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Che vi piaccia o no, questa è l’immagine dell’Italia di oggi.
I giornali stranieri stanno raccontando con un misto di commiserazione e raccapriccio il puttanaio berlusconiano. “L’Italia si merita di meglio”, scrive oggi il Financial Times. 
Meno male, se pensano che il paese della mafia, dei ladri mangiaspaghetti, dei mammoni piagnoni con i capelli unti e il mandolino sia ancora degno di essere salvato, forse non tutto per noi è perduto.
Occorrerebbe, certo, da parte di questo popolo di sciagurati, un soprassalto di dignità, un atto che dimostrasse la volontà di liberarsi di questa montagna di vergogna che rischia di sommergerci tutti, onesti e disonesti, mescolandoci tutti in una melma putrida e indifferenziata.
A volte i popoli, anche quelli più democratici, perdono la testa e discendono in un abisso di abiezione collettiva perché decidono di abbandonarsi alla fascinazione di governanti indegni. 
Anche se non ci siamo macchiati di crimini contro l’umanità, e i deboli e malati non li gasiamo ma ci accontentiamo di esporli sadicamente al pubblico ludibrio in televisione, purtuttavia la nostra situazione è paragonabile a quella della Germania nazista, quando saltarono tutti i freni inibitori e l’illecito, l’inimmaginabile, divennero improvvisamente legge e prassi accettata.
Il razzismo contro il diverso, i libri da bruciare, e il brivido che provoca nei più sfegatati berlusconidi il considerare i magistrati un cancro nazionale, solo per compiacere il satrapo sui tacchi che idolatrano, perchè  permette loro di essere immorali e disonesti e di rivendicarlo pure con orgoglio, in un osceno ribaltamento dei ruoli tra guardie e ladri, tra bene e male, sono segnali inquietanti che dovrebbero farci riflettere.
Forse però a tutto c’è un limite. Leggevo i commenti dei lettori agli editoriali dei direttori de “il Giornale” e “Libero” sul caso Ruby e ho notato una cosa forse incoraggiante. 
Mentre su “il Giornale”, come avevo fatto notare l’altro giorno, nel pezzo dove raccoglievo alcune perle di pensiero debole papiminkia, permane uno zoccolo duro di berlusconidi sordociechi alle malefatte del nostro che sarebbe disposto, come nel finale de “Il Caimano”, ad assaltare il Palazzo di Giustizia per salvare il proprio idolo, su “Libero” vi sono lettori (più di quanti si potevano immaginare fino a qualche giorno fa) che manifestano disagio, se non proprio indignazione, verso i tentativi dei giornalisti immagine di difendere l’operato di un vecchio vizioso che è indagato per aver avuto rapporti con una minorenne e che, per nostra disgrazia, è il capo del governo.
Perché la questione più grave da dirimere nel caso Ruby, ricordiamolo, non è tanto il pagamento in denaro ma il rapporto o il coinvolgimento in un rapporto con altri, non importa se mimato o agito, di una minore. Scafata, disinibita, e magari abile ricattatrice quando si vuole, ma minore. Per la legge dei paesi civili, avere rapporti sessuali con un minore, anche gratis, è un reato perché si presume che il minore non sia completamente libero di accettare o rifiutare il rapporto. E per un reato che coinvolge un minore vige l’obbligatorietà dell’azione penale. Avuta la notitia criminis, la magistratura non può che indagare.
Orbene, su “Libero” stanno comparendo i primi dissensi, i primi “adesso dovrebbe farsi da parte”, “dovrebbe farsi processare”, “è una vergogna”, ecc. Addirittura pare che un sondaggio nei giorni scorsi che chiedeva ai lettori se Berlusconi, dopo la parziale bocciatura dello scudo, doveva accettare di farsi giudicare in un tribunale, aveva raccolto un sorprendente 70% di “si, deve farsi giudicare in tribunale”. L’imbarazzante sondaggio è stato poi  rimosso dall’edizione online della testata.
Un soprassalto di dignità da parte di un popolo che ha figlie e nipoti e comincia forse a mal digerire i virtuosismi difensivi di avvocati come Pecorella? Proprio un lettore del “Giornale” si chiedeva se non fosse il caso, implicitamente per salvare Silvio, di abbassare l’asticella della maggiore età ed io avevo satireggiato:

La soluzione per chi si scopa le minorenni? Abbassare la maggiore età delle stesse. Rendere la legge malleabile come il pongo, da plasmare a piacere a seconda delle esigenze del sovrano.

