You are currently browsing the category archive for the ‘piergiorgio welby’ category.

Mi sembra doveroso accogliere anch’io l’invito a dar voce su questo blog a Paolo Ravasin ed al proprio testamento biologico affidato a questo video.
Ravasin, presidente della cellula di Treviso dell’Associazione Luca Coscioni è affetto da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e, come già Piergiorgio Welby, si batte affinchè venga riconosciuto ai malati senza possibilità di guarigione il diritto (sacrosanto, aggiungo io) di poter decidere di rinunciare all’alimentazione forzata e ad altre forme di prolungamento artificiale dell’esistenza in vita, compresa la somministrazione di farmaci non strettamente atti a lenire il dolore. A tutto ciò insomma che si definisce ,per comodità, accanimento terapeutico.

Questo appello arriva qualche giorno dopo la sentenza che ha finalmente preso in considerazione la richiesta del padre di Eluana Englaro, costretta da sedici anni in uno stato vegetativo permanente, di poter interrompere l’alimentazione artificiale della donna, l’unica cosa che la tiene materialmente in vita, scatenando l’ira di coloro che vogliono continuare a poter decidere per gli altri quando, dove e come questi possono finalmente morire.

Non fossero bastati Ferrara con le sue bottiglie e i soliti Don Budget e Bozzo, ci si è messa per ultima pure la Carfagna a dire che la Vita deve’essere rispettata e che non è il caso di fare una legge che regolamenti le ultime volontà dei malati con una cosa come il testamento biologico. Pari opportunità per sani e malati, insomma.
Non è la Vita che interessa a questi soloni, è il mantenimento del potere sulla vita degli altri, senza il quale non sarebbero più nessuno. Chiamano in causa Dio dimenticando quanto Dio possa essere cattivo (avrei voluto usare un termine molto più crudo) nel condannare i suoi figli ad un’esistenza come quella di Piergiorgio, di Paolo o di Eluana e di migliaia di altri.
Siccome sono per la massima parte i cattolici che pensano di potersi ergere a giudici dell’esistenza altrui, giova ricordare come al Santo Padre Giovanni Paolo II sia stato concesso di rifiutare l’accanimento terapeutico negli ultimi giorni della sua malattia. “Lasciatemi andare”, pare abbia detto. Sarebbe bello che fossero lasciati andare anche loro, i malati comuni, quelli senza la tiara in testa.

Mi sono chiesta in questi giorni, nel caso di Eluana, se per caso non sia colpa delle immagini che di lei vengono diffuse se ci si ostina, nel campo dei difensori a zona della Vita, a negarle il diritto ad andar via con un furibondo pressing.

Eluana in quelle foto è bellissima. Sorridente, giovane, radiosa, piena di vita. Chi mai vorrebbe “condannare a morire di fame e sete” una così bella ragazza. Ma quella Eluana non esiste più, non solo perchè ora ha sedici anni di più.
La sua condizione in neurologia si riassume con un termine terribile: coma decorticato. La corteccia, ovvero la parte di cervello che ci permette di muoverci, parlare, pensare, udire, vedere è permanentemente disconnessa dai centri più elementari sottocorticali di sopravvivenza. E’ un corpo che respira e continua a vivere, ormai separato per sempre dalla mente che lo governava, solo grazie a quella che Beppino Englaro ha definito “una violenza fatta alla natura”. Una condizione che comporta una grave limitazione alla dignità della persona.

“Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto.” (da La storia di Eluana Englaro di Luca Carra)

Non abbiamo immagini di quella Eluana e forse non si può chiedere alla famiglia di mostrarcele ma forse farebbero capire a coloro ai quali le parole non bastano ma che sulle cose hanno bisogno di sbatterci contro il grugno, la condizione che questa donna è costretta a vivere. Con la beffa di aver oltretutto confidato un giorno a suo padre, ancora sana e perfetta, di provare orrore a pensare di trovarsi in una situazione così. E’ in nome di quella intenzione, di quel desiderio, che Beppino pensa di dover rispettare la volontà di sua figlia. Accettando oltre tutto, accordandogliela con un enorme atto d’amore, di perderla per sempre.

