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Chissà se Quentin Tarantino avrebbe mai immaginato, dirigendo “Pulp Fiction” nel  1994, di preconizzare involontariamente la situazione politica italiana di questa tarda estate del 2011. Si potrebbe dire anzi che ciò a cui stiamo assistendo supera qualunque fantasia del più fantasioso degli autori di canovacci cinematografici. 
Ci sono due personaggi ridicoli e fuori come balconi, i nostri B&B che passano il tempo a commettere crimini contro il patrimonio della collettività per salvaguardare il loro. Mentre pensano a nuovi colpi, la loro specialità comica è il battibecco. Quello che dice uno non va bene all’altro e viceversa. Litigano e minacciano di mandarsi reciprocamente a dar via i ciapp. Non si sa ancora per quanto andrà avanti l’avanspettacolo del Duo Cialtroni, con sempre meno gente che ride sera dopo sera ma intanto le repliche quotidiane continuano.
Il più vecchio dei due è un azzimato gangster sul viale del tramonto, oppresso da eserciti di ricattatori e puttane mandategli dai ricattatori. Pare che se gli strisci il bancomat tra le chiappe sputi sempre qualche migliaio di euro dalla bocca per mettere a tacere qualcuno.
L’altro compare, il  – si fa per dire – più giovane, si esprime soprattutto con rutti e pernacchie, gira in canottiera e dito medio alzato ma incredibilmente è un ministro della repubblica. Ricordiamo, en passant, che il più serio della compagnia di giro è il sassofonista con i baffi e gli occhiali (rossi) sistemato al ministero degli Interni.
Mentre i due vecchietti dei Muppets impegnano il pubblico con le gag delle scoregge, del “ce l’ho duro” con il gesto dell’ombrello, della mela che sa di culo e del “vieni avanti cretino”, dietro le quinte ci sono i ragionieri che cercano disperatamente di far quadrare i conti.
Purtroppo il loro potere è limitato. I due guitti sono convinti di essere uomini di stato e appena i ragionieri dicono “bisogna tagliare qui e là perché lo spettacolo costa troppo”, loro prendono in mano i fogli e, tra un rutto e un’altra barzelletta sconcia li strappano, perché uno non vuole darla vinta all’altro e bisogna ricominciare tutto daccapo. Fe-li-ci–BUM–tàaaaa!
La manovra economica che i banchieri europei stanno aspettando per darci almeno un po’ di anestesia locale prima di farci il culo, i contabili l’hanno già rifatta tre volte. 
Tagliamo i piccoli comuni – no, i piccoli comuni non si tagliano. Bisogna toccare le pensioni – no, le pensioni non si toccano perché se no scateneremo le ronde padane. Facciamo pagare i benestanti che guadagnano 5000 euro al mese – no, perché il vecchio avrebbe dovuto pagare pegno e non sia mai e poi i giornalisti, le Simone Venture con il mutuo da pagare, il bacino elettorale del centrocasta non va toccato. Anzi no, facciamo pagare solo  gli statali. Ok, allora ci inculiamo i soliti, quelli ad esempio che pensavano di riscattare naja e università ai fini della pensione. Anzi no, perché non avevamo pensato ai ricorsi, cazzo.
A proposito, aboliamo le province – no le province no. Anzi si, ma con una legge costituzionale così, campa cavallo, e noi intanto facciamo credere di averle abolite. Siamo il governo del dire di aver fatto, non del fare. Non dimenticatelo mai.
Le uniche cose che non hanno ancora ripensato sono l’abolizione delle festività nazionali laiche ed antifasciste, a cui hanno aggiunto anche, nella Manovra v 3.0 una bella mazzatiella puramente ideologica contro le cooperative. Siamo fasci, sotto l’orbace c’è di più.
Cosa ci vorrebbe in Italia, non prima di un bel Ezechiele 25-17 e di tutto il furiosissimo sdegno di un bel diluvio universale del Santissimo –  altro che quella mezza pippa di Irene – concentrato sui palazzi del potere, a spazzar via questo circo di infami con tutti a faccia in giù a galleggiare gonfi come pupazzoni gonfiabili da spiaggia? 
Un nuovo capo del governo, ovviamente. No, non guardate il Sire Duca Conte di Montezemolo che non è la soluzione.  L’Italia è un vecchio Landini a gasolio che bisogna far ripartire a calci. Del 12 cilindri della Ferrari e del cavallino rampante se ne fa un bel paio di seghe.
Non ci vuole un imprenditore – basta grazie, abbiamo già dato per almeno un paio di secoli, fanculo miliardari di merda;  non un politico riciclato ancora dai vecchi cascami socialisti – state tranquilli, ce ne sono ancora in giro, non possiamo stare tranquilli – e nemmeno un marpione dell’opposizione, qualche vecchio carrettone cattocomunista che vuol farsi bello sulle disgrazie altrui e raccogliere una maggioranza da elettori presi per disperazione.
Ci vuole uno che risolva i problemi, solo quello. Che faccia il lavoro sporco e non guardi in faccia nessuno. Che non sia né simpatico né pietoso ma che ti seghi la gamba in cancrena dicendoti che non c’è anestesia, baby, al massimo ti può dare una bottiglia di  Brancamenta per sbronzartici.
Uno che costringa gli incapaci imbecilli al governo a fare l’unica cosa della quale sono degni:  pulire per bene dove è stato sporcato in questi anni e niente “per favore”.
Perché per far pagare anche ai ricchi la loro parte, stanare gli evasori, liquidare i furbi e i delinquenti, non nominare Robin Hood invano e far quadrare i conti per non farci mangiare da quegli strozzini dei poteri forti e far ripartire l’economia con sacrifici ma per tutti non solo per i fessi poveri, ci vorrebbe uno come Winston Wolf. Un personaggio di fantasia, appunto.
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La storia dei pensili da cucina non è ancora finita. Esaurite le preziose testimonianze dei mobilieri di Cantù, restano quelle dei commessi dell’IKEA di Bologna Casalecchio e magari del famoso tabaccaio di Montecarlo, quello della curva. Il Giornale continuerà sicuramente a prendere a sbadilate chi si frappone tra Iddu e la Gloria e a marchiare i ribelli a punta di coltello.