Se dichiariamo i neonati maggiorenni appena li si va a registrare all’anagrafe sconfiggeremo pure la piaga della pedofilia.”

Non passano tre giorni e l’avvocato Pecorella se ne esce con il concetto che Ruby in fondo era una “quasi maggiorenne” (e Berlusconi, qualunquemente, quasi pedofilo, n.d.a.), concetto tanto simile a quello che considera le vittime di stupro delle adescatrici colpevoli di bassi istinti maschili e, per giustificare il Berlusconi, propone di modificare la legge, abbassando il limite della maggiore età. Non è una bufala, è sul sito del governo.
Si, occorrerebbe un soprassalto di dignità, in questo paese. Da parte delle donne, ad esempio, che non si ribellano ad immagini come quella che ho messo all’inizio. Che si sono vendute l’anima in cambio di 5000 puntate di Beautiful mandando in vacca decenni di conquiste femminili. Che stanno rinunciando al privilegio di essere più considerate e rispettate delle donne dei talebani per ritornare ad essere ridotte ad orifizio, a quarto anatomico.
“Noemi è la pupilla, io sono il culo”, dice Ruby al telefono con un amico. Disposte a tutto per denaro. Per bisogno, certo, ma anche perché l’unico valore riconosciuto è il denaro, l’abito firmato, il possesso di oggetti fino a farsene sommergere. Una società malata che ha ricevuto troppi consigli per gli acquisti e una moltitudine di giovani che non si accorge di essere ormai ridotta come gli schiavi torturati dai fascisti pervertiti di “Salò”, il fin troppo profetico film di Pier Paolo Pasolini.
Il profeta Pasolini – “Salò o le 120 giornate di Sodoma”
Ci vorrebbe un soprassalto di dignità anche da parte degli uomini, che non possono accettare di essere rappresentati da coloro che invidiano Silvio e la sua presunta ipersessualità, che lo ammirano per la capacità di sottomettere tante giovincelle sempre più giovani ai propri voleri, anche i più turpi. Che, forgiati a sua immagine e rassomiglianza grazie alla “Cura Colpo Grosso”, la scuola di specializzazione televisiva in scopofilia passiva, sono ormai addestrati a salivare solo in presenza della donna che non ha superato i venticinque anni, che porta la quinta di poppe ed ha il culo a mandolino e che, ovviamente, disprezzano e considerano indegne della loro triste concupiscenza tutto il resto del mondo femminile.
In un Italia in cui il silenzio del Vaticano di fronte a questi sordidi avvenimenti spacca i timpani e i preti perbene giustamente si indignano; in un paese impazzito che vuole sparare alle guardie per far fuggire i ladri, in questo paese coperto di fango, non ci vuole altro. Altro che un soprassalto di dignità. Il più presto possibile.
Mentre si ciancia di Cesare e Marcellus, a Palermo sono state danneggiate le statue in gesso commemorative dei giudici Falcone e Borsellino, alla vigilia dell’anniversario della strage di Via D’Amelio.
Qui ci vuole Pasolini.

“Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
[…]
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
[…]
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè
non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.”

Pier Paolo Pasolini
Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, Roma, 2 novembre 1975

Testo tratto dal “Corriere della sera” del 14 novembre 1974, con il titolo “Che cos’è questo golpe?”; testo poi confluito in Scritti corsari, Garzanti 1975.

“Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.
Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.
(Pier Paolo Pasolini, 9 dicembre 1973)

L’orrido sketch della Marcuzzi con il wurstel non è solo l’ennesimo esempio di utilizzo finale degradante della donna in televisione. Non è nemmeno un problema di violazione della fascia protetta, visto che è andato in onda non a caso sulla laida Italia1, vero e proprio canale pornografico istituzionalizzato nell’ambito di una televisione ormai intrinsecamente oscena 24h24.
La scenetta è brutta di per sé, fa un uso pornografico della pornografia. E soprattutto è un insulto all’arte della rappresentazione della fellatio.

