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Non c’è cosa peggiore che tornare a casa il 3 di agosto, provenienti dalle chiare e fresche acque di un torrente di montagna ed essere accolti da una città dalla temperatura da forno crematorio en plein air, con un sole che ti fa pesare fino in fondo la propria natura di reattore nucleare.
In un attimo ti si annulla completamente il beneficio della vacanza, come quei giochi malefici dove vai su di qualche stadio e poi, a causa di uno che non riesci a completare, devi ricominciare daccapo tutto il livello.

Sono stata in vacanza? Davvero? Perchè hai voglia di ripensare a quelle acque, alla frescura che ne proveniva e che hai goduto appena ieri sera; qui fa un caldo schifoso, da vomito e da domani questa sarà la tua realtà, con il lavoro che ti assalirà di nuovo ben bene con il tono del sergente Hartmann “Tirati su, tirati su, Palladilardo!!”
Il riferimento non è casuale. In questi giorni i carboidrati l’hanno fatta da padroni. Colpa di un forno montanaro dove ho ritrovato per miracolo la focaccia genovese, quella bella unta.

Nel post prima della partenza avevo fatto un riferimento profetico al pericolo di pioggia ed alla conseguente rottura di marron glacés che ne sarebbe derivata. Ebbene si, ha piovuto, praticamente ogni giorno ma in maniera, per così dire, compassionevole. La mattina tempo bello, tale da permetterti la passeggiata, poi verso le due si rannuvolava e prima di sera faceva un bell’acquazzone. Dicono sia la norma in montagna. Quindi se ne evince che negli anni passati, a parte gli ultimi due, avevo avuto un culo esagerato avendo trovato tempo sempre bello e senz’acqua quotidiana.

A parte la pioggia, però, e che non suoni blasfemo per chi non ha potuto godere di una fortunata vacanza come la mia, la montagna mi è parsa lo stesso quest’anno una discreta rottura di palle. Sarà che ogni anno è sempre più difficile arrampicarmi per sentieri, con la guida che scrive con scherno “percorso facile, adatto a tutti, anche ai bambini” ed tu che ti sentt da rottamare e nemmeno come auto storica; sarà il fatto che nei rifugi ti toccano sempre la polenta, i finferli, lo speck, gli orrendi crauti e quei dadi di cervo stufato che ti auguri siano davvero cervo stufato e non escursionista dell’anno scorso, disperso a quota 3800, naturalmente surgelato.
E’ difficile anche trovare percorsi nuovi che non siano già stati battuti in passato. Per quest’anno, non cambiare, stessa seggiovia, stessa montagna.
Meno male che di nuovo ho potuto vedere il Pordoi e la Val Gardena, bellissimi (e con il sole, tiè!)

Prima di rimettermi al lavoro nel corpo dei marines e di tornare a pieno ritmo alla manutenzione di un blog che è rimasto indietro di una settimana (a proposito, grazie a tutti coloro che hanno lasciato gli auguri di buone vacanze e che hanno cliccato lo stesso la paperaccia), la sottoscritta vi lascia con una mini recensione del film visto in ferie nel cinemino-treatrino locale, senza l’amato impianto Dolby Surround al quale purtroppo si è abituata nelle patrie multisale ma con l’audio sparato a spaccatimpani come ai vecchi tempi.

L’ultimo Indiana Jones si intonava molto bene con gli scarponi da trekking e con il clima da sala parrocchiale. Che dire, sono quei film che ti danno la sensazione che siano stati girati inserendo il regista automatico e che alla fine ti strappano un agghiacciante “bellino, va’!”
Buona l’introduzione del personaggio, con l’inconfondibile cappello e l’ombra proiettata sull’auto ma purtroppo l’effetto originalità dura poco perchè ti cadono i marrons glacés quando capisci che la mitica e ultramegasegreta Area 51 può essere presa, in pieni anni cinquanta, da quattro russi da fumetto più Cate Blanchett, con quattro pistolettate e un paio di barbe finte.

Dev’essere il nuovo corso dell’amministrazione americana, quello per intenderci che l’11 settembre la CIA, il NORAD, l’FBI, il servizio della Marina e tutto il cucuzzaro non c’erano e se c’erano dormivano. In pratica è meglio custodito un qualunque LIDL, dove ci sono certi buttafuori che, appena entri con qualche sporta, ti squadrano subito etichettandoti come ladra in pectore.