Al manipolo di basterdi arruolati dal sire duca nano di Brianza per far fuori tutti coloro che hanno smesso di leccarlo, con l’ordine di accanirsi, da buoni teppisti, sulle di loro famiglie ed affetti, oltre ai Feltri e ai Bondi si è aggiunto l’Hugo Stiglitz della critica d’arte.

Il redivivo Sgarbi – nomen omen – già in passato star dell’one man show di killeraggio politico “Scalpi quotidiani”, in onda sull’ammiraglia del nano, si è incaricato del duro compito di far sapere al mondo intero e magari alla galassia circostante che la compagna di Fini era una che “lo andava a trovare a casa”. E siccome bisogna farlo capire proprio bene di che pasta è la traviata che ha traviato Fini aggiunge, nell’intervista rilasciata al compiacente “Corriere”, che anche La Russa la frequentava, tanto per restare in famiglia AN, con il Benito Maria che non nega né conferma.
Che uomini! Soprattutto che gentiluomini!
Non solo arrivista, assetata di denaro e campionessa del free-climbing sociale assieme al parentado ma, suggeriscono questi veri cavalieri, con la chiappa facile di ordinanza. Ovviamente tutto serve a far intendere che la ribellione del congiurato è dovuta solo agli effetti collaterali dell’innamoramento, per non dirla in maniera più volgare. Con una rasoiata sola se ne colpiscono due: Zozza Mary e pazzo Gary.

Orbene, se questi uomini onesti, questi uomini probi che fanno le pulci agli altri si accompagnassero abitualmente con figlie di Maria giunte vergini al matrimonio e pronte a sacrificare la vita per difendere la virtù, capirei.
Ma il colmo, quello che rende la loro faccia ancor peggio del culo, è che presentano al pubblico ludibrio la presunta immoralità degli altri mentre sono dei consumatori compulsivi di donnine a pagamento. Lavorano per uno che normalmente arruola una quarantina di sgallettate per allietare le feste in casa e si porta le escort a due per volta nel letto e vogliono far credere al popolaccio che le puttane sono le mogli degli altri.

E’ tipico dell’uomo di potere con il debole per la donna da saloon, per l’attricetta vistosa e arrivista, Peron docet, demolire l’avversario politico a colpi di donna. Anzi di puttana, l’unico tipo di donna che sembra popolare il suo mondo. L’unica della quale crede di poter comperare il silenzio, nel senso di azzittirne anche le opinioni, pagandola o ricompensandola in vario modo con regali e regalini.
Il vero uomo di potere non si fa sopraffare dalla donna. L’avversario politico da demolire di solito lo ha fatto.

Così, non solo l’attricetta assetata di soldi ha circuìto ed inscimunito il Presidente della Camera ma lo ha pure fatto deviare dalla retta via. Magari è pure di sinistra.
Quel gran pezzo del Silvio, da par suo, è pronto a giurare che l’Elisabetta voleva venire a Palazzo Grazioli a fare la ola ma, respintane, ha fatto come la strega cattiva della fiaba, ha giurato di vendicarsi.

Quanto odio misogino affligge questi presunti amatori di donne, tutte trattate come le pupe del gangster.
Usano i diminutivi coccolosi: Evita, Claretta. Le portano fin sugli altari del potere, le fanno diventare pure, sante ed immacolate, magari ministre o presidentesse ma solo per far vedere quanto sono buoni. Se però la prescelta si ribella o esce solo per un attimo dallo schema “succhia e taci” ecco giungere il rinfaccio dell’averla raccattata per strada, il fatidico “zitta, troia”. Ricordate il “Velina ingrata” inciso con il pennino sulla candida pelle di Veronica Lario, con tanto di vecchia foto tette-al-vento sbattuta in prima pagina sul “Giornalaccio”, ai tempi del divorzio annunciato?
Sono pronta a scommettere qualsiasi cifra che se, per pura lontanissima ipotesi, la Carfagna e la Gelmini si rivoltassero al ciarlatano potremmo finalmente sapere cosa si dicevano per telefono tempo fa a proposito del loro principale. In barba al divieto di pubblicare le intercettazioni ed in spregio alla privacy. In prima pagina sul “Giornale” a puntate e, con la prima uscita, il CD della versione integrale uncut in regalo.