La simulazione di qualunque atto sessuale, la sua rappresentazione mimica o parodistica ci perturba molto di più della visione di tutti i primi piani del caso e dell’assoluta veridicità dell’atto, come avviene nel cinema hard.
Moltissime persone e, non meravigliatevi, moltissimi uomini trovano ad esempio osceni gli spot dei gelati, così pieni di allusioni orali.
Il motivo è che nella simulazione non c’è verità né naturalezza né vera disinibizione e, quel che è peggio, gli attori sono sempre consci di commettere qualcosa di proibito, di sporco, di disgustoso. Sono tremendamente imbarazzati, e si vede. L’imbarazzo è contagioso. Anche noi ci troviamo a disagio, ad un certo punto.
Nel porno, invece, gli attori fanno qualunque cosa con estrema naturalezza, dando l’idea di gradire molto ciò che stanno facendo. I migliori attori e attrici hardcore sono sempre stati quelli che trasmettevano allo spettatore l’idea di godere come porci facendo quelle cose.

Il modo in cui la Marcuzzi approccia il simil-fallo è disgustoso perchè è totalmente assurdo e innaturale. Sembra, poveretta, che debba accostarsi al pistolino di un morto, o di un animale o a qualcosa di appena amputato. Altro che gola profonda e clitoride delocalizzato. Gli fa schifo e si vede e ciò spegne automaticamente qualunque segnale erotico dovesse accendersi nello spettatore. Forse, ormai abituata a parlare solo di fase anale ed evacuativa a causa della “regolarità”, ha dimenticato la gioiosa golosità e spontaneità della fase orale.
Insomma, se vi fosse l’Oscar per il pompino più brutto di tutti i tempi, per il modo più offensivo di accostarsi alla sacralità e bellezza del fallo, il premio sarebbe il suo.

Quando la rappresentazione del sesso non riesce ad eccitare, vuol dire che siamo solo di fronte alla volgarità. La volgarità disturba e spaventa, ricaccia l’eccitazione nel profondo impedendogli di sfogarsi con i fuochi artificiali.
Il porno è sgradito al potere perchè è liberatorio. La volgarità invece viene incoraggiata e spalmata ovunque come una melma maleodorante, soprattutto in televisione, affinchè non ci accorgiamo che il vero marciume viene proprio da chi utilizza la volgarità come arma di distrazione di massa.

Come aveva preconizzato Pasolini trent’anni fa, la televisione ha oggi il compito di volgarizzare tutto, di violarci l’anima rendendoci immuni all’indignazione, alla riprovazione non nei confronti del sesso ma della corruzione morale del potere. Un potere che ci considera solo puttane da utilizzare finalmente e da far cagare a comando con l’apposito yogurt.

L’unico dubbio che rimane è questo: è più oscena la Marcuzzi che spompineggia maldestramente un povero ed innocente insaccato in fascia protetta o il TG1 che pratica ogni sera per mezz’ora l’anilictus al padrone della televisione?

P.S. Il commento di Area: “Pensate sempre a male. E’ un po’ imbranata e non sa mangiare i Wurstel”, mi ha fatto venire in mente un episodio divertente a cui ho assistito quest’estate su in montagna, a pranzo in un rifugio in Val Pusteria.
C’era questa donna, al tavolo con marito e due pischelli, alle prese con un wurstel formato gigante come si conviene in terra teutonica.
Lo teneva con due dita, pollice e indice, e con l’altra ha iniziato a spellarlo. Si, proprio così. Dopo aver praticato una rudimentale circoncisione e mantenendo nel corso dell’intera operazione l’espressione disgustata di chi sta compiendo un lavoro infame, ha usato un’orrenda violenza al povero wurstel, la cui pelle veniva strappata via a brandelli e gettata con disgusto nel piatto.
Credetemi, una scena orripilante da far arricciare le dita dei piedi.

Quando studiavo psicologia mi hanno insegnato che osservando le persone a tavola si possono capire molte cose sulla loro vita sessuale. Addirittura si consiglia di osservare attentamente la persona con la quale stiamo cenando la prima volta per capire come sarà a letto. Difficilmente ci si sbaglia. In soldoni, l’amante ideale a tavola mangia lentamente, gustando il cibo con appetito, masticandolo vigorosamente e a grossi bocconi. Non scarta che il minimo indispensabile e ama i sapori nuovi e creativi.
Guardatevi da chi trangugia mezz’etto di spaghetti in tre secondi netti, si mette a sezionare il prosciutto per preparare un vetrino con il grasso, mangia poco condito, beve acqua non gasata e fuori frigo e tocca il cibo con diffidenza.

Per tornare alla spellatrix della Val Pusteria, quale approccio potrà mai avere a letto una così con il membro maschile? Io, fossi il marito, non glielo affiderei.