Piergiorgio e Paolo si sono mostrati ed immolati nella loro difficoltà, nella loro impotenza, con le loro voci metalliche che ci hanno ferito il cuore. Cosa faremmo noi nei loro panni? Potremmo volere ancora vivere, ancora un giorno, ancora un minuto, prego, disperatamente aggrappati alla vita. Oppure, potremmo desiderare solo di morire e porre fine alla sofferenza e ad una vita che non è più vita.
La nostra opinione in fondo non conta nulla, come quella dei filosofi o dei teologi anche se penso nessuno si augurerebbe di vivere da corpo inerte senza più la luce del pensiero. Io non lo vorrei.

L’unica cosa che conta è che se questi malati desiderano che tutto finisca, perdio, noi abbiamo il dovere di aiutarli a compiere fino in fondo la loro scelta.
Paolo, Piergiorgio e il babbo di Eluana si battono affinchè ognuno di noi possa decidere, volendolo, con un testamento biologico, cosa fare della propria esistenza qualora non vi fosse più speranza di guarigione o uscita da un coma depassée. Potremmo anche non scegliere, lasciar fare al destino. E’ una battaglia di libertà, non di assolutismo.
Negare ai malati aiuto in nome di una cieca ortodossia ideologica, di un ottuso attaccamento al potere di vita e di morte sugli altri è non solo incivile, ma profondamente disumano.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Mi sembra doveroso accogliere anch’io l’invito a dar voce su questo blog a Paolo Ravasin ed al proprio testamento biologico affidato a questo video.
Ravasin, presidente della cellula di Treviso dell’Associazione Luca Coscioni è affetto da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e, come già Piergiorgio Welby, si batte affinchè venga riconosciuto ai malati senza possibilità di guarigione il diritto (sacrosanto, aggiungo io) di poter decidere di rinunciare all’alimentazione forzata e ad altre forme di prolungamento artificiale dell’esistenza in vita, compresa la somministrazione di farmaci non strettamente atti a lenire il dolore. A tutto ciò insomma che si definisce ,per comodità, accanimento terapeutico.

Questo appello arriva qualche giorno dopo la sentenza che ha finalmente preso in considerazione la richiesta del padre di Eluana Englaro, costretta da sedici anni in uno stato vegetativo permanente, di poter interrompere l’alimentazione artificiale della donna, l’unica cosa che la tiene materialmente in vita, scatenando l’ira di coloro che vogliono continuare a poter decidere per gli altri quando, dove e come questi possono finalmente morire.

Non fossero bastati Ferrara con le sue bottiglie e i soliti Don Budget e Bozzo, ci si è messa per ultima pure la Carfagna a dire che la Vita deve’essere rispettata e che non è il caso di fare una legge che regolamenti le ultime volontà dei malati con una cosa come il testamento biologico. Pari opportunità per sani e malati, insomma.
Non è la Vita che interessa a questi soloni, è il mantenimento del potere sulla vita degli altri, senza il quale non sarebbero più nessuno. Chiamano in causa Dio dimenticando quanto Dio possa essere cattivo (avrei voluto usare un termine molto più crudo) nel condannare i suoi figli ad un’esistenza come quella di Piergiorgio, di Paolo o di Eluana e di migliaia di altri.
Siccome sono per la massima parte i cattolici che pensano di potersi ergere a giudici dell’esistenza altrui, giova ricordare come al Santo Padre Giovanni Paolo II sia stato concesso di rifiutare l’accanimento terapeutico negli ultimi giorni della sua malattia. “Lasciatemi andare”, pare abbia detto. Sarebbe bello che fossero lasciati andare anche loro, i malati comuni, quelli senza la tiara in testa.

Mi sono chiesta in questi giorni, nel caso di Eluana, se per caso non sia colpa delle immagini che di lei vengono diffuse se ci si ostina, nel campo dei difensori a zona della Vita, a negarle il diritto ad andar via con un furibondo pressing.