Così, dopo essere passati dal VHS al DVD, ora ci tocca il meraviglioso raggio blu, il Blue Ray Disc, portatore di nuove mirabilie visive direttamente a portata di divano. E’ difficile pensare cosa potranno escogitare in futuro per rendere la virtualità sempre più reale – forse gli ologrammi visti in “Minority Report”, un Brad Pitt che ti passeggia direttamente in salotto?
Il DVD già aveva reso il ritorno al VHS semplicemente impensabile, così come l’HD di Sky in 16:9 ti vizia la pupilla rendendo la visione della partita sul misero analogico di RAIUNO, in 4:3 con le bande laterali nere e gli omini che sembrano quelli del Subbuteo, una roba triste.
Quello che sorprende, in più, del Blue Ray è la rassomiglianza con la qualità cinematografica del grande schermo.

L’altro giorno ho acquistato l’ennesima edizione di quello che forse è il mio cult movie per eccellenza, “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” di Spielberg. Uno dei due o tre film che sono riuscita a vedere più di venti volte e che ogni volta riesce ad affascinarmi, probabilmente non solo per gli effetti speciali ma per chissà quali motivi reconditi.
Vediamo, in VHS ne ho almeno tre versioni, poi un cofanetto con tre DVD e ora il blue-ray in una confezione lussuosissima tutta sbrilluccicosa.
Nonostante si tratti di un film del 1977 e quindi non certamente girato con le attuali tecnologie digitali, riguardandolo l’altra sera in BD – sebbene il mio televisore sia solo HD-ready quindi non pompato al massimo della definizione, ho rivissuto la stessa emozione di quando lo vidi la prima volta al cinema, una sala genovese appena convertita al Dolby.
I notturni sono stupefacenti, così come i dettagli e soprattutto l’arrivo dell’astronave madre in tutto il suo splendore di luci colorate, una vera e propria apparizione cinematografica, quasi una versione laica di Fatima.

Una tecnologia fantastica. Peccato che, per poter visionare il Blue-ray di “Bastardi senza gloria” abbia dovuto aggiornare il firmware del lettore, perchè non se lo filava proprio. Lettore, badate bene, regalatomi dalla mia dolce metà per Natale e quindi ancora nuovo di pacca. E’ una tecnologia in costante aggiornamento, ti dicono nelle avvertenze, alcuni lettori potrebbero non leggere i BD. Siamo agli apparecchi con il bugiardino.
Io che ho la connessione internet e smanetto con facilità sono riuscita a tirar giù il file di aggiornamento, masterizzarlo su CD e darlo in pasto al lettore BD che, dopo varie operazioni, è riuscito finalmente a masticare Tarantino ma, mi chiedo, chi non ha la stessa abilità, che fa?

A proposito di alieni. Oggi ho visto “District 9”, che è un film da vedere e da far vedere. Soprattutto ai leghisti.

L’altra sera, zappando tra una partita, una fiction e un Dr. House interamente dormito, mi sono ritrovata su Raitre di fronte ad uno spettacolo inconsueto. Un’orchestra, un pianista e musica di Ludovico Van.
Musica classica a quest’ora in tv? Oddìo è morto Berlusconi, ho pensato. Avete presente, come quando schiattavano i segretari del PCUS.
Invece era semplicemente Cultura, pasturata senza tanti complimenti ai telespettatori di un programma di solito di tono più svagato. Una bella sorpresa. Bella musica e splendidi musicisti.
Il pretesto era l’inaugurazione della stagione della Scala, con la “Carmen” affidata al maestro Baremboim, uno degli intervenuti al programma di Fazio.

Appunto. Sto leggendo e soprattutto guardando le foto della serata inaugurale della Scala di Milano, il consueto appuntamento del 7 dicembre con il Vip Pride, la festa dell’orgoglio milionario dove però, purtroppo, dopo aver sbattuto la gabbana fatta di cento scalpi di visone e la gioielleria al cristallo di carbonio in faccia al cassintegrato, il V(ery) I(mportant) P(irla) deve pagare pegno e sorbirsi due-tre ore – quando va grassa e bastano – di opera lirica.

Per fortuna quest’anno, con la “Carmen” di Bizet, la musica è meno impegnativa di quella interminabile del Wagner, la trama è movimentata e il finale è in stile CSI, con il Don Giosé che scanna la fedifraga che si fa sbattere da quel torero lì, come si chiama, Camomillo, Escamillo. Quest’atmosfera da pagina di cronaca nera di “Libero”, con la zingara cattiva che alla fine muore sono sicura terrà svegli i cumenda e le sciurette con i culi imprigionati nelle poltroncine di velluto. Certo è sempre musica classica e non Apicella e alla fine sono due palle così ma non esserci sarebbe impensabile. C’è uno zoccolo duro di borghesia milanese che non mancherebbe la prima della Scala neppure se fosse stesa in un lazzaretto alla Don Rodrigo in una riedizione rimasterizzata della peste manzoniana.