Tornando al film, cosa ci poteva essere da rapinare nell’Area 51? Il reperto di Roswell, ovviamente, il solito alieno grigio del cavolo. Anche l’Arca dell’alleanza, mi suggerisce qualcuno abile nell’aguzzare la vista. Nel prosieguo dell’avventura, come in un puntatone di Voyager, c’era tutta la mitologia dell’archeologia spaziale, dalle piste di Nazca ai teschi di cristallo. Mancava solo l’uomo spaziale di Palenque e l’esplosione di Tunguska.
Kolosimo Jones, insomma. Una pacchia per noi quasi cinquantenni venuti su a pane ed UFO ma cosa ci avranno capito i ragazzini che dieci anni fa erano troppo piccoli per Mulder e Scully?
Harrison, poveretto, fa fin troppo, data l’età. Però non perdono assolutamente a Spielberg il disco volante che alla fine se ne riparte venendo su da sottoterra (visto già in almeno quarantasette film compreso il primo lungometraggio di X-Files) e il matrimonio riparatore finale dell’eroe con la ex-bella del primo episodio. Capisco voler uccidere definitivamente il personaggio ma così è troppo, roba da tribunale dell’Aja. Vuoi mettere uno che inforca il cappellaccio e se ne riparte con un Rhettbutleriano “francamente me ne infischio” di mogli e figli “de Elvis” spaccamaroni, andando magari a riprendersi la Cate nella jungla per una sveltina stile “dove eravamo rimasti?”
Ma si, avete ragione, non ha più l’età, meglio l’altare. Che tristezza, però. Viene in mente quella vecchia barzelletta: “A Marì, il prossimo anno annamo ar mare!”


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Non c’è cosa peggiore che tornare a casa il 3 di agosto, provenienti dalle chiare e fresche acque di un torrente di montagna ed essere accolti da una città dalla temperatura da forno crematorio en plein air, con un sole che ti fa pesare fino in fondo la propria natura di reattore nucleare.
In un attimo ti si annulla completamente il beneficio della vacanza, come quei giochi malefici dove vai su di qualche stadio e poi, a causa di uno che non riesci a completare, devi ricominciare daccapo tutto il livello.

Sono stata in vacanza? Davvero? Perchè hai voglia di ripensare a quelle acque, alla frescura che ne proveniva e che hai goduto appena ieri sera; qui fa un caldo schifoso, da vomito e da domani questa sarà la tua realtà, con il lavoro che ti assalirà di nuovo ben bene con il tono del sergente Hartmann “Tirati su, tirati su, Palladilardo!!”
Il riferimento non è casuale. In questi giorni i carboidrati l’hanno fatta da padroni. Colpa di un forno montanaro dove ho ritrovato per miracolo la focaccia genovese, quella bella unta.

Nel post prima della partenza avevo fatto un riferimento profetico al pericolo di pioggia ed alla conseguente rottura di marron glacés che ne sarebbe derivata. Ebbene si, ha piovuto, praticamente ogni giorno ma in maniera, per così dire, compassionevole. La mattina tempo bello, tale da permetterti la passeggiata, poi verso le due si rannuvolava e prima di sera faceva un bell’acquazzone. Dicono sia la norma in montagna. Quindi se ne evince che negli anni passati, a parte gli ultimi due, avevo avuto un culo esagerato avendo trovato tempo sempre bello e senz’acqua quotidiana.

A parte la pioggia, però, e che non suoni blasfemo per chi non ha potuto godere di una fortunata vacanza come la mia, la montagna mi è parsa lo stesso quest’anno una discreta rottura di palle. Sarà che ogni anno è sempre più difficile arrampicarmi per sentieri, con la guida che scrive con scherno “percorso facile, adatto a tutti, anche ai bambini” ed tu che ti sentt da rottamare e nemmeno come auto storica; sarà il fatto che nei rifugi ti toccano sempre la polenta, i finferli, lo speck, gli orrendi crauti e quei dadi di cervo stufato che ti auguri siano davvero cervo stufato e non escursionista dell’anno scorso, disperso a quota 3800, naturalmente surgelato.
E’ difficile anche trovare percorsi nuovi che non siano già stati battuti in passato. Per quest’anno, non cambiare, stessa seggiovia, stessa montagna.
Meno male che di nuovo ho potuto vedere il Pordoi e la Val Gardena, bellissimi (e con il sole, tiè!)