Eluana in quelle foto è bellissima. Sorridente, giovane, radiosa, piena di vita. Chi mai vorrebbe “condannare a morire di fame e sete” una così bella ragazza. Ma quella Eluana non esiste più, non solo perchè ora ha sedici anni di più.
La sua condizione in neurologia si riassume con un termine terribile: coma decorticato. La corteccia, ovvero la parte di cervello che ci permette di muoverci, parlare, pensare, udire, vedere è permanentemente disconnessa dai centri più elementari sottocorticali di sopravvivenza. E’ un corpo che respira e continua a vivere, ormai separato per sempre dalla mente che lo governava, solo grazie a quella che Beppino Englaro ha definito “una violenza fatta alla natura”. Una condizione che comporta una grave limitazione alla dignità della persona.

“Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto.” (da La storia di Eluana Englaro di Luca Carra)

Non abbiamo immagini di quella Eluana e forse non si può chiedere alla famiglia di mostrarcele ma forse farebbero capire a coloro ai quali le parole non bastano ma che sulle cose hanno bisogno di sbatterci contro il grugno, la condizione che questa donna è costretta a vivere. Con la beffa di aver oltretutto confidato un giorno a suo padre, ancora sana e perfetta, di provare orrore a pensare di trovarsi in una situazione così. E’ in nome di quella intenzione, di quel desiderio, che Beppino pensa di dover rispettare la volontà di sua figlia. Accettando oltre tutto, accordandogliela con un enorme atto d’amore, di perderla per sempre.

Piergiorgio e Paolo si sono mostrati ed immolati nella loro difficoltà, nella loro impotenza, con le loro voci metalliche che ci hanno ferito il cuore. Cosa faremmo noi nei loro panni? Potremmo volere ancora vivere, ancora un giorno, ancora un minuto, prego, disperatamente aggrappati alla vita. Oppure, potremmo desiderare solo di morire e porre fine alla sofferenza e ad una vita che non è più vita.
La nostra opinione in fondo non conta nulla, come quella dei filosofi o dei teologi anche se penso nessuno si augurerebbe di vivere da corpo inerte senza più la luce del pensiero. Io non lo vorrei.

L’unica cosa che conta è che se questi malati desiderano che tutto finisca, perdio, noi abbiamo il dovere di aiutarli a compiere fino in fondo la loro scelta.
Paolo, Piergiorgio e il babbo di Eluana si battono affinchè ognuno di noi possa decidere, volendolo, con un testamento biologico, cosa fare della propria esistenza qualora non vi fosse più speranza di guarigione o uscita da un coma depassée. Potremmo anche non scegliere, lasciar fare al destino. E’ una battaglia di libertà, non di assolutismo.
Negare ai malati aiuto in nome di una cieca ortodossia ideologica, di un ottuso attaccamento al potere di vita e di morte sugli altri è non solo incivile, ma profondamente disumano.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Mi sembra doveroso accogliere anch’io l’invito a dar voce su questo blog a Paolo Ravasin ed al proprio testamento biologico affidato a questo video.
Ravasin, presidente della cellula di Treviso dell’Associazione Luca Coscioni è affetto da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e, come già Piergiorgio Welby, si batte affinchè venga riconosciuto ai malati senza possibilità di guarigione il diritto (sacrosanto, aggiungo io) di poter decidere di rinunciare all’alimentazione forzata e ad altre forme di prolungamento artificiale dell’esistenza in vita, compresa la somministrazione di farmaci non strettamente atti a lenire il dolore. A tutto ciò insomma che si definisce ,per comodità, accanimento terapeutico.

Questo appello arriva qualche giorno dopo la sentenza che ha finalmente preso in considerazione la richiesta del padre di Eluana Englaro, costretta da sedici anni in uno stato vegetativo permanente, di poter interrompere l’alimentazione artificiale della donna, l’unica cosa che la tiene materialmente in vita, scatenando l’ira di coloro che vogliono continuare a poter decidere per gli altri quando, dove e come questi possono finalmente morire.