Dicevo della sfilata di dame e damazze, sciure e sciurette capitanate dalla First Sciura in Armani verde con l’orecchino smeraldato a fare pendant ed il solito capello cotonato fissaggio extraforte effetto “mi piego ma non mi spettino”.
Mi fa piacere che quest’anno, dopo un paio d’anni di ipocrisia del “tutti sottotonoo!!!” si sia tornati, in tempi di crisi e licenziamenti, al sano sfarzo del blagueur in libera uscita.
Macchè bigiotteria cinese, fuori i collier e le parure dalle cassette di sicurezza. In culo ai manifestanti, tenuti ben lontani dal vippume in passerella dai celerini in tenuta antisommossa. In quella piazza di Milano il tempo si è fermato. E’ sempre 1968.

Ecco Marina dall’ambrogina d’oro, occhio bistrato stile espressionismo tedesco Doktor Caligari, sorriso vagamente asinino e abituccio nero sobrio sobrio ravvivato dal collierone che le aggiudica senz’altro il titolo di vippetta megasupersborona della serata.
“Me lo ha regalato Papi”. Tié! Una vera pizza in faccia alla matrigna, che l’anno scorso, anno di magra, si presentò con una misera collanona di cristallo di rocca.
La Madonna di Mondadorije invece sfoggia, eccome se sfoggia. Anche lei con moroso ballerino al guinzaglio, come Dolce del duo Dolce&Gabbana che vince il premio “viva la faccia d’ ‘o cazzo” quando afferma di non condividere gli inviti alla sobrietà in una giornata come questa. Ma certo, a lui, se gli operai perdono il posto, che cazzo gliene può fregare? Mica sono suoi clienti.

A rappresentanza del governo non c’era Silviuccio nostro, che ha altro da fare tra un pentito e l’altro e che ama ben altra musica di quella lagna, ma la ministra Brambilla, scelta unicamente per il cognome tipicamente meneghino e per la raffinatezza di modi. Bondi, ministro per caso della cultura, non pervenuto. Nessuno ne ha patito l’assenza.
In compenso poteva mancare il presidente Napolitano che ormai starà cominciando ad apparire in bilocazione, ovverosia in due posti contemporaneamente, come San Pio da Pietrelcina?
Tra gli aficionados del foyer si sono viste le solite carampane Marzotto e Cortese che, come ogni anno da 4.500 anni, vengono tolte con cautela da sue vasi di formalina custoditi nel retropalco e mandate a fare una rapida passerella prima che l’aria le decomponga.

Ospiti stranieri senza infamia e senza lode. Segnalato Dan Brown, che scommetto si sarà trovato a suo agio tra tanti Illuminati ed il presidente del Gabon che si chiama, lo giuro, Ali Bongo (!).
Insomma il solito ripetitivo rituale che ha avuto l’unico momento di genialità nella scelta dell’abito di Valeria Marini.
Vederla così sfasciata di rosso è stato illuminante (in omaggio a Dan Brown). Ho cercato di scacciare l’immagine di un gruppo di stronzi tutti riuniti in un teatro ma non ho potuto farci nulla. Mi ha ricordato la vendetta della Faccia Gigante.

Piccolo cappello introduttivo, solo un cappellino con veletta. Il prof. Yehuda Bauer, preoccupato per una nuova ondata di antisemitismo provocata dalla visione cinematografica di un plotone di ebrei spaccateste molto vendicativi e molto molto incazzati si sbagliava.
Era in errore pure il mio adorato Gilad Atzmon che, recensendo “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino (avendolo già visto o no?) pensava anch’egli di trovarsi di fronte all’epopea della Grande Vendetta Ebraica, addirittura ad un film anti-Olocasuto, e probabilmente voleva anche lui togliersi la soddisfazione di dare qualche bastonata in testa ai basterdi sionisti che popolano i suoi incubi.
Anch’io, nel mio little one, suggestionata da questi autorevoli scritti mi ero fatta trascinare in un discorso che non catturava assolutamente lo spirito del film.
Ora che l’ho visto posso finalmente inquadrarlo, nel suo più profondo significato, in ciò che veramente è: una figata.

“Bastardi senza gloria” è prima di tutto un film di Tarantino, quindi l’ennesimo capitolo della Grande Saga della Vendetta Cosmica ed Implacabile, il suo argomento preferito ed anche il nostro, a giudicare dal successo che raccolgono le sue opere. Chi non ha il coraggio di provare sentimenti di vendetta, consuma solo piatti caldi o si fa spaventare dall’esaltazione che dà la vendetta compiuta, non può amare il suo cinema. Non si tratta solo di vendette sanguinose, di donne che da sole sgominano e fanno a pezzi 88 folli in un’esaltante rivisitazione della preparazione del ragù. Jackie Brown compie la sua vendetta usando solo un’accuminatissima e cerebrale astuzia.

Tarantino scrive e dirige film, come è noto anche ai sassi, ma assomiglia più ad un compositore sinfonico d’altri tempi. Si potrebbe dire che la sinfonia, morta per la Musica, è risorta nel Cinema scegliendosi come autore di punta Quentin Van.
Nelle sue sinfonie, questa è la numero sette, ci sono echi, suggestioni, rimandi ad altri autori, esattamente come succedeva con Beethoven e più recentemente con Mahler. C’è la suddivisione in tempi: Allegro, Presto, Andante, Largo, che lui chiama Capitoli. Ogni capitolo ha una struttura a sé stante, un inizio ed una fine, esattamente come i tempi di una sinfonia.

