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I telespettatori italiani, di fronte ad un programma intitolato: “Ora ci tocca anche Vittorio Sgarbi”, hanno avuto l’unica reazione fisiologica e comportamentale possibile: la fuga, che si abbina così bene alla toccata.  Se mi floppi ti cancello. Programma già kaputt.
Stesso successo, più o meno, del programma di Giuliano Ferrara, con annesso crollo verticale di share. Gli agit-prop storici del nano sulla RAI non bucano lo schermo, te lo fanno spegnere proprio.

Non so perchè se ne meraviglino. Sia Ferrara che Sgarbi imperversarono per anni sulle reti Mediaset, spappolandoli a ormai generazioni di telespettatori. Ricordate la predica postprandiale di “Sgarbi quotidiani” e la propaganda squeeze&serve dell’hamburgerone umano a “Radio Londra?”
La gente s’è rotta i coglioni. Appena li vede cambia canale. Chiamatelo effetto boomerang, overloading, eccesso di informazione ma ne è vittima anche il Bagonghi del Consiglio che ormai, come appare sullo schermo, provoca conati di vomito perfino in casa Bondi.
In generale, la fuga dalla televisione è un bene ed è ormai una tendenza inarrestabile.  E’ azzeccatissima, in questo senso, l’ultima campagna di Sky, “La tua vita viene prima della TV”, dove attori e sportivi invitano i telespettatori a riprendersi la vita, a fare altro che guardare la televisione.
Altro effetto boomerang inatteso, secondo me. 
Sky intendeva invitare il telespettatore a fare altro mentre il suo registratore a pagamento registra il programma da vedersi comodamente dopo. Tuttavia, anche a causa di certe  scelte scellerate come il voler cancellare Current (per compiacere Bagonghi agli ultimi rantoli e farsi mollare il Digitale terrestre, si maligna in giro), Sky rischia di convincere il destinatario del messaggio a fare il passo successivo.
Già che, da quando mi sono liberato della TV, ho riscoperto la lettura, lo sport, la convivialità con gli amici, il sesso, gli hobby, chi cavolo me lo fa fare di pagare l’abbonamento a Sky, che oltretutto mi cancella i miei canali preferiti a tradimento?

Chi di capra ferisce, di capra perisce.