Non fossero bastati Ferrara con le sue bottiglie e i soliti Don Budget e Bozzo, ci si è messa per ultima pure la Carfagna a dire che la Vita deve’essere rispettata e che non è il caso di fare una legge che regolamenti le ultime volontà dei malati con una cosa come il testamento biologico. Pari opportunità per sani e malati, insomma.
Non è la Vita che interessa a questi soloni, è il mantenimento del potere sulla vita degli altri, senza il quale non sarebbero più nessuno. Chiamano in causa Dio dimenticando quanto Dio possa essere cattivo (avrei voluto usare un termine molto più crudo) nel condannare i suoi figli ad un’esistenza come quella di Piergiorgio, di Paolo o di Eluana e di migliaia di altri.
Siccome sono per la massima parte i cattolici che pensano di potersi ergere a giudici dell’esistenza altrui, giova ricordare come al Santo Padre Giovanni Paolo II sia stato concesso di rifiutare l’accanimento terapeutico negli ultimi giorni della sua malattia. “Lasciatemi andare”, pare abbia detto. Sarebbe bello che fossero lasciati andare anche loro, i malati comuni, quelli senza la tiara in testa.

Mi sono chiesta in questi giorni, nel caso di Eluana, se per caso non sia colpa delle immagini che di lei vengono diffuse se ci si ostina, nel campo dei difensori a zona della Vita, a negarle il diritto ad andar via con un furibondo pressing.

Eluana in quelle foto è bellissima. Sorridente, giovane, radiosa, piena di vita. Chi mai vorrebbe “condannare a morire di fame e sete” una così bella ragazza. Ma quella Eluana non esiste più, non solo perchè ora ha sedici anni di più.
La sua condizione in neurologia si riassume con un termine terribile: coma decorticato. La corteccia, ovvero la parte di cervello che ci permette di muoverci, parlare, pensare, udire, vedere è permanentemente disconnessa dai centri più elementari sottocorticali di sopravvivenza. E’ un corpo che respira e continua a vivere, ormai separato per sempre dalla mente che lo governava, solo grazie a quella che Beppino Englaro ha definito “una violenza fatta alla natura”. Una condizione che comporta una grave limitazione alla dignità della persona.

“Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto.” (da La storia di Eluana Englaro di Luca Carra)

Non abbiamo immagini di quella Eluana e forse non si può chiedere alla famiglia di mostrarcele ma forse farebbero capire a coloro ai quali le parole non bastano ma che sulle cose hanno bisogno di sbatterci contro il grugno, la condizione che questa donna è costretta a vivere. Con la beffa di aver oltretutto confidato un giorno a suo padre, ancora sana e perfetta, di provare orrore a pensare di trovarsi in una situazione così. E’ in nome di quella intenzione, di quel desiderio, che Beppino pensa di dover rispettare la volontà di sua figlia. Accettando oltre tutto, accordandogliela con un enorme atto d’amore, di perderla per sempre.

Piergiorgio e Paolo si sono mostrati ed immolati nella loro difficoltà, nella loro impotenza, con le loro voci metalliche che ci hanno ferito il cuore. Cosa faremmo noi nei loro panni? Potremmo volere ancora vivere, ancora un giorno, ancora un minuto, prego, disperatamente aggrappati alla vita. Oppure, potremmo desiderare solo di morire e porre fine alla sofferenza e ad una vita che non è più vita.
La nostra opinione in fondo non conta nulla, come quella dei filosofi o dei teologi anche se penso nessuno si augurerebbe di vivere da corpo inerte senza più la luce del pensiero. Io non lo vorrei.