“Inglorious basterds” inizia con un lunghissimo Adagio, quasi un adagietto, ambientato in una improbabile campagna francese abitata da contadini ebrei (!!) dove arriva uno dei più straordinari personaggi visti di recente sullo schermo, il colonnello Landa interpretato dall’austriaco Christoph Waltz, uno che di Oscar dovrebbe riempirne uno scaffale, anche solo per come sa padroneggiare tutte le lingue in cui è parlato il film e per la tensione che riesce a creare nelle sue scene. Alla fine ci si domanda pure se il vero bastardo del film non sia proprio solo lui e gli altri solo un abile e fracassone depistaggio, il teaser dentro il film.

L’Allegro che introduce i “basterdi” e le loro sanguinose imprese, con l’Orso Ebreo di Eli Roth che fa un’entrata da “commendatore” mozartiano, è seguito da un altro Andante che ci presenta la Vendicatrice, la Regina della Notte Shoshanna ed il suo grande masterplan di far secco tutto l’ambaradan nazista rinchiudendolo in un cinema da sacrificare allo scopo. Der Hölle Rache. Meraviglie del nitrato d’argento. L’immaginazione contro il potere. Il cinema lanciato a bomba contro l’ingiustizia. Un momento di studiata e scientificamente pianificata anarchia.

Questo sontuoso finale, che giunge dopo intermezzi vari, quartetti, duetti, recitativi, è un allegro con fuoco (nel vero senso della parola) altrettanto esaltante delle cannonate dell’ouverture 1812 di Chaikovsky (ve la ricordate, en passant, in “V per Vendetta”?) e dominato dalla meravigliosa immagine della Faccia Gigante. Un momento cinematograficamente esaltante ma non solo.

La vendetta ebraica, già. Chi più degli ebrei avrebbe voluto vendicarsi dei nazisti? Anche se i tempi storici non quadrano e ci sono altre incongruenze – è solo un film, un sogno, non dimentichiamolo mai, non saremo mai grati abbastanza a Tarantino per averci regalato la fantasia di chiudere tutti i bastardi (quelli veri) che commettono atrocità in una stanza e farli fuori a bastonate.
Lo so, è volgare, è pornografico, di fronte alla rocciosa nobiltà del Colonello Von Stauffenberg di Tom Cruise che vive il regicidio con raffinata sofferenza, l’Orso Ebreo (our man) che massacra hardcore Hitler con la mazza da baseball, splat splat. E’ volgare ma è ciò che tutti abbiamo sognato di fare, figuriamoci gli ebrei. In fondo è una cosa vecchia come il mondo. Quanno ce vo’ ce vo’. Le rivoluzioni non si fanno in guanti gialli. “Massacra il dittatore” è un gioco serio, altro che “Carmageddon”.

Tarantino, per la sua prima fantasia in costume, da perfetto filologo che non ha paura di sporcarsi il grembiulino con la cultura europea, alta o pop non importa, non pesca solo nel cinema thriller tedesco e nel solito immenso repertorio italiano ma addirittura nel cast del “Commissario Rex”. Evvai. Christoph Waltz interpretò un inquietante serial killer nell’episodio “Der Puppenmorder” della terza serie (ecco dove l’avevo visto!) e nel plotone dei basterdi c’è addirittura il secondo poliziotto-padrone di Rex, Gedeon Burkhard.
Ecco uno che non ha paura dei critici con la merda sotto il naso che “ohibò il cinema di serie B, la te-le-vi-sio-neee!”

La scelta delle musiche per la colonna sonora è come al solito piacevolissimamente spiazzante. Fin dalla musica dell’inizio, quel “Green Leaves of Summer” che mi è schizzato fuori dalla memoria rimuovendo un tappo vecchio di almeno quarant’anni. Da qualche parte in cantina ne devo avere ancora il 45 giri.
Il mio compagno mi ha fatto notare il tema di “La battaglia di Algeri” e di altri film italiani ed ho ritrovato con piacere il David Bowie di “Puttin’ out fire” (“with gasoliiine”) in arrivo direttamente sul binario degli anni 80.
I film di Quentin non sono solo cinema ma una seduta psicoanalitica con il paziente che ti inonda di libere associazioni.

Delizioso anche il cameo di Michael Myers e il tocco di genio della scena della scarpetta di Cenerentola, omaggio al notorio feticismo tarantiniano per il piede femminile.
Femmine tutta testa, anche in questo film. Bellissime e fatali ma con un sacco di cose da dire e da raccontare. Donne che se la giocano alla pari con l’uomo ed agiscono. Vi sembra poco, in un mondo di ragazze immagine tutta fica e niente cervello addestrate a cantare in coro “meno male che Papi c’è?”
Non so se questo è il capolavoro di Tarantino, come egli fa dire al suo alter ego Aldo Pitt dopo che ha appena “tatuato” di coltello il nazista ma, se non lo è, è un’ottima imitazione.
Insomma Quentin, se non l’hai ancora capito, ti amo. Fai dei miei piedi ciò che vuoi.