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Con la conclusione del reality concentrazionario più amato dagli itagliani e la smobilitazione della casa chiusa del Grande Fratello, se dobbiamo attribuire a ciò che accade in televisione una valenza culturale ed educativa, nonché un’espressione dello Zeitgeist, dobbiamo registrare un’altra conquista del regime.

Cosa volete che sia far giungere i treni in orario, questi sono riusciti a far stare sotto lo stesso tetto un panettiere bergamasco e un napoletano; tre uomini e un paio di tette parlanti a vanvera senza che la portatrice di tette venisse strangolata e soprattutto sono riusciti a tenere chiuso in casa un rom per 99 giorni. Quest’ultima era la sfida più difficile, dimostrare cioè che il nomadismo dei nomadi non esiste ed è un vizio facilmente estirpabile e giustamente è stata consacrata con la vittoria del rom montenegrino.
Questi si che sono zingari che ci piacciono, come quelli che segnano alla Ibrahimovic.

Si, è vero che c’è voluto il classico vecchio trucco dell’incentivo in denaro, che le cavie lo hanno fatto per la prospettiva di vincere appena 300 mila euro, cifra che farebbe salivare chiunque, ma l’esperimento alla Zimbardo è pienamente riuscito.
Questo è il tipo di sperimentazione scientifica che è rimasto possibile fare in Italia. Ripetere vecchi catenacci arrugginiti di psicologia sociale per dimostrare alla plebe stravaccata sul divano che degli individui chiusi nella stessa gabbia dopo un pò o trombano o sclerano o entrambe le cose.

Nel mondo animale, l’affollamento delle gabbie provoca prima o poi lo scannamento reciproco degli esemplari rinchiusi ma finora, per i reality show, ci si è per fortuna limitati allo sbudellamento verbale.
Pare che la gente si diverta a vedere pianti e cazziatoni, perfino vere sofferenze in diretta dei porcellini e porcellone d’India. In fondo è il vecchio sogno di rendere trasparenti le mura di casa per assistere ai fattacci privati dei vicini di casa. Vista la bramosia di sangue ed efferratezze che fa schizzare in alto gli ascolti delle trasmissioni che grufolano nei più atroci delitti di cronaca nera, non mi meraviglierei che il prossimo Grande Fratello non fosse altro che una riedizione dei giochi dei gladiatori. Con il televoto al posto del pollice verso. Potrebbero chiamarlo il Grande Colosseo.

Quando realizzò il suo film più discusso, Pasolini disse:
“So di aver fatto un’opera volutamente inguardabile. Il giorno in cui il pubblico potrà vedere “Salò'” senza provare un brivido di disgusto, vorrà dire che il senso di dignità dell’uomo si è spento del tutto”.
Ci siamo quasi?

A proposito di Salò. Per la serie “Ci ho un rigurgito fascista”, Ignazio Benito Maria dice che i partigiani rossi non possono essere chiamati liberatori. Non agitatevi, sono solo prove microfono in previsione dei festeggiamenti del 25 aprile dove, prevedo, sarà molto di moda andarci in nero.


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“Un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove”. (Anonimo tutore dell’ordine, Genova 2001)

Quando viaggiavo ogni giorno da studente pendolare mi capitò di dividere lo scompartimento del treno con due signori che, dai discorsi che facevano, si qualificarono come appartenenti alle forze dell’ordine. Chiacchieravano e si scambiavano i resoconti delle ultime avventure. “Eri di servizio ieri, per la partita?” “Si, quante gliene abbiamo date ai rossi. E domenica sarà ancora meglio. Siamo a Livorno, sai quante zecche rosse potremo menare?” “Te ne toglierai la voglia, eh?” “Puoi scommetterci”.

Io ascoltavo e mi chiedevo se fosse normale che dei tutori dell’ordine potessero parlare così, riferendosi per giunta solo ad una partita di calcio. Figuriamoci se si fosse trattato di manifestazioni politiche.
Quando tutti noi abbiamo visto Genova ci siamo resi conto che l’andata al governo delle destre aveva amplificato il problema in senso ancor più drammatico.

Proviamo ad inquadrare il paradosso. Nella scuola Diaz, nella notte cilena di Genova, si scatenò un bel gruppetto di mele marce, tutte rigorosamente selezionate e tutte nere uguali, più lucide delle Melinda, che agirono in assoluta libertà fabbricando prove false, assalendo e ferendo cittadini italiani e stranieri inermi come Mark Covell, lasciando abbondanti pozze di sangue alla fine della loro sortita (definito succo di pomodoro dai giornalacci di regime).