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Ma che sta succedendo agli italiani che guardano la televisione? Se analizziamo i dati degli ultimi ascolti televisivi c’è da stropicciarsi gli occhi diverse volte. Non ci si crede.
Il TG1 del gerarca Minzolini perde spettatori a rotta di collo e a sue spese guadagna Mentana con il suo TG monocratico ma sicuramente ben fatto e che non parla solo della stagione degli amori del muflone muschiato ma di fatti.
A guardare Saviano e Fazio, strameritevoli senz’altro per aver fatto cultura ed informazione in prima serata ma, diciamolo senza timore di bestemmiare, con un programma tanticchia prolisso,  un campo minato a paraculaggine dove c’era sempre il rischio di saltare in aria, c’erano in certi momenti quasi 19 milioni di persone a seguirli davanti allo schermo. La media di ascolto dell’ultima puntata è stata di nove milioni di telespettatori.
L’ultimo fatto incredibile ieri sera. Sempre sulla RAI è tornato il teatro dopo 33 anni con “Filomena Marturano”. Mariangela Melato e Massimo Ranieri a recitare Eduardo. Più di cinque milioni di telespettatori. E’ vero che altri cinque milioni guardavano nel medesimo tempo “I Cesaroni” ma è pur sempre un fatto quasi incredibile.
E noi che credevamo che i telespettatori fossero dei poveri dementi decerebrati atti solo a farsi venire il cervello a squacquerone grazie alle tette & culi gentilmente offerti in quantità industriali da Sua Berlusconità. Una massa di superficiali dalla testa simile a quella cosa che nun vo’ penziere.
Sono anni che sostengo che la gente sarebbe ben felice di guardare dell’ottima televisione, se solo gliela si desse. Quando hai assaggiato la Sacher all’Hotel Sacher difficilmente ritorni alla Viennetta.
Io e quelli della mia generazione siamo venuti su a sbadilate di cultura trasmessa dalla televisione. 
La tv ci ha fatto da scuola. Abbiamo imparato le lingue e perfino a leggere e scrivere, grazie a San Alberto Manzi, protettore degli analfabeti e primo adorato maestro catodico di milioni di cinquantenni.
Il venerdì sera avevamo il teatro e le fiction portavano in casa i classici della letteratura. A cantare per noi c’era Mina, mica Nebruz, with all respect.
Se siamo diventati più cinefili di Tarantino è grazie ai “cicli” dedicati ad attori e registi. Intere filmografie, da Kurosawa a Bergman, Fellini e John Ford ed ai corsi di cinema trasmessi all’ora di pranzo. Tra parentesi, ho notato con piacere, stasera, che La7 commemora Monicelli trasmettendo un suo film e un documentario a seguire. Come usava una volta. Teniamo presente che nel 2009 il decennale della morte di Stanley Kubrick è passato totalmente sotto silenzio. 
Era la televisione di tanto tempo fa, certo. Roba da vecchi.  Però, come ha dimostrato la Spagna qualche anno fa, quando ha tolto la pubblicità dalla tv pubblica e ne ha fatto uno strumento di cultura, lasciando la fuffa e le minchiate alla tv privata, la gente si è buttata sulla tv pubblica e gli ascolti di quest’ultima sono impennati. La cultura è sempre attuale, non invecchia mai.
Da noi sono più di trent’anni che lo spettatore è sottoposto, immobilizzato sul divano, alla cura Silvio. Obbligato a farsi piacere, anche per forza, la gnocca che piace a Sua Bassezza, quella pettoruta e dall’encefalogramma piatto. Addestrato  a sbavare come il cane di Pavlov con la televisione dei guardoni fino a farsi quasi venire per reazione la crisi di rigetto verso il sesso sano e praticato. 
Torturato dalla pubblicità (cinque minuti di programma o film  e tre di spot) lo spettatore non ha scampo perché tutta la televisione si somiglia, dato che il virus ha infettato tutti i canali. Non poteva che essere così, giacché se ci fossero stati dei canali intelligenti o semplicemente normali, la gente non avrebbe mai abboccato all’amo del venditore di fuffa ed al suo progetto politico.
La RAI ha dovuto abbassarsi a diventare una succursale della TV Spazzaturaset (un giorno capiremo una volta per tutte che non si può pretendere da chi ha fondato un regno sulla monnezza di liberarne una città) e da servizio pubblico si è trasformata in termovalorizzatore di contenuti, cultura e divertimento normale e non pervertito in senso voyeuristico. Desidero inviare, a questo punto, un vivo e sincero ringraziamento di cuore alla sinistra italiana che ha contribuito a consegnare la tv pubblica nelle grinfie del Grande Guardone senza opporre resistenza. 
Ora però qualcosa forse sta cambiando. Esiste notoriamente l’effetto boomerang e, come per la Cura Ludovico, l’overdose di oscenità e stupidità sta cominciando a far vomitare i telespettatori sul tappeto acquistato con la televendita. I programmi che solo qualche anno fa avrebbero fatto ascolti da percentuale di albumina perché culturali ed “impegnati” ora sbancano l’Auditel. E’ una reazione ed è vivaddio tremendamente sana e normale. 

Avrei una curiosità sperimentale. Chissà come sarebbe sottoporre Silvio alla sua stessa cura. Una roba molto Abu Graib, me ne rendo conto,  legato alla sedia con gli occhi pinzati a guardare 24 ore al giorno Italia1, deprivato del sonno.
Quanto credete che resisterebbe? Non lo so, essendo abituato a “Ballarò” e a Santoro forse non molto. Sicuramente, dopo ore di “well, well, well” di Duffy  arriverebbe ad odiare la pubblicità e perfino la gnocca con tutto il cuore. Dell’Utri mi fé, disfecemi Belen.

Mentana fa un TG rivoluzionario su La7 – pensate, dà addirittura le notizie – con gli ospiti di opposte fazioni politiche che discutono amabilmente senza aggredirsi, nemmeno fossero Lord inglesi sedati da una pera di Serenase.
Intendiamoci, ci tocca gridare al miracolo perchè un TG dà le notizie, ossìa fa il suo dovere, ma intanto, ridendo e scherzando, grazie a Mentana abbiamo ora la possibilità di scegliere tra addirittura quattro TG non di stretta osservanza nanofila: il vecchio e un po’ saponificato TG3, RAINews di Corradino Mineo, SkyTG24 e l’ultimo nato, il TG de La7, appunto. Roba da far gridare il nano al complotto demo-pluto-giudiziario-comunista. Addirittura quattro rematori contro. Manca solo Peppiniello Di Capua a fare “Oh ooh, oh ooh!”