«Non andrò a veder­lo. Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei car­nefici e nazisti vittime, si com­mette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati ca­si di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui inte­ressa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace». (Yehuda Bauer, storico della Shoah all’Università Ebrai­ca, 19 libri sull’argomento, con­sulente di registi (Spielberg com­preso)
Ebrei che vanno in giro a spaccare teste di nazisti con un solo colpo di mazza da baseball, che collezionano scalpi dei medesimi, provandoci pure mucho gusto a torturali come e peggio di tanti Mr. Blonde? Capisco lo sconcerto del prof e di molti altri, preoccupati che qualcuno, guardando nell’ultimo film di Quentin Tarantino la faccetta da schiaffi di Brad Pitt ed il ghigno satanico di Eli “Hostel” Roth , possa pensare: “Però, ‘sti ebrei che str…”
Non credo però che la preoccupazione di Bauer si rivolga alla reputazione di fantasmi del passato, quanto piuttosto al parallelo che qualcuno potrebbe fare con episodi molto più recenti che hanno per protagonisti israeliani e palestinesi ed episodi di braccine spezzate. Un rischio che è indubbiamente da tenere in conto.
Se non fossimo cresciuti con il terrore, camminando nel campo minato della storia del Novecento, di saltare su qualche mina dicendo per esempio che chi si macchiò di crimini orrendi non furono solo i nazisti ma anche i russi, gli alleati, i giap, insomma un pò tutti, senza per questo sminuire la responsabilità di ciascuno, non proveremmo alcun disagio a pensare alla possibilità di un plotone di “basterdi” ebrei che si vendica a modo suo e alla ‘ndo cojo cojo contro i poveretti, anche se nazisti, che gli capitano sotto.

La storia insegna che i ruoli di vittima e carnefice non sono mai appannaggio di un unico schieramento ma hanno piuttosto caratteristiche di intercambiabilità.
Già Roman Polanski, in quello splendido e, secondo me definitivo, film sulla Shoah che è “Il Pianista”, aveva osato mostrarci ebrei buoni ed ebrei cattivi, opportunisti e pavidi: tedeschi spietati e tedeschi compassionevoli, giusti e coraggiosi. E’ per questo che è una storia così incredibilmente realistica e che spacca il cuore. Non so se Polanski sia stato così efficace nel narrare quell’orrore perchè lui stesso passò bambino attraverso la notte e le nebbie ma è molto probabile.

Guardando il film di Tarantino adesso si potrebbe pensare che se il buon capitano che salva la vita del pianista commuovendosi al suono di Chopin incontrasse sulla sua strada i basterdi, per i quali lui sarebbe solo un porco nazi da accoppare, noi troveremmo la loro vendetta eccessiva e malposta e potremmo tifare per lui soffrendo per il suo scalpo. Con la conseguenza di far soffrire di riflesso anche il prof. Bauer preoccupato dall’oscillazione del concetto di vittima. Però lo ammette anche lui, ci furono casi di vendetta commessi da ebrei. “Pochissimi però”, dice.

Molti anni fa, quando preparavo la mia tesi, lessi un libro che si intitolava “Occhio per occhio” di un giornalista, John Sack, reporter di guerra e scrittore. Ve ne riporto la recensione:

Tra le numerose tragedie rimosse nella storia di questo secolo, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l’esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione.
Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio.
I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all’Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell’organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.

A distanza di mezzo secolo, John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onostà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l’inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici?
“Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa”, scrive Sack, “sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: “Come può un ebreo scrivere un libro come questo?” e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: “No, come può un ebreo ‘non’ scriverlo?”

La storia della tragedia dei profughi dei Sudeti, con le persecuzioni, le torture, gli stupri di migliaia di donne tedesche dopo la sconfitta della Germania, si intreccia con quella dei campi di internamento per tedeschi, militari e civili, imposti dagli alleati e che causarono migliaia di morti per fame. Una denutrizione, secondo alcuni studiosi, come James Bacque che ha dedicato il libro “Gli altri lager” all’argomento, scientificamente voluta come punizione per chi aveva appoggiato il regime nazista.
Per decenni la propaganda dei vincitori ha nascosto accuratamente perfino il fatto che i tedeschi furono le prime vittime della repressione e che vi fu una piccola ma eroica resistenza contro la barbarie hitleriana. Ha celato alle nostre menti sensibili le conseguenze patite, nel dopoguerra, dal popolo tedesco come ritorsione per aver appoggiato il regime di Adolf Hitler. Una vendetta particolarmente crudele, forse pari soltanto a quella patita dai giapponesi con il doppio bombardamento atomico.

A chi in Israele ha parlato di “revisionismo”, a proposito degli ebrei basterdi di Tarantino si deve rispondere che revisionismo non è negazionismo. Sono cose ben diverse e di diversa dignità. Il negazionismo è pura presa di posizione, è atteggiamento delirante nei confronti di fatti inconfutabili. La negazione è un atteggiamento psicotico.
Senza la possibilità di rivedere episodi storici attraverso, ad esempio, l’acquisizione di nuovi documenti, tuttavia, non può esserci verità storica. Questo è il revisionismo buono.
Esiste una giustizia dei vincitori ed anche una storiografia dei vincitori. A me hanno insegnato che le bombe atomiche erano necessarie per far finire la guerra in Giappone. Oggi, grazie alla storiografia che non si fida della propaganda, sappiamo che ciò non era affatto vero, e che l’uso delle atomiche fu soltanto un atto di forza contro il neo-nemico Sovietico.