L’unica cosa che conta è che se questi malati desiderano che tutto finisca, perdio, noi abbiamo il dovere di aiutarli a compiere fino in fondo la loro scelta.
Paolo, Piergiorgio e il babbo di Eluana si battono affinchè ognuno di noi possa decidere, volendolo, con un testamento biologico, cosa fare della propria esistenza qualora non vi fosse più speranza di guarigione o uscita da un coma depassée. Potremmo anche non scegliere, lasciar fare al destino. E’ una battaglia di libertà, non di assolutismo.
Negare ai malati aiuto in nome di una cieca ortodossia ideologica, di un ottuso attaccamento al potere di vita e di morte sugli altri è non solo incivile, ma profondamente disumano.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Io odio il Capodanno per molti motivi. Il primo perchè è una festa squallida infarcita di superstizione millenaristica, allegria forzata, angoscia per il futuro e senso di apocalisse imminente. “5, 4, 3, 2, 1, l’astronave si autoterminerà in 30 minuti e 20 secondi.”
Secondo, perché nessuno mai, a Capodanno, si prende la briga di sputtanare a reti unificate e in mondovisione tutte le previsioni mancate o sbagliate dagli astrologi. Quanti maghi hanno potuto dire il primo gennaio del 2002 che avevano previsto ciò che successe l’11 settembre 2001?
Terzo, perché non ho mai capito se Capodanno è il 31 dicembre o il 1 gennaio. E se dico Capodanno 2006 a che minchia di data mi riferisco?

Odio poi la retorica dell’anno vecchio che è solo da dimenticare e del nuovo che secondo gli ottimisti sarà migliore per forza e un annus ancora più horribilis per i pessimisti ad oltranza. Odio il messaggio cerchiobottista di fine d’anno del Presidente della Repubblica, chiunque egli sia, il concerto beldanubioblu di Capodanno che riduce la sublime cultura mitteleuropea alla polka e alla “Marcia di Radestky” con il battimani ritmato, alla faccia di Musil, Kraus, Beethoven, Mozart, Klimt, Schiele, Freud, Mahler…
Odio lo zampone con il grasso che non puoi buttare nello scarico del lavandino perché te lo intasa e ancor di più le lenticchie, che bisogna mangiare “perché portano soldi”. Pare che Berlusconi non abbia mai mangiato lenticchie in vita sua. Odio tutto il ciarpame annesso e connesso alla più stupida festa dell’anno. Se ci pensiamo bene un anno che finisce è solo un calendario in più da buttare nella raccolta differenziata della carta.

Il 2006 in fondo non mi è sembrato più horribilis di altri. Le guerre purtroppo c’erano anche prima e quella del Libano è il riacutizzarsi di una vecchia infezione. Bush in compenso ha avuto una batosta elettorale e forse l’era neocon sta declinando. Il 2006 si è portato via, con le buone o con le cattive, molto cattive, dittatori come Pinochet, Milosevic e Saddam.
Purtroppo ci ha anche privato di vecchi e nuovi amici come Anna Politkovskaya, Riccardo Pazzaglia, Piergiorgio Welby e James Brown. A proposito di Brown, dal punto di vista cinematografico è stato l’anno del “Codice da Vinci” e qui stendiamo il classico velo. Io personalmente nel 2006 ho scoperto il mondo del blogging e ho smesso di fumare, due cose che mi hanno dato molta soddisfazione.

Sarò banale e forse superficiale, ma da sportiva non posso dimenticare che questo è stato l’anno che ha tinto di azzurro il cielo di Berlino. Già, vallo a dire ai francesi! Siamo Campioni del Mondo, perbacco, e lo dico senza ironia. Quella sera passata a sventolare il megabandierone tricolore sul ponte vicino a casa non me la dimenticherò mai.
Se siamo finiti in B, noi juventini, ce la stiamo cavando bene nonostante le Cassandre e poi ora abbiamo qualcosa in più che ci accomuna con il Milan.