Intanto su RAIUNO il direttore Minzolini prosegue indisturbato nell’opera di demolizione controllata del TG1 nella generale meraviglia di chi osserva gli ascolti di quel ben mediocre TG calare. Non capisco qual’è il problema. Lui, poer nano, sta solo eseguendo gli ordini. Gli hanno detto: “Vai e stai attento a non danneggiare Mediaset”.
In fondo, la disfatta dello share è un buon segno. Meno spettatori al TG1, giustamente disgustati dai minzolingus propinati senza alcun pudore all’ora di cena mentre si sta a tavola con i bimbi, potrebbero diventare meno voti per il nano Putiniere. Alla fine, per non danneggiare l’azienda, si è finito per fotterne il padrone.
Dai, Augusto, che vai forte. “Oh oooh, oh ooh…”

Per chi vuole rivedersi integralmente Raiperunanotte.

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, la televisione.

Era un servizio pubblico, chiamato RAI, lottizzato dai partiti esattamente come oggi, con un partito dominante come la Democrazia Cristiana di Andreotti e Fanfani e quindi era una TV bacchettona e pretaiola.
Poteva capitare che ballerine tedesche troppo spogliate nell’unico varietà esistente del sabato sera – con un costume che oggi potrebbe fungere tranquillamente da burkini in una piscina islamica – venissero coperte, per decreto censorio proveniente dai piani alti di Viale Mazzini, da un bel collantone 60 denari.
Eppure, anche se i telegiornali erano letti da fini dicitori che ripetevano veline democristiane a pappagallo, non si avvertiva la sensazione di essere in un regime come succede oggi.

C’era una volta, un po’ meno tempo fa, la televisione cosiddetta “libera”. Tolti i paletti democristiani e piantati i garofani socialopportunisti, caddero non solo i collant ma anche le mutande, come ci ha raccontato “Videocracy”.
Nel giro di vent’anni ci ritrovammo dalle calzamaglie delle Kessler a Moana Pozzi nuda in studio, senza neppure un cache-sex a proteggere la sensibilità dei telespettatori. Bisogna dire che era troppo perfino per la TV bordello di Berlusconi e che il programma, “Matrioska”, cadde sotto la mannaia della censura. Più per lo Scrondo satirico di Disegni e Caviglia che per Moana, per la verità.

Nella televisione preistorica ed in quella più recente, pensate, poteva accadere che conduttori molto popolari venissero redarguiti o addirittura cacciati perchè si erano sfogati in diretta di qualche problemuccio personale. Non ricordo bene ma – forse era la Bonaccorti, di un fatto del genere, di una censura ad una conduttrice rea di eccessiva confidenza con i telespettatori, ne parlarono perfino i giornali.
“Non si utilizza il servizio pubblico radiotelevisivo per scopi personali”.

Venne poi un signore che scese in politica per non finire in galera che utilizzò forse lo stesso collant delle Kessler per coprirsi le rughe sull’obiettivo della telecamera, recitando un proclama che sembrava preso pari pari dal monologo del beccamorto dell’inizio del “Padrino”.

Grazie a questo signore arrivarono i telegiornali con le ospitate quotidiane a tutto l’avvocatume dei peggiori delinquenti, per il quale gli imputati erano ovviamente innocenti, nonostante le coda del sorcio gli pendesse ancora dalla bocca. Vennero due o tremila puntate-pollaio di Porta a Porta in difesa della Franzoni e furono perfettamente tollerate. L’allarme scattò solo quando “Anno Zero” si occupò dei processi del Signore dei Collant.

Oggi la televisione non esiste più. E’ un contenitore unico di immondizia dove può passare di tutto, perfino la figa, purchè la monnezza venga inframmezzata dalla pubblicità pagata al Signore dei Collant. La RAI non è più un servizio pubblico ma una dependance dell’immondezzaio principale Mediaset. E’ ridotta ad una discarica di rifiuti speciali che si concentrano soprattutto nei telegiornali, ormai inguardabili da tanto che sono sfacciatamente nanofili, addirittura più di quelli della casa madre.