Che oggi sia appurato che i giapponesi compirono esperimenti di vivisezione sui cinesi, che gli americani commisero crimini sui prigionieri di guerra tedeschi, che altri gruppi di “basterdi” volevano avvelenare gli acquedotti delle città tedesche per rappresaglia, che c’erano tedeschi buoni ed ebrei cattivi, che i bombardamento di Dresda fu un crimine contro l’umanità, lo dobbiamo alla ricerca storica che è andata oltre la comodità della versione ufficiale.
Questa consapevolezza della necessità per la storia di inseguire sempre la verità non può che convincerci ancora una volta dell’obbligatorietà di imparare la lezione della storia per evitare che il male si ripeta. Perchè potremmo essere tutti coinvolti, perchè non esistono vittime e carnefici ma ognuno di noi potrebbe ricadere in una o nell’altra categoria. Perchè in guerra non vi sono mai vincitori.


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Il governo pensa agli italiani.

Mentre i telegiornaletti sono impegnati a terrorizzarci ogni sera con stupri talmente tempistici da sembrare telecomandati e mentre ci viene venduto come notizia il ferale annuncio che la donna con le unghie più lunghe del mondo se l’è spezzate in un incidente, esticazzi!, il governo pensa a noi ed al nostro bene.

Tanto per cominciare, nel decreto milleproroghe scompare l’obbligo di dotare le nostre case di impianti energetici basati sulle fonti rinnovabili. Ecologia? Ambiente? Puah, robaccia. Noi siamo quelli del nucleare, di una centrale in ogni condominio. Del “bevete più latte (radioattivo), il radionuclide fa bene”, ve lo dice il vostro Nanocurie.

Poi, non paghi e zitti zitti come i ratti che ti mangiano i piedi e manco te ne accorgi da tanto che i loro morsi sono dolci, alla faccia dei Mille (i morti annuali sul lavoro), i ministressi e le ministresse hanno pensato di esentare le piccole imprese, tutte quelle con meno di 15 dipendenti, dall’obbligo di adeguarsi alla legge 626, quella che dovrebbe tutelare i lavoratori dal rischio di infortuni.
Siccome la maggior parte degli incidenti accade nelle piccole imprese e ‘o padrone nun vo’ penzieri, facciamo questo regaluccio a chi ci vota ogni volta fedelmente per affinità di classe e in culo ai lavoratori, fessi, che ci votano per masochismo di classe.

Capite, mentre noi ci riposiamo, loro stanno lavorando per noi. Tanto, quando ci saranno da varare i provvedimenti demenziali come le ronde padane (muahahaha!), le castrazioni chimiche inefficaci e i plotoni di boys con le stellette per scortare le segnorine, ci penseranno i provvidenziali telegiornaletti a distrarci. Con altri freaks, notarelle di costume e importanti inchieste giornalistiche che insegnano al popolo ignaro come ci si soffia il naso. Per carità, mai entrambe le narici all’unisono, che ci potrebbe scoppiare la testa come al piccolo Samuele, ma una per volta. Parola di TG1. E facendo attenzione a non staccare il sondino obbligatorio.


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Mentre i telegiornaletti sono impegnati a terrorizzarci ogni sera con stupri talmente tempistici da sembrare telecomandati e mentre ci viene venduto come notizia il ferale annuncio che la donna con le unghie più lunghe del mondo se l’è spezzate in un incidente, esticazzi!, il governo pensa a noi ed al nostro bene.

Tanto per cominciare, nel decreto milleproroghe scompare l’obbligo di dotare le nostre case di impianti energetici basati sulle fonti rinnovabili. Ecologia? Ambiente? Puah, robaccia. Noi siamo quelli del nucleare, di una centrale in ogni condominio. Del “bevete più latte (radioattivo), il radionuclide fa bene”, ve lo dice il vostro Nanocurie.

Poi, non paghi e zitti zitti come i ratti che ti mangiano i piedi e manco te ne accorgi da tanto che i loro morsi sono dolci, alla faccia dei Mille (i morti annuali sul lavoro), i ministressi e le ministresse hanno pensato di esentare le piccole imprese, tutte quelle con meno di 15 dipendenti, dall’obbligo di adeguarsi alla legge 626, quella che dovrebbe tutelare i lavoratori dal rischio di infortuni.
Siccome la maggior parte degli incidenti accade nelle piccole imprese e ‘o padrone nun vo’ penzieri, facciamo questo regaluccio a chi ci vota ogni volta fedelmente per affinità di classe e in culo ai lavoratori, fessi, che ci votano per masochismo di classe.

Capite, mentre noi ci riposiamo, loro stanno lavorando per noi. Tanto, quando ci saranno da varare i provvedimenti demenziali come le ronde padane (muahahaha!), le castrazioni chimiche inefficaci e i plotoni di boys con le stellette per scortare le segnorine, ci penseranno i provvidenziali telegiornaletti a distrarci. Con altri freaks, notarelle di costume e importanti inchieste giornalistiche che insegnano al popolo ignaro come ci si soffia il naso. Per carità, mai entrambe le narici all’unisono, che ci potrebbe scoppiare la testa come al piccolo Samuele, ma una per volta. Parola di TG1. E facendo attenzione a non staccare il sondino obbligatorio.