E’ stato l’anno del telefono, delle intercettazioni, dei re mancati sporcaccioni e degli scandali, ma chi se li ricorda più? Il centrosinistra ha vinto le elezioni da quasi otto mesi ma nell’informazione è cambiato ben poco, non parliamo del conflitto di interessi. Certo, è tornato Santoro, Travaglio è dappertutto e forse Biagi lo stanno liberando dall’ibernazione come Han Solo nel secondo capitolo di Guerre Stellari (che adesso è diventato il quinto). Sabina Guzzanti e Luttazzi non pervenuti.
Non siamo stati appestati da influenze aviarie, bovine ed equine. Forse si sono stancati anche loro di cacciare balle sesquipedali sui virus più micidiali della Spagnola in arrivo. Per ora fanno più danno dialers, troiani e lo spam informatico.

Cosa mi aspetto personalmente dal 2007? Che dia salute ai miei famigliari e mi conservi il lavoro che ho tanto faticosamente ritrovato nei mesi scorsi. Per il resto che sia clemente ma non mastella. A tutti gli altri e al mondo auguro meno guerre e meno odio possibile, anche se sarà dura. A voi amici, tutto ciò che desiderate più un bonus per tanti sogni da avverare.

E adesso bando alle superstizioni e alle pugnette di Capodanno e dintorni. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene. Buon 2007!!

La vignetta che Le Monde ha dedicato a Piergiorgio Welby e della quale ha parlato Marco Pannella oggi ai funerali.

Un medico coraggioso ha accolto l’appello di Piergiorgio Welby a porre fine alle sue sofferenze, sia fisiche che morali. Lo ha sedato e con dolcezza lo ha accompagnato verso la morte staccando il respiratore artificiale. La cronaca degli ultimi momenti della vita di Piergiorgio ci sono stati raccontati dalla moglie Mina, che lo ha assistito con grande amore e ha accettato, sempre per amore, di perderlo per sempre per esaudire il suo desiderio.
Il seguito è noto. La salma è stata posta sotto procura e il medico rischia l’incriminazione per “istigazione e aiuto al suicidio”.

Accogliamo con sdegno lo sdegno dei politici di centrodestra, i tartufeschi distinguo del centrosinistra e ancor di più la decisione dei gerarchi vaticani di negare le esequie religiose al caro Piergiorgio. Monsignor Fisichella al TG1 ieri sera ha tentato di spiegarci il motivo di questa “dolorosa” decisione ma sinceramente, a monsigno’, non capiamo e non ci adeguiamo.

Grazie a Piergiorgio per la battaglia di libertà che ha combattuto per tutti noi.
Non siate tristi per Welby, è già vicino a quel Dio che tra qualche giorno gli negheranno di incontrare nella Sua casa dei portinai impiccioni e invadenti.

Ciao Piergiorgio, riposa finalmente in pace.

Si riparla di eutanasia in Italia grazie alla lettera del co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni Piergiorgio Welby, inviata nei giorni scorsi al presidente Napolitano.
Nella sua missiva Welby, che è immobilizzato a letto dalla distrofia muscolare, invoca anche per i cittadini italiani, al pari di quelli svizzeri, belgi e olandesi, il diritto di poter essere legalmente aiutati a interrompere le pratiche di rianimazione che li mantengono artificialmente in vita.
Una richiesta profondamente umana che si è inevitabilmente scontrata con l’intransigenza degli esponenti del centrodestra, la cosiddetta Casa delle Libertà, e della Chiesa Cattolica e dei suoi devoti seguaci, presenti per sicurezza in entrambi gli schieramenti politici, così certi argomenti siamo certi che non si trattano.

Ieri ho ascoltato alla radio il dibattito tra Marco Pannella e l’ex ministro Giovanardi sull’argomento. Giovanardi è noto per tirare sempre in ballo i nazisti quando si parla di eutanasia, visto che la confonde con l’Eugenica, l’utopia di costruire una razza umana pura e senza contaminazioni attraverso l’eliminazione delle razze “inferiori”, dei diversi e degli “imperfetti”, che qui non c’entra nulla.
C’entrerebbe il fatto che il peggiore di questi eugenisti, il dottor Mengele, sia stato aiutato a morire di vecchiaia invece che in galera da devoti cristiani, ma non divaghiamo.