“Mi vogliono dimezzato”, ha piagnucolato il Dimezzolini nell’editoriale-sfogo mandato in onda in prime time dopo la scoperta degli altarini telefonici nei quali si dimostrava, se ancora ve ne fosse stato bisogno, che lui è un pretoriano mediatico del padrone della TV. Messo lì non a caso ma per uno scopo ben preciso. Presidiare.
C’è di tutto in quel filmato del Dimezzolini dimezzato: tutto ciò che una volta non sarebbe stato permesso, perfino ai tempi di Bernabei. Utilizzo personale del servizio televisivo ancora pubblico, almeno nominalmente; abuso di posizione dominante, dispregio della par condicio – dov’era la controparte? ed anche una buona dose di pornografia del tipo P.O.V.
Un autoservizietto pubblico, in pratica.

Sembra di avere a che fare con degli odiosissimi marmocchi che pestano i piedini per terra ogni volta che non vedono soddisfatti tutti i loro capricci. Penso invece che siano solo dei furbastri che le studiano di notte per aggirare le più elementari regole e leggi e poter fare come al solito come pare a loro, ovverosìa i loro porci comodi e interessi. Distruggendo a colpi di maglio, già che ci sono, quel poco di legalità pericolante che ancora rimane in piedi in Italia.

Un imbecille (questa la versione per i dolci di sale ingoiatori di ogni balla governativa) esce a mangiarsi un panino invece di controllare l’orologio per non arrivare tardi a presentare delle scartoffie indispensabili per la regolarità dell’iscrizione alle liste regionali del Lazio e per colpa sua la lista del PdL viene esclusa. Apriti cielo, non è colpa dell’incaricato che non ci vedeva più dalla fame come quella della Fiesta ed eventualmente della sua imbecillità, ma di un gruppetto di sedicenti inglorious radicals guidati dall’Orso Pannelliano che, dediti all’ultranonviolenza, avrebbero aggredito i pidiellini ritardatari, impedendo loro di esercitare il loro diritto elettorale. Ma davvero? Eppure bastava essere lì per tempo, essere meno coglioni, se dobbiamo credere alle versione “scemo & più scemo”.
Visto però che il capobranco, cogliendo opportunamente la palla al balzo, pensa già ad una leggina (ad idiotam?) che permetta a chicche essìa di presentarsi in lista senza quelle noiose pastoie burocratiche tipo “consegnare la documentazione entro le ore 12,00”, che a lui fanno venire il prurito dappertutto e soprattutto lì, ecco che il sospetto che si sia cercato l’incidente per creare il pretesto nasce spontaneo a chi è abituato, azzeccandoci, a pensar male.

Secondo episodio. Il tribunale di Milano dice con largo anticipo a Berlusconi che il 1° marzo dovrà presentarsi per un’udienza che lo riguarda. Logica vorrebbe che a suo tempo Berlusconi, nella sua agenda, tra una passerina e l’altra, sulla pagina del 1° marzo avesse scritto “udienza a Milano”, sottolineandola con l’evidenziatore.
Invece no, pur sapendo che il 1° marzo avrebbe dovuto presentarsi in tribunale, lui fissa il consiglio dei ministri proprio il 1° marzo, facendo dire poi ai suoi giaurri prezzolati che lui non può, che c’ha il legittimo impedimento di ‘sta fetusissima minchia. Un altro capriccio, un’altra impuntatura che però certifica l’assoluta incompatibilità di quest’essere con le regole, le leggi e la convivenza democratica.

Terzo episodio, il bavaglio alle trasmissioni giornalistiche della RAI, sempre con una misera scusa, quella della par condicio, con in più la novità assoluta dell’apposizione della museruola ai cani da riporto e da compagnia del cavaliere, quelli abituati a salivare copiosamente al solo sentir nominare il padrone. In pura linea teorica per un mese intero Vespa e Scodinzolini dovranno far finta di essere obiettivi. La vedo dura ma può darsi che Pavlov venga smentito clamorosamente.

Allora, secondo voi qual’è la baggianata più clamorosa delle tre: gli inglorious radicals, le cavallette che hanno impedito al cavaliere di recarsi a Milano o la RAI improvvisamente obiettiva per un mese?