Prima di rimettermi al lavoro nel corpo dei marines e di tornare a pieno ritmo alla manutenzione di un blog che è rimasto indietro di una settimana (a proposito, grazie a tutti coloro che hanno lasciato gli auguri di buone vacanze e che hanno cliccato lo stesso la paperaccia), la sottoscritta vi lascia con una mini recensione del film visto in ferie nel cinemino-treatrino locale, senza l’amato impianto Dolby Surround al quale purtroppo si è abituata nelle patrie multisale ma con l’audio sparato a spaccatimpani come ai vecchi tempi.

L’ultimo Indiana Jones si intonava molto bene con gli scarponi da trekking e con il clima da sala parrocchiale. Che dire, sono quei film che ti danno la sensazione che siano stati girati inserendo il regista automatico e che alla fine ti strappano un agghiacciante “bellino, va’!”
Buona l’introduzione del personaggio, con l’inconfondibile cappello e l’ombra proiettata sull’auto ma purtroppo l’effetto originalità dura poco perchè ti cadono i marrons glacés quando capisci che la mitica e ultramegasegreta Area 51 può essere presa, in pieni anni cinquanta, da quattro russi da fumetto più Cate Blanchett, con quattro pistolettate e un paio di barbe finte.

Dev’essere il nuovo corso dell’amministrazione americana, quello per intenderci che l’11 settembre la CIA, il NORAD, l’FBI, il servizio della Marina e tutto il cucuzzaro non c’erano e se c’erano dormivano. In pratica è meglio custodito un qualunque LIDL, dove ci sono certi buttafuori che, appena entri con qualche sporta, ti squadrano subito etichettandoti come ladra in pectore.

Tornando al film, cosa ci poteva essere da rapinare nell’Area 51? Il reperto di Roswell, ovviamente, il solito alieno grigio del cavolo. Anche l’Arca dell’alleanza, mi suggerisce qualcuno abile nell’aguzzare la vista. Nel prosieguo dell’avventura, come in un puntatone di Voyager, c’era tutta la mitologia dell’archeologia spaziale, dalle piste di Nazca ai teschi di cristallo. Mancava solo l’uomo spaziale di Palenque e l’esplosione di Tunguska.
Kolosimo Jones, insomma. Una pacchia per noi quasi cinquantenni venuti su a pane ed UFO ma cosa ci avranno capito i ragazzini che dieci anni fa erano troppo piccoli per Mulder e Scully?
Harrison, poveretto, fa fin troppo, data l’età. Però non perdono assolutamente a Spielberg il disco volante che alla fine se ne riparte venendo su da sottoterra (visto già in almeno quarantasette film compreso il primo lungometraggio di X-Files) e il matrimonio riparatore finale dell’eroe con la ex-bella del primo episodio. Capisco voler uccidere definitivamente il personaggio ma così è troppo, roba da tribunale dell’Aja. Vuoi mettere uno che inforca il cappellaccio e se ne riparte con un Rhettbutleriano “francamente me ne infischio” di mogli e figli “de Elvis” spaccamaroni, andando magari a riprendersi la Cate nella jungla per una sveltina stile “dove eravamo rimasti?”
Ma si, avete ragione, non ha più l’età, meglio l’altare. Che tristezza, però. Viene in mente quella vecchia barzelletta: “A Marì, il prossimo anno annamo ar mare!”


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In un attimo ti si annulla completamente il beneficio della vacanza, come quei giochi malefici dove vai su di qualche stadio e poi, a causa di uno che non riesci a completare, devi ricominciare daccapo tutto il livello.

