecitato dai telegiornali che parlano di assassinii, stupri, violenze, guerre, stragi, genocidi. I reality show spingono il livello di sadismo sempre più verso l’umiliazione delle vittime, che rappresentano a loro volta i modelli con i quali si possono identificare i masochisti. Sono sempre più convinta che il profeta Pasolini con “Salò” abbia preconizzato i reality show più estremi.
La pedofilia è suggerita dai tanti bambini passivi, consumanti e sottilmente seducenti che reclamizzano sottilette e carte igieniche, alla faccia delle buone intenzioni che volevano limitarne l’utilizzo in pubblicità solo per i pannolini. Water, puzzette, yogurt che ti fanno “andare” ci ricordano l’esistenza del tratto finale intestinale. Non mancano le suggestioni omosex e transex, e perfino, ma qui forse mi sto facendo prendere la mano, la bestialità di Victoria e il Gorilla.

La perversione più oscura, la necrofilia, è rappresentata da dozzine di telefilm su obitori, medici legali, autopsie, scene del crimine e inchieste sui serial killers. La puntata di maggior successo di CSI, diretta da Tarantino, riguardava un agente sepolto vivo da un maniaco assassino. Abbiamo avuto i funerali in diretta per ore di Lady Diana prima e poi del Papa, con il gran necroforo Vespa a fare gli onori di casa e con interessanti dibattiti sulle tecniche di tanatoprassi e su come fosse venuta bene l’imbalsamazione.

La morte è in fin dei conti il punto di arrivo in questo tipo di televisione e la più efficace arma di angoscia di massa.
Visto che Eros è bandito, Thanatos ha campo libero. Non si ha idea della curiosità che la gente ha nei confronti della morte, e di come sia forte il desiderio ambivalente di allontanarne lo spettro angosciante e di indagarne il mistero. Ecco perché abbiamo seguito dozzine di puntate di talk-show sulla tragedia di un bambino assassinato (cosa c’è di peggio?), e siamo rimasti ipnotizzati dalle immagini ripetute all’infinito degli aerei che bucavano le torri gemelle polverizzandole con i loro tremila morti, la grande cremazione collettiva.

Siccome dobbiamo essere sufficientemente angosciati per rimanere sottomessi, lo spettro della morte, l’angoscia e l’eccitazione insoddisfatta ci spingono verso la grande panacea consumistica che celebra la nostra passività politica. Compera e sarai salvato.
Del resto cosa disse Bush proprio dopo l’11 settembre agli americani? Di continuare a partecipare all’economia americana. In dollaroni: “Ora potete tornare a fare shopping.” La pace è finita, andate in guerra.


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