Di che si meravigliano tutti? Ad un sistema radiotelevisivo ormai già morto, con l’informazione piatta, bisogna sigillare le labbra. Con un filo di Attak.
L’Egoarca è partito alla conquista dell’Europa con le sue Papidivisionen di passere corazzate per il Blitzkrieg più fallimentare di tutti i tempi. Non ho dubbi che la guerra finirà a puttane.
Dopo la sortita a base di kapò e turisti della democrazia al Parlamento di Strasburgo quella famosa volta, ora è convinto di riuscire a zittire, oltre ai suoi dipendenti ed ai numerosissimi wannabe lacchè, servitori, reggicoda e leccaculo che ha sparsi in tutta Italia, anche chi non dovrebbe essere sottoposto al suo potere perchè non cittadino italiano e non governato da lui.
Gli europei credevano di essere fortunati a non essere italiani ma evidentemente, per essere proprio al sicuro bisognerebbe allontanarsi ancora un poco dallo stivale, diciamo rifugiarsi in Papua Nuova Guinea.

In pieno delirio d’onnimpotenza, Iddu compensa le cilecche con le cannonate che spara in direzione Bruxelles credendo di poter comandare anche sul resto del continente come fosse un’immensa Segrate.
Anche allora, settant’anni fa, tra i paesi invasi vi fu il Belgio ma si ebbe l’accortezza di aspettare un po’ prima di aprire un secondo fronte orientale. Preludio, in quella ed in tutte le guerre dove si vuole strafare, alla Grande Inculata finale.

Qui invece è assalto frontale a raggiera. Il primo fronte, quello interno, vede le Papidivisionen all’assalto della Libertà d’Espressione, con le raffiche di denunce ai giornali che osano rendergli conto di qualche cosuccia da nulla come la frequentazione di minorenni (come disse per prima la sua signora).
A Repubblica Iddu non risponde perchè ratta-tata-ta-ta, le solite cose. Però se le domande gliene facesse un altro giornale risponderebbe volentieri.
Mi appello all’Eco del Chisone: non è che gli vorreste porre voi le famigerate domande, così potremmo finalmente sapere quando il fuhrer del Reich Mediolanum ha conosciuto il babbo di Noemi Letizia? No, eh? Inutile chiedere?
Nella putrescente RAI, ormai un bivacco dei suoi manipoli, si censura il trailer di un film inchiesta, “Videocracy”, che racconta la cancrena italiana (direbbe Gaber) fin dagli anni di Colpo Grosso. L’attacco alla pancia dello Stato a colpi di gnocca, culi e tette. Quando l’eterosessualità come arma diventa più letale dell’AIDS.
Il film che osa mostrare la realtà di questo grande laboratorio per la realizzazione del perfetto Shit Country non deve essere citato e mostrato perchè contrario al governo. Bene, siccome questo non è servizio pubblico, qui lo mostriamo e linkiamo, invitandovi a riprendere l’appello e moltiplicarlo sui vostri blog.

Lui denuncia e chiede danni. Milioni di euro. Per lui piccioli da infilare nei perizomi di qualche favorita.
Questo succede ad avere uno stuolo di avvocati che si nutrono di cavie vive e che hanno un’incontinenza della parcella per cui ogni occasione è buona per mettere su delle note spese, tirare avanti le cause ed aprirne sempre delle nuove. Il nostro problema, cari italiani, se non lo avete ancora capito, è che Iddu non è come noi che prima di affidarci a quelle simpatiche sanguisughe figli di puttana ci facciamo una botta di conti ed accendiamo le ipoteche per vederci meglio. Lui non ha problemi a pagare gli avvocati, ha soldi a palate.

Siccome l’Europa non è l’Italia però, per fortuna, al Pornoduce hanno mandato a dire un sonoro “Aaa chi???”, come avrebbe detto Totò. Però non basta. Frequentare altri egoarchi in egocentrismo acuto come Gheddafi non gli fa bene e se quello va a molestare Israele, tanto per sentirsi ancora giovane e monello, lui si chiede: e chi sono io, il figlio della serva? Qui ci vuole un continente intero al quale andare a suonare i campanelli di notte.

