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L’accostamento di questo orrore infinito ed indimenticabile con le parole di un Giovanardi qualsiasi non suoni irriverente e sacrilego.
E’ stato quel “morto perchè era di 42 chili” che ha evocato l’immagine. Terribile, infernale, sempre incomprensibile passassero diecimila anni, assieme alle altre che ho trovato qui.
Immagini che, nonostante le abbiamo viste tante volte, ci farebbe bene guardarle più spesso. Due volte al giorno, prima e dopo i pasti.

Farebbe bene a tutti ma specialmente ai cosiddetti cristiani che piangono sugli embrioni di tre giorni e andrebbero a salvare gli spermatozoi dai fazzolettini di carta. Farebbe bene soprattutto a chi non ha cervello. Né cuore. A chi, in fondo in fondo, è capace di ragionare solo con la stronzissima logica del “se l’è cercata”.

Sono immagini che, benchè si riferiscano ad altro che a droga, anoressia o cachessia per malattia (AIDS, cancro) ma solo alla sconfinata malvagità umana, ci ricordano che la fragilità del corpo quando è sottoposto a sofferenza e morte è sempre la stessa e merita solo rispetto e pietà. Rispetto e pietà che devono essere riservati anche ai dolenti, a coloro per i quali questi non sono corpi inanimati ma i loro cari. Quando i senzacuore e senzacervello straparlano di Cristi e Madonne dovrebbero sapere cosa deve provare una madre di fronte al cadavere del figlio, sapere che mai nessuno, uomo o Dio, potrà risanare quel dolore, invece tirano fuori la lana caprina e si mettono a fare la calzetta.

I cristiani sono gente curiosa. Un Dio li ha posti di fronte all’immagine più atroce che si possa immaginare, una madre che raccoglie il corpo del figlio crocifisso, credendo di toccar loro il cuore, di farli diventare più buoni, Dio Ingenuo. Invece, se Cristo tornasse giù in questo merdaio farebbe la stessa fine, se non peggio, e in più direbbero che “se l’è cercata, perchè se fosse rimasto a casa con suo padre a lavorare, a fare il falegname, non gli sarebbe successo nulla.”
In duemila anni siamo diventati solo più cattivi e tecnologici. Oltre al flagrum gli faremmo assaggiare un po’ di corrente elettrica sui testicoli.

La droga devasta, dice Giovanardi. Grazie. Però non spezza le vertebre né fa pesti gli occhi. Chi è devastato dalla droga è soprattutto un MALATO e chi è nelle condizioni fisiche di Stefano Cucchi non dovrebbe mai andare in carcere.
Invece, grazie ad una legge che si chiama, guarda caso, Fini-Giovanardi ci troviamo a vivere nel paradosso che chi consuma o spaccia piccole quantità di stupefacenti rischia di morire in galera con un ministro che lo chiama post-mortem “zombie” e a chi magari spaccia nei corridori del potere la polvere bianca in quantità industriali non succede nulla. Davvero, avete mai sentito di un pusher d’alto bordo massacrato di botte in carcere?
Ecco, anche le parole fanno la differenza tra chi conta e chi no. Per i poveracci ci sono gli spacciatori. Per l’aristocrazia magliara e riunta, i “pusher”.

Se si parla tanto della morte di Stefano Cucchi è perchè si cerca di impedire che le tragedie inutili come quella abbiano a ripetersi. Che non abbia più a succedere che a qualcuno, siccome è uno zombie anoressico sieropositivo (secondo Giovanardi), venga negata l’assistenza di un legale. Per questo, per la ricerca della verità, è stata resa pubblica, con preghiera di diffusione sui mezzi di informazione alternativi, la cartella clinica del giovane.

La droga uccide. Certo. Peccato ci sia chi, sempre della stessa infornata politica di Giovanardi, di fronte ai test antidroga per i politici abbia perfino da ridire, faccia l’offeso ed abbia il coraggio di citare Orwell a sproposito, dicendo “io non lo faccio”.
Egregio Cicchitto, se in Italia si può morire per pochi grammi di hascisc lei, come nostro rappresentante, perdìo, il test antidroga lo fa, in fila assieme agli altri.