I loro superiori, se dobbiamo credere alla sentenza di ieri, non c’erano o dormivano o stavano giocando a carte con Fini in questura, per passare il tempo. Adda passà a nuttata.
Cioè, ripeto, le mele agirono violando una mappata di articoli del codice penale e i loro superiori, ecco il paradosso, ancora a distanza di sette anni non trovano doveroso assumersi la responsabilità di ciò che i loro sottoposti fecero di illegale, pur ammettendo affinità con certi macellai messicani. Vaja con Dios, chingado comunista coño.
A ben guardare non sono stati assolti i vertici della polizia e condannate le mele. Sono stati tutti mandati impuniti. Perchè il fatto non sussiste, oltretutto.

In questo paese mostruoso che è l’Italia, in questo tumore piduista abbarbicato al culo dell’Europa, è possibile, è tollerato che, all’interno delle forze dell’ordine, vi sia un vero e proprio allevamento di mele marce, tutte rigorosamente fasciste con “faccetta nera” come suoneria del cellulare, gente che come vede un manifestante in piazza pensa sia una “zecca comunista” e che è capace non solo di agire contro la legge ma con il beneplacito dei suoi superiori.

Immaginiamo se un fatto come quello della Scuola Diaz fosse accaduto in Francia o in Germania, paesi che ho il viziaccio di considerare veramente democratici e civili.
Dei poliziotti aggrediscono di notte, pestandoli a sangue, dei manifestanti che stanno dormendo gridando “viva Vichy e Le Pen” o invocando Adolf Hitler, i forni crematori e il Reich millenario. Riuscite a credere che i capi delle rispettive polizie ma non solo, i capi dei governi, non avrebbero reagito con orrore e a colpi di dimissioni ad un tale rigurgito di nazifascismo? Ricordo che in Italia non c’è stata una sola dimissione né volontaria né richiesta, per i fatti di Bolzaneto, della Diaz e di Piazza Alimonda.

E’ una forzatura allora pensare che in Italia il problema è la polizia politicizzata? E non politicizzata e basta ma in senso fascista?
Si, perchè nelle forze dell’ordine sono rappresentate tutte le voci politiche e ci sono fior di galantuomini. Non saranno proprio tutti proletari da difendere pasolinianamente ma sappiamo per certo che c’è chi si è vergognato per la mattanza della Diaz. Il guaio è che le mele belle, lucide e sane non parlano e se parlano lo fanno con voce troppo flebile.
La polizia italiana non è fascista, sono i fascisti che la inquinano che vorrebbero che lo fosse.
Oggi Pasolini direbbe che sta con i poliziotti, ma non con quelli fascisti. E questa Italia gli ricorderebbe sempre più le 120 giornate della sua Salò.

(Nella foto, Mark Covell, cittadino inglese ferito gravemente durante la mattanza della Diaz.)


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“Un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove”. (Anonimo tutore dell’ordine, Genova 2001)

Quando viaggiavo ogni giorno da studente pendolare mi capitò di dividere lo scompartimento del treno con due signori che, dai discorsi che facevano, si qualificarono come appartenenti alle forze dell’ordine. Chiacchieravano e si scambiavano i resoconti delle ultime avventure. “Eri di servizio ieri, per la partita?” “Si, quante gliene abbiamo date ai rossi. E domenica sarà ancora meglio. Siamo a Livorno, sai quante zecche rosse potremo menare?” “Te ne toglierai la voglia, eh?” “Puoi scommetterci”.

Io ascoltavo e mi chiedevo se fosse normale che dei tutori dell’ordine potessero parlare così, riferendosi per giunta solo ad una partita di calcio. Figuriamoci se si fosse trattato di manifestazioni politiche.
Quando tutti noi abbiamo visto Genova ci siamo resi conto che l’andata al governo delle destre aveva amplificato il problema in senso ancor più drammatico.

Proviamo ad inquadrare il paradosso. Nella scuola Diaz, nella notte cilena di Genova, si scatenò un bel gruppetto di mele marce, tutte rigorosamente selezionate e tutte nere uguali, più lucide delle Melinda, che agirono in assoluta libertà fabbricando prove false, assalendo e ferendo cittadini italiani e stranieri inermi come Mark Covell, lasciando abbondanti pozze di sangue alla fine della loro sortita (definito succo di pomodoro dai giornalacci di regime).