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Mentre i telegiornaletti sono impegnati a terrorizzarci ogni sera con stupri talmente tempistici da sembrare telecomandati e mentre ci viene venduto come notizia il ferale annuncio che la donna con le unghie più lunghe del mondo se l’è spezzate in un incidente, esticazzi!, il governo pensa a noi ed al nostro bene.

Tanto per cominciare, nel decreto milleproroghe scompare l’obbligo di dotare le nostre case di impianti energetici basati sulle fonti rinnovabili. Ecologia? Ambiente? Puah, robaccia. Noi siamo quelli del nucleare, di una centrale in ogni condominio. Del “bevete più latte (radioattivo), il radionuclide fa bene”, ve lo dice il vostro Nanocurie.

Poi, non paghi e zitti zitti come i ratti che ti mangiano i piedi e manco te ne accorgi da tanto che i loro morsi sono dolci, alla faccia dei Mille (i morti annuali sul lavoro), i ministressi e le ministresse hanno pensato di esentare le piccole imprese, tutte quelle con meno di 15 dipendenti, dall’obbligo di adeguarsi alla legge 626, quella che dovrebbe tutelare i lavoratori dal rischio di infortuni.
Siccome la maggior parte degli incidenti accade nelle piccole imprese e ‘o padrone nun vo’ penzieri, facciamo questo regaluccio a chi ci vota ogni volta fedelmente per affinità di classe e in culo ai lavoratori, fessi, che ci votano per masochismo di classe.

Capite, mentre noi ci riposiamo, loro stanno lavorando per noi. Tanto, quando ci saranno da varare i provvedimenti demenziali come le ronde padane (muahahaha!), le castrazioni chimiche inefficaci e i plotoni di boys con le stellette per scortare le segnorine, ci penseranno i provvidenziali telegiornaletti a distrarci. Con altri freaks, notarelle di costume e importanti inchieste giornalistiche che insegnano al popolo ignaro come ci si soffia il naso. Per carità, mai entrambe le narici all’unisono, che ci potrebbe scoppiare la testa come al piccolo Samuele, ma una per volta. Parola di TG1. E facendo attenzione a non staccare il sondino obbligatorio.


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A me pare incredibile e ogni volta me ne stupisco, ma dopo due anni e passa di bloggamenti quotidiani o quasi, c’è ancora chi mi scambia per un uomo.
Eppure, chi passa di qui e legge le note biografiche (che parolone!) sulla destra, può leggere chiaramente “sono NATA”. Dovrebbe essere evidente che parlate con una paperA zoppA.
Me ne stupisco e non so farmene una ragione perchè le papere per me sono naturalmente femmine. Esistono i paperi, si, ma me ne rendo conto dopo, ragionando sul fatto che anche le anatre si riproducono per cui devono esserci maschi tra di loro. Per questo non capisco perchè si pensi che Lameduck sia un paperO.

Chissà perchè capita quasi esclusivamente con i lettori maschi. Noi ragazze ci annusiamo e riconosciamo subito il nostro stile sia di pensiero che di scrittura. Invece loro, quando per esempio ti apostrofano in un dibattito su un forum o chat o ti commentano, nonostante abbiano letto le cose che hai scritto, ti danno spesso del “lui”. “Caro amico, non capisci un cazzo”, oppure “Hai ragione, amico, sei troppo bravo”.

Il fenomeno, come tutte le cose ripetitive, mi incuriosisce.
Non sarà perchè nell’immaginario di Internet IL blogger è maschio e se magari è bravo è maschio due volte? Non voglio pensare che si dia per scontato che le donne, se tengono un blog, lo fanno solo per far sapere al mondo quanti glitters riescono a piazzare su una pagina web.
Lo so che i fantastici primi dieci blogger dell’universo sono tutti maschi e per trovare Black Cat bisogna andare in 11a posizione nella superclassifica delle blogstars.
Tra parentesi, non è curioso che poi tra di loro si chiamino “LE blogstar”, al femminile, anche se sono tutti maschi e, diciamolo alla Tarantino, si fanno un po’ i pompini l’un l’altro?
Saranno pure blogstars ma, l’ho già detto e lo ripeto, senza rancore, chi scrive meglio sui blog con dei contenuti sono le donne. Non c’è niente da fare. Ci sono maschi bravi, per carità, ma le donne sanno scrivere e bene. Bisogna riconoscerlo, cari amici.

Per cui, scusate lo sfogo e l’argomento frivolo da post del sabato sera, ma io sono contenta che quella sera a mio babbo sia partito uno spermatozoo con la X, mi sento molto bene nella pelle di donna, anzi ne sono proprio orgogliosa.
Vorrei suggerire a coloro che ancora, dopo questo post, saranno tentati di prendermi per maschio, di imprimersi bene nella mente, a mo’ di esercizio, l’immagine di Dita Von Teese e, quando mi leggeranno in futuro, mi pensino in reggicalze e bustino. Forse la capiranno.

P.S. Per evitare equivoci e false illusioni, non sono IO quella della foto. E’ Dita.


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