Sono stata in vacanza? Davvero? Perchè hai voglia di ripensare a quelle acque, alla frescura che ne proveniva e che hai goduto appena ieri sera; qui fa un caldo schifoso, da vomito e da domani questa sarà la tua realtà, con il lavoro che ti assalirà di nuovo ben bene con il tono del sergente Hartmann “Tirati su, tirati su, Palladilardo!!”
Il riferimento non è casuale. In questi giorni i carboidrati l’hanno fatta da padroni. Colpa di un forno montanaro dove ho ritrovato per miracolo la focaccia genovese, quella bella unta.

http://www.youtube.com/v/_Dy0ano5A-U&hl=it&fs=1

Nel post prima della partenza avevo fatto un riferimento profetico al pericolo di pioggia ed alla conseguente rottura di marron glacés che ne sarebbe derivata. Ebbene si, ha piovuto, praticamente ogni giorno ma in maniera, per così dire, compassionevole. La mattina tempo bello, tale da permetterti la passeggiata, poi verso le due si rannuvolava e prima di sera faceva un bell’acquazzone. Dicono sia la norma in montagna. Quindi se ne evince che negli anni passati, a parte gli ultimi due, avevo avuto un culo esagerato avendo trovato tempo sempre bello e senz’acqua quotidiana.

A parte la pioggia, però, e che non suoni blasfemo per chi non ha potuto godere di una fortunata vacanza come la mia, la montagna mi è parsa lo stesso quest’anno una discreta rottura di palle. Sarà che ogni anno è sempre più difficile arrampicarmi per sentieri, con la guida che scrive con scherno “percorso facile, adatto a tutti, anche ai bambini” ed tu che ti sentt da rottamare e nemmeno come auto storica; sarà il fatto che nei rifugi ti toccano sempre la polenta, i finferli, lo speck, gli orrendi crauti e quei dadi di cervo stufato che ti auguri siano davvero cervo stufato e non escursionista dell’anno scorso, disperso a quota 3800, naturalmente surgelato.
E’ difficile anche trovare percorsi nuovi che non siano già stati battuti in passato. Per quest’anno, non cambiare, stessa seggiovia, stessa montagna.
Meno male che di nuovo ho potuto vedere il Pordoi e la Val Gardena, bellissimi (e con il sole, tiè!)

Prima di rimettermi al lavoro nel corpo dei marines e di tornare a pieno ritmo alla manutenzione di un blog che è rimasto indietro di una settimana (a proposito, grazie a tutti coloro che hanno lasciato gli auguri di buone vacanze e che hanno cliccato lo stesso la paperaccia), la sottoscritta vi lascia con una mini recensione del film visto in ferie nel cinemino-treatrino locale, senza l’amato impianto Dolby Surround al quale purtroppo si è abituata nelle patrie multisale ma con l’audio sparato a spaccatimpani come ai vecchi tempi.

L’ultimo Indiana Jones si intonava molto bene con gli scarponi da trekking e con il clima da sala parrocchiale. Che dire, sono quei film che ti danno la sensazione che siano stati girati inserendo il regista automatico e che alla fine ti strappano un agghiacciante “bellino, va’!”
Buona l’introduzione del personaggio, con l’inconfondibile cappello e l’ombra proiettata sull’auto ma purtroppo l’effetto originalità dura poco perchè ti cadono i marrons glacés quando capisci che la mitica e ultramegasegreta Area 51 può essere presa, in pieni anni cinquanta, da quattro russi da fumetto più Cate Blanchett, con quattro pistolettate e un paio di barbe finte.

Dev’essere il nuovo corso dell’amministrazione americana, quello per intenderci che l’11 settembre la CIA, il NORAD, l’FBI, il servizio della Marina e tutto il cucuzzaro non c’erano e se c’erano dormivano. In pratica è meglio custodito un qualunque LIDL, dove ci sono certi buttafuori che, appena entri con qualche sporta, ti squadrano subito etichettandoti come ladra in pectore.