Facciamo un esperimento. Nominiamo Carlo Giuliani e partirà questo mantra in automatico:

“se cerco di ammazzare qualcuno con un estintore e’ logico che mi posso aspettare di tutto… ohm…
…Ormai il ragazzo non c’è più, lasciamolo riposare, ma non facciamone un eroe, solo perchè ha lanciato un estintore contro un carabiniere!… ohm…
…andava di tanto qua e là saltellando con un estintore in mano cercando di uccidere chi non la pensava come lui… ohm…
So solo che minacciava un poliziotto con un estintore in mano, il quale si e’ difeso con l’unica cosa che si e’ trovato in mano…ohm…
…magari se non tirava un estintore contro una jeep dei carabinieri sarebbe stato ancora vivo…ohm…
…Questo ragazzo voleva tirare un estintore sulla testa di un carabiniere…ohm…
…io non sono mai stato ad una manifestazione con cappello, sciarpa in viso ed estintore puntato contro i caramba o chiunque non la pensi come me…ohm…
…Di sicuro se guardate bene la foto noterete l’estintore per terra. Se non sbaglio voleva darlo in testa ad un poliziotto…ohm…
…i bravi ragazzi non vanno con un estintore in mano con l’intenzione di buttarlo addosso a un carabiniere…ohm…

Non importa che la verità su Piazza Alimonda non l’abbia scritta finora alcun tribunale, che non si sappia chi ha materialmente sparato i due colpi di pistola calibro 9 parabellum che hanno cagionato la morte di Carlo Giuliani e che quindi non vi sia certezza al di là di ogni ragionevole dubbio che proprio Mario Placanica sia l’uomo che sparò.
Non è nemmeno dimostrato che Giuliani volesse veramente usare l’estintore come arma e vi fosse intenzione da parte sua di uccidere.
L’inchiesta è stata archiviata. I brandelli che solo un processo avrebbe potuto mettere assieme per dar forma e senso compiuto alla verità li hanno forniti finora solo i testimoni e le foto.

Senza la verità stabilita da un processo può esserci solo interpretazione dei fatti e quella di Piazza Alimonda l’hanno scritta i telegiornali e i giornali sulla base di una tesi difensiva, quella di chi ha sparato, chiunque esso sia. Se non ricordo male fu l’on. Fini, la sera stessa, a parlare per primo dell’estintore.
E’ una “verità soggettiva” che comunque, come dimostra il luogo comune mantrico che ho condensato in alcuni esempi, gentilmente offerti da LiberoBlog, è ben radicato nell’opinione pubblica. Anche magari in chi meno te lo aspetti.

Ieri, rispondendo ad alcuni commenti al post su Genova ho detto che Carlo Giuliani è un nervo scoperto. Voglio solo qui ribadire che mi dispiace che solo pochi riescano ad andare oltre al luogo comune e al mantra dell’estintore instillatoci goccia a goccia da sei anni direttamente nel cervello.
“Carlo non era un eroe” è una variante del mantra. Io credo sia inevitabile che per qualcuno Carlo sia un eroe. Siamo culturalmente figli di coloro che dicevano: “chi muore giovane è caro agli dei”.
Mi rendo conto che un film come “Carlo Giuliani, ragazzo” possa risultare indisponente nella sua spudorata idealizzazione della vittima ma in realtà è solo difficilmente comprensibile per chi non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire perdere un figlio.

Io vedo gente oppressa dal lutto ogni giorno. Posso dire che si può superare il dolore per la morte di chiunque: del marito, della moglie, dell’amante, della madre e del padre. Dei fratelli e delle sorelle. Dei figli no.
Sono passati diciassette anni e questo padre è lì davanti a me con lo stesso dolore fresco di allora. Per lui il tempo si è fermato nel momento che la vita ha abbandonato suo figlio.
C’è una sola cosa che risulta quasi impossibile da sopportare per chi ha il dono dell’empatia per l’umana sofferenza. Vedere una madre che ricorda e piange il figlio morto. E’ un dolore che ti si scaglia addosso, che ti acchiappa il cuore e te lo morde e non c’è alcuna professionalità da psicologa che può venirti in aiuto.
E’ per questo che trovo osceno che si dica che Heidi Giuliani ha speculato sulla morte del figlio. E’ esagerata quando idealizza suo figlio? Certo, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Sarà che per età potrei aver avuto un figlio dell’età di Carlo ma, ricordandone la morte, mi sento solo di raccogliermi in un piccolo e silenzioso momento di Pietas.