I loro superiori, se dobbiamo credere alla sentenza di ieri, non c’erano o dormivano o stavano giocando a carte con Fini in questura, per passare il tempo. Adda passà a nuttata.
Cioè, ripeto, le mele agirono violando una mappata di articoli del codice penale e i loro superiori, ecco il paradosso, ancora a distanza di sette anni non trovano doveroso assumersi la responsabilità di ciò che i loro sottoposti fecero di illegale, pur ammettendo affinità con certi macellai messicani. Vaja con Dios, chingado comunista coño.
A ben guardare non sono stati assolti i vertici della polizia e condannate le mele. Sono stati tutti mandati impuniti. Perchè il fatto non sussiste, oltretutto.

In questo paese mostruoso che è l’Italia, in questo tumore piduista abbarbicato al culo dell’Europa, è possibile, è tollerato che, all’interno delle forze dell’ordine, vi sia un vero e proprio allevamento di mele marce, tutte rigorosamente fasciste con “faccetta nera” come suoneria del cellulare, gente che come vede un manifestante in piazza pensa sia una “zecca comunista” e che è capace non solo di agire contro la legge ma con il beneplacito dei suoi superiori.

Immaginiamo se un fatto come quello della Scuola Diaz fosse accaduto in Francia o in Germania, paesi che ho il viziaccio di considerare veramente democratici e civili.
Dei poliziotti aggrediscono di notte, pestandoli a sangue, dei manifestanti che stanno dormendo gridando “viva Vichy e Le Pen” o invocando Adolf Hitler, i forni crematori e il Reich millenario. Riuscite a credere che i capi delle rispettive polizie ma non solo, i capi dei governi, non avrebbero reagito con orrore e a colpi di dimissioni ad un tale rigurgito di nazifascismo? Ricordo che in Italia non c’è stata una sola dimissione né volontaria né richiesta, per i fatti di Bolzaneto, della Diaz e di Piazza Alimonda.

E’ una forzatura allora pensare che in Italia il problema è la polizia politicizzata? E non politicizzata e basta ma in senso fascista?
Si, perchè nelle forze dell’ordine sono rappresentate tutte le voci politiche e ci sono fior di galantuomini. Non saranno proprio tutti proletari da difendere pasolinianamente ma sappiamo per certo che c’è chi si è vergognato per la mattanza della Diaz. Il guaio è che le mele belle, lucide e sane non parlano e se parlano lo fanno con voce troppo flebile.
La polizia italiana non è fascista, sono i fascisti che la inquinano che vorrebbero che lo fosse.
Oggi Pasolini direbbe che sta con i poliziotti, ma non con quelli fascisti. E questa Italia gli ricorderebbe sempre più le 120 giornate della sua Salò.

(Nella foto, Mark Covell, cittadino inglese ferito gravemente durante la mattanza della Diaz.)


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“Un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove”. (Anonimo tutore dell’ordine, Genova 2001)

Quando viaggiavo ogni giorno da studente pendolare mi capitò di dividere lo scompartimento del treno con due signori che, dai discorsi che facevano, si qualificarono come appartenenti alle forze dell’ordine. Chiacchieravano e si scambiavano i resoconti delle ultime avventure. “Eri di servizio ieri, per la partita?” “Si, quante gliene abbiamo date ai rossi. E domenica sarà ancora meglio. Siamo a Livorno, sai quante zecche rosse potremo menare?” “Te ne toglierai la voglia, eh?” “Puoi scommetterci”.

Io ascoltavo e mi chiedevo se fosse normale che dei tutori dell’ordine potessero parlare così, riferendosi per giunta solo ad una partita di calcio. Figuriamoci se si fosse trattato di manifestazioni politiche.
Quando tutti noi abbiamo visto Genova ci siamo resi conto che l’andata al governo delle destre aveva amplificato il problema in senso ancor più drammatico.

Proviamo ad inquadrare il paradosso. Nella scuola Diaz, nella notte cilena di Genova, si scatenò un bel gruppetto di mele marce, tutte rigorosamente selezionate e tutte nere uguali, più lucide delle Melinda, che agirono in assoluta libertà fabbricando prove false, assalendo e ferendo cittadini italiani e stranieri inermi come Mark Covell, lasciando abbondanti pozze di sangue alla fine della loro sortita (definito succo di pomodoro dai giornalacci di regime).