Prima o poi questa tortura finirà, se Dio, il tempo e il corso naturale della vita vorranno, ma noi facciamo il tifo affinchè qualcuno nel mondo ancora immune dal virus berlusconiano, si rompa le palle davvero e venga a liberarci anzitempo.
Io ho già il disco di “In The Mood” pronto.


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L’incredibile disavventura censoria capitata a Rita Charbonnier durante la presentazione del suo libro “La strana giornata di Alexandre Dumas”, in una RAI ritornata improvvisamente EIAR, mi ha fatto ritornare in mente un avviso che vidi appeso in un vecchio bar romagnolo, sperduto in cima ad un monte. Era un cartello di epoca fascista, sopravvissuto grazie alle nostalgie del gestore e recitava in grassetto: “QUI NON SI PARLA DI POLITICA”.

Settant’anni dopo, a quanto pare, nella televisione italiana è meglio non parlare di ciò di cui si occupa principalmente il suo proprietario, ovvero una cosa calda e pelosetta.
Difficile però, visto che in TV la cosa innominabile ci viene scodellata in grande quantità dalla mattina alla sera.
Non potremmo ritornare, come ai tempi di Benito, a limitarci a non dover parlare di politica?

Sono in vacanza ma chiavettamunita, quindi non avete scampo. Fate i bravi perchè vi vedo.


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Ricordate la fiaba lisergica di “Alice nel paese delle meraviglie”, quando tra funghi magici, biscotti dopati, narghilè caricati oltre la dose minima consentita e profumo di ganja ed assenzio in ogni pagina, la bambina si ritrova per un tè con il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina e il Ghiro? E’ una situazione curiosa perchè, pur essendo solo in quattro, siedono ad una lunghissima tavola imbandita per molti. Quando hanno finito una tazza si spostano di una sedia e ricominciano il rito, con una tazza pulita. Questa versione allucinogena della cerimonia del tè avrà fine solo quando tutte le tazze saranno sporche.

Non so perchè ma questa immagine mi è tornata in mente dai ricordi infantili pensando al girotondo delle nomine RAI e a quelle conseguenti dei vari direttori di giornali, posizionati con cura affinchè Sua Maestà Silvio IV non si ritrovi danneggiato da una stampa interamente in mano ai comunisti.
Il descamisado Gianni Riotta che si alza dalla poltrona del TG1 (temo che lo rimpiangeremo quando torneranno i panini di Mimun), e va a sedersi davanti alla tazza del Sole 24 Ore. Mimun che, avendo completato il giro, ritorna al TG1 dopo aver sporcato la tazza del TG5. De Bortoli che, dopo essersi vista togliere la sedia da sotto il culo al Corriere della Sera, ci torna non si sa se da figliol prodigo o no.

La vera follia, in questo caso, più di quella della scenetta del tè, è quella di un’opposizione che, dopo aver difeso in ogni modo il conflitto di interessi del Cappellaio ed aver partecipato da sempre alla spartizione non solo delle poltrone e delle tazze ma dei cucchiaini, dei piattini e delle fettine di limone, decide oggi che è uno scandalo che il cappellaio decida i posti a tavola in casa sua.

Berlusconi ormai non ha più ritegno nell’occupare tutti gli spazi possibili della comunicazione, lo sappiamo, non finge più da tempo di essere democratico. E’ in pieno delirio da Kim Il Sung, come dice Paolo Guzzanti.
Ma l’opposizione potrebbe solo provare a vergognarsi, se le riesce, perchè è totalmente responsabile di un’informazione che sarà in mano interamente alle piccole forzitaliane ed ai balilla con la voce bianca, ai volonterosi ArLecchini servitori del padrone ed ai vari difensori del potere assoluto.
Pare che Belpietro se lo terranno al TG5, forse lasceranno stare l’enclave La7 e il gran cuore a pagamento di Murdoch ci concederà la visione di “Shooting Silvio” su Sky (anzi no, lo hanno già tolto). Così lo statista che va in giro con la maschera di gomma di sè stesso potrà piangere che ha tutti i media contro.

Per non dimenticare l’opposizione che abbiamo: l’emaciato Fassino promette che farà la legge sul conflitto di interessi a Piero Ricca che lo contesta e l’on. Violante ricorda il giuramento a Silvio di non toccargli le televisioni. “L’ira del PD”. Ma andate a nascondervi.

http://www.youtube.com/v/uDQaYwgbG9Q&hl=it&fs=1

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