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Facciamo un esperimento. Nominiamo Carlo Giuliani e partirà questo mantra in automatico:

“se cerco di ammazzare qualcuno con un estintore e’ logico che mi posso aspettare di tutto… ohm…
…Ormai il ragazzo non c’è più, lasciamolo riposare, ma non facciamone un eroe, solo perchè ha lanciato un estintore contro un carabiniere!… ohm…
…andava di tanto qua e là saltellando con un estintore in mano cercando di uccidere chi non la pensava come lui… ohm…
So solo che minacciava un poliziotto con un estintore in mano, il quale si e’ difeso con l’unica cosa che si e’ trovato in mano…ohm…
…magari se non tirava un estintore contro una jeep dei carabinieri sarebbe stato ancora vivo…ohm…
…Questo ragazzo voleva tirare un estintore sulla testa di un carabiniere…ohm…
…io non sono mai stato ad una manifestazione con cappello, sciarpa in viso ed estintore puntato contro i caramba o chiunque non la pensi come me…ohm…
…Di sicuro se guardate bene la foto noterete l’estintore per terra. Se non sbaglio voleva darlo in testa ad un poliziotto…ohm…
…i bravi ragazzi non vanno con un estintore in mano con l’intenzione di buttarlo addosso a un carabiniere…ohm…

Non importa che la verità su Piazza Alimonda non l’abbia scritta finora alcun tribunale, che non si sappia chi ha materialmente sparato i due colpi di pistola calibro 9 parabellum che hanno cagionato la morte di Carlo Giuliani e che quindi non vi sia certezza al di là di ogni ragionevole dubbio che proprio Mario Placanica sia l’uomo che sparò.
Non è nemmeno dimostrato che Giuliani volesse veramente usare l’estintore come arma e vi fosse intenzione da parte sua di uccidere.
L’inchiesta è stata archiviata. I brandelli che solo un processo avrebbe potuto mettere assieme per dar forma e senso compiuto alla verità li hanno forniti finora solo i testimoni e le foto.

Senza la verità stabilita da un processo può esserci solo interpretazione dei fatti e quella di Piazza Alimonda l’hanno scritta i telegiornali e i giornali sulla base di una tesi difensiva, quella di chi ha sparato, chiunque esso sia. Se non ricordo male fu l’on. Fini, la sera stessa, a parlare per primo dell’estintore.
E’ una “verità soggettiva” che comunque, come dimostra il luogo comune mantrico che ho condensato in alcuni esempi, gentilmente offerti da LiberoBlog, è ben radicato nell’opinione pubblica. Anche magari in chi meno te lo aspetti.

Ieri, rispondendo ad alcuni commenti al post su Genova ho detto che Carlo Giuliani è un nervo scoperto. Voglio solo qui ribadire che mi dispiace che solo pochi riescano ad andare oltre al luogo comune e al mantra dell’estintore instillatoci goccia a goccia da sei anni direttamente nel cervello.
“Carlo non era un eroe” è una variante del mantra. Io credo sia inevitabile che per qualcuno Carlo sia un eroe. Siamo culturalmente figli di coloro che dicevano: “chi muore giovane è caro agli dei”.
Mi rendo conto che un film come “Carlo Giuliani, ragazzo” possa risultare indisponente nella sua spudorata idealizzazione della vittima ma in realtà è solo difficilmente comprensibile per chi non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire perdere un figlio.

Io vedo gente oppressa dal lutto ogni giorno. Posso dire che si può superare il dolore per la morte di chiunque: del marito, della moglie, dell’amante, della madre e del padre. Dei fratelli e delle sorelle. Dei figli no.
Sono passati diciassette anni e questo padre è lì davanti a me con lo stesso dolore fresco di allora. Per lui il tempo si è fermato nel momento che la vita ha abbandonato suo figlio.
C’è una sola cosa che risulta quasi impossibile da sopportare per chi ha il dono dell’empatia per l’umana sofferenza. Vedere una madre che ricorda e piange il figlio morto. E’ un dolore che ti si scaglia addosso, che ti acchiappa il cuore e te lo morde e non c’è alcuna professionalità da psicologa che può venirti in aiuto.
E’ per questo che trovo osceno che si dica che Heidi Giuliani ha speculato sulla morte del figlio. E’ esagerata quando idealizza suo figlio? Certo, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Sarà che per età potrei aver avuto un figlio dell’età di Carlo ma, ricordandone la morte, mi sento solo di raccogliermi in un piccolo e silenzioso momento di Pietas.

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