I loro superiori, se dobbiamo credere alla sentenza di ieri, non c’erano o dormivano o stavano giocando a carte con Fini in questura, per passare il tempo. Adda passà a nuttata.
Cioè, ripeto, le mele agirono violando una mappata di articoli del codice penale e i loro superiori, ecco il paradosso, ancora a distanza di sette anni non trovano doveroso assumersi la responsabilità di ciò che i loro sottoposti fecero di illegale, pur ammettendo affinità con certi macellai messicani. Vaja con Dios, chingado comunista coño.
A ben guardare non sono stati assolti i vertici della polizia e condannate le mele. Sono stati tutti mandati impuniti. Perchè il fatto non sussiste, oltretutto.

In questo paese mostruoso che è l’Italia, in questo tumore piduista abbarbicato al culo dell’Europa, è possibile, è tollerato che, all’interno delle forze dell’ordine, vi sia un vero e proprio allevamento di mele marce, tutte rigorosamente fasciste con “faccetta nera” come suoneria del cellulare, gente che come vede un manifestante in piazza pensa sia una “zecca comunista” e che è capace non solo di agire contro la legge ma con il beneplacito dei suoi superiori.

Immaginiamo se un fatto come quello della Scuola Diaz fosse accaduto in Francia o in Germania, paesi che ho il viziaccio di considerare veramente democratici e civili.
Dei poliziotti aggrediscono di notte, pestandoli a sangue, dei manifestanti che stanno dormendo gridando “viva Vichy e Le Pen” o invocando Adolf Hitler, i forni crematori e il Reich millenario. Riuscite a credere che i capi delle rispettive polizie ma non solo, i capi dei governi, non avrebbero reagito con orrore e a colpi di dimissioni ad un tale rigurgito di nazifascismo? Ricordo che in Italia non c’è stata una sola dimissione né volontaria né richiesta, per i fatti di Bolzaneto, della Diaz e di Piazza Alimonda.

E’ una forzatura allora pensare che in Italia il problema è la polizia politicizzata? E non politicizzata e basta ma in senso fascista?
Si, perchè nelle forze dell’ordine sono rappresentate tutte le voci politiche e ci sono fior di galantuomini. Non saranno proprio tutti proletari da difendere pasolinianamente ma sappiamo per certo che c’è chi si è vergognato per la mattanza della Diaz. Il guaio è che le mele belle, lucide e sane non parlano e se parlano lo fanno con voce troppo flebile.
La polizia italiana non è fascista, sono i fascisti che la inquinano che vorrebbero che lo fosse.
Oggi Pasolini direbbe che sta con i poliziotti, ma non con quelli fascisti. E questa Italia gli ricorderebbe sempre più le 120 giornate della sua Salò.

(Nella foto, Mark Covell, cittadino inglese ferito gravemente durante la mattanza della Diaz.)


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E’ curioso che in un mondo dominato dal culto del denaro, simboleggiato in psicanalisi dall’escremento; in un mondo che, scisso nella dicotomia tra avarizia (ritenzione) e scialacquamento (incontinenza), fa dell’evacuazione una metafora rituale quasi religiosa, ci si scandalizzi se un satiro o un comico cita la cacca in un suo show e ci si meravigli se poi il tizio viene censurato, radiato e bandito dal regno.

Intendiamoci, la colpa è degli autori di queste performance, sempre. Hanno il vizio di associare alle loro denunce più forti l’elemento merdoso e l’apposito orifizio, che siccome sono innominabili e oggetto di oscuro timore ma altrettanto innominabile segreto culto, fanno scattare le più feroci censure di potere.
E’ come se inconsciamente dicessero: devo fare una denuncia forte, sulla guerra, sull’oscenità della guerra, sulle brutture della società, della famiglia che incoraggia la pedofilia ma siccome non ne ho il coraggio fino in fondo utilizzo la metafora della cacca così mi censureranno e la mia coscienza sarà di nuovo a posto. In psicanalisi si chiama atto mancato.

La censura, quando a sua volta scatta, pensa: io in realtà voglio colpire quel pezzo di merda che osa criticare l’impero, il regime, la guerra santa combattuta dagli eroi. Voglio zittire e far ardere sul rogo quello stronzo che osa criticare la famiglia e la società e perfino prefigurare il futuro di merda che ci aspetta.
Della cacca non me ne frega niente ma siccome a tutti fa schifo tutti mi daranno ragione ad aver censurato quell’idiota per averla nominata.
Si chiama razionalizzazione.

Quando a Bertolucci bruciarono sul rogo “Ultimo Tango a Parigi”, non fu perchè in un certo momento del film Brando sodomizza la Schneider ma perchè Brando, nel mentre, recita la seguente preghiera: “Voglio farti un discorso sulla famiglia…Quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alle virtù… Ed adesso ripeti insieme a me…Santa famiglia, sacrario dei buoni cittadini… dove i bambini sono torturati da quando dicono la prima bugia”.

Pasolini, in quel film disgustoso, intollerabile, diciamo proprio di merda che è “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, utilizza la coprofagia per denunciare fin dove può giungere il Potere nella degradazione dell’essere umano. Ancora più rivoluzionario di DeSade, Pasolini preconizza la società attuale.
Ripensando oggi a quel film degli anni settanta, quando per altro in alcune realtà, basti pensare alle dittature sudamericane, la gente veniva torturata veramente a quel modo, ci rendiamo conto che l’incubo del poeta è diventato la nostra realtà in senso (sub)culturale.
Basta pensare alla televisione, dove le persone accettano di farsi umiliare e degradare fisicamente ormai senza quasi limiti e solo per una cosa, il denaro e il simulacro di fama che dà il denaro. “Salò” sembra diventare quindi solo il più estremo dei reality show.

Bisognerebbe riuscire a parlare di atti evacuatori e relativi prodotti escrementizi senza utilizzarli come denuncia sociale e politica e vedere l’effetto che fa, se persistono lo scandalo e la censura. Del resto il cinesino che cagando fa scattare il livello 4 di contaminazione batteriologica negli spot pubblicitari è tollerato, come la pomata dedicata alle amiche emorroidi o gli yogurt che fanno liberare perfino le gran tope che non diresti mai che caghino anche loro come te, misera mortale. Anzi, questi inni alla defecazione ti vengono proposti normalmente all’ora di pranzo e cena, come simpatico coadiuvante dell’appetito. Servono affinchè tu spenda, tiri fuori il denaro, lo sterco del demonio, appunto. Il cerchio si chiude.

Se però a mezzanotte un comico nomina la merda associata ad un giornalista un tempo a libro paga della CIA, apriti cielo.
Luttazzi, che non è esente da una certa compulsiva e fastidiosa coprofilia ma in fondo è un bravo ragazzo e perfino un timido, forse, è stato ancora una volta censurato da la7 e il suo programma, che forse non a caso si chiama(va) “Decameron”, sospeso, che in Italia significa chiuso, tumulato e cementato.
Aveva cominciato bene il ragazùl:
“Dopo 4 anni guerra in Iraq, 3.900 soldati americani morti, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Iraq…
Poi è scattato l’atto mancato, introdotto anche dalla clamorosa sottostima dei morti civili iracheni, ben superiori agli 85.000:
“Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanche’ in completo sadomaso che li frusta tutti. Va gia’ meglio no?”.
D’accordo, la prosa non sarà DeSade ma è efficace anche se l’immagine è un po’ da porno casalingo di quart’ordine, disciamo.
La censura, come da copione, si è attaccata a quello, alla fantasia fetish da bordello gran lusso con sconti per comitive vip che faceva venire in mente.
Se Luttazzi si fosse limitato alla prima parte della denuncia lo avrebbero fermato lo stesso? O forse occorreva proprio lo schizzo di merda in faccia perchè ci ricordassimo della bestialità della guerra?

Vabbé, per consolarci e restare in tema, quest’anno metteremo nel presepe un caganer, un “cagone”. Trattasi di antica e gloriosa tradizione catalana, di origine barocca, un personaggio di terracotta ritratto nell’atto di defecare che nel presepe viene di solito collocato in posizione appartata, come si conviene alla circostanza. La figurina non viene considerata assolutamente blasfema ma un retaggio degli antichi culti della fertilità.
In Spagna è considerato un onore essere raffigurati come caganer, come dimostra l’esempio che ho scelto, che rappresenta il Re Juan Carlos. Esistono praticamente tutti i personaggi politici spagnoli, da Aznar a Zapatero alla regina e al principe. Non mancano Bush, Sarkozy e un delizioso piccolo Ratzinger.
Per quanto abbia cercato non sono riuscita a trovare nè un caganer Berlusconi, nè un Prodi, né un Veltroni. E’ proprio vero che a livello internazionale non ci caga nesssuno.

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