Nella trasmissione è intervenuto anche il padre di Eluana Englaro una ragazza in stato vegetativo permanente da 14 anni. Il Sig. Englaro si batte affinché venga rispettata la volontà di sua figlia, che una volta ebbe a dirgli che in caso si fosse trovata in tale condizione avrebbe voluto essere lasciata morire. Proprio lui ha fatto notare quanto sia innaturale costringere una persona a sopravvivere artificialmente a sé stessa.

La medicina moderna, nelle sue infinite contraddizioni, non riesce a debellare un nucleo ristretto di malattie degenerative ma in cambio, grazie alla meravigliosa tecnologia, ti offre sempre nuovi metodi per prolungare non la vita, ma le funzioni vitali elementari.
Chi disgraziatamente viene colpito da una di queste malattie o ha le proprie funzioni neurologiche devastate da un incidente può star tranquillo che non guarirà mai ma potrà vivere quasi in eterno grazie ai respiratori, alla PEC, ai farmaci che l’industria sforna a getto continuo, ai sintetizzatori vocali e perché no, anche alle droghe pesanti come la morfina.
In questo caso infatti, coloro che normalmente ti metterebbero in galera per uno spinello sono pronti a dartene quanta ne vuoi purchè tu accetti di stare lì buono e immobile a trasformarti ogni giorno di più nell’Uomo-Macchina, ovvero nell’emblema della nostra epoca.

Il problema è che quella non è vita, come ti diranno tutti i malati in quelle condizioni e i loro famigliari. E’ così disdicevole allora che un essere umano che è ancora in grado di decidere rifiuti di diventare un’appendice di carne ad un respiratore artificiale? E’ così assurdo pensare che un essere umano desideri di morire? Chi cammina sulle proprie gambe può gettarsi sotto un treno, chi è immobilizzato in un letto no e per giunta deve sorbirsi anche le prediche in difesa della vita.
Quella stessa vita che però a volte, per una giusta causa, per la lotta al terrorismo o per lo scontro di civiltà può essere anche violata. Mi chiederò sempre cosa ci facesse un monsignore pesantemente colluso con il regime argentino di Videla, quello che gettava gli oppositori dagli aerei, ad un convegno di bioetica al quale partecipai anni fa.
I malati terminali che ci chiedono di aiutarli a smettere di soffrire, sia psicologicamente che fisicamente a volte non vorrebbero morire, come Piergiorgio Welby, ma altri lo vogliono e noi non possiamo per principio non ascoltarli.

Recentemente sono usciti due film che parlavano di eutanasia. Uno è il bellissimo “Mare dentro” di Alejandro Aménabar, ispirato alla storia vera di Ramon Sampedro, che lottò 28 anni per ottenere il diritto a morire. Ciò che colpisce del film è l’assoluta determinazione di Ramon a morire, nonostante abbia accanto a sé una donna che è pronta ad amarlo incondizionatamente. Il sogno ricorrente che lui fa è quello di volare. Immagina di spiccare il volo dal suo letto di tetraplegico e di danzare sul vento come un gabbiano. E’ una scena bellissima e atroce allo stesso tempo. Alla fine sarà proprio quella donna che lo ama a compiere il gesto estremo di aiutarlo a morire. Lo stesso gesto di infinito amore di Clint Eastwood per Maggie, la ragazza pugile rimasta paralizzata per sempre in “Million Dollar Baby”.
Il cinema aiuta a volte a capire le cose più difficili e se proviamo ad immedesimarci anche solo per un momento in Ramon e Maggie capiamo che ciò che loro vogliono è la libertà.
Mentre chi si oppone per principio all’eutanasia vuole solo conservare la libertà di negare la libertà agli altri.

Flickr Photos

onlookers

Renzistein Junior

Von Trierweiler's Nymphomaniac

Eurodeliri

Altre foto

Blog Stats

  • 82,474 hits

Categorie