Tornando al film, cosa ci poteva essere da rapinare nell’Area 51? Il reperto di Roswell, ovviamente, il solito alieno grigio del cavolo. Anche l’Arca dell’alleanza, mi suggerisce qualcuno abile nell’aguzzare la vista. Nel prosieguo dell’avventura, come in un puntatone di Voyager, c’era tutta la mitologia dell’archeologia spaziale, dalle piste di Nazca ai teschi di cristallo. Mancava solo l’uomo spaziale di Palenque e l’esplosione di Tunguska.
Kolosimo Jones, insomma. Una pacchia per noi quasi cinquantenni venuti su a pane ed UFO ma cosa ci avranno capito i ragazzini che dieci anni fa erano troppo piccoli per Mulder e Scully?
Harrison, poveretto, fa fin troppo, data l’età. Però non perdono assolutamente a Spielberg il disco volante che alla fine se ne riparte venendo su da sottoterra (visto già in almeno quarantasette film compreso il primo lungometraggio di X-Files) e il matrimonio riparatore finale dell’eroe con la ex-bella del primo episodio. Capisco voler uccidere definitivamente il personaggio ma così è troppo, roba da tribunale dell’Aja. Vuoi mettere uno che inforca il cappellaccio e se ne riparte con un Rhettbutleriano “francamente me ne infischio” di mogli e figli “de Elvis” spaccamaroni, andando magari a riprendersi la Cate nella jungla per una sveltina stile “dove eravamo rimasti?”
Ma si, avete ragione, non ha più l’età, meglio l’altare. Che tristezza, però. Viene in mente quella vecchia barzelletta: “A Marì, il prossimo anno annamo ar mare!”


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C’è una trasmissione RAI che non finisce mai di stupire, “Voyager”, un Quark in territorio deangelizzato, una sorta di X-Files “de noantri”.

Lo conduce lo spettrale Giacobbo, un autore che ha saltellato a lungo tra Rai, Mediaset e TMC sempre occupandosi di misteri e che, sul sito del programma si definisce: “Indomito combattente della verità assoluta.”
Non alla ricerca della semplice verità, come Mulder, ma di quella assoluta, come l’indimenticabile Pera.

Ogni lunedì sera Giacobbo, suadente come un assicuratore, ci avvince con la promessa di sconvolgenti rivelazioni su ciò che da sempre ci chiediamo quando non riusciamo a prendere sonno nel nostro lettino: ma sulla pietra di Palenque è veramente raffigurato un antico astronauta?

Sarà che da ragazzina mi sono letta tutti i libri di Peter Kolosimo, e allora si credeva ancora agli UFO e si avvistavano ancora, mentre oggi gli alieni sono stati sostituiti dagli islamici e si vocifera che non siamo mai stati sulla Luna, ma sono tutti argomenti un pò triti e ribolliti, come il polpettone e le zucchine ripiene.

Dopo essersi occupato di spettri e acchiappafantasmi, di profezie, misteri e falsi problemi in confezione 3×2, ultimamente l’argomento delle puntate è diventato praticamente una saga sulla paccottiglia templar-massonica che, veicolata dal virale “Codice da Vinci”, ci ammorba peggio dell’aviaria.
Un rapido sguardo agli argomenti delle ultime puntate, per la serie battere il ferro Dan Brown finchè è caldo, è significativo: Maria Maddalena, Il Priorato di Sion, Leonardo Da Vinci, I misteri dei Templari e della Cappella di Rosslyn, I misteri dei rotoli del Mar Morto. Precedentemente non si era fatto sfuggire nemmeno Rennes le Château (a cui sono state dedicate ben tre puntate) e La Cappella di Rosslyn (arridaje).

L’altra sera è stata fatta una puntata su Antoni Gaudì, il grande architetto catalano, e, indovinate un pò dove lo spettrale Giacobbo è andato a parare? Che Gaudì, sant’uomo ma cattolico un pò bizzarro come Socci, era massone (te pareva), invischiato con il Priorato di Sion e con il parroco di Rennes le Château e che nella incompiuta cattedrale della Sagrada Familia di Barcellona avrebbe nascosto uno sconvolgente segreto.

Il bello con Giacobbo, che come gli assicuratori non ti rivela il segreto delle noticine in piccolo sulla polizza, è che alla fine non scopri proprio un tubo, anzi gli mandi qualche accidente perchè ti ha fatto fare mezzanotte per niente e tu devi alzarti presto l’indomani.
Anche l’altra sera, quindi, mi è toccato andare a letto arrovellandomi su cosa ci fosse sotto il pavimento della Sagrada Familia e probabilmente non lo saprò mai, o perchè della cosa continuerà ad occuparsene lo spettrale Giacobbo o perchè sotto la cattedrale non c’è proprio un